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:
COMMENTO
SULLA DIVINA COMMEDIA DI DANTE ALLIGHIEM.
VOLUME PRIMO
Proprietà Letteraria.
BEIN V MUTO R AMBALDI
DA IMOLA
ILLUSTRATO NELLA VITA E NELLE OPERE
F. DI LI!
COMMENTO LATINO
SULLA DIVINA COMMEDIA DI DANTE ALLIGHIERI
VOLTATO IN ITALIANO
DALL' AVVOCATO GIOVANNI TAMBURINI
VOLUME PRIMO
IMOLA,
DALLA TIPOGRAFIA GALEATI
1855.
'4\
Ìfc2<,Jl)MW2 £f
<W OF liArUl» ^
I
INTORNO
ALLA VITA ED OPERE
DI
BENVENUTO RAMBALDI.
0 Italia, a cor ti stia
Fare ai passati onor; che d'altri tali
Oggi vedove son le tue contrade ,
Né v*è chi d'onorar ti si convegna.
Volgiti indietro, e guarda, o Patria mia.
Quella schiera infinita d'immortali,
E piangi e di te stessa ti disdegna ,
Che senza sdegno ornai la doglia è stolta.
Volgiti e ti vergogna, e ti riscuoti,
E ti punga una volta
Penwer degli Avi nostri, e de' Nipoti.
LEOPARDI
sul Monumento di Dante
Scorrendo e meditando le storie si arriva alla
scoperta di un vero funesto , che il Genere umano
il più delle volte sia stato ingiusto verso gli uomini
sommi. E penserei, che nel senso molesto di umi-
liazione troyar si dovesse il motivo, imperocché
tutto ciò eh9 è grande tormenta la gelosa umana
debolezza. Ma il tempo e la morte talvolta sovven-
gono di un rimedio , se la posterità nel volger degli
anni spenga la invidia e finalmente convinta , anzi
persuasa pronunci sentenza riparatrice, e senza a-
dulazione e riguardi, offra utile lezione alle città,,
agli stati , al genere umano. Trovai nelle patrie sto-
rie, che quel vero funesto pesava sulla memoria di
un sommo Imolese , del primo erudito filosofo del
secolo XIV , di Benvenuto Rambaldi ; e meschino
qual sono tentai di rompergli V indegno destino met-
11 INTORNO ALLA VITA ED OPERE
tendo sotto gli occhi de' moderni, la vita e le opere
di Lui nella lusinga di condurli ad armonizzare co'
miei sentimenti. Lungo, e faticoso pensiero! ma es-
sendomi durati volere, e salute, oggi posso compia-
cermi di avere aggiunta la fine. Il patrio decoro e
la speranza di volgere gli studi della gioventù ad uno
scopo migliore mi hanno sin qui rincuorato, e sor-
retto.
Benvenuto Rambaldi nacque in Imola città dello
Stato Pontificio nel 1306. Parla esso così della sua pa-
tria. (Commento al Canto 28 dell'Inferno di Dante)
— Imola fu nomata Foro di Cornelio perchè si fon-
» dò da Cornelio della famiglia di tal nome, e dalla
» quale trassero origine i famosissimi Scipioni. Nella
» cosmografia di Augusto si enumera fra le città fa-
» mose a testimonianza di Alberto Magno: città che
» quantunque piccola , spesse volte produsse grandi,
» e nobili ingegni. Ma parlando di patria farei so-
» spettare di troppo amore, e mi servirò invece delle
» parole del Maestro delle leggende. Sono gì1 1 mole si
» acuti d'ingegno, eloquenti nel dire , valorosi nel-
» Tarmi, per lo più audaci- Professano fede catto-
» lica. Si nomò Imola dall' immolare dopo convertita
* alla fede di Cristo , che imolo è greca parola di
» cui faeciam uso pregando a Dio, e ne1 giorni pon-
» tifìcali — Campagne fertili, ed aria salubre ne for-
mano il pregio. Dalla parte d'oriente, e mezzodì è
DI BENVENUTO RAMBALD1 III
bagnata dal Vatreno o Sanierno. Ora è capace den-
tro le mura di nove mila abitanti.
Il padre di Benvenuto (Comm. al C. XVI del Pa-
radiso) fu soprannomato — Magna Compagno— ma
fa de9 Rambaldi , al qual casato pertenne , e mandò
il figlio a Bologna, perchè alle scienze ed alle arti
attendesse. Ma nei dieci anni di studio in quel luogo
il giovanetto pose anzi tutto le cure nelle storie , e
tanto in esse avanzò , che Niccolò II d' Este gli com-
mise il Compendio storico delle vite de9 Cesari, quali
da Giulio Cesare insino a Wenceslao compendiò ,
dedicando quella fatica al principe che ne lo aveva
richiesto. Si vide per le stampe pubblicato sotto del
titolo — Famosissimi Oratoris Historiographi et Poe-
»t& Benvenuti de Rambaldis Libellus qui Augusta-
» lis dicitur continens sub compendio brevem de-
li scriptionem Àugustorum usque ad tempussuum.—
Libretto molto pregiato , se queir Enea Silvio Picco-
lomini, poscia Papa Pio II non isdegnò proseguirlo,
aggiungendo le vite di altri quattro Imperatori.
Lo stesso Benvenuto (nel Commento al Canto XV
del Paradiso) avvisa che il proprio genitore — din
» legit tara laudabili ter quam utiliter iuxta domum
» habitationis domina Cianghelke—Ed era costei una
fiorentina maritata in Imola a Lito degli Alidosi, fra-
tello dell'altro Alidosi, che tolse Imola ai Bolognesi.
L'apostolo Zeno assicura, che nel 1350 corse a Roma
IV - INTORNO ALIA VITA ED OPERE
pel Giubileo. Questo è il tutto de' particolari della
gioventù del Rambaldi.
Strinse poi amicizia caldissima coi due fulgi-
dissimi astri di quella età , dico Petrarca e Boccac-
cio, coi quali sempre poi mantenne commercio di
studi e di lettere dimestichevoli. Il perchè lo stesso
Petrarca nella undecima delle Senili pone V indi-
rizzo — ad Benvenutum Rhetorem Imolensem de Poe-
tis — Cui esso risponde , che spedirà alcune note, o
commenti per chiarire le Egloghe dello stesso Pe-
trarca , note scritte ad incitamento del Boccaccio, e
date in luce in Venezia per Simone Bevilacqua Pa-
vese nel 1563 con in fronte —Bucolicum Carmen
in duodecim Eglogas distinctum cum Commentario
Benvenuti viri clarissimi — In altra lettera avvisa del
pensiero d'illustrare pur anche le Pastorali del Boc-
caccio , ma s'ignora, se lo facesse giammai. Le note
hanno il pregio singolare di svelare i soggetti na-
scosti sotto ai finti nomi pastorali ; e non era facile
sotto il nome di Niobe sospettare, che il Petrarca a-
vesse inteso significare, dove Laura ebbe tomba. Il
chiarissimo Perticari nel volgarizzare la sesta pro-
dusse passo passo le chiose del Benvenuto, con che
mostrò in qual conto tenesse le fatiche delPImolese.
Ne9 suoi faticosi studi ebbe sottocchio — I detti
e fatti memorabili di Valerio Massimo — malamente
a parer suo commentati dal filosofo Dionigi , e ne
DI BENVENUTO RAMBALD1 V
concepì tanto sdegno , che si pose ad illustrare Va-
lerio, e scrisse opera colla quale chiarì Valerio, e nel
tempo stesso confutò gli errori di 'Dionigi. Il com-
mento , per quanto io mi sappia, non venne mai alla
luce per le stampe , ed il codice che lo contiene fu
trovato nella Biblioteca Comunale imolese nel 1851,
composto di 282 pagine in foglio ben conservato ,
a piedi del quale si legge in caratteri de9 primi anni
del secolo XV — Libri novem Valerti Maximi dieta-
» rum memorabiliwm et factorwm recollecti Magistri
» Benvenuti de Imola — Ma non saprei ben dire, se
per ignoranza o malvagità siano state rotte le pri-
me pagine , che contengono la illustrazione al pro-
logo , e metà del commento al capitolo — De cultu
Deorum — La grave jattura non toglie però che il
libro anche in tal maniera guasto e mutilato, debba
aversi per raro monumento di patrio decoro, impe-
rocché ad ogni detto , o fatto di Valerio si legge uno
speciale e rispettivo commento senza legame fra
loro. Così accresce il pregio della collezione degli
Scrittori imolesi , che il Conte Giovanni Codronchi
Àrgeli per tutta la sua vita cercò e scopri, e della
quale, con larghezza d'animo unitamente a pre-
gevoli medaglie , ha , son pochi anni, fatto dono alla
Patria , che nella Comunale Biblioteca gelosamente
la conserva.
Anche nella Comunale Biblioteca ferrarese e-
VI INTORNO ALLA VITA ED OPERE
siste un codice fra la collezione degli esteri N. 60
nel quale si legge il commento alla Farsaglia di Lu-
cano , e del quale parla lo Zaccaria nelP — /ferita-
licum — Il codice si compone di 141 carte in foglio
e termina così — e ocp&ci wu expositiones secmdum
» Benvenutum super Pharsaliam Lucani compilatas
» anno 1&86 In mezzo per altro a tante fatiche
di studi mostrò mai sempre un vivo trasporto per
Dante , e non è inverosimile, che visitasse lo stesso
Àllighierì in Ravenna negli ultimi momenti di vita,
egli giovanissimo di 15 in 16 anni, e da queir esule
venerando fosse incuorato agli studi della Divina
Commedia. Ed appena seppe, che l'amicissimo Boc-
caccio leggeva in Fiorenza la prima Cantica di Dante,
vi corse a tutta lena , e lo chiamò — diligentissimo
cultore del gran Poeta — bocca aurea — venerando
suo Maestro , quantunque nato dopo di lui. Le udite
lezioni gli avran cresciuto V animo di metter mano
al lavoro che meditava.
Il trasporto per Dante, il nome acquistato, la
stretta famigliarità coi primi eruditi filosofi del se-
colo, mossero la città di Bologna, smaniosa di e-
mulare Fiorenza a chiamare Benvenuto, perchè
leggesse Dante dalla Cattedra dell* Università. Fu
tale il concorso degli uditori , che non bastarono le
aule più capaci , e spesso fu forza che parlasse nelle
pubbliche piazze. Lo straordinario concorso era vo-
DI BENVENUTO RAM BALDI VII
luto dai tempi che correvano , oltre la celebrità di
chi leggeva ; imperocché Dante morto da poco tempo
aveva co9 suoi carmi mantenute le passioni bollenti,
ed in Bologna erano le stesse fazioni che in Fio-
renza: il governo della città licenzioso: il popolo ad
ogni moto concitabile : eredità di oltraggi e di ven-
dette : la fama o la infamia degli avi e nipoti perpe-
tuata nel Poema che si leggeva. Anche adesso , tolti
gl'interessi individuali, di famiglia, di patria, di
fazioni , e scorsi già cinque secoli , la lettura di Dante
imprime terrore. Aveva V Allighieri profondamente
meditato sulla Bibbia: aveva da lei tolta la forma
delle visioni, forma a quei tempi la più efficace, pò*
polare e quasi religiosa pel timore del finimondo;
forma resa italiana, chiamata dantesca equivalente
a sublime e che mette e metterà forse in avvenire
la disperazione di aggiungerla.
Dieci anni durarono le lezioni universitarie, e
certamente fino al 1376, njentre abbiamo dal Ti-
raboschi, che Benvenuto in detto anno avvisasse il
Cardinal Legato di un grave disordine universitario.
Da questa lettura ebbe origine il più ampio com-
mento della intera Divina Commedia , primo che
fosse compiuto, giacché il Boccaccio non lesse in
Fiorenza che parte della prima Cantica dell'Inferno.
Ad eccitamento poi del Petrarca ridusse a commen-
tario le stesse lezioni , come n& accerta Benvenuto
Vili INTORNO ALLA VITA ED OPERE
nella risposta alla undecima delle Senili così— Scias
» me anno prceterito extremam manum Commentario
» meis in Dantemprceceptorem meum imposuÌ8$e:mit-
» tam libi, ut fidelem fuero nactus ntmcium. — E qui
sorge spontaneo il ggave riflesso, che il Petrarca ,
tanto geloso dell'altrui fama, eccitasse Benvenuto
al Commento , e questi sottoponesse il difficile la-
voro al Petrarca medesimo giudice rigido e severo ,
il quale ritenne il solo Benvenuto capace di compir-
lo ! Ecco V origine di quel Commento, che Niccolò II
d'Este magnanimo proteggitele de' lette rati ricercò
dal Benvenuto , e che manoscritto si conserva con
tanto amore e quasi venerazione nella Estense Bi-
blioteca.
Per aver parte in quel tesoro chiese ed ottenne
un esemplare nel 1473 la Biblioteca Ambrosiana;
altro n' ebbe la Laurenziana: due la Barberiniana
l'uno intero, V altro della sola terza Cantica: uno
Ravenna ma soltanto creila Cantica delP Inferno. Il
commento però, quantunque avesse levato. un grido
universale , insino a9 nostri giorni non ebbe la in-
tera pubblicazione per le stampe. I critici per altro
e gli eruditi ad una voce consentirono e consentono,
che Benvenuto fosse il primo illustratore della Com-
media Dantesca, e meglio, di ogni altro avesse sa-
puto entrovedere nella mente dell' Allighieri. Ipo-
steri di fatto tolsero tutto da Benvenuto , ed appro-
DI BENVENUTO RAMBALDI IX
priandosi le di lui fatiche , si vergognarono poi di
confessarlo. Ingratamente tacendo , nulla di nuovo
aggiunsero negP innumerevoli commenti che veri-
ner di poi. E questa verità di confronto. Il celebre
Muratori nelle Antichità d' Italia è il solo che a viso
scoperto abbia falt'uso del Commento del Rambaldi,
e gran parte ne abbia pubblicato per le stampe ,
confessando avergli il Commento stesso molto gio-
vato per costumi antichi e storie locali , e che da
pochi altri scrittori aveva potuto ritrarre maggior
vantaggio nella sua laboriosissima raccolta delle
Antichità italiane.
Quasi un secolo dopo sortì per le stampe altro
commento di Dante , ma in lingua italiana edito nel
1477 per Vendelino da Spira di Venezia e tosto corse
voce che fosse opera di Benvenuto, tanto che ne'
primordi del Vocabolario della Crusca gli accade-
mici , correndo dietro ciecamente alle credenze dei
più, di molto se ne valsero. Ma in seguito, cresciuti
P amore e la sottilità del critico giudizio, insorse
dubbiezza, che il commento suddetto non fosse al-
trimenti di Benvenuto , ma invece di certo Jacopo
della Lana , oppure di un anonimo che avesse espi-
lata la eredità del Rambaldi, aggiungendo del prò-
«
prio molti errori, de'quali Benvenuto, e per morali
principii , e per là somma erudizione, e perla molta
filosofia splendienti in tutte le opere che lasciò non
X INTORNO ALLA VITA ED OPERE
si sarebbe potuto incolpare. Ogni dubbiezza poi sva-
nisce solchè si confronti l'edizione di Spira col co-
dice Estense , dal che per forza convien dedursi l'u-
no essere tutt' altra cosa dell'altro.
Se in tanto contrasto di opinioni potesse avere
qualche peso la mia , direi, che in ogni tempo si
tenne per autore Colui che vedevasi firmato nell'o-
pera , e più certamente se niun contemporaneo o
postero , o critico dopo lungo tempo non reclamò
di furto o di plagio. Non lasciò Benvenuto me-
moria alcuna di avere scrìtto Commento diverso
sopra l' Allighieri , di quello in fuori in lingua la-
tina che si conserva nella Estense Biblioteca. AlP in-
contro dell' indicato commento in lingua volgare
si avvisa per autore — Cristofaro BerarcU di Pesaro —
il quale nella edizione del Yendelino confessa bensì
d'essersi giovato delle fatiche dell' Iroolese inter-
pretando il testo dell'Allighi eri, ma non pertanto
aver egli data opera , ed essersi facto indegno corre-
dorè di Dante* Leggiamo altrettanto nel sonetto in
fine dell' edizione — Finita e lopra de l inclito e divo
Dante Meghieri fiorentin poeta — La cui anima san-
età alberga lieta — Nel del seren ove sempre il fia
vivo — D Imola Benvenuto mai fia privo — D etema
fama che sua mansueta — Lira opero commentando il
poeta — Per cui il teocto a noi e intellectivo — Confes-
sione ingenua è questa del Berardi di avere fatt'uso
DI BENVENUTO RAM BALDI XI
anche del Commento di Benvenuto, ma che il pro-
prio è tutt' altra cosa. — Cristo fai Berardi Pisaurense
detti — Opera e facto indegno correctore — Per quanto
intesi di quella i subbietti — Di Spiera Vendelin fu il
stampatore — Del mille quattrocento settata setti —
Correvan gli anni del nostro Signore.
Nella dedica a Can Grande della Scala Dante
scriveva : — A maggiore evidenza di quanto sarò per
» dire è a sapersi , che il senso di quest' opera non
» è semplice , anzi può dirsi di più sensi. Il primo
» senso è quello che risulta dalla lettera; il secondo
» ricavasi dalla cosa significata per la lettera* Let-
» terale dicesi l'uno, allegorico P altro. Il subbietto
» di tutta r opera considerato letteralmente è lo stato
» delle anime dopo la morte neir assoluta significa*
» zione del vocabolo, appunto perchè P intero pro-
» cesso delP opera concerne quello e tutto ciò che
* lo riguarda. Ove si consideri dal lato allegorico ,
* il soggetto del libro è P uomo secondo che meri-
» tando o demeritando in virtù del libero arbitrio
» sia disposto a ricevere il premio o la punizione
» della giustizia divina. — Dietro la quale apertissi-
ma manifestazione delP Allighieri , la maggiore dif-
ficoltà del commentatore consisteva nello scoprire
il vero senso allegorico ; e Benvenuto se ne aprì
e facilitò la strada corredando la lettera colla storia ,
mitologia, notizie individuali, locali, e patrie. In
XII INTORNO ALLA VITA £0 OPERE
tal modo rese facili e piani i più diffìcili ed intricati
passi della Commedia , e nel tempo stesso , unendo
il diletto air istruzione , offre agli studiosi un mezzo
d'erudirsi senza la minima fatica. A svelare poi il
senso allegorico molto giovarono a Benvenuto e la
quasi contemporaneità coirAUighieri, e la profonda
meditazione sulla politica de9 tempi danteschi , e
specialmente Pavere percorsi gli stessi studi del
Commentato. E Dante nel sacro Poema aveva in-
nestato tutto che di scienza sacra e profana sapevasi
a suoi dì, svolgendo le più alte e sottili quistioni
filosofiche e teologiche. Ebbe anche senno divina-
tore se discorse degli antipodi prima assai di Colom-
bo e Vespuccio: se prefigurò il sistema dell'attra-
zione qualche secolo prima di Newton. Se affermò
che tutti i gravi traggono al centro : se insegnò la
formazione delP iride, del fulmine, dell' ecclisse,
del flusso e riflusso del mare, dell'alone, delle stelle
cadenti , della via lattea , o galassia , del suono de-
gl' istrumenti , dell'origine dei fiumi, e tante altre
dottrine, od ipotesi che passarono famose nelle scuole
e si elevarono a sistemi, (molti facendosi belli di
essi) collo svolgere de' secoli. Il Commento di Ben-
venuto a tante divinazioni dell' Allighieri, quando
consuoni colle posteriori scoperte , assicura nel
Commentatore, una mente armonica con Dante, e
col di più che essendo della natura dell'estro poetico
DI BENVENUTO RAMBALD! XIII
spingere chi n' è invaso ad ardite divinatrici espres-
sioni, air opposto il Commentatore non può essere
agitato dal poetico fuoco, ma con fredda ragione
deve spiegare quelle azzardate espressioni divina-
trici. Arriva infine a persuaderci, che l'ÀUighieri
nella grand9 opera ebbe il solo nobilissimo scopo y
di volgere al bene la Nazione in cui era nato. Egli
fu il primo fattore dei tre perfezionamenti — econo-
mico — morale — politico. Ad ottenere lo scopo
suo signoreggiando le passioni allora predominanti
intraprese il gran viaggio pei tre regni , e si servì
di esso a palesare i passati, i presenti ed i futuri
destini della umanità.
V ardore d'indipendenza mise le armi in mano
degl'Italiani, ma produsse effetto contrario ai desi-
deri! di quel secolo , imperocché ogni città rivale
delP altre affidò la propria difesa al più potente; ma
costui una volta in possesso della forza ricusò di
spogliarsene , e bisognò, che un altro più potente di
lui ve lo astringesse. Così spesse volte una sola città
ebbe due padroni contemporanei , e non sapendo a
quale dei due obbedire, si divise in fazioni, donde
i Bianchi e Neri , Guelfi e Ghibellini , i quali nelle
guerre civili, mostrarono misto a violenza feroce
un ammirabil eroismo. Dante pertanto voleva tem-
perare quel disordinato ardore italiano e volgerlo
al grande suo scopo; nell'Inferno quindi ci dipinge
XIV INTORNO ALLA VITA ED OPERE
la natura umana di que' (empi violenta ma eroica.
Nel Purgatorio air incontro ci mostra la civiltà , le
lettere, le arti, le leggi, i bei costumi, le fease re-
gnanti. E non potendo arrivarsi il vero bene senza
Religione , come non s' incontra male peggiore di
una guasta , e corrotta , nel Paradiso ci descrive la
Chiesa de'tempi suoi. E questo il perno dell'allego-
ria dantesca.
In vista di tanta eccellenza di scopo, il Ben-
venuto ci determina a perdonargli le forti ed ardite
espressioni contro la Patria , alcuni Sovrani , e qual-
che Pontefice, perchè intese di colpire la disciplina
e non il dogma , la parte morale e non la metafi-
sica: perchè separò la santità impersonale della Pa-
tria, dell' Impero , della Chiesa dalla peccabilità
de' rappresentanti ; perchè V Allighieri fu credente
fervidissimo , anzi spesso rapito nelle speculazioni
teologiche insieme coi più dotti e santi Dottori ; per-
chè durante la intera vita ebbe ii più ardente desi-
derio di tornare in Fiorenza.
Benvenuto contemporaneo di Dante conobbe
de9 fatti e luoghi particolari, anzi ebbe commercio
con quei viventi , e non sono pochi nella Comme-
dia, le cui anime non pertanto si figurano già dan-
nate ai tormenti. Da lui quindi le storie singolari e
recondite, le biografie, che non potevano trarsi né
da storie né da cronache né da giornali di quo' tempi.
DI BBNVENUTO RAM BALDI XV
E se dal Petrarca e Boccaccio, che valgono essi soli
il giudizio di tutti gli altri , era salutato primo eru-
dito e filosofo del suo secolo, qual maraviglia se il
Commento della Divina Commedia sia pieno di sto-
rie , di filosofia , di mitologia non solo antiche, ma
di studi , di biografie , di costumi , e credenze de1
tempi suoi? Anche rispetto alla lingua volgare attese
a mostrarne la grazia , la proprietà , la eleganza , ed
il colore, doti nelle quali nessuno arriva l'AUighieri.
Palesa l'artifizio poetico, la novità de' pensieri, dei
modi di dire , dei trovati , dei partiti , delle pitture
di atteggiamento , del risalto alle più minute parti-
colarità di natura, che formano gli attributi del som-
mo e del genio*
Ma Dante aveva palesato P animo d' interpre-
tarsi da sé, e nel Convito scriveva così— Non in
lingua latina perchè non sarebbe serva conoscente
né obbediente di un poema in volgare. — Pure non
si può far colpa a Benvenuto di avere scritto il Com-
mento in lingua latina, imperocché PAUighieri com-
pose il gran poema di parole illustri tolte da molti
dialetti d'Italia e fuori d'Italia, e nel libro della
locuzione condannò coloro, che avessero usato di
un dialetto soltanto. La lingua volgare (siami per-
messo il dirlo) se non esclusivamente e primamente,
veniva per altro in gran parte ordinata e fondata
dalla Divina Commedia; ma era conosciuta meno
XVI INTORNO ALLA VITA ED OPERE
della latina in quei giorni universalmente parlata ,
quantunque storpiata, e senza quasi un' ombra della
sua originale formosità. Aggiungi, che la lingua la-
tina era la sola adoperata nelle lezioni universitarie
come più alla portata degli uditori da qualunque
luogo provenissero. Un ignoto non poteva quindi
schiarirsi con altro ignoto.
La condizione delle due lingue è adesso cam-
biata: la italiana è conosciuta universalmente e toc-
ca quasi la perfezione. L'uso della latina non è ora
voluto dal bisogno. A misura che la lingua vol-
gare si nobilitò e si estese, altrettanto la lingua
del Commento andò in disuso. Fu questo , io pen-
so, il motivo, per cui il Commento non ebbe
finora la intera pubblicazione per le stampe , sep-
pure noi furono la troppa mitologia , la filosofia
peripatetica, e qualche grammaticale delizia, pei
nuovi studi andata totalmente in abbandono. Tra-
scrisse però il Benvenuto molta parte del testo , ed
in tal modo aggiunse un pregio al lavoro e per la
ortografia di que' tempi, e per la più sicura e vera
lezione.
Per quante storie , ed archivi tanto patrii che
esteri siansi rifrustati non fu possibile trovare no-
tizia dove e quando Benvenuto sia morto , è dove
sepolto. In private memorie di alcuni Imolesi dicesi
mancato nel 1390, sotto di Wenceslao figlio di Carlo
DI BENVENUTO RAM BALDI XVII
IV ma l' asserzione è senza alcun documento. Così
furono somiglianti la sorte del Commentato e del
Commentatore. Quello scacciato dalla Patria morì
nelP esilio : questi ebbe dalla patria la più ingrata
dimenticanza.
Ma nel 1835 per generosa concessione della
Santa Memoria di Gregorio XVI fu restituita al suo
esercizio e prerogative l'accademia letteraria Imo-
lese, che s' intitola degP Industriosi , ed io al di so-
pra di ogni mio merito onorato dalla nomina di
Presidente fui per due volte confermato dalla sacra
Congregazione degli studi di Roma. E per rispon-
dere in qualche modo a tanto onore , pregai il Ma-
gistrato Imolese a nome della intera Accademia,
perchè assegnasse alcuni residui di pertinenza della
Comunale Biblioteca bastanti a pagare una copia
autentica del Commento di Benvenuto da estrarsi
dalla estense Biblioteca , giacché mi stava nel cuore
che dovesse in Imola più presto trovarsi che altro-
ve. Fu esaudita la inchiesta , e con benigno rescritto
di S. A. R. il Duca di Modena permessa la copia.
Ora (anno 1844) la Imolese Biblioteca possiede in-
tera la copia autentica del Commento di Benvenuto
sulle tre Cantiche Inferno — Purgatorio — e Para-
diso di Dante.
Motore di tanto acquisto alla Patria di Giovanni
ed Alessandro da Imola luminari di Giurisprudenza;
XVIII INTORNO ALLA VITA ED OPERE
d'Innocenzo Francucci tanto vicino nelle grazie al
gran Raffaello; di Yalsalva principe degli Anoto-
mici ; degli Alidosi , Yaini , Sassatelli e Della Volpe
gloriosissimi nelle armi; Preside di un Accademia
fondata da vari secoli, nobilitata dal Flaminio, dal
Canti , dallo Zappi , dallo Zampieri , onorata fra i
moderni da Monti , Pindemonti , Perticari , Cassi , e
Stracchi per tacer di tant' altri chiarissimi Italiani,
e stranieri, aveva pur debito di tentare, e di ren-
dere a Benvenuto quella testimonianza di onore,
che la Patria sua sin qui gli aveva mancato. Pensai
dapprima pubblicare per le stampe il Commento
come lo si ebbe dalla Estense Biblioteca , ma faceva
ostacolo la legge della proprietà letteraria , e senza
nuovo speciale permesso di S. A. non lo avrei né
voluto né potuto. Mi stava anche in mente, che la
lingua latina usata nel Commento, quella stessa
delle lezioni universitarie, s'era allora necessaria
per la intelligonza degli uditori , non fosse adesso
il miglior mezzo d'illustrazione , e servendomi delle
parole di Dante serva non conoscente né obbediente
di un poema in volgare. Pubblicandolo con una veste
di cinque secoli , non so quanto avrei giovato a pro-
pagare la cognizione del Commento stesso, ora che
la lingua Italiana è quasi universalmente cono-
sciuta.
Divisai perlanto di voltare , come sapeva , Tin-
DI BENVENUTO RAMBALDI XIX
tero Commento in Italiano , attenendomi nella pri-
ma Cantica più strettamente al testo, onde offrire un
esempio della forma d'insegnamento di que' gior-
ni: fui meno legato nelle altre due Cantiche, Tra-
scrissi uno dei testi più accreditati e moderni, por-
talo da Paolo Emiliani Giudici, perchè si potesse con-
frontarlo coir altro tratto tratto riportato dal Ben-
venuto , e dar giudizio sulle varianti. Coprendo
Popera con una veste più moderna, mi lusingai di
adescare , e renderla più nota alP universale , e
seguendo per quanto era in me lo scopo del gran
Poeta , travidi un raggio di speranza di sospingere
a meta più nobile gli studi di Letteratura moderna ,
mettendo sotto gli occhi di tutti le passate vicissi-
tudini dell' Italia e com' essa fosse non pertanto,
la iniziatrice di queir incivilimento che ora si pro-
paga nel mondo. Oh fosse pure che la pittura dei
tempi passati scuotesse la vergogna de' viventi , i
quali cessando dalle fatali divisioni , non guardas-
sero ad altro che a mantenersi nel vanto di primi
maestri! Pensai in fine di offrire argomento, che
sempre mai ho tentato di corrispondere alla fiducia
in me riposta, non indifferente o freddo alP invito
di patrio decoro, ed alla venerazione dovuta a miei
Concittadini , che seppero ben meritare della po-
sterità.
Giovanni Tambuiuni
INFERNO
INCOMINCIA IL COMMENTARIO
DEL MAESTRO BENVENUTO DA IMOLA SOPRA L' INFERNO DEL POETA
DANTE ALIGHIERI DI FIRENZE — IN PRIMA SI PONE
l/ EPITAFIO DI DANTE — POI LA ORIGINE DE* SIGNORI
MARCHESI D'ESTE.
EPITAFIO
Vivo scesi all' inferno e i pigri stagni,
E i dritti dell' impero , e i fortunati
Del ciel cantando insin che piacque al fato ;
Ma poiché la miglior parte a più lieta
Stanza volò seco P Autor recando
Felice abitatore in seno agli astri ,
Dante chiuso qui son , esul dolente
Dalla terra natal, nato in Firenze,
Madre gentil, a me d'amor matrigna.
ORIGINE DEGLI ESTENSI
Qui pur V eccelso Nicolò risplende
Di belle laudi , e di più accesa luce
Per la gloria degli avi , e origin chiara ,
Ma più per la virtù tè in se secura
Di tutti oltrepassar che han scettro in pugno ;
Tutti già vinse per clemenza , e in puri
Atti e costumi , e pari a lui non trova
La regal maestade ovunque il cerchi
Tra gì' italici duchi , e re possenti.
A testimonianza del filosofo la giocondissima arte poetica
fin dal primo esordire trasse sua origine da ciò che più nobile
si reputa nel mondo; coir opera della quale, o chiarissimo Prin-
cipe, si ottiene che la spenta virtù de' personaggi che furono
in rinomanza risorga ad eterna vita al suono della poetica
tromba per tutto il mondo celebrata : del ministero di cui han-
no in questi tempi <T uopo le gesta de' tuoi antenati , ornai per
à
h INTRODUZIONE
lungo correr cT anni giacenti e sepolte per penuria de' poeti,
i quali a nostri dì sono più rari della fenice, sebbene la fenice
quantunque unica, pure in queir unica regione a detta de'som-
mi sapienti si trova, nulla ostante che sia da noi sconosciuta,
laddove in questa età ovunque cerchi non si trova pur uno, e
postui, il dirò pure, se fosse valente, avrebbe in pronto am-
pia materia da celebrare, le gesta cioè de' tuoi maggiori. Ma
per compendiare il molto in poche parole ,
Azzone 1 inclito principe allorché visse, bellissimo di per-
sona, e per virtù d' animo eccellente tenne pel primo il prin-
cipato della città e territorio di Ferrara, protettore egregio
dell' antichissima Mantova, che die' culla a Virgilio, il più
chiaro tra i poeti latini ; che il reggimento di Verona sponta-
neamente al medesimo conferito, poscia violentemente, e con
frode strappatogli di mano, di giust' ira ardente, montato in
sella, ed accesa zuffa, sbaragliato il nemico, con non minor
prudenza che valore, la ripigliò, e là die' fine alle illustri im-
prese nel tempo stesso e alla vita.
Aldobrandino di lui primogenito, magnanimo giovanetto
meritossiil titolo del marchesato di Ancona, e trionfando dei
nemici della Chiesa fu spento sul più bel fiore di vita, ono-
rata fama di virtù, e pietà lasciando.
Azzone II figliuolo di quel primo Azzone, valoroso guer-
riero e di prudente accorgimento, difensore della romana
Chiesa, come lo fu della libertà romana quel divino Scipione,
vincitore di Annibale, domatore di Cartagine, e liberatore
d'Italia; dell'insolentissimo Federico secondo , che per ben
trent'anni travagliò la Chiesa romana, come nei tempi anti-
chi quel battagliero Annibale la repubblica romana , nel corso
di sedici anni a tutta possa assalendo, dopo le vittorie vinci-
tore anche più potente, in gran parte, abbattè la tremenda
INTRODUZIONE 5
possa e le armi orgogliose di quel principe Federico di cui
niun altro riè più forte né più temuto dopo Carlo Magno, resse
l' imperio. Né con minor valentia e prosperità quest' eccelso
Azzone vigorosamente fiaccò la sanguinolenta superbia di
Azerio Egerino alleato del memorato Federigo, il quale come
già un tempo il feroce Dionigi, con ogni genere di supplizi
straziò con crudeltà di carnefice la Marca Trivigiana, e strap-
patagli prima dall' ugne la potente Padova , e poscia prostrato
presso Adria il Serissimo tiranno, con esultanza di tutti i
buoni, il rinchiuse in una carcere di morte, ove la mal arri-
vata anima, se debbesi prestar fede a chi cel narra, rese al
suo padre dimonio, dalla cui razza si crede traesse origine,
acciocché da lui fosse eternalmente martoriata.
Opizzone 1 nato da Rinaldo figliuolo di Azzone secondo
morto nel carcere ove il chiuse Federigo secondo, la di cui
enorme potenza non potevano contenere i paesi della Ger-
mania, né comportare quelli d'Italia, indignando di racchiu-
dere il suo intrepido valore entro gli argini del Po ed i lidi
del mare Adriatico, sino a Reggio e Modena spinse la guerresca
possanza della sua spada, e d'amendue le città si fece padro-
ne. Spronò, e die ajuto all'amico Carlo I contro Manfredi fi-
gliuolo di Federico non men del padre avverso, ed infesto
alla Chiesa sino a riportarne un ben degno, e meritato trionfo.
Azzone 111 figliuolo del detto Azzone primo magnifiche
imprese gagliardamente operò; avido di gloria , sprezzator di
pecunia, la grassa Bologna, e la potente Parma in varie guer-
re mise in conquasso.
Aldobrandino egregio fratello di quest' Azzone terzo in-
generò queir inclito rampollo Rainaldo, il quale trasse Ferrara
dall' affamata gola dei galli, tingendo la mano. vendicatrice in
un mar di sangue, ed il suo fratello, di cui tu porti il nome,
6 INTRODUZIONE
molto bene affetto* ai valorosi, dalla prigionia di que' barbari
a viva forza strappò.
Generò anche Opizzone tuo padre potentissimo, e ma-
gnifico signore di Ferrara, di Modena, e Parma. Quantunque
però la illustre prosapia de' tuoi bisavoli di antica, ed insigne
generosa nobiltà risplenda, la di cui primordiale vetustà ri-
mane sepolta fra le tenebre de' tempi remoti , vien però an-
che con pienezza di gloria col parentado di re chiarissima;
di Roberto vale a dire, al tempo de' padri nostri, serenissi-
mo re di Sicilia, cui la costante opinione della maggior parte
decanta come il più sapiente dopo Salomone, e di Andrea re
dell' Ungheria, la di cui moglie Beatrice figliuola di quel pri-
mo Aldobrandino, veracemente beata, se pur la virtù eroica
può far qualcuna qui fra noi tale, donna di alti spiriti, in nulla
dalla paterna, ed avita nobiltà degenerante, nella morte del
vecchio re di lei marito, già di lui grossa, indossò, come al-
lora la urgenza delle circostanze la consigliava, abiti da uo-
mo, ed astutamente eludendo la vigile custodia del figliastro,
trapassò in Germania , onde più sicura, e più liberamente in
seno della paterna casa ricovrare.
Lascierò a parte i rescritti de' principi , i privilegi de' Pon-
tefici, coi quali nulla all'esimio splendore della tua prosa-
pia si accrebbe, e onde non abbia ad esporre più altre gesta
de' tuoi predecessori, degnissime tutte di celebrità, sebbene
la clemenza, e liberalità virtù proprie de' principi per quasi
naturai retaggio trasfuse, abbiano sempre fatta bella mostra
nelle famiglie degli Estensi, in te però amendue quelle virtù
con tutti i loro pregi si raccolsero, e nel tuo petto gittarono
saldissime, e profonde radici; trapasserò ancora le altre tutte,
la giustizia, la prudenza, la modestia, la costanza, che ne' pro-
speri eventi non imbaldanzisce, e non si abbatte negli avversi.
' INTRODUZIONE 7
Tu imprimesti forme alla tua fiorita età colla splendida indole
de' tuoi costumi: la robusta poi fu da illustri trofei celebrata,
e vittoriosa nella battaglia de' vizi gloriosamente pure trionfò,
avverando il presagio significato dal tuo nome, imperocché
Nicolò, come insegnano taluni, letteralmente interpretato si-
gnifica — vincitor commendevole — . Oh te dunque beato , la
cui grandezza dell' animo guiderdona i buoni, perdona sì so-
ventemente ai colpevoli, ed anche a coloro da' quali fosti a-
trocemente, ed intollerabilmente ingiuriato, e con tal genere
dì offese da essere anche da più clementi col piti severo rigor
castigate. La quale tua benignità e grandezza d' animo m' in-
coraggia a dire di te ciò che di Cesare dice Cicerone — niuna
di tutte le tue virtù è più grande della misericordia — . E da ciò
reputo, chiarissimo marchese, essere tu stato mosso a indur-
mi a svolgere i pensieri , e spiegare gì' involucri dellejmagini,
chiarendo le oscurità sotto il velame di varie figure, ed invi-
luppate ne' moltiplicai sensi nascosti di quello splendidissimo
sole, parlo di Dante, da' raggi del cui ingegno preceduto, ed
annunziato dal fulgore de' suoi meriti, tutto il nostro italiano
cielo ne va illuminato, e sereno. In esso poema si chiude
quanto si ha d'istorico, e poetico, naturale, e morale addot-
trinamento, le ardue cose, e le infime, gli antichi fatti, ed i
recenti, e qui, andando per le corte, le divine del pari, che
le umane cose. E ben mi avviso che diversi siano per discor-
rere cose diverse a seconda degli affetti dell' animo discor-
danti. Ma e che perciò? Chi mi obbliga a rispondere ai par-
lari di vulgari persone, quantunque mordenti, le quali non
arrestano di censurare con temerità stolta le opere de' letterati
anche i più eccellenti? A me basterà quietarmi al parere de 'più
esperti, e del tuo; imperocché avendomi tu prima amato che
conosciuto di volto, non posso da tuoi comandamenti andare
8 INTRODUZIONE
a ritroso. Non è poi neppure mio intendimento di ribattere in
■^ questo lavoro i detti, e pensamenti di tutti gli espositori; i
loro errori, ridicolaggini, falsità, o almeno alieni , e del tutto
impertinenti al fatto, e breve per mio costume, e riciso in
tutte cose, parrà forse talora che più del dovere mi tenga al
prolisso, e ne avrò perdono , non potendosi le molte, e grandi
cose in pochi versi spianare. Stenderò pertanto la mano tre-
mante ad un sì grandioso lavoro in nome della SSfha Trinità,
in tal guisa prendendo le mosse. — Incomincia l'esordio.
Come dirvi potrò condegnamente
Di quel divino negli studi eccelso
La cui virtute, e fama, alzando il grido,
Tutte parti invadendo il mondo han corso,
Dacché rabbia di parte fiorentina
Senza colpa lasciar l' amato nido
Un tanto egregio cittadino astrinse.
Costante ai colpi di fortuna, il crudo
Destin vincendo , in questo fortunoso
Misero esiglio ei visse, acerbe pene
Sopportando nell'anima straziata.
Degli uomini il padre, e degli Dei
Che tutto regge, e stringe arbitro in mano
Con eterno poter V aurato freno
Del mondo intero, ancor vivo conobbe;
E nel corso affannoso della vita
Gì' influssi delle stelle sulla terra ,
I secreti del ciel , qual mente gli astri
Guidi lassù divinamente intese
Col soccorso dell'arti, e dell'ingegno.
Nei fonti delle muse avidamente
Tutte succhiò, versando in petto, Tonde,
Di cui ripieno, ed ebro, il duro strazio
Che flagella i malvagi , e a qual salute
La pena stessa del fallir conduca ,
Qual grazia elevi sui beati scanni
Con volo ardimentoso in carmi espresse.
Non è del mio poter narrarvi il duolo
Dell'arti vedovate, e qual lamento
INTRODUZIONE 9
Sfogar le muse, e qual dirotto pianto ,
Allorché morte inesorata il tolse.
Ma la fama superstite alle genti,
Beucbè spento , il ricorda, e fìano eterni
Fra le laudi , e la gloria e il carme , e il nome.
Egli è un mare i nondatore, che perennemente, e a ri-
bocco da ogni parte sopperisce ai bisogni di chiunque a Lui
s'appressa: commentatore di Averroe sulla poetica di Aristo-
tile, imperocché per sentimento del filosofo nel secondo libro
della metafisica — meglio è saper poco di cose nobili, di quello
che molto delle ignobili — . Perlocchè dovendo io encomiare
il nobilissimo poeta, che illustrò gli altrui poemi per non dire
li superò , dalle parole del tema propostomi ne raccolgo bre-
vemente tre riflessi che mostrano, celebrano, ed esaltano la
gloria di queir acclamatissimo scrittore. Si è la prima T am-
mirabile profondità, secondamente la desiderabile utilità, la
terza l'ineffabile fecondità. Si accenna la prima nel riferito
testo allorché viene appellato un mare mondatore, la seconda
nel soggiungere che sopperisce ai bisogni di chiunque a lui
si appressa , la terza inferendone la perennità, e l' abbondanza.
É da notarsi intorno alla prima che nel poema del nostro
autore un'immensa, ed inesausta profondità si ritrova a segno
che Dante può a sé medesimo acconciare quel detto dell'Eccle-
siastico — penetrai nel profondo dell'abisso , e camminai in
mezzo ai flutti del mare — conciossiachè il poeta , contem-
plando con profonda e sottile meditazione le cose tutte cele-
sti, terrestri, ed infernali, tutte le descrive istoricamente, tro-
pologicamente, ed anagogicamente , ed a buon dritto al di lui
lavoro pieno di tutta sapienza , ed eloquenza puossi appro-
priare quel detto di Ugone da s. Vittore nel suo Disdacalicon
— qui veramente si trastullerà il fanciullo, qui verrà l'adulto
copiosamente educato, qui i Ginnosofistici trimali,qui i Dis-
10 INTRODUZIONE
dacilici, i Quadrimali, qui i Giurisprudenti , qui gli studiosi
di astronomia, qui finalmente è aperto il campo al coltivatore
di ogni scienza — . Si farà ciò agevolmente manifesto a chi-
unque contempli le forze poetiche, come ne fa testimonianza
Aristotile, imperocché ogni poetico discorso, o poema o è
lode, oppur vitupero, essendoché ogni nostra azione» e co-
stume non risguardi se non la virtù, o il vizio, onde il com-
mentatore di Averroe nello stesso luogo dice — le anime no-
bili e virtuose per suggerimento della stessa natura inventa-
rono in principio l'arte dei versi a fine di laudare, ed esaltare
le belle, ed onorate gesta. Le anime poi che così alta nobiltà
non aggiungevano, inventarono i versi per vituperare, e de-
testare le turpi, e disoneste azioni — e soggiunge — Sebbene
debba colui che si è prefisso nell'animo di detestare i mal-
vagi e le malvagità, approvar poi , e laudare le buone, e vir-
tuose azioni, niun altro poeta seppe mai laudare, o vitupe-
rare con più eccellenza, ed efficacia maggiore di quella , che
adoperò il perfettissimo poeta Dante : ornò di encomi la virtù,
ed i virtuosi: saettò di punture i vizi, ed i viziosi: del quale
può con ragione dirsi ciò, che è scritto ne' proverbi alCap. 12
— di tue parole ognuno si empirà — ed ugualmente quel detto
di Ovidio in lode di Virgilio principe de' poeti — tutto cantò
con divin carme il vate — .
La seconda considerazione che si accenna nel testo supe-
riormente recitato si è la utilità desiderabile, utilità soggiungo
io, moltiplice, utilità d' invenzioni, utilità di ammaestramento,
utilità di correggimento. Si prova dal filosofo nella sua poe-
tica P utilità di ammaestramento la dove dice sembrargli, che
due nell' uomo siano naturalmente state le cause della origine
della poesia. La prima cioè che fin dal suo primo nascere esi-
ste noli' uomo, la somiglianza di cosa a cosa , e la rappresen-
INTRODUZIONE 11
•
(azione della cosa per mezzo di un'altra, dilettandosi l'uomo
fra tutti gli animali in peculiar modo della somiglianza, e della
rappresentazione. L'altra causa poi si è il diletto che l'uomo
per naturale disposizione riceve dal metro, e dal suono: ne
argomenta quindi il filosofo — il diletto adunque che l'anima
in sé sperimenta dalla rappresentazione del metro, e dei suoni
si è la causa del ritrovamento dell'arte poetica.-—. Qui poi il
poeta acconciamente ha fatt' uso della rappresentazione e delle
imagini come si fa manifesto a chiunque prenda a scorrere
l' intero di lui poema , di maravigliose figure in ogni parte ar-
ricchito. L'utilità poi che l'accompagna, e che accenna Orazio
nella sua poetica
O bramati di giovare, ovver diletto
Nell'anima inspirar mirino i vati,
0 Insiem giocondi, ed utili alla vita
Propongano dettami : Quegli giunge
In cima a perfezion , che con bell'arie
All'util sappia mescere il giocondo.
Qui poi l'eccellentissimo poeta con arte tanto maravi-
gliosa seppe tessere insieme il diletto, e l'utilità, che non ti
verrà fatto di trovare in tutto quel poema che l' uno sia mai
dall'altro disgiunto. Di per sé medesima si dimostra la utilità
della correzione, attesoché leggiamo avere il Signor Iddio co-
mandato ai figliuoli d'Israele dispogliar gli egiziani dell'oro,
e dell'argento, dando con ciò morale ammonimento , che se
ci avvenga per sorte di trovar oro , ed argento di eloquenza
nelle opere de' poeti poterlo noi rivolgere in uso di salutevole
erudizione. Questo cristianissimo poeta Dante si adoperò di "
ridurre, e richiamare la poetica alla teologia, la quale per sé
medesima vi ha grande affinitele convenienza. E può di vero \
appellarsi la poesia una tal quale teologia intorno a Dio, es-
sendo stati, per testimonianza de' filosofi, primi i poeti a teo-
i
/ *
12 INTRODUZIONE
logizzare di Dio. Posso io quindi dire dell'Alighieri ciò che
dice Averroe di Aristotile — la natura lo ritrovò principe, e-
» maestro di quest'arte — e ciò basti intorno alla seconda. La
terza ed ultima — una ineffabile fertilità — imperocché l'arte
> poetica non viene in modo alcuno annoverata fra le liberali,
e con ragione, perchè sorpassandole, e tutte abbracciandole
in sé medesima con ismisurata eccellenza le vince. 11 perchè
+■ il moderno poeta Petrarca in certa sua epistola a me diretta.
— È un non so che di grande essere tra grandi cose, ma più
grande è talora esserne eccettuato, come dal numero dei
grandi cittadini viene eccettuato il potente — . Così non ab-
biamo inteso mai che la teologia, la filosofìa, e la medicina
vengan tra le arti liberali annoverate. Questa nobilissima fra
le scienze si degna di porre sua stanza principalmente nelle no-
bili menti : fu essa coltivata studiosissimamente da illustri prin-
cipi, da Giulio Cesare, Cesare Augusto, Tito Vespasiano,
Adriano, Scipione Affricano,dai sapientissimi Dottori s. Ago-
stino, s. Geronimo, s. Ambrogio, da chiarissimi filosofi Pla-
tone, Aristotile, Solone legislatore; perlochè Claudiano fio-
rentino poeta cantò
Gode virtù di unire a sé le Mu»e
Testimooie , e compagne : otterrà carmi
Chiunque fa cose a cantarsi degne.
Dirò pure concludendo sopra Dante quel passo dell' Ec-
clesiastico xix — egli a guisa di pioggia versa gli eloqui della
sapienza — e lo dirò con tutta verità, sul qual passo s. Ago-
stino nel libro vili della Città di Dio in principio — Dobbiamo
tener conferenze coi filosofi, il nome de' quali se si volta in
latino si deve interpretare — amore della sapienza — . Ora se
Iddio è la stessa sapienza, come l'autorità, e la verità lo ad-
dimostrano, ne conseguita che il vero filosofo è amatore di
INTRODUZIONE 15
Dio. Platone filosofo , e poeta dice nel Dialogo di Fedone — La
filosofia è la meditazione della morte — Insegna poi due es-
sere le morti, una della natura, imperocché l'uomo per natu-
rale destino suo muore, allorché P anima abbandona il corpo
sciolta dalla legge di natura: la seconda morte é quella della
virtù, allorché rimanendo l'anima ancora racchiusa nel corpo
ischiva la Corporale delizia, e le dolci insidie della cupidigia,
e di tutt' altre passioni si spoglia.
Questo vero filosofo, e poeta profondamente meditando
tal morte si adoprò di persuaderla alle menti degli uomini,
onde potessero agevolmente campar dalla morte, e più age-
volmente giungere alla vita eterna, come nel progresso del-
l' opera sarà manifesto , alla quale si degni chiamarci quel
Dio che è arbitro della vita, e della morte in eterno. Premesso
l'elogio, sodamente fondato, alla poetica del nostro poeta, pas-
ciamo adesso a dichiarare letteralmente il libro. E per mag-
giore chiarezza di evidenza ti mostrerò alcune cose esterna-
mente, quantunque più evidenti delle altre.
Ed è primieramente da investigare chi sia V autore del
libro: secondamente quale la materia: in terzo luogo quale il
proponimento: in quarto luogo quale la utilità: in quinto luo-
go a qual parte di filosofia appartenga: in sesto luogo quale
il titolo del libro.
Del primo dico essere autore Dante Alighieri poeta fioren-
tino, il quale viene indicato con molte parole — dal vocabolo
della propria denominazione è chiamato Dante, emeritamente
perchè il nome risponde alla sostanza. Fu appellato Dante
quasi che si da, o si dedica a molte cose, e veramente si ap-
plicò alla universalità delle cose, come apparirà nel corso di
quest'opera. E pose studio a tutte le scienze, e precipuamente
alla poesia la più dilettevole di tutte. Oppure fu appellato Dante
1 4 INTRODUZIONE
quasi — dans Iheu — che suona — Dante notizia di Dio, e
delle divine cose — imperocché essendosi nell'età sua più fre-
sca addottrinato nella filosofia naturale, e morale in Fiorenza,
Bologna, e Padova, sbandeggiato si applicò in età matura alla
teologia in Parigi, ove sali a tanta eccellenza, che da taluno
veniva salutato poeta, da altri filosofo, e da molti teologo.
Non vi fu poi alcun poeta, che si accingesse a descrivere poe-
ticamente, il Paradiso se non questo magnifico cantore, il
quale di sé medesimo protesta nel secondo canto del Paradiso.
L' acqua che io prendo giammai non si corse
Aldighieri poi è nome di cognazione. Scese Dante da
schiatta di generosi antenati, cioè degli Aldighieri nobili di
Ferrara come si dirà nel canto XV del Paradiso, in cui l' au-
tore introduce un nobile antico militare suo predecessore,
che così parla
Mia donna venne a me di Val di Pado
É poi manifesto essere Ferrara nella valle di Po. Gli Aldi-
ghieri discesero dagli Elisei , onde nello stesso luogo aggiunge
Moronte fu mio frate et Eliseo
E si dice ancora Dante Aldighieri quasi digerente alte co-
se, o le alte cose ponga in più beli' ordine degli altri poeti.
Non vi fu in niun tempo mai alcun poeta (e non si eccettua
alcuno) che avesse sì alta fantasia, o che abbia saputo, o po-
tuto ritrovare si nobile materia, in cui, con tanta eloquenza,
dar cognizione delle umane cose, e delle divine virtù, de' co-
stumi, degli atti umani, e di quanto può aversi nel mondo.
L' appellarlo poi come fanno certuni degli Aldighieri è fuor
d'uso, e quelli che lo dicono Alloghieri guastano affatto il co-
gnome.
Poeta è nome di professione, e come non vi ha nome più
raro di poeta così non ve n'ha altro più venerando, e più du-
INTRODUZIONE 15
revole. Gli altri studi si acquistano coir arte , ma la dottrina
poetica è ingenerata dalla stessa natura , e viene quasi da un
certo divino soffio inspirata, come dice Tullio — proArchia —
di lui precettore. Indizio, e quasi presagio di sì rara inspira-
zione fu in questo divino poeta che la di lui madre portandolo
nell'utero, non molto discosto dal parto, vide in sogno quale
esser doveva il frutto del suo ventre , quantunque alla mede-
sima allora, ed a tutti gli altri nascosto. Pareva adunque alla
nobile matrona di assidersi sotto un alto lauro in un verdis-
simo prato, ed in riva ad un fonte di acqua purissima, e qui
sembravate sgravarsi del portato, il quale in brevissimo lem-
pò, nutricato soltanto dalle bacche che cadevano, e dalla lim-
pidissima acqua della fontana, le appariva cangiato in pasto-
re, ed affaticarsi quanto più gli consentivano le forze di co-
gliere frondi dall'albero, del di cui frutto erasi nutricato, e
nello stesso sfogo cadere stramazzone per terra, e tosto in pie
levarsi trasmutato in pavone. Della quale visione, o sogno di
tanta maraviglia fu percossa quella signora , che le si ruppe
il sonno, e tutto si dileguò. A voler dare alcuna interpreta-
zione al sogno pare che dir si possa significare il lauro la me-
desima scienza poetica divinamente infusa nell' anima dell'au-
tore. Il prato poi coperto di verzura la stessa Fiorenza fiorita
ove egli ebbe i natali. Il limpido fonte la di lui splendida elo-
quenza. Che poi ad un tratto addivenisse pastore indica la ec-
cellenza del suo ingegno, e dottrina atta a pascere , e nutricare
gli animi di tutti , perchè non alimenta soltanto gli adulti , ma
i fanciulletti, e le femmine, e col diletto delle parole pasce i
più eccelsi intelletti. Perchè poi si affaticasse a carpir frondi,
manifesta il gran desiderio, che aveva di conseguire ghirlande
di alloro, e P essere caduto nelP atto di slanciarsi a carpirle
significa la caduta, e il risorgere che fa ogni uomo per morte.;
16 INTRODUZIONE
Che di pastore si trasformasse in pavone accenna il suo la-
voro, e la divina commedia, la quale acconciamente può as-
simigliarsi al pavone, imperocché la carne del pavone è odo-
rosa ed in certo modo incorruttibile, ed il senso di questo libro,
o vogliasi prendere alla corteccia, o sostanziosamente è odo-
rifero, vale a dire dilettevole, e contenente le verità semplici ,
ed incorrotte; le quali quanto più vengon discusse , e per così
dire contese, più tramandano incorruttibile odore di verità.
/Ha secondamente il pavone penne bellissime, delle quali è
tutto coperto, ed adorno; ha cent' occhi in quelle della coda;
del pari il pensiero, e sentimenti dell'autore sempre liberi, di
variopinti fiori, di cangianti colori si vestono, e si abbellano
distinti in cent' occhi, cioè cento canti, che il divino lavoro
compartono. Ha in terzo luogo il pavone piedi deformi, pigra,
e sguajata andatura; e così lo stile, di cui come sui piedi , si
puntella tutta la materia del lavoro, appare bensì deforme, se
si guarda il material suono delle parole vulgari, quantunque
nel suo genere sia tra tutti bellissimo, e più confacente al gu-
sto ed ingegno de' moderni. Ovveramente possono appellarsi
piedi deformi i versi in volgare idioma, coi quali come sui
piedi cammina, e si sostiene lo stile, e che ponno apparir
turpi posti in confronto de' letterati , onde l'andatura pigra,
e stentata mostra la umiltà , e bassezza dello stile , che neces-
sariamente usar si debbe nella commedia, come fra poco di-
chiareremo.
Ha per ultimo il pavone una voce orribilmente rauca, e
quella dell'autore, sebbene appaja soave pel suono delle pa-
role, pure aspramente tuona nelle sentenze, e quando ram-
pogna i vizi con tremenda acerbezza , e più ancora perchè il
suono di quelle parole spesso giunge amarissimo all'animo di
coloro, che intende martellare. Perla qual cosa orrendamente
INTRODUZIONE 17
grida la voce di Dante allorché sclama sdegnato — Ahi serva
Italia — ed allora che gridò — o avarizia — e così nelle molte
esclamazioni, e rampogne generali e peculiari. Acconcia-
mente adunque colui che era stato in vita pastore generò
dopo morte un pavone, cioè produsse un bellissimo lavoro.
Fiorentino esprime la propria nazione: l'argomento si
prende da Fiorenza sua patria; secondo P allusione della pa-
rola fiorentissima fra tutte le altre città germinò al mondo
questo fiore che produsse tanto saporito frutto , sebbene ei
non P abbia conosciuto , ma soltanto desiderato per sé mede-
simo allorquando era nel fiorir degli anni , della fortuna , e
delle dignità. Siccome quest' illustre poeta nell' XI canto del
Paradiso chiama il beato Francesco — sole — , ed il luogo
della di lui origine — oriente — , così io con tutta ragione
chiamerò lo stesso Dante il sole, il quale ai moderni tempi
raggiò sugli occhi di coloro, che camminavano fra le tenebre
dell'ignoranza della facoltà poetica, e Fiorenza l'oriente, che
schiuse dal suo grembo questo splendidissimo sole al mondo.
Nacque pertanto lo splendore italiano nella ricordata sua
patria in tempo di vacanza del romano impero per la morte
di Federico 11 imperadore de'romani nell'anno della SSrna In-
carnazione del re dell' universo [1265] sedendo nella romana
cattedra il Papa Urbano IV. E ciò basti intorno all' autore.
La materia, ossia il soggetto di questo libro si è lo stato
dell'anima umana ed allorché è unita al corpo, ed allora
pure che vi è separata. É a tutti manifesto essere di tre sorta,
come l'autore forma tre parti di tutta l'opera. Talora l'anima
è avvolta in peccato, e così mentre vive nel corpo è già morta
moralmente, e così pure è morta nell' inferno essenzialmente
se ostinata, e non risanata sen muore.
Sonovi anime, che risanano dai vizj , e mentre son
Rambaldi — VoL i, 2
1 8 INTRODUZIONE
congiunte ai corpi vivono in un purgatorio morale, cioè in
attualità di penitenza , nel quale purgano i loro peccati ; dis-
giunte poscia dal corpo trovansi nel purgatorio essenziale.
Non mancano in terzo luogo anime abitualmente in virtù per-
fetta, e così vivendo nel corpo trovansi come in Paradiso, per-
chè in seno ad una certa felicità per quanto è possibile al-
l' uomo in questa vita piena di miserie. Uscite poi dal corpo
dopo morte vengon locate nel Paradiso celeste, ove godon del-
l' intuizione di Dio , nella quale consiste la vera , e compiuta
felicità. Alcuni descrissero l'inferno moralmente soltanto come
gli antichi poeti, vogliam dire Virgilio , e<T Omerer-pefcfiè
tutti i supplizi che da essi si fingono trovarsi nelT inferno si
veggono in questo mondo viziato , che può appellarsi l' in-
ferno de' viventi. Altri poi descrissero 1' inferno essenzialmente,
cioè come debb' essere ed è veramente; i maestri in divinità,
ed i santi dottori ; ora però Dante poeta cristianissimo descrisse
V inferno, calcando amendue i sentieri, ed or parlando del-
l' inferno morale, ora dell'essenziale, come si verrà mostrando.
Né vale il dire, come taluno, essere la materia del libro comme-
dia, imperocché tutta la materia è salute. E come si direbbe ma-
lamente che la materia di Virgilio sia tragedia, quella di Ora-
zio satira, quella di Ovidio commedia , così nel proponimento
dell'autore non si mira, che al bene. Egli tenta di render buoni
gli uomini, e col timore delle pene, e col premio ai meriti ,
in tal modo volgendoli alla virtù, giusta la sentenza di Orazio
— Per amor di virtù stati saldi i buoni — E timor del sup-
plizio i tristi affretta — É dunque suo intendimento trafig-
gere i vizi con gravissime pene, e di onorare la virtù di al-
tissimo guiderdone, essendo tutto procacciarsi una perpetua
gloria , ed al sommo desiderevole la conoscenza della umana
felicità, e sebbene siano moltissimi i peculiari vantaggi, pure
INTRODUZIONE 19
tolti sono per questa, e tutti vanno a terminare e far capo in
questa.
Il libro abbraccia tutte le parti della filosofia, e prima-
mente P etica in quanto tratta degli atti umani , come de' vizi
e delle virtù; secondamente la metafisica, cioè la teologia in
quanto tratta di Dio, e delle sostanze separate dai corpi, os-
sia degli angeli, e talora la fisica, allorché intromette cose
naturali; ma prima e più principalmente comprende l'etica
copie si vede apertamente. Ecco il testo del libro.
INCOMINCIA LA PRIMA CANTICA
DELLA COMMEDIA DI DANTE ALIGHIERI POETA FIORENTINO
NELLA QUALE TRATTA DELL' INFERNO.
Si accenna in questo libro primieramente l'ordine, ossia
la causa formale prima; ne vien poscia la seconda, nel che
conviene osservare essere doppia la forma di questo libro, la
forma cioè del trattato , e la forma e modo di trattare. La for-
ma del trattato è la composizione ritmica , adorna della soa-
vità dell' eloquenza , e condita colla gravità delle sentenze. La
forma poi del trattare si è il modo di agire, e l' ordine che
osserva, il quale anch'esso è moltiplice, vale a dire defini-
tivo, divisivo, probante, rimprocciante , ed esemplificativo. É
definitivo perchè dichiara e definisce sé medesimo, definisce
la fede, la speranza, ed altre cose non poche: è divisivo per-
chè divide e distingue l' Inferno coi circoli , il Purgatorio coi
gradi o scaglioni, il Paradiso colle sfere, e così molte altre
cose: probante perchè spesso appoggia con ragione ed argo-
menti i suoi detti: rimprocciante perchè spesso rimprovera e
confuta i detti altrui, come manifestamente in molti luoghi
s'incontra: finalmente esemplificativo per molti esempli, e si-
militudini sparse per tutto il poema.
20 INTRODUZIONE
Si noma acconciamente cantica, imperocché nella Sacra
Scrittura vari libri di Salomone vengono detti cantico dei can-
tici per la incomparabile eccellenza, e così questo libro in poe-
sia, essendo proprio di qualsiasi poeta il canto, e questo più
dolcemente e dilettevolmente canta di qualunque altro. Si tocca
poi anche nel titolo lo stile poetico.
E qui è da notarsi che lo stile è di tre generi. 1° la tra-
gedia 2° la satira 3° la commedia. Lo stile della tragedia è
alto ed altero: tratta di cose memorande ed orrende: muta-
mento di regni, distruzione di città, zuffe, guerre, morte di
regnanti, stragi, uccisioni, ed altri vasti disertamenti ! Quei
poeti che descrivono simili avvenimenti si son appellati tra-
gedi o tragici — Omero — Virgilio — Euripide — Stazio —
Simonide — Ennio ed «altri. Lo stile della satira è mezzano
e temperato perchè tratta della virtù e de* vizi, e quelli che
ne scrivono appellatisi satiri o satirici, e rampognano i vizi
— Orazio — Giovenale — Persio. Lo stile poi della commedia
è basso ed umile, trattandosi con questo le cose volgari, le
utili operazioni della campagna, de' campagnoli, plebei, o
vili persone, ed i poeti che l'usano si chiamano commedi o
comici — Plauto — Terenzio — Ovidio. Come il libro contiene
ogni parte della filosofia, del pari comprende ogni parte della
poetica, e se vogliasi sottilmente andar frugando qui si tro-
verebbe tragedia, satira, e commedia: la tragedia nel descri-
vere le gesta de' pontefici, principi, re, baroni ed altri ma-
gnati, e nobili, come si vede per tutto il libro: la satira la
quale serve alla rampogna, perchè maravigliosamente, e con
inlrepidità sgrida ogni genia de' vizi, né risparmia la dignità,
il potere, o la nobiltà di alcuno, e perciò si potrebbe intito-
lare più presto satira, che tragedia. La commedia, però se-
condo Isidoro incomincia da cose triste, e va a sciogliersi in
INTRODUZIONE 21
cose allegre, e così questo libro, che incomincia dall' inferno
e va a terminare col paradiso, ossia colla essenza della cosa
divina. Ma apporrai forse, o lettore, perchè vuoi tu ora dare
nuovo battesimo ad un libro, che il suo proprio autore no-
minò commedia? Ed io rispondo, che volle P autore chiamar
piuttosto quel libro commedia per lo stile infimo, e volgare,
il quale veramente è umile in confronto dell'erudito, quan-
tunque sia nel suo genere sublime, ed eccellente.
Si tocca poi nel titolo la causa efficiente col dire — di
Dante Alighieri--, e la materia, dicendo, in cui si tratta del-
l' inferno, ossia la causa materiale, ed il subbietto del primo
libro.
Premessi a più chiaro intendimento questi preamboli,
passiamo adesso alla divisione del libro. Considera P autore
essere di tre sorta la vita degli uomini la deliziosi 2a de'
penitenti 3a de' virtuosi. Divise quindi il suo lavoro in tre
parti — Inferno — Purgatorio — e Paradiso. — NelP inferno
tratta della punizione de' malvagi; nel purgatorio della con-
versione de' penitenti; nel paradiso del premio de' virtuosi.
Ciascuno de' quai libri si divide in canti, e così si appellano
per la consonanza dei ritmi, e ciascun canto è chiuso, e con-
dotto con ritmo.
Questo primo libro si divide in due parti principali, cioè
in proemio, e trattato. Il proemio contiene due capitoli, nel
primo de' quali l'autore propone; nel secondo invoca, nel
terzo poi incomincia il trattato. 11 primo capitolo può divi-
dersi in quattro parti generali, nella prima delle quali l'au-
tore descrive una visione, nella quale finge di essersi egli ri-
trovato in una selva; nella seconda mostra come giungesse in
un monte — ma poiché fui ; — nella terza mostra come vo-
lendo egli salire su quel monte gli si fecero incontro tre fiere
À
22 INTRODUZIONE
infeste ed ostinate a contrastargli il cammino — Ecco quasi; —
nella quarta mostra in qua! maniera un uomo gli venne in-
contro per ajutarlo — et te convien — . E ciascuna di dette
parti ha varie particelle uguali, che spiegherò ad una ad una.
Per ciò che risguarda la prima parte generale dico che
l'autore descrive la sua visione, e primamente tocca in qual
tempo gli apparve , cioè nel mezzo corso della vita umana.
Ma prima che discenda a chiarire il testo letterale è d' uopo
osservare, che il nostro autore finge di avere avuta questa vi-
sione maravigliosa, e salutevole nel 1300, e cioè nell'anno
r del giubileo, nel quale era promulgata generale indulgenza
dei peccati. Poteva pertanto P autore con buone ragioni spe-
rare e la propria conversione, ed il felice compimento del suo
lavoro. Descrive poi questa sua visione distintamente secondo
i tempi , la quale però aveva avuta tutta intera in un tempo
solo, come Mosè descrive la Genesi, e s. Giovanni l'Apoca-
lisse. Ciò sia detto a chiarir molti punti, che sembrerebbero
oscuri senza questo riflesso. L'autore però descrive molti fatti
accaduti dopo quel tempo, e spesse volte dopo molt'anni, e
cioè come profeta sembra che presagisca i futuri avvenimenti ,
quantunque sapesse che erano già accaduti allorché ne scrisse;
ma finge di averli preveduti in quella sua visione nel modo
sopra indicato, e li scrisse poscia in diversi tempi *.
1 L'Epitafio sul sepolcro di Dante fu steso daGiovanni di Virgilio bo-
lognese contemporaneo, ed amico dell'Alighieri, come avvisa Benve-
nuto nel commento al canto XXX del Paradiso, ed è il seguente.
Jura monarchia?, Superos, phlegetonta, lacusque
Lustrando cecini voluerunt fata quousque :
Sed quia pars cessit , melioribus hospita castri s
Auctoremque suum felicior astris ,
Hic claudor Danles patriis extorris ab oris
Quem genuit parvi Florentia mater Amoris.
CANTO I.
TESTO MODERNO
Nel mezzo del cammin di nostra vita
Mi ritrovai per una selva oscura,
Che la diritta via era smarrita: 5
Ahi quanto a dir qual era, è cosa dura,
Questa selva selvaggia ed aspra e forte
Che nel pensier rinnova la paura ! 6
Tanto è amara che poco è più morte:
Ma per trattar del ben, ch'i' vi trovai,
Dirò dell' altre cose, eh' io v' ho scorte. 9
P non so ben ridir, com'i' v'entrai
Tanto era pien di sonno in su quel punto,
Che la verace via abbandonai. 12
Ma poi ch'io fui appiè d'un colle giunto,
Là ove terminava quella valle,
Che m'avea di paura il cor compunto; 15
Guardai in alto, e vidi le sue spalle
Vestite già de' raggi del pianeta ,
Che mena dritto altrui per ogni calle. 18
Allor fu la paura un poco quota,
Che nel lago del cor m'era durata
La notte ch'i' passai con tanta pietà. 21
24 INFERNO
E come quei, che con lena affannata
Uscito fuor del pelago alla riva,
Si volge all'acqua perigliosa, e guata; 24
Cosi l'animo mio che ancor fuggiva
Si volse indietro a rimirar lo passo
Che non lasciò giammai persona viva. 27
Poi ch'ebbi riposato il corpo lasso,
Ripresi via per la piaggia diserta ,
Sì che il pie fermo sempre era il più basso. • 30
Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta,
Una lonza leggiera e presta molto ,
Che di pel maculato era coperta. 33
E non mi si partia dinanzi al volto;
Anzi impediva tanto il mio cammino,
Ch'i' fui per ritornar più volte vòlto. 36
Temp'era dal principio del mattino,
E '1 Sol montava in su con quelle stelle,
Ch'eran con lui, quando l'Amor divino 39
Mosse da prima quelle cose belle;
Sì eh' a bene sperar m' era cagione
Di quella fera alla gaietta pelle, 42
L' ora del tempo e la dolce stagione :
Ma non sì, che paura non mi desse
La vista, che m'apparve, d'un leone. 45
Questi parea, che contro me venesse
Con la test' alta e con rabbiosa fame,
Sì che parea che l'aèr ne tremesse: 48
Ed una lupa, che di tutte brame
Sembiava carca nella sua magrezza,
E molte genti fé' già viver grame. 51
Questa mi porse tanto di gravezza
CANTO 1. 25
Con la paura, eh' liscia di sua vista
Gli' i' perdei la speranza dell' altezza. 54
E quale è quei, che volentieri acquista,
E giunge 'l tempo, che perder lo face,
Che'n tutti i suoi pensier piange e s'attrista; 57
Tal mi fece la bestia senza pace,
Che, venendomi incontro , a poco a poco
Mi ripingeva là, dove il sol tace. 60
Mentre ch'io rovinava in basso loco,
Dinanzi agli occhi mi si fu offerto,
Chi per lungo silenzio parea fioco. 63
Quando vidi costui nel gran diserto,
Miserere di me, gridai a lui,
Qual che tu sii, od ombra, od uomo certo. 66
Risposemi: non uom; uomo già fui;
E li parenti miei furon Lombardi,
E Mantovani per patria ambedui. 69
Nacqui sub Julio , ancor che fosse lardi ,
E vissi a Roma , sotto il buon Augusto,
Al tempo degli Dei falsi e bugiardi. 72
Poeta fui, e cantai di quel giusto
Figliuol d' Anchise , che venne da Troja,
Poiché '1 superbo Ilion fu combusto. 75
Ma tu perchè ritorni a tanta noia?
Perchè non sali il dilettoso monte
Ch'è principio e cagion di tutta gioia? 78
Or se' tu quel Virgilio, e quella fonte,
Che spande di parlar sì largo fiume?
Risposi lui con vergognosa fronte. 81
0 degli altri poeti onore e lume,
Vagliami il lungo studio, e '1 grande amore,
26 INFERNO
Che m' han fatto cercar lo tuo volume. 84
Tu se' lo mio maestro, e '1 mio autore:
Tu se' solo colui , da cui io tolsi
Lo bello stile che m' ha fatto onore. 87
Vedi la bestia, per cu' io mi volsi:
Aiutami da lei, famoso saggio,
Ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi. 90
A te convien tenere altro viaggio ,
Rispose, poi che lagrimar mi vide,
Se vuoi campar d'esto loco selvaggio; 93
Che questa bestia, per la qual tu gride
Non lascia altrui passar per la sua via
Ma tanto lo'mpedisce, che l'uccide: 96
Ed ha natura sì malvagia e ria ,
Che mai non empie la bramosa voglia
E dopo il pasto ha più fame che pria. 99
Molti son gli animali, a cui s'ammoglia,
E più saranno ancora, infin che '1 veltro
Verrà, che la farà morir di doglia. 102
Questi non ciberà terra né peltro ,
Ma sapienza e amore e virtute,
E sua nazion sarà tra Feltro e Feltro. 105
Di quell'umile Italia fia salute,
Per cui morì la vergine Camilla ,
Eurialo, e Turno, e Niso di ferute. 108
Questi la caccerà per ogni villa,
Finché l'avrà rimessa nell'inferno,
Là onde invidia prima di parti Ila. 1 1 1
Ond'io per lo tuo me' penso e discerno,
Che tu mi segui; ed io sarò tua guida,
E trarrotti di qui per luogo eterno, H*
CANTO I. 27
Ove udirai le disperate strida,
Vederai gli antichi spiriti dolenti ,
Che la seconda morte ciascun grida. 117
E vederai color che son contenti
Nel fuoco, perchè speran di venire
Quando che sia, alle beate genti; 120
Alle qua' poi, se tu vorrai salire
Anima fia a ciò di me più degna;
Con lei ti lascerò nel mio partire: 123
Che quello 'mperador, che lassù regna,
Perch' i' fui ribellante alla sua legge,
Non vuol che 'n sua città per me si vegna. 126
In tutte parti impera, e quivi regge:
Quivi è la sua cittade, e V alto seggio:
0 felice colui cu' ivi elegge! 129
Ed io a lui: poeta, i'ti richieggio
Per quello Iddio, che tu non conoscesti
Acciocch' io fugga questo male e peggio, 132
Che tu mi meni là dov' or dicesti ,
Sì eh' io vegga la porta di San Pietro ,
E color che tu fai cotanto mesti.
Allor si mosse, ed io li tenni dietro. 136
*
COMMENTO DI BENVENUTO
Nel mezzo del cammin di nostra vita. Ma quale è il mezzo
della vita nostra? Dicono alcuni essere il sonno, ed Aristo-
tile nel primo dell' etica afferma, che in nulla differiscono i
felici dai miseri nel tempo del sonno che è la metà della vita,
e chiama quindi il sonno detta metà. Sembra che Dante espri-
ma avere avuta la visione in sogno, ma ciò nulla monta, per-
28 INFERNO
che al dire del glossatore di Aristotile, in quel luogo per sonno
intende la quiete. Non è poi vero che P uomo dorma la metà
della vita. Altri ritengono che la metà della nostra vita sia la
notte, avendo noi tanta durazione di tenebre quanta di luce.
Ed il nostro autore ebbe la visione di notte tempo, imperoc-
ché le visioni , ed i leggeri fantasmi appariscono per lo più
nella notte, allorché V anima più si concentra in sé medesi-
ma, e più è dalle cure temporali disgiunta, e sciolta: è allora
che la ragione discorre, considera come abbia consumato il
suo tempo, in quali faccende, e per qual fine. Ma sebbene
i tutto ciò sia vero, non è però questo l'intendimento dell'au-
tore, perchè chiaramente poco dopo descrive il tempo degli
anni di sua vita, nel quale imprese questo lavoro. Sembra
ancora potersi dire essere la età di trent' anni, perchè secon-
do Aristotile nel libro II della politica, gli anni degli uomini
comunemente sono sessanta. — Sostengono altri essere la età
di trentatrè anni, perchè Cristo preziosissimo nostro Reden-
tore non visse che trentatrè anni , e per testimonianza dell'A-
postolo tutti risorgeranno in quella età, in cui è morto Cristo:
di ciò però non è da far molto conto, perchè per autorità del
filosofo quelle cose che poco differiscono fra loro si considera
che differiscano un bel nulla. Ma la verità si è che l' autore
con quel mezzo del cammin intende trentacinque anni, come
egli stesso lo attesta in altro luogo. E chiama un simile tempo
il mezzo della vita, e molto bene, sendochè è molto proba-
bile che l'uomo sia in augmento sino all'età di anni trentacin-
que, stazionario poi negli altri trentacinque, senza diletto
ne' successivi anni. E ciò si conferma coli' autorità del Pro-
feta che dice — in essi gli anni giungeranno ai settanta, e se
sopraviveranno sino agli ottanta, e più, non patiranno che
fatica, e dolore. — Che poi il preteso tempo fosse la metà
CANTO I. 29
della vita è manifesto, perchè V autore die mano al lavoro di
anni trentacinque se bene guardi all' epoca del suo nascimen-
to, come si è stabilito di sopra, se l'autore incominciò nel
Ì300 come egli medesimo lo scrive nel Canto XXI dell' inferno.
mi ritrovai per una selva scura. — Questa selva è lo stato
mondano vizioso, il quale per metafora si appella selva. Rin-
vengonsi nella selva diversità di alberi, e così in questo mon-
do vi ha grande, e svariata moltitudine d' uomini, e di ani-
mali. Per la qual cosa Persio
Degli uomini la specie, e vario appare
Delle cose il color , e l' uso ; ognuno
Vive da sé, né si frammischia altrui.
Ed essendo la selva luogo pieno d'insidie, e ricettacolo di
fiere, che in diverse foggie si avventano agli uomini , così que-
sta vita deserta ha con sé l'infuriare de' vizi a rovina dell' a-
nima, e del corpo. La chiama oscura per la ignoranza, e pei
peccati che acciecano, oscurano, e si acquattano fra le tene-
bre. Secondo Pevangelo — chi male opera odia la luce — Che
la dricta via era smarrita. E veramente la via della virtù è
diritta, e rettamente conduce l'uomo alla felicità. Smarrita
poi non già perduta, imperocché sebbene fosse in quella età
vizioso potea però condursi alla diritta via della virtù.
Disponi poi le parole in ordinanza così — Io Dante mi
ritrovai per una selva oscura, nelle tenebre de' vizi , nel mez-
zo del cammino di nostra vita, cioè nel mezzo del corso della
vita umana, ed eccone la cagione — perchè la diritta via,
quella vuo' dire della virtù , che per diritto calle conduce
l'uomo alla parte superiore, era smarrita temporalmente hay
quanto Dante intende significare primamente quanto ciò sia
faticoso, e malagevole a farsi; quindi esclama hay quanto e
dura cosa dir qual era questa selva di vizi. In molti testi si
30 INFERNO
trovano guaste le parole e quanto e dire che non possono
stare in modo alcuno, giacché non potrebbesi mai letteral-
mente costruire, e tutto il discorso rimarrebbe sospeso, ed
anche queir e non avrebbe proposizione da congiungere. Pe-
rocché deve necessariamente dirsi — ah — oppure ahi , come
di chi esclama, che ha tanta forza in lingua fiorentina, ed é un
avverbio di maraviglia, e dolore. — silva selvagia aspra e
forte Eppure la via de' vizi appare piana e liscia, e dilettevole,
come si può conoscere per induzione scorrendo ciascun vizio.
Dilettevole la superbia, che superbire significa andar sopra
degli altri , e pel diletto che ha seco soventi volte il fratello
uccide il fratello, ed il figliuolo arriva a scannare il genitore.
L' invidia conseguita la superbia, come la figliuola va per le
peste della madre al dire di s. Agostino. L' ira arreca tanto
diletto, che Aristotile afferma aver detto Omero essere P ira
più dolce del mele che stilla, essendo P appetito della vendet-
ta. L' avarizia ha la dolcezza nel guadagno che non permette
a chi travaglia venir mai meno. Diletta P accidia essendo dolce
riposarsi senza travaglio secondo Aristotile nelP etica. La lus-
suria, e la gola piacevolissime come nel canto sesto. Ma ad
onta di tutto questo risponderai che la strada de' vizi dolce in
principio ha un fine amarissimo, all'opposto della strada della
virtù, che nel pensier rinova la paura. Chi pecca temer deve
il giudizio di Dio, e la giustizia del mondo, oltre il rimordi-
mento della coscienza, la infamia, il mutamento di fortuna,
ed altri mali. Dice pertanto assai bene che sente rinnovarsi la
paura nel cuore. Disponi le parole così — ahi quanto è cosa
dura a dire quale era questa selva selvaggia , che rinnova nel
pensiero la paura. — La memoria de' vizi è amara a colui, che
se ne ritragge tanto e amara e la paragona alla morte e questa
selva e tanto amara che poco e più morte. La via de' vizi è la
CANTO 1. 31
morte dell' anima , e la morte dell' anima è più dannosa che
quella del corpo; sembra dunque che avesse dovuto dir più
presto, che assai è men morte. La morte dell'anima intanto può
dirsi meno amara, perchè col timore può l' uomo ricondursi
sulla strada della virtù sintantoché vive la vita corporale nel
mondo, che dopo la morte del corpo non vi è più luogo a pen-
timento, ma diro di l altre cose eh' i vi o scorte cioè che vidi
in quella selva di vizi, e de' supplizi de* viziosi, ma per trat-
tar del ben eh ivi trovai. Quantunque abbia detto che cote-
sta selva sia tanto amara, pure dirò di quelle cose che in essa
vidi, onde accennare il bene che vi rinvenni, ma qual bene?
Rispondono alcuni, le altre virtù, ed i beni morali che si tro-
vano in mezzo ai vizi del mondo, come la rosa fra le spine. Tu
però dirai meglio , che il bene che qui si trova è di molte sorta,
imperocché volgendo l'occhio, e ponendo mente ai vizi, e loro
supplizj appare certa la punizione de' malvagi, e la emenda
dei molti, oltre la perfezione de' buoni. La pena rispetto a
giustizia è per sé stessa buona come virtù, io non so. Dante
qui fa la figura detta antipofora , cioè risponde ad una do-
manda tacitamente — perchè adunque ti mettevi in questa
selva, se la conoscevi tanto amara? Dante ripiglia di non sa-
perlo, perchè era pieno di sonno allorché vi entrò.
Che cosa è il sonno? Può prendersi in tre aspetti: e se-
condo Platone l' anima creata ab eterno scende giù dalle stelle
ad informare il proprio corpo tosto che sia debitamente orga-
nizzato nell'utero della donna: allora l'anima si dimentica di
tutto quanto prima sapeva, perchè fornita di tutte cognizioni ,
e tale dimenticanza può appellarsi sonno. — É parere di Ari-
stotile, che l'anima appena creata sia come tavola raschiata,
e levigata senza nessuna scultura , o dipintura. Ecco perchè
Dante nel Purgatorio dice / anima semplicetta che sa nulla
32 INFERNO
così ignorante, com'è, può chiamarsi in islato di sonno. —
S. Agostino, ed altri teologi opinano che l'anima sia creata da
Dio all'istante, ed infusa nel corpo quando è compita nel-
l'atto del turpe congiungimento de' sessi. Perciò il profeta-Io
fui concepito nella iniquità — Al nostro proposito Dante vuol
dire — non cercherò in qual modo vi entrai , perchè tutti na-
scono in mezzo ai mali, anzi prima di nascere ci troviamo fra
le tenebre dell'ignoranza e del peccato, e quindi non posso
rammentare il mio primo por piede in questa selva. Io non so
ben ridir com' io v' entrai perchè tanto era pieno del sonno
dell' ignoranza a quel punto , nel tempo dell' adolescenza che
nel qual punto la verace via abbandonai abbandonai la via
della virtù che è la vera, e sola conduce alla patria verace.
L' uomo sui primordi della vita cammina avvolto nel sonno
dell'ignoranza, e del peccato, dalla nascita sino al tempo
dell' adolescenza, ma non è capace di merito, o di demerito,
non avendo spedito l' uso del libero arbitrio : col sopravve-
nire però del tempo dell' adolescenza egli s' imbatterà nel bi-
vio, ed è allora che più sovrasta il pericolo di piegare a sini-
stra piuttosto che a destra. Più facilmente poi propende alla
sinistra colui che usato ai sensuali dilettamenti colla ragione
assopita, abbandona la dritta via della virtù, e va svugolan-
do pei dirupamenti de' vizi. Perlochè ottimamente dice l' au-
tore non saper egli ridire in qual modo entrasse in quella selva,
tanto era pieno di sonno allorché lasciò la diritta, e vera stra-
da. Ciò però a non pochi addiviene se pure coli' opportuno,
e misericordioso aiuto della divina grazia non si prescelga la
via dritta, come si favoleggia di Ercole secondo Tullio nel li-
bro degli Uffici, e racconta Livio di Scipione Affricano.
Ma poi eh' io fui seconda parte generale. Dante dopo
aver errato lungamente nella selva giunge ad una montagna,
CANTO 1. 33
che vide investita, e splendente de' raggi solari. La monta-
gna significa la virtù, che posta in alto conduce l'uomo al
cielo, come la valle giacente in basso, e che mena air Inferno
rappresenta il vizio. Il monte è prossimano al cielo, e con-
seguentemente a Dio, e la valle più vicina al centro della
terra, e quindi all' Inferno che ivi si dilaga, ma poi che io
fui a pie di un eolle giunto alle falde di una montagna , la
dove terminava quella valle, imperocché la valle tocca col
suo confine il piede della montagna, così il vizio senz'altro
frapponimene) si accosta al confine della virtù, direttamente,
ed immediatamente: vizio, e virtù sono tra loro opposti, che
m avea di paura il cor compuncto. Niuna cosa intimorisce
l'uomo, ed abbatte l'anima al pari del rimordimento della
coscienza, guardai in aito. Fino allora aveva tenuti gli occhi
fissi su queste basse cose sensuali, e temporanee, e perla
prima volta imprendeva a levar su la testa contemplando l'al-
tezza delle cose virtuose, ed eterne, e vidi le sue spalle cioè
l'ertezza , e dirittura della montagna, perchè questo monte
era alto, e posto a picco sino al cielo, come più alla distesa
si dirà nel Purgatorio. E sotto nome di spalle, che sono di-
ritte, significa la rigidezza di cotesto monte, e ne accenna la
lucidezza col vestite già di raggio di pianeta illuminate dai
raggi del sole. Siccome colui, che cammina per valle bassa
per buona pezza non vede splendere il sole , ma allorché si
va avvicinando al monte tosto incomincia a vederlo , così il
nostro Dante aveva in questa selva lungamente camminato fra
le tenebre de' vizi. Ora poi incominciava a salire alla luce
della virtù, significando con ciò, che la virtù risplende, e
rende l'uomo illustre. Per quel sole poi si deve moralmente
intendere il sole della giustizia , cioè Iddio, coi raggi della cui
grazia la montagna, cioè l'ardua virtù viene illuminata, e niuna
Rambaldi — Voi. 1. 3
34 INFERNO
virtù perfetta può risplendere nell' uomo , se non lo investe
Iddio colla sua luce che mena altrui dritto per ogni calle
pel sentiero di virtù , e per la strada idei viver bene. Nel se-
colo, e nella religione, nell'attiva vita, e nella contemplativa,
in pace ed in guerra, nella infermità ed in salute, nella opu-
lenza, e nella povertà, in qualunque grado adunque, stato, e
fortuna nella quale l' uomo si trovi , quel sole il conduce di-
rettamente alla beatanza. allor fu la paura un pocho que-
ta — che nel lago del cor m era durata che provai nel pro-
fondo del core la notte chiama notte tutto quel tempo, in cui
fu invescato ne' vizi , eh io passai con tanta pietà con tanta
passione. Ragionevolmente st menomò il timore per la for-
tuna , e piccola speranza di scampare dalla selva, avendo al-
cun poco cominciato a conoscere lo splendore della virtù.
Et come Dante descrive la disposizione dell'anima sua , che
gli era derivata da quella quiete, e così con bellissimo pa-
ragone vuol dire ricisamente quanto gli accadde nella quiete,
come ad un naufragato che con molt' ansia, e pericolo, affer-
rato il lido , si volge a tergo , e guata 1' onda perigliosa. Co-
struisci le parole così e l animo che ancor fugiva perchè
tuttora si adoperava di fuggire dai vizi si volse indretro verso
la selva a rimirar lo passo la via, o sentiero de' vizi che non
passo già mai persona viva. In due maniere può interpretarsi
il testo. Primamente coloro che passano per la via de' vizi
muojono spiritualmente, perchè l'anima peccatrice sarà dan-
nata a morte, ed allora quel passaggio de' vizi non permise
che sortisse persona viva, se prima non l'aveva spiritualmente
uccisa: allora la persona viva sta per apponimeli to al verbo.
L'altra spiegazione si è che niun vivente al mondo potè mai in-
teramente scansare la via de' vizi, e far a meno di non cammi-
nare per la medesima, che sette volte alla giornata cade il giù-
CANTO I. 35
sto almeno venialmente. Ed allora si spiega, che quel passo
non lasciò giammai persona viva, in quanto che chi entra nel
mondo comunemente pecca , ad eccezione della B. V. e di
Gesù Cristo. La persona viva allora sta in luogo di supposto,
e debbe porsi prima del verbo. Così come quei naufrago che
uscito fuor del pelago alla riva con lena affannata somma,
e perigliosa fatica si volge a l acqua periculosa ai flutti pe-
rigliosi del mare e guata guarda il pericolo di morte in cui
si trovò. Propria comparazione! Come colui fuggito da nau-
fragio, e pallido, spaventato, e quasi morto giunge al lido,
si volge indietro, e guarda il corso pericolo, così Dante il
quale era scampato dal mare amarissimo del mondo, con mol-
ta fatica era giunto sulla strada della virtù, guardava indie-
tro al manifesto pericolo della morte dell' anima, incoi stette
per tanto tempo — Ahi misero, ed infelice! Che mai facesti
per lo spazio di trentacinque anni? Ti sei perduto in amori
insani , in vanissimi onori.
Poicli ebbi Dopo quella quietatone, rincorato alcun
poco, tentò la salita. del monte come viaggiatore, che scorsa
lunga, ed aspra valle, e giunto a pie di altissimo monte, si
riposa alle falde, e, preso alquanto di quiete, si rimette in
cammino, e Dante aveva errato per la selva de1 vizi, e bra-
mando tentare il monte, quietò prima, e si mise poi a salire
poi ripresi via tornai nel cammino non per la selva, ma per
una piaggia deserta , pochi essendo quelli che battono la dif-
ficile strada della virtù, sì che l pie fermo sempre era l più
basso quando taluno ascende , la parte inferiore è natural-
mente quella sulla quale si ferma, e poggia il corpo dell'ascen-
di tore, e quindi il piede più basso era il pie fermo. Moral-
mente parlando il piede inferiore significa l'amore, che lo in-
vitava, e traeva alle parti basse, e terrene, amore fermo, e
56 INFERNO
più forte in lui che non fosse il piede superiore, ossia la ten-
denza al cielo. L'amore è quel piede col quale l'anima sale,
e perciò nel Purgatorio l anima non va con altro pede. I piedi
significano le affezioni anche secondo s. Agostino, e l'infe-
riore è l'affetto delle basse cose, ancora fermo nell' animo di
Dante. Né riterrai , come alcuni ignoranti , che il piede più
basso indichi la umiltà tendente a conversione, perchè Dante
mira soltanto a meditare sui vizi nell'Inferno: nel Purgatorio
volendo lavarli ricorrerà all'umiltà, che qui non doveva tro-
varsi si che l pie fermo sempre era l più basso e ciò feci
poich'ebbi riposato il corpo lasso da quella stanchezza. Per
lassezza di corpo Dante intende la quietazione, e fessitudine
d'animo la più occulta.
Ed eccho quasi terza parte generale. A Dante che ascen-
deva si fecero incontro tre fiere, la lonza, il leone, e la lupa.
Ma che fiera è la lonza? Tre sono gli animali che hanno la
pelle screziata, la lince, o linceo, che volgarmente appellasi
lupo cerviero, il pardo, e la pantera. Per lonza Dante può in-
tendere la lince, ossia la lussuria. Virgilio descrivendo l'a-
bito di Venere dice — succinta faretra coperta di macchiata
pelle di lince — e così fa intendere che la lussuria consiste
principalmente nella pelle, ed apparenza esteriore. Boezio nel
3° parlando dell' esterna bellezza — Se gli uomini si guar-
dassero cogli occhi di lince, il bellissimo corpo di Alcibiade
sembrerebbe turpissimo — Alcibiade ateniese fu inclito ca-
pitano, gran filosofo, di corpo bellissimo, secondo Valerio,
Giustino, s. Girolamo, ed altri molti, sebbene alcuni igno-
ranti vogliano, che fosse una celebre meretrice. Per lonza
può intendersi il pardo naturalmente lussurioso, ed ha pelle
variamente macchiata come la lince. Omero descrivendo Pa-
ride vestilo di pelle di pardo insegna, che Paride era lussu-
CANTO I* 57
rioso. Aristotile nel 2° dell' etica dice che Elena moveva a con-
cupiscenza tutti che la guardavano, e perciò anche i vecchi
trojan! fuggivano dal di lei cospetto. Dessa, viste le rughe del
proprio viso, rideva poi di coloro, che l'avevano amata,
come scrive Ovidio — de arte amandi , — ed insegna che
nella pelle primamente consiste la causa di lussuria. Il pardo,
se ghermisce altra fiera ne sugge il sangue del pari che la
donna libidinosa : sfugge il pardo ogni vista quando si pasce,
e del pari la donna si nasconde di qualunque pasto tu parli.
— I custodi del pardo gli porgono quindi il cibo voltata in
dietro la faccia — . In ultimo il pardo sembra famigliarizzarsi,
ed addomesticarsi , ma spesso torna alla prima fierezza, tradi-
sce, e vince l'uomo nella frode. Si può per lonza intendere
anche la pantera la quale ha un alito così odoroso, che at-
trae gli altri animali, quando per cibarsi intenda sbranarli.
La mia opinione per altro è, che Dante in questo luogo abbia
inteso piuttosto del pardo, che di altro animale, giacché le
proprietà del pardo sembrano più convenire a lussuria, ed
anche perchè tale vocabolo — fiorentino — sembra più pre-
sto significare pardo, che altra fiera: mentre un giorno si fa-
ceva vedere un pardo per la città di Firenze, correndo i ra-
gazzi gridavano — vedi la lonza — vedi la lonza — come mi
raccontava il soavissimo Boccaccio da Certaldo.
Altri stoltamente pensano che Dante alluda a vanagloria,
e non san essi che la lussuria è il primo de' vizi , e che primo
invade l'uomo, come lo provò lo stesso autore che contava
solo nove anni quando fu preso d'amore per Beatrice. La va-
nagloria d'altronde è più tarda , ed è figlia della superbia,
che Dante qui rappresenta sotto di altro animale. E la vanaglo-
ria non potrebbe annoverarsi fra i peccati mortali, se nell'In-
ferno dantesco non viene inai castigata. Dante, è chiaro abba-
38 INFERRO
stanza, che avea avuta di mira la lussuria colla lonza, e nell' In-
ferno canto 16 così dice prender la lonza alla pelle dipinta
cioè col diletto sensuale, et eccho quasi al cominciar de l erta
quando cominciava a salire ima lonza leggera e presta molto
niun vizio è più veloce della lussuria , che al solo passaggio
avvelena cogli occhi. L'amore, dai poeti si finge colle ali che
del pel maculato era coperta di pelo variamente colorato,
e non mi si tollea dinanzi al volto. Dante invero fu preso da
questo solo vizio, più che da tutti gli altri insieme anzi im-
pediva tanto che più volte volto richiamavalo alla valle:
Dante era novizzo, e costei spesse volte rese retrogradi anche
gli uomini più perfetti. S. Agostino dice, che gli uomini ad-
divenuti quasi angeli furono scacciati da faccie pericolose.
Finge Dante che tre fiere gli uscissero incontro, perchè tre
sono principalmente i vizi degli uomini ne' diversi stadi di
vita ; lussuria nell1 adolescenza , superbia nella gioventù , ava-
rizia nella vecchiaja.
Tempo era Tempo della visione di Dante , che essendo
buono gli dava speranza di superar quelle fiere. Il sole si al-
zava, ed è allora che si fanno i veri sogni, perchè la dige-
stione è perfetta, svaniti i fumi, la mente sobria. Quasi voglia
dir Dante — non credeva spregevole il mio sogno, comecché
proveniente dalla crapula, o da ebbrezza fisica: procedeva
da meditazione di mente sobria, ne' crepuscoli, o principio di
luce. Cominciava la primavera, e così argomentò. In tal tempo
il sommo Iddio fu propizio alle creature, ed al mondo, se in
un istante li creò, istrumenti naturali, ed organi all'ordine
del creato. E se il cielo era in simile disposizione, sembra
che Dio per sua clemenza illuminar volesse la mente di Dante.
Gli astrologi , e teologi dicono , che Dio pose subito il sole in
ariete, nel qual segno per noi arriva primavera. Quando poi
CANTO I. 39
il sole entra in ariete tocca l'equinozio, e porta stagione tem-
perata. Questo adunque è tempo propizio di dar mano a qual-
che opera,, eh e crescerà e prospererà, e l sol montava in
su con quelle stelle il sole ascendeva col segno di ariete com-
posto di molte stelle, eh eran con lui quando l amor divino
Iddio con bontà e benignità mosse dapprima quelle cose
bèlle i cieli, le stelle, e tutto il creato. — Mosse — Da prima
infatti non si movevano, contro l'opinione di Aristotile che
pretende che il moto sia eterno, si che dalla disposizione del
tempo trae speranza di vincere la lonza, o lussuria siche
l ora del tempo la mattina e la dolce stagione il dilettoso
tempo di primavera m era cagione a ben sperare la gajetta
pelle di quella fera mi dava cagione di bene sperare la sere-
•
ziata pelle di quella fiera , ossia traeva argomento di frenare
ed estinguere la lussuria gajetta perchè le vaghe donne chia-
matisi gaie: anche dal sopra detto si ha certezza che V au-
tore parla di lussuria, e non di vanagloria. Il tempo gli dà
motivo a bene sperare, perchè le facoltà allora sono più so-
brie, e sciolte, quindi più al caso di vincere la concupiscenza ,
e frenar le passioni.
Alcuni ritengono che in questo passo Dante esponga il
falso. La primavera gli dava speranza di vincere la lussuria,
locchè è contrario al fatto, ed all'esperienza, imperocché al-
lora gli animali , e vegetabili sono incitati a lussuria. Ma Dante
argomentò cosi — Se nel tempo in cui gli uomini sono natu-
ralmente disposti a lussuria io tentava di reprimerla , e con-
culcarla, aveva dunque ragione a bene sperare. Ovvero — ora
è ancor tempo, l'età ancor robusta: verrà l'età della fred-
dezza, verrà la vecchiaja , e quando fossi domato da essa non
avrei merito nella vittoria. Quinto Curzio sostiene, che se
Alessandro Magno fosse più oltre vissuto, la età avrebbe vinta
40 INFERNO
l'ira, e l'ebbrezza, terribili vizi in lui fino dall'adolescenza. E
si poti che Dante non dice che quel tempo gli facesse vin-
cere la lussuria, ma solo che lo faceva bene sperare, e la
speranza risguarda il futuro.
Ma non Seconda fiera che gli venne incontro, il leone
che significa la superbia. Il leone col solo ruggito spaventa le
altre fiere, e le istupidisce. Aristotile dice di Achille freme
come leone. Anche Lucano somiglia Cesare ad un leone.
Quantunque Dante superiormente dicesse di avere con-
cepita speranza di vincer la lonza, pure gli mancò all'incon-
tro della seconda fiera, che mettendogli timore risguardava
il male futuro ma non si che paura non mi desse— la vista
che m apparve d un leone il solo aspetto del superbo spa-
venta. Questi il leone parea che contro me venesse con la
test alta il superbo incede con alta testa cum rabbiosa fame
il superbo appetisce tutto, e tutto vuol sottomettere si che pa-
rea che l aer ne temesse per aer intende più specialmente gli
uomini alti, e sapienti , ovvero — non solo i maggiori, ma
anche i minori temono la superbia del potente. Ed anch'esso
Dante fu superbo , perchè nobile, ed i nobili lo sono per lo
più, e perchè scienziato locchè produce troppo alta coscienza
di sé. Dante confessa la sua superbia nel Purgatorio canto 13.
Et una lupa terza fiera — lupa od avarizia posta nell'ul-
timo perchè al giungere della vicchiaja , se cessano gli altri
vizi, l'avarizia ringiovanisce. Ottimamente l'autore figura
l'avarizia nella lupa, vorace, rapace, insaziabile, et una lupa
mi apparve che sembrava carcha gravata dal peso delle cure
di tutte brame d'insaziabile cupidità, ne la sua magrezza
perchè quanto più ha, tanto è più avida di avere secondo il
detto di Giovenale — cresce l'amor del denaro quanto cre-
sce lo stesso denaro — motte genti fé già viver grame genti
CANTO I. il
innumerabili per non dire infinite. E senza sforzo di argomen-
tazione tutto di vediamo moltissimi vivere miseramente, e
tristissimamente, e più miseramente morire, questa mi porse.
L'autore intende esprimere che sopra le altre fiere gli fu in-
festa la lupa questa la lupa mi porse tanto di gravezza —
con la paura che uscia di sua vista — eh io perdei la spe-
ranza de l altezza disperai di più arrivare alla cima del
monte della virtù. Se Dante non cercava, o gettava le ric-
chezze, temeva cadere nell'inopia, e mendicità, e quindi
nella derisione. Giovenale accenna che — niun' altra cosa è
più dura, né più dure cose ha in sé della povertà, se questa
sola basta a rendere gli uomini ridicoli, e spregevoli — Sten-
dendo il povero la mano sente l'oppressione del rossore; non
la stendendo si consuma , e muore nella miseria.
Et quale il mercatante per mira di guadagno scorre i mari
e la terra, sprezzando gli assassini, i pirati , gli scogli, e se
vien colto da fortuna contraria piange il suo stato, le gettate
spese, fatiche, e pericoli, e scorato abbandona l'incominciata
intrapresa; così Dante dolente di avere invano gettate e cure,
e vigilie, perduta ogni speranza per l'incontro di quella fiera,
abbandonava l' incominciato cammino, e tornava inverso la
valle e la bestia senza pace l'avarizia inquieta mi fece tale
quale quel che volentera acquista il mercatante e giunge il
tempo che perder li face il guadagno sperato in tutti sui pen-
sier piange e s attrista— venendomi incontro apocho a pò-
cho mi ripingeva dove l sol tace alla valle dove il sole non
isplende. Dante la temeva perchè aveva moglie, figli, beni
confiscati, e non avea guadagno di sorta.
Mentre eh io quarta parte generale. Comparve a Dante
un certo che sotto figura di nube. Era questi Virgilio poeta,
ossia la ragione naturale, ehe prese per guida nell'Inferno,
42 INFERNO
e nel Purgatorio. Allorché per altro giunse al Paradiso la ra-
gione naturale gli mancò, perchè nel Paradiso ha luogo sola
la scienza soprannaturale infusa da Dio, cioè la teologia. Que-
sta sola osservazione basti a giustificar Dante di aver preso
Virgilio a guida per l'Inferno, e pel Purgatorio, benché non
l'avesse conosciuto in vita, e benché Virgilio fosse pagano, e
come tale posto nelP inferno. La ragione naturale, per mezzo
delle scienze naturali , è certamente bastante a conoscere le
virtù, ed i vizi, i premi ed i castighi, de' quali moralmente
si tratta in questi due libri. Nel Purgatorio poi dovendo l'au-
tore trattare di oggetti non pertinenti alla ragione naturale in-
vita Stazio poeta cristiano ad accompagnarlo.
Alla lettera. Finge Dante che un tale gli si presentasse,
quale sembrava rauco per lungo silenzio. Ma perchè rauco?
Per molte ragioni, perchè stette lungo tempo senza gli organi
della voce , ed i poeti chiamano conseguentemente i luoghi
inferni — regni del silenzio. — Perchè a traverso di molti se-
coli non vi era stato cantore più sublime di Virgilio, e di più
alta materia. — Perchè la ragione naturale che Virgilio rap-
presenta rare volte parla. Dante fin allora era stato rauco:
aveva scritto pochi sonetti, e canzoni in gioventù, de' quali
vergognavasi in età matura. Virgilio poi in gioventù ebbe
difficoltà di pronunciazione come scrive Donato che pareo,
fioco afone per longo silentio diuturna taciturnità essendo
stato per 1300 anni senza loquela si fue offerto si presentò di-
nanzi agli occhi miei dì mio intelletto mentre eh io minava
correva precipitosamente in basso loco nella valle de9 vizi.
Gridai a lui io Dante gridai a Virgilio miserere di me
qual che tu se qualunque tu sia abbi pietà di me o ombra o
sii morto o homo certo od ancora in vita, quando vidi costui
il predetto Virgilio nel gran diserto nel monte che Dante
CANTO 1. 43
chiama deserto perchè la virtù è alta, difficile, e quasi derelitta.
Rispuosemi non sono più un uomo, ma un ombra, homo
già fui generato da uomo e li parenti miei padre Figolo, e
madre Maja — furo lombardi della lombardia, che da Tul-
lio si tiene pel fiore d'Italia, e che una volta si disse Gallia
Cisalpina. I lombardi da prima longobardi ritennero la prima
denominazione sincopata e ambedue mantoani per patria
Mantova è nobile città della lombardia antica, fertile, magni-
fica come si dirà nel canto 10 del Paradiso. Nacqui sub Ju-
lio e sembra falso perchè Virgilio per verità nacque sotto
Pompeo Magno, e Marco Crasso consoli, nel qual tempo Ce-
sare era privato , né per anche stato console , od imperatore:
e la data si traeva dai consoli. Ma io risponderò facendo ri-
flettere che queste parole non vengono dalla bocca di Dante,
ma bensì da Virgilio, il quale con esse vuol dar lodi allo
stesso Cesare, come le diede nell'Eneide coi versi
Di questa gente, e della Giulia stirpe
Che da quel primo Giulio il Dome ha preso
Cesare nascerà, di cui P impero
E la gloria fia tal , che per conGne
L'uno avrà V Oceano, e Paltra il cielo.
Similmente nelle buccoliche, piangendo la indegna morte
di Cesare, si sforza di lodare Augusto. Virgilio ama piuttosto
di trarre la origine da Cesare privato di quello che dal conso-
lato degli altri, nacqui sub /ulto incominciai a fiorire non
istarebbe, perchè Virgilio era allora fanciullo ed ignoto: co-
minciò a distinguersi sotto di Augusto, come si ha nelle buc-
coliche dove troviamo coronate, o pastori, di edera, il na-
scente poeta nascente, cioè che cominciava a fiorire. Virgilio
aveva 27 anni quando si pose a scrivere le buccoliche. Giulio
poi discese da Ascanio figlio di Enea, come dice Virgilio stesso.
E Cesare è chiamato Cajo Giulio Cesare dittatore, e divo Giù-
44 INFERNO
lio come si ha da Plinio. Furono molti Cesari, — Lucio Cesare
padre dello stesso Cesare Giulio , secondo Tullio nel primo
degli Uffici: Quinto Cesare; Sesto Cesare ed altri molti, che
spesso vengono ricordati da Livio, da Plinio, da Valerio, e da
altri, ancor fossi tardi.
Sorge grave dubbiezza su questo passo, imperocché se
parliamo storicamente Virgilio non è nato tardi negli ultimi
tempi di Giulio Cesare, che anzi nacque prima del di lai con-
solato ed impero. Se allegoricamente, è nato tardi perchè non
fu cristiano, e sarebbe al contrario nato troppo presto, per-
chè non aggiunse il tempo di N. S. G. Cristo sotto di Augusto,
tempo nel quale Virgilio morì. Ma secondo la mente di Dante,
parlando storicamente, Virgilio è nato tardi rispetto agli altri
poeti , e quantunque principe fra i latini , non fu il primo
poeta, e molti furono prima di lui, Ennio, Plinio , Teren-
zio, Lucillio, Lucrezio, che morì il giorno stesso in cui na-
cque Virgilio: parlando poi allegoricamente Dante, a ragione
lo disse tardi perchè secondo l'usato modo di dire, tutto
ciò è tardi, che non giunge al suo fine, e Virgilio non giunse
al fine della perfetta felicità, perchè non fu salvo. Altri final-
mente spiegano quel tardi così — che un uomo tanto eccel-
lente giammai poteva venire tanto presto, che non fosse tardi.
Anche deprecativamente si spiegano le dette parole — Ah non
fossi nato prima, che mi sarei trovato alla nascita di G. Cristo.
Ma questa pietosa interpretazione non può essere della mente
di Dante, se alcuno rifletta al volgar fiorentino anehor che
tanto vale, quanto sebbene.
E vissi a Roma quando la potenza, e l'impero di Au-
gusto era all'apice, ed è per questo, che nel principio delle
buccoliche si lagna di esservi andato tardi, e dice che Roma è
tanto sopra alle altre città , quanto i cipressi sui virgulti , e gi-
CANTO I. 48
Destre sotto el bon Augusto sotto Ottaviano — o Cajo Otta-
viano, che fu detto Augusto alla fine delle guerre, riformata la
repubblica bono prudentissimo, umanissimo, ed amantissimo
della repubblica, sebbene ne' primordi dell'impero commet-
tesse per ottenerlo crudeli, e sanguinarie azioni, come si ha
da Svetonio libro 2° nel tempo de li Dei falsi e bugiardi. Al
tempo di Augusto regnava il politeismo e si veneravano Giove,
Giunone, Marte, Venere, ed altri Dei numerosissimi, quali
s. Agostino deride nel libro della città di Dio. Augusto fu am-
pliatore e conservatore della religione degli Dei. Poeta fui
tal nome senza alcun altro aggiunto denota di per sé Virgilio
presso i latini, ed Omero presso de'greci e cantai poeticamen-
te scrissi. Il cantare è de' poeti, il dire degli oratori di quel
Justo di Enea. Servio per altro che ha commentato Virgilio
sostiene, che Enea fu traditore della patria, e non giusto; ma
desso era puro grammatico, ed incapace di penetrare nella
mente di Virgilio. Quand'anche poi Virgilio, rispetto a parte
storica, avesse tradito il vero esposto di Tito Livio, doveva nel-
l' Eneide mostrarlo giusto, per lode di quello a cui scriveva,
e che discendeva da quel ceppo
Fu Dostro rege Enea, di cui più giusto
Né maggiore in piotate , in guerra, in armi
Fu visto mai ecc.
Figlivol d'Anchise. Enea figlio di Anchise consanguineo
di Priamo, della casa di Dardano che venne di Troja indicando
così la patria poiché il superbo Ilion fu combusto. Ilio città
di Troja fu bruciata, come al canto 12 del Purgatorio. Ma tu
perche ritorni a tanta nqja perchè ritorni alla valle de' vizi,
infame, vituperosa? Perche non sali perchè piuttosto non
ascendi al delectoso monte dilettevole monte della virtù ? Il
vizio ha diletto al principio, la virtù al fine, quando cioè è
46 INFERNO
resa abito. Aristotile quindi insegna, che l'indizio del carat-
tere appreso è la dilettazione, perche non sali el dilettoso
monte — che principio e cagion di tutta gioja la virtù è
principio, e cagione della felicità eterna.
Or se tu Dante riconoscendo Virgilio esclama captan-
dosi la di lui benevolenza, or se tu quel Virgilio. Virgilio dalia
verga, che sognò la madre gravida di lui, qual verga toccata
la terra, subito crebbe in albero grandissimo. La madre ebbe
nome Maja come la madre di Mercurio Dio dell'eloquenza
e quella fonte di eloquenza che spandi di parlar si largo
fiume. Dice Macrobio nel libro de' saturnali che Virgilio rac-
colse nel suo poema ogni eloquenza, rispuos a lui io Dante
gli risposi cum vergognosa fronte il rossore, o vergogna in
faccia de' superiori, è naturale. Queir — a — si pone dai lom-
bardi, ed in generale dagl'italiani, ma i fiorentini usano del
parlar tronco, e ne fanno senza. Quando ascoltava un lom-
bardo opporsi a questa dizione, e spiegarla così — Virgilio
lodato arrossiva, abbassando il capo — rideva, ed aveva un bel
che fare a persuaderli, che Dante parlava , e non Virgilio, o
degli altri poeti honore e lume decoro, e gloria de' poeti la-
tini, vagliami il lungo studio la lunga ricerca e l grande
amore l'affezione grande, ed intensa che m a facto cercare
l tuo volume meditare i tuoi tre libri, buccoliche, georgiche,
ed eneide tu se lo mio maestro Virgilio aveva poeticamente
descritti i vizi, ed i castighi de' viziosi, perciò a ragione chia-
mato maestro, quantunque il discepolo spesso lo vinca. Ed
alcuni in proposito vogliono inferire che Dante rubò da Virgi-
lio, locchè non regge. Piuttosto Virgilio molto prese da Omero,
e da altri poeti, ed oratori e greci , e latini , come fa conoscere
il sucitato Macrobio nel VI de' saturnali.
Tu se solo colui da cui io tolsi — lo bello stile che m a
CANTO I. 47
facto honore Virgilio ha stile tragico, lo ha comico Dante;,
ma Dante prende lo stile in senso lato, cioè stile per materia,/
e così lo imita più in questa che nell'altro. Ovvero dirai — al
pari che lo stile di Virgilio va sopra a quello di tutti gli altri
che scrissero eruditamente, così lo stile di Dante supera tutti
gli altri che scrissero in volgare, lo bello stile niuno è più
bello nel genere rispettivo che m ha facto honore mi ha per-
petuata fama. Qui Dante la pone già ottenuta, quando la po-
teva ritener futura. Ogni scrittore per arrivare air eccellenza
non deve essere sommo in ogni genere, ma basta che lo sia
in un solo, e Virgilio principe de' poeti latini nel mentre li su-
pera nel metro, è molto meschino nella prosa. Tullio all' in-
contro primo fonte della romana eloquenza non ha chi lo ar-
rivi nella prosa, sebbene in metro niuno inferiore gli sia, e
lo deride pei carmi Giovenale. Dante se non ha il principato
fra gli eruditi, di certo non ha chi lo arrivi nella lingua vol-
gare, anzi (ciò che è mirabile!) quanto gli eccellentissimi non
avrebbero potuto trattare che in lingua erudita, qui Dante de-
scrisse , e trattò inarrivabilmente con idioma volgare, vedila
bestia la lupa per cui io mi volsi verso della valle ajutami da
lei perchè gli metteva spavento più delle altre fiere famoso e
saggio a caplivarsi benevolenza in tal modo lo loda, e la fama
lo predicò tale. Virgilio fu pieno d'ingegnosa prudenza e seppe
in bel modo far suo dell' altrui, e delibò qualche fiore da tutti
i poeti — É per questo che dopo di lui furono dimenticati gli
altri poeti come dopo Aristotile lo furono i filosofi eh ella me
fa tremar le vene e i polsi nel timore le vene si vuotano del
sangue, ed il sangue stringendosi al cuore fa tremare tutte le
membra, e specialmente le più lontane dal cuore.
A te Quinta parte generale, a te convien tener altro
viaggio dice Virgilio a Dante. Ma che vuol dire altro viag-
48 INFERNO
( gio? Virgilio vuol condurre Daute per la bassa valle, ma cam-
biato da quel di prima, cioè per la strada della speculazione,
o meditazione. Significava che non era ancor tempo di salire
il monte, non potendo 1' uomo in un istante passare da un
estremo all'altro. Con la sola meditazione non si addiviene
santo giovando essa a disporre per addivenirlo. Bisognava
dunque discendere prima all'Inferno, cioè alla speculazione
de9 vizi, essendo la conoscenza de' vizi un principio di peni-
tenza. Il male se non è conosciuto non può evitarsi. Mio figlio,
così intese Virgilio, ti è d'uopo prima considerare le pene
dell' Inferno, che s' infliggono ai viziosi. — Quel Virgilio adun-
que a te convien tenere altro viaggio diverso da quello inco-
minciato pel monte se voi scampar d esto loco selvaggio se
vuoi fuggire da questa selva viziosa, da questa valle di pianto
poiché lagrimar mi vide, Il saggio sa compatire agli errori
altrui , e volontieri si presta a rimettere gli erranti nel retto
sentiero, che questa bestia per te qual tu gride la lupa non
lassa altrui alcun uomo passar per la sua via non permette
che si passi tanto lo impedisce che l uccide qualche volta spi-
ritualmente, qualche volta corporalmente, e spesso in tutte
due le maniere de natura di tal natura questa lupa od avarizia
si malvagia e ria per altrui che mai non empie le bramose
voglie l'insaziabile appetito. E chiamasi l'appetito dell'avaro
appetito canino, ed è secondo i fisici assai male, dopo aver
molto mangiato , non convertir cibo in propria sostanza e
dopo l pasto ha più fame che pria come l'idropico, che
quanto più beve tanto più ha sete, molti son gli animali gli
uomini bestiali a cui s'amoglia ai quali si unisce qual mo-
glie; bellissima similitudine! La moglie non può separarsi
dal marito se non per morte, al pari dell'avarizia, e quindi
meglio moglie che amica, e più saranno ancora in maggior
CANTO I. 49
numero , in/In che l veltro verrà cioè un cane che la disperda.
Come Dante usò la metafora di lupa per l'avarizia, così chiama
il di lei persecutore convenevolmente cane, che naturalmente
di lei nemico la perseguiterà, e la scaccierà d'intorno agli
ovili, e la sterminerà, che la farà morir con dolgia. Ma chi
sarà questo veltro? Mille sono le opinioni, e contese in propo-
sito. Anche Virgilio nelle buccoliche, ed all'egloga IV parla
di un tal venturo, che riformerà il mondo e sotto di lui tornerà
Petà dell'oro.
E la vergine Astrea ritorna , e seco
Ne mena il tempo dei vecchio Saturno:
Ecco dall'alto ciel progenie nuova.
In tali versi alcuni pretendono, che Virgilio parlasse di
Cristo, e fra questi s. Agostino nel X della città di Dio capi-
tolo XXIV. Virgilio poi non avrebbe potuto dir ciò se non per
rivelazione della Sibilla Cumana, i cui vaticini! riporta. Simile
opinione è seguita da Dante [Purgatorio canto II]. Altri però
sostengono che Virgilio alludesse ad Augusto, altri ad altro.
S. Girolamo nel proemio sopra la Bibbia seguita la prima o-
pinione, ed il testo di Virgilio può applicarsi tanto a Cristo,
quanto ad Augusto, lo poi opino che Virgilio parli d'Augusto
quale chiama Signore, ed invoca in proprio favore nelle buc-
coliche, e georgiche. Dante che volle sempre imitare Virgilio
si dilettò di porre un passo ambiguo come fece il suo maestro,
e quando parla del veltro può spiegarsi tanto di Cristo, come
di altro principe futuro. Se riteniamo che alludesse a Cristo,
predice che l'avarizia crescerà nel mondo fino al giorno del
giudizio, in cui Cristo con sentenza finale la condannerà eter-
namente. E ciò pare che basti, tanto più che siamo nell' ul-
tima età, ed il mondo può dirsi vecchio, e nella vecchia ja l'a-
varizia ringiovanisce. Secondo tale opinione spieghiamo il te-
sto questi non ciberà terra ne peltro Gesù Cristo non cercherà
Rambaldi — Voi. 1. 4
\
SO INFERNO
cose terrestri come l' Anticristo ma sapientia amore e viriate
convenienti a G. Cristo eh' è la stessa sapienza , il vero amore,
la perfetta Vwiù.eaua nationsàra traFeltro eFeltro cioè quel-
la nalion si dovrà ritener per comparsa, o nascimento perchè
largamente si disse un qualunque venturo che apparirà tra
feltro, e feltro, ossia cielo, e terra attesoché nelP aria G. Cristo
giudicherà il mondo, di quella humile Italia fie salute e que-
sta è altra ragione che si alluda a Gesù Cristo, il quale sal-
verà coloro che saranno passati all'obbedienza della Chiesa
romana, che chiamasi umile in quanto mai non chiude il
grembo ai pentiti, per cui mori la vergine Camilla — Eu-
rialo, Niso, e Turno di ferule morti per quella parte d'Italia
in cui è Roma. Questi cioè il veltro o Gesù Cristo la schac-
ciera per ogni villa da ogni dove, ossia scaccierà l'avarizia
dalla terra finche l avrà rimessa nellinferno. Ciò tutto è pro-
prio del solo Gesù Cristo, e pare non possa convenire che a
lui. la onde in prima invidia dipar lilla. Il diavolo invidiando
la felicità dell'uomo che sarebbe arrivato alla slessa gloria da
lui posseduta, tentò i nostri primi genitori, e la loro trasgres-
sione produsse l'avarizia, e mille altri mali. É questa l'opi-
nione comune su queir invidia. Se poi vogliasi intendere di
qualche principe romano venturo, Dante significò che l'avari-
zia sarà sempre per crescere, e pare che l'autore ritenga che
l'avarizia sarà sempre per crescere in quanto che tal vizio
cresce in ragione delle ricchezze che si posseggono: finché ver-
rà il veltro o altro principe che la sterminerà, ne terra nepeltro
cosa terrena, o danaro non ciberà questi non pasceran questo
principe. Peltro, eh' è un composto di stagno e mercurio ,ed
è lo stesso che dire — il futuro principe non conierà falsa
moneta, come si conia da' signori e principi moderni , — p. e.
da Filippo il Bello re di Francia [Paradiso canto XVIII]. Questo
CANTO 1. 51
principe venturo non tradirà la giustizia per denaro, non
venderà le cause de' poveri, o la libertà de' popoli. 7na sa-
pienza amore e vertu sarà sapiente, virtuoso, ed amatore
di giustizia e sua nation nascimento sarà tra feltro e feltro
fra cielo e cielo. Da buona costellazione, e da buon congiun-
gimento di astri nascerà questo principe. Dante non ispe-
ciOca né i genitori, né la patria, non essendo proprio degli
astrologi particolarizzarc le cose future. E può stare quan-
to pensano alcuni , che il veltro nascerà tra feltro nella ro-
magnola , o feltro nella marca Trivigiana. Fu questa la in-
tenzione di Dante, o buona, o cattiva che sia, come chia-
ramente dimostra in molti luoghi, e specialmente poi nel-
l'ultimo canto del Purgatorio ne' versi eh io veggio cariar
mente ecc. e nel XX canto del Purgatorio stesso o ciel nel
nd cui girar ecc. in cui asserisce venturo il veltro che cac-
cierà la lupa. Aggiunge anzi che verrà presto [Paradiso Can-
io XXVI l] / alta provvidenza che con Scipio ed in altri luo^
gbi. di quella humile Italia fie salute. Il venturo principe
sarà la principale salute dell' Italia, e specialmente di Ro-
ma. L' Italia infatti di giorno in giorno è più oppressa , e
come sede del sacerdozio, e dell' impero lo è particolar-
mente nella parte ov' è Roma : Perchè humile Italia ? Può
spiegarsi ironicamente essendo all' opposto superba. Anche
Virgilio nel 1° dell' Eneide dice vedremo l'umile Italia ecc.
Umile ancora perchè molle, piana, pingue, soave, fertile,
mite, dolce, trattabile, delle cui lodi dirò al canto VI del
Purgatorio, per cui mori la vergine Camilla ecc. e ciò mó-
stra anche più particolarmente che risguarda Roma; essendo
noto a tutti che Camilla morì in quella parte.
Secondo Virgilio nell'Eneide lib. XI. Latino già vecchio
re governava i popoli d'Italia al tempo in cui Enea troiar
52 INPERNO
no comparve sul Tevere. Latino difettava di prole maschi-
le, ed aveva un'unica figlia Lavinia, che molti principi
chiedevano in consprte. Tra i richiedenti eravi Turno, bel-
lissimo giovane, nobile, ricco, e potente, che la regina ma-
dre di Lavinia desiderava ardentemente per genero. Turno
le era nipote per parte della sorella Venillia moglie al re
Dauno. Ma il re Latino , interrogati gli oracoli , ebbe in ri-
sposta — dover consegnare Lavinia ad un genero stranie-
ro— e quindi la promise ad Enea, perlocchè nacque acer-
rima guerra fra Turno, ed Enea. Turno regnava in Ardea,
e raccolti altri principi, mosse contro alla bastita di Enea
costrutta in riva del Tevere. Anche Enea ricorse ad Evan-
dro re, che governava le parti del monte palatino, e Tur-
no cogliendo V assenza di Enea invase gli accampamenti
troiani : ma i soldati , secondo i precetti del condottiero ,
si rinchiusero e munirono il fortilizio, e resistettero alle
sfide clamorose di Turno. Dentro alla bastita trovavansi due
giovanetti , svisceratissimi amici , V uno Niso , V altro Eu-
rialo, il primo il più bello fra i troiani, ed ambidue desti-
nati alla difesa, e custodia di una porta. Niso, al venir
della notte, scorgendo Y esercito nemico senza ordine, e vigi-
lanza, sopito per ebbrezza nel sonno, progettò di traversare
il campo nemico onde avvisare Enea che trovavasi presso di
Evandro. Eurialo volle ad ogni costo accompagnarlo, ed i due
•
amici, una sol anima in due corpi, ardenti per sé, ed eccitati
da Àscanio con doni, e dalle lodi di altri principi compagni,
sortirono tacitamente dalla porta loro affidata, e fra l' ombre
della notte si scagliarono fra i nemici, facendo nel primo im-
peto immensa strage, a guisa di due leoni fra mandre imbelli.
Ma, retrocedendo vittoriosi s' incontrarono trecento cavalieri
nemici, condotti dal Volscente, che loro addimandò chi fos-
CANTO I. 53
scro, e che volessero? A sottrarsi al pericolo, i due amici si
precipitarono dentro vicina foresta, che fu tosto circondata,
e quindi chiuso ogni passo. Eurialo più giovane, ingannato
dalle tenebre, e gravato dal peso delle spoglie nemiche poco
avea potuto allontanarsi. Niso all'incontro, già scappato lon-
tano dalle mani nemiche non vedendo V amico Eurialo, retro-
cedette per ricercarlo , e poco dopo lo scorse in mezzo ai
nemici. Non sapendo che fare, e non potendo abbandonare
l'amico trasse un dardo, e colpì a tergo Sulmone, che dalla
piaga l'anima vomitò. Indi tratto altro dardo, percosse Tejo,
passandogli l'una e l'altra tempia. Il duce Volscente a tal vi-
sta inferocito si scagliò sopra di Eurialo gridando — tu pa-
gherai la pena di amendue — e spinse la spada contro di lui.
Niso temendo per l'amico gridava all'incontro — in me, in
me che qui sono , volgete i ferri: io sono l'autore di tutte
colpe: quegli non ha delitto alcuno. — Ma sordo il duce tra-
fisse colla spada il bel petto di Eurialo, che qual fiore dal vo-
mero reciso, cadde sul terreno boccheggiante. Cieco allora di
rabbia Niso si scagliò sulla turba nemica, e chiamò a sfida
Volscente, sprezzando ogni altro, e gl'immerse la spada in
quella bocca da prima sì alto parlante, e morto lo stramazzò.
E poi , quasi lieto si abbandonò sul corpo dell' amico Eurialo
agonizzante e tutto perforato dalle spade nemiche in placida
morte sopra il corpo dell'amico spirò. Virgilio a tal punto
esclama
Fortunati ambidue, se i versi miei
Tanto han di forza, e né per morte mai
Né per tempo sarà che il valor vostro
Glorioso non sia.
Tai cose operate i rutuli portarono il corpo dell'ucciso
lor duce negli accampamenti, in cui era alto lamento per la
strage operata da Niso, ed Eurialo. Venuto il giorno, Turno
54 INFERNO
fece infiggere le salme de' due amici sulle aste, e le mostrava
a quei di dentro. Ma i trojan i invece di sgomentarsi si pre-
pararono alla difesa dalla parte sinistra, avendo il Tevere a
sicurezza dalla parte destra. Molte furono le battaglie ora vinte,
or perdute dall'una parte, e dall'altra, finché due fratelli tro-
jani Pandaro, e Bizia destinati da Enea alla custodia di una
porta, l'aprirono, spontaneamente invitando i nemici ad en-
trare, e fermandosi all'ingresso come due alte torri minacciose.
Turno corse all'invito, edalla porta dardania uccisi alcuni
pochi, percosse Bizia colla lancia negli occhi, e lo stese a
terra con alto fragore a guisa di albero antico. Da tal morte
spaventati i trojani si misero in fuga. Pandaro all' incontro
visto prostrato e morto il fratel suo, chiuse con sommo sforzo
la porta che erasi aperta, lasciando fuori molti de' suoi, ma
dentro era Turno che non si era avvisto di essere fra pernici.
E Pandaro vilipendeva Turno così — ora non sei nella reggia
dell'amata, non sei a vagheggiare la vergine Lavinia; non ti
trovi in Ardea difesa da mura , ma nel campo nemico senza
strada di uscirne. — Turno ridendo rispondeva — Se hai co-
raggio, o smargiasso, apri meco la pugna, e riferirai a Priamo
tuo, che qui trovasti un altro Achille, e così dicendo sempre
più gli si avvicinava: colto un momento gli scagliò un fen-
dente nella fronte dividendogli il capo in due parti, e cadde
morto al suolo pendendo dall'una, e l'altra spalla l'una, e l'al-
tra parte del capo. La fuga de' trojani fu allora universale, e
se Turno fosse stato più accorto di aprire la porta ed intro-
durne i suoi, quello era l' ultimo giorno della guerra, e della
gente trojana. — Ma il furore lo trasportò, e prescelse invece
la strage de' nemici. Seraste, e Mnesteo duci di Enea, veggendo
i loro fuggire gridavano — dove scappate, codardie qual al-
tro muro avrete che vi difenda? Un uomo solo chiuso nella
CANTO 1. 55
vostra città avrà la gloria di tanta strage, e della morte de' mi-
gliori , senza soffrire alcun danno? — Turno a quelle grida, ac-
cortosi della sua pericolosa posizione, a poco a poco ceden-
do, si precipitò nel fiume, ed incolume nuotando verso i suoi,
acquistò la più alta fama di valore. Fu pari ad Orazio Coclite
nell'assedio del re Porsenna intorno a Roma. Nel X dell'E-
neide abbiamo, che Enea, rinnovati i soccorsi, egli ajuti
presentò a Turno varie battaglie, che questi mai non ricusò.
Ha finalmente Pallante figlio di Evandro, giovane valoroso, in
un conflitto in cui sgridava i suoi fuggenti , e scannava molti
nemici, incontrò in quel mentre Turno, che gli mosse contro
come leone rabbioso, e colla terribile asta lo percosse in mezzo
del petto, e mentre boccheggiava agonizzante gli rapì il balteo,
o cinto, che fu poscia cagione della morte dello stesso Turno.
Metabo re de'volsci, secondo il XI dell'Eneide, fu scac-
ciato da Priverno sua città per invidia, e perchè accusato di
superba prepotenza. Portò seco in tutti i pericoli 1' unica fi-
glia bambina, che teneramente amava, e la chiamò Camilla
dal nome della madre. Non fidandosi di abitar le città, pre-
scelse condurre la vita ne' monti, e nelle selve, nutrendo la
bambina col latte de9 cavalli , o di fiere. Appena potè mover
passo la pose sul dorso a' corsieri nella caccia de' boschi;
P armò di saette, e di faretra, e la vestì di pelle di tigre. Dessa
volle esser vergine, e sdegnò sempre marito. Camilla venne
in sussidio di Turno con molte vergini armigere , tra le quali
una chiamata Tarpeja, ed altra Tulla. Nella pugna presso Lau-
reato Camilla era qual fiera rabbiosa, e scagliati i dardi con-
tro i nemici fuggiva, e fuggendo saettava da tergo: non mai
indarno scagliò freccia, o dardo che un nemico ad ogni colpo
non cadesse sul suolo. Àrunte duce di Enea avendola nasco-
stamente seguita mentre perseguitava un fuggente guerriero,
56 INFERNO
la percosse colla lancia sotto la mammella sinistra; ed il feri-
tore, o per gaudio, o per timore si mise esso stesso a fuggire.
Camilla di propria mano traendo la freccia dalla ferita la ruppe
fra le coste, ed in mezzo alle disperate vergini seguaci
Alfio di vita
Sdegnosamente sospirando uscio.
Opi seguace di Camilla in vendetta di lei ferì con un
dardo Arunte, che cadde morto all' istante. E perduta Camilla,
i soldati non sostennero più V impeto nemico , e furono mise-
ramente trucidati. Non credere, o lettore, che quanto si rac-
conta di Camilla sia poetico, o finto. In Priverno oggigiorno
esiste altra vergine consimile a Camilla, detta Maria di Pri-
verno, grandissima di corpo, di forza immensa, audace, va-
lorosissima che il proprio padre ucciso da' nemici magnane
inamente vendicò. Essa pure come Camilla sdegnò qualunque
marito. Ed al re Roberto, che l'aveva chiesta in isposa, si
dice, rispondesse — Se avete alma nobile fra vostri sudditi da
perdere mandatela a me — Ecco altra ragione per non mara-
vigliarsi , se que' di Priverno , sedenti nel senato romano , tanto
liberamente, ed altamente parlassero le cose scritte da Livio.
Turno all'ultimo della disperazione, scorgendo il re La-
tino, ed i laurentani inclinati al nemico, prese la risoluzione
di sfidare in campo singolarmente Enea. Questi non ricusò la
disfida, ed appena in faccia dell'avversario, gli si scagliò in-
contro a guisa di fulmine, e coli' asta lo percosse nel femore.
Turno in pria tanto superbo cadde sul suolo, e fattosi umile
e tremante, stese le mani supplichevoli ad Enea gridando — a-
vesse pietà, e misericordia, e perdonasse se non a lui, alla
canizie almeno del genitore, e perchè o morto o ferito lo ren-
desse a' suoi, confessandosi vinto, e quella Lavinia per cui
tante guerre sostenne, deposto ogni odio, si prendesse inmo-
CANTO I. . 57
glie qual premio del vincitore — Enea pietoso ritirava com-
mosso la spada, quando vide indosso a Turno il cinto strap-
pato a Fallante moriente , ed a quella vista acceso di furore , in
vendetta dell'amico, nel petto di Turno affondò la spada, e
questi air istante fra il pianto e l'indignazione spirò. Colla
morte di Turno Virgilio mette fine all'Eneide. Ora al testo.
Questi il veltro, o prìncipe venturo la caccieraper ogni
villa scaccierà da ogni parte i sacerdoti avari finche l avrà
remessa nel inferno e li precipiterà nell' Inferno, laonde in-
vidia prima dipar lilla. Qual fu la invidia prima? Fu del dia-
volo quando volle farsi somigliante all'Altissimo. La seconda
invidia poi fu quella dello stesso diavolo quando tentò Adamo
ed Eva. La terza invidia fu di Caino uccisore di Abele. Così mo-
strasi la origine dell'avarizia, imperocché per le sole ricchezze
di Abele Caino ammazzò il fratel suo, scorgendo il gregge
dell'ucciso molto accrescersi in confronto del proprio. Di que-
sta parla Dante, ond* io penso e discerno credo e veggo per
lo tuo meio per la salute, e salvazion tua che tu mi segua
nella più sicura via, ovvero m' imiti, ed io sarò tua guida
avendo pel primo trattata la materia de' vizi e trarrotti di
qui ti libererò da questa selva , e da queste fiere per logo eterno
ti guiderò primamente per l' Inferno ; perchè dice — porta
dell' Inferno et eterna duro — dove — nel qual Inferno udirai
le strida perchè ivi è tormento desperate degli spiriti dispe-
rati che in vita non tornarono al loro Dio, ovvero che dispe-
rano il perdono, che nell'Inferno non è redenzione vedrai
gli antichi spirti antichi fino dalla creazione del mondo più
dolenti perchè dove è pena, ivi è dolore e maggiore in ra-
gione del tempo, che la seconda morte ciascun grida ciascuno
vorrebbe di nuovo morire, se lo potesse, onde avesse un ter-
_ mine la pena. Non ritenere, come alcuni pensano, che Dante
58 INFERNO
chiami seconda morie il giorno del giudizio, giacché i dan-
nati non possono desiderare quanto aumenterà, o duplicherà
il loro castigo. Di tal morte parla s. Agostino nella città di Dio,
— la prima morte, corporale, separa l'anima nolente dal corpo:
la seconda morte poi, la eterna, riterrà l' anima volente nel
corpo, cioè dopo il giorno del giudizio. E intende che i dan-
nati bramano la morte contro del naturale istinto perchè vinti
dal tormento delle pene; Boezio pertanto nel III delle conso-
lazioni — spesso per rigore delle circostanze, la volontà ab-
braccia la morte , da cui natura rifugge, poi vedenti color che
son contenti poi ti guiderò pel Purgatorio luogo temporaneo,
e finito, e quindi sul fine, volendo abbandonar Dante, dice
lo temporal fuoco e l'eterno veduto ai figlio e così ogni pe-
na chiama fuoco. Ecco poi il motivo per cui son contenti, per-
che speran di venire — quando che sia alle beate genti avendo
termine la pena colla purgazione della colpa , giungeranno
all'eterna beatitudine. Si contentano, perchè soffrono nella
certezza di giungere alla eterna felicità.
Beatrice ti condurrà al Paradiso , se vorrai alle quali
genti beate poi stu vorrai salire e lo potrai dopo veduti i
dannati, ed i purganti anima fia a do più dime degna giac-
ché fa d'uopo d'ali maggiori, che non ha Virgilio; la ragione
naturale non può giungere a luogo tanto eccelso, di cui nulla
videro e dissero gli antichi filosofi , e poeti, con lei con Bea-
trice ti lascierò nel mio partire perchè io fui infedele , ed
ignorai la s. teologia che perchè quel imperador che la su
regna Dio che regna in cielo, e governa le genti beate , che
si sottomisero a' di lui precetti , mentre i dannati perchè ri-
belli sono governati da Lucifero nel centro della terra / impe-
rador del doloroso regno Dio non vuole eh' io salga al regno
de' beati non voi eh a sua citta per me si vegna e tal città
CANTO I. 59
si descrive in fine del Paradiso sotto forma di candida rosa
perche io fui ribellante a la sua legge perchè non credetti
nel Creatore, nella incarnazione, e nelle altre cose indispen-
sabili a salvazione, in tutte parti impera e gli è soggetto pure
•
il diavolo tormentatore, e quando il diavolo infligge la pena
non fa che servire ai comandi del creatore, e qui regge in
cielo qui e la sua cita e l alto seggio eccelso soglio, ed in-
tendi come nel Purgatorio e. XI non circonscripto ma per
più amore e nel canto I del Paradiso nel del che più de la sua
luce prende perciò prorompe nella esclamazione o felice co-
lui che ivi elegge felice l'eletto cittadino di quella eterna città!
Et io a lui io Dante dissi allo stesso Virgilio scongiuran-
dolo o poeta te richegio — per quello Dio che tu non cogno-
scesli per N. S. Gesù Cristo che tu me meni la dove or dicesti
cioè per l'Inferno, e pel Purgatorio si eh io veggia la porta
dis. Pietro Porta del Paradiso il cui custode è s. Pietro et color
che fai cotanto mesti i dannati eternamente nell'Inferno accio
eh io fugga questo male torna alla causa finale di quest' opera
per conoscere cioè e fuggire i vizi scopo e vantaggio per sé,
e per gli altri e peggio la dannazione eterna che consegue
ai vizi, e tormenta i viziosi, allor si mosse allora cominciò la
speculazione, e meditazione de' vizi già incominciata. Cosi
chiude il primo canto.
CANTO II.
TESTO MODERNO
Lo giorno se n'andava, e l'aèr bruno
Toglieva gli animai che sono in terra
Dalle fatiche loro; ed io sol uno 5
M'apparecchiava a sostener la guerra
Sì del cammino, e sì della pietà te,
Che ritrarrà la mente che non erra. 6
0 Muse, o alto ingegno, or m'aiutate:
0 mente, che scrivesti ciò che vidi,
Qui si parrà la tua nobilitate. 9
lo cominciai: Poeta, che mi guidi
Guarda la mia virtù, s'ella è possente,
Prima eh' all'alto passo tu mi fidi. 12
Tu dici che di Silvio lo parente
Corruttibile ancora , ad immortale
Secolo andò, e fu sensibilmente. Hi
Però se l'avversario d'ogni male
Cortese fu, pensando l'alto effetto
Ch'uscir dovea di lui, e il chi, e il quale, 18
Non pare indegno ad uomo d'intelletto;
Ch'ei fu dell'alma Roma, e di suo impero
Nell'empireo ciel per padre eletto: 21
La quale, e '1 quale, (a voler dir lo vero)
Fur stabiliti per lo loco santo,
L' siede il successor del maggior Piero. 24
CANTO 11. (VI
Per questa andata, onde li dai tu vanto
Intese cose, che furon cagione
Di sua vittoria , e del papale ammanto. 27
Àndovvi poi lo vas .d'elezione,
Per recarne conforto a quella fede
Ch'è principio alla via di salvazione. 30
Ma io, perchè venirvi? o chi il concede?
Io non Enea, io non Paolo sono;
Me degno a ciò né io, né altri crede. 35
Perchè, se del venire io mi abbandono,
Temo che la venuta non sia folle:
Se' savio, e'ntendi me', ch'io non ragiono. 36
E quale è quei che disvuol ciò che volle ,
E per nuovi pensier cangia proposta,
Sì che del cominciar tutto si tolle; 39
Tal mi fec'io in quella oscura costa:
Per che, pensando consumai la impresa ,
Che fu del cominciar cotanto tosta. 42
Se io ho ben la tua parola intesa,
Rispose del magnanimo quell'ombra,
L' anima tua è da viltade offesa : 45
La qual molte fiate l'uomo ingombra,
Sì che d'onrata impresa lo rivolve,
Come falso veder bestia , quand' ombra. 48
Da questa tema acciocché tu ti solve,
Dirotti per ch'io venni, e quel che intesi
Nel primo punto che di te mi dolve. 51
Io era intra color che son sospesi ,
E donna mi chiamò beata, e bella,
Tal che di comandare io la richiesi. 54
Lucevan gli occhi suoi più che la stella :
62 INFERNO
E cominciommi a dir soave, e piana,
Con angelica voce in stia favella : 57
0 anima cortese Mantovana,
Di cui la fama ancor nel mondo dura ,
E durerà quanto il mondo lontana ; 60
L'amico mio, e non della ventura,
Nella diserta piaggia è impedito
Sì nel cammin , che volto è per paura : 63
E temo che non sia già sì smarrito,
Ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
Per quel, ch'io ho di lui nel cielo udito. 66
Or movi, e con la tua parola ornata,
E con ciò, che ha mestieri al suo campare,
L'ajuta sì, ch'io ne sia consolata» 69
lo son Beatrice, che ti faccio andare:
Vengo di loco, ove tornar desio:
Amor mi mosse, che mi fa parlare. 72
Quando sarò dinanzi al Signor mio,
• Di te mi loderò sovente a lui ,
Tacette allora, e poi comincialo: 75
0 donna di virtù, sola, per cui
L'umana specie eccede ogni contento
Da quel ciel, ch'ha minori i cerchi sui; 78
Tanto m'aggrada il tuo comandamento,
Che l'ubbidir, se già fosse, m'è tardi:
Più non t'è uopo aprirmi il tuo talento. 81
Ma dimmi la cagion, che non ti guardi
Dello scender quaggiuso in questo centro
Dall'alto loco, ove tornar tu ardi. 84
Da che tu vuoi saper cotanto addentro,
Dirotti brevemente, mi rispose,
CANTO 11. 63
Perch'io non temo di venir qua entro. 87
Temer si dee di sole quelle cose ,
Ch' hanno potenza di fare altrui male :
Dell'altre no, che non son paurose. 90
Io son fatta da Dio, sua mercè, tale,
Che la vostra miseria non mi tange,
Né fiamma d' esto incendio non m' assale. 93
Donna è gentil nel ciel, che si compiange
Di questo impedimento, ov'ioti mando,
Sì che duro giudicio lassù frange. 96
Questa chiese Lucia in suo dimando,
E disse: or abbisogna il tao fedele
Di te, ed io a te lo raccomando. 99
Lucia nimica di ciascun crudele
Si mosse, e venne al loco dove io era,
Che mi sedea con l'antica Rachele. 102
Disse: Beatrice, loda di Dio vera
Che non soccorri quei che t'amò tanto
Ch' uscio per te della volgare schiera? 105
Non odi tu la pietà del suo pianto?
Non vedi tu la morte che '1 combatte
Su la fiumana, ov'il mar non ha vanto? 108
Al mondo non fur mai persone ratte
A far lor prò, ed a fuggir lor danno,
Com'ie, dopo cotai parole fatte, IH
Venni quaggiù dal mio beato scanno,
Fidandomi nel tuo parlar onesto,
Che onora te, e quei che udito F hanno. 114
Poscia che m' ebbe ragionato questo,
Gli occhi lucenti lagrimando volse,
Perchè mi fece del venir più presto: 117
64 INFERNO
E venni a te così com'ella volse;
Dinanzi a quella fiera ti levai
Che del^bel monte il corto andar ti tolse. 120
Dunque che è? perchè perchè ristai?
Perchè tanta viltà nel core allette?
Perchè ardire, e franchezza non hai? 123
Poscia che tai tre donne benedette
Curan di te nella corte del cielo
E il mio parlar tanto ben t' impromette ? 126
Quale i fioretti dal notturno gelo
Chinati, e chiusi, poiché '1 sol gì' imbianca
Si drizzan tutti aperti in loro stelo; 129
Tal mi fec'io di mia virtute stanca:
E tanto buono ardir al cor mi corse,
Ch'io cominciai come persona franca: 132
0 pietosa colei, che mi soccorse!
E tu cortese, ch'ubbidisti tosto
Alle vere parole , che ti porse ! 1 35
Tu m'hai con desiderio il cor disposto
Sì al venir con le parole tue,
Ch'io son tornato nel primo proposto. 138
Or va eh' un sol volere è d'amendue
Tu duca, tu signore, e tu maestro.
Così li dissi: e poiché mosso fue
Entrai per lo cammin alto e Silvestro. 142
CANTO II. 65
COMMENTO DI BENVENUTO
Dopo avere nel proemiale parlato del luogo, del tempo,
e della cagione motrice di quest' opera, come pure degli osta-
coli che incontrò, e dell' ajuto di Virgilio, ora, al costume
de' poeti, Dante incomincia il lavoro con un'invocazione. Il
canto dividesi in quattro parti generali , nella prima descrive
Torà, cioè la fine del giorno, ed è in quel tempo che fa la in-
vocazione. Nella seconda move dubbio di sua sufficienza io
cominciai. Nella terza Virgilio toglie ogni dubbiezza s' io ben
la tua parola ecc. Nella quarta Dante ringrazia Virgilio, e
loda la donna che lo mandò quali i fioretti ecc.
E subito nasce dubbiezza come Dante abbia cosi presto
trascorso un giorno, tanto più che nel primo canto fissa il
tempo del mattino, ed ora descrive l'arrivo della notte, ed
io tutto T Inferno non istette più di tre giorni naturali ; ma tale
dubbiezza vien tolta sol che si rifletta, che Fautore stette lun-
gamente in titubanza come allora si esprime eh' io fui per ri-
tornar più volte volto e spese molto tempo a decidersi. Dante
poi ritiene che nella notte, sia il tempo della quiete de' mor-
tali, e ciò gli cresceva la fatica corporale, e mentale: cor-
porale per l'asprezza del viaggio: mentale per l'acerbità delle
pene da vedersi, e descriversi. E veramente il corpo, e la mente
dell'autore molto faticarono in questo lavoro come egli stesso
lo confessa nel canto XXV parlando del poema al quale a po-
sto mano cielo e terra ecc. Dante ebbe la visione al sorgere
del giorno, e perchè dunque incomincia l' opera al venir della
notte? Perchè, rispondiamo, tal tempo conviene a tal luogo,
cioè all'Inferno: la notte ha con sé tenebre, cecità , e peccato,
così r Inferno ha pena, caligine, ed ignoranza. Al sorger della
notte il sole parte da noi, privandoci della luce, e quindi l'au-
Rambaldi — Voi. i . 5
66 INFERNO
tore, scendendo all'Inferno, a ragione finge il sole all' occaso.
Al contrario nasce il sole, quando si monta al Purgatorio.
Leggi pertanto con quest' ordine lo giorno se ne andava il
giorno cadeva e l aer bruno il crepuscolo della notte toglieva
gli animali al venir della notte gli animali tutti naturalmente
inclinano alla quiete che son in terra volatili , acquatici, ret-
tili , quadrupedi ecc. da le fatiche loro secondo le loro ten-
denze naturali, et io solo uno solo, perchè sebbene altri at-
tendessero ad altre opere, pure niuno pensava, e faticava in
quella di Dante. Tutti si abbandonavano al sonno, ed alla
quiete, ed io solo vegliava al difficile tema m apparecchiava
a sostener la guerra a sostenere la guerra coi vizi, e colla i-
gnoranza, non tanto per me, quanto a profitto altrui. Sci-
pione o Cesare non mossero mai guerra più fiera contro ter-
ribili nemici: Mario o Ciro non menarono mai più sudato
trionfo sui barbari lontanissimi nemici. La guerra era doppia
si del camino qualità, e punibilità de' vizi e si della pietale
è proprio dell' uomo saggio compatire alle colpe altrui che
qual guerra ritrarrà la mente descriverà poeticamente la
mente che non erra che non vacilla per quanto si disse nel-
P altro canto.
0 musa Dante considerò essergli necessarie tre cose a
compir l'opera: profondità universale della scienza : acutezza
dell'intelletto: vivacità di memoria. Risguarda la prima nel
dire o musa la seconda nelle parole o alto ingegno la terza
nell'esclamare o mente e tutte tre collo stesso ardore le invoca.
Dante infatti ebbe capacità maravigliosa , l'intelletto il più
fino, l'ingegno altissimo, invenzione vastissima. Ebbe forme
di corpo consonanti, statura mediocre, ed in età avanzata al-
quanto curva: grave incesso, e mansueto: vestir mondo, con-
veniente: viso lungo: naso aquilino: occhi grossi: mascelle
CANTO II. 67
grandi: labbro inferiore sporgente: fosco colorito: capelli e
barba folti, negri, e crespi: per lo più malinconico, medita-
bondo, pensieroso. Era già sparsa fama di lui, e pubblicata
la prima cantica dell'Inferno, quando un giorno, girando per
una strada di Verona, nella quale stavano varie donne a col-
loquio, una di esse a voce sommessa, ma in modo di essere u-
dita da lui , vedi , vedi , disse, colui che va all' Inferno, e ritorna
di là a suo piacere , portandoci notizia di quelli che vi sono
tormentati. Cui rispose un'altra — il vero dici , imperocché non
iscorgi la barba crespa pel calore , e di un color fosco così ad-
divenuta pel fumo dell'Inferno? Del che Dante rise, sebbene
di rado, o non mai ridere solesse, o Musa o poetica scienza.
Qualche testo porta l' invocazione in plurale o Muse ma io cre-
do migliore la prima lezione, perchè Dante è imitatore di Vir-
gilio, che comincia
Musa
Tu che di ciò sai le cagioni
Tu le mi detta ecc.
Del pari Omero seguilo da Virgilio nel primo dell'Odissea
Musa
Quel uom di multiforme ingegno
Dimmi eoe.
e neir Iliade
Cantami, o Diva, ecc.
Ritengono altri, che musa per antonomasia si debba spie-
gare per la principale cioè per Calliope, musa dell' eloquenza,
e quindi si chiami regina delle muse. Dante la invoca espli-
citamente in principio del Purgatorio e qui Calliope ecc. — o
alto ingegno profondo, che l' ingegno esprime la forza dell'a-
nima a percepire, ed inventare o mente e piuttosto mente,
che memoria , che la mente per sé è buona , ma non è così
la memoria. S. Agostino nella città di Dio — chi dubiterà
68 INFERNO
esser meglio avere mente, che memoria? niuno, perchè
non si trova un cattivo di mente buona, mentre si trovano
pessimi di ottima memoria , e più inescusabili non potendo
ignorare il male che fanno, che scrivesti notasti in tua me-
moria ciò ch'io vidi coir occhio dell'intelletto meditando
qui si para la tua nobilitate apparirà nelP impresa opera se
sei veramente nobile, ed hai alto potere. Quale invocazione
magnifica! Nella sola invocazione l'autore palesa l'alta fidu-
cia, che aveva di sé stesso.
Io cominciai seconda parte generale. L' autore esami-
nando le proprie forze argomenta, ed obbietta contro di sé
medesimo. Tu non sei un Omero, non sei un Virgilio; tu non
aggiungi la eccellenza di altri poeti; dunque farai opere non
pregiate , cioè come dice Orazio scriverai cosa che tosto si di-
menticherà o verrà lacerata dal venditore di sardelle. — E di
vero Dante aveva cominciato il suo lavoro in lingua diversa,
lo pure ho dovuto lottare con me stesso prima che ardissi
d'intraprendere il lavoro del commento della Divina Comme-
dia— E tutto giorno sento obbiettare perchè un uomo cotanto
emdito, scrivesse la grand' opera in lingua volgare, e materna.
A me pare che molte siano le risposte alPobbietto, prima-
mente perchè tutti imparassero, e specialmente gl'italiani,
che traggono diletto dai poeti volgari , anzi sono i soli che li
leggono. Se Dante avesse scritto nella lingua degli eruditi in
latino, i soli eruditi , o scienziati avrebbero tratto profitto:
aveva per certo che erano trascurati dai nobili, e dai principi
gli studi liberali, e specialmente i poetici, ed all'incontro le
opere in lingua volgare essere lor dedicate, mentre eran peso
degli archivi , e dimenticate le opere di Virgilio, e di altri
greci , e latini poeti eccellentissimi — Aveva anzi prima co-
minciato il suo lavoro così
CANTO II. 69
Ultima regna canam fluido contermina mondo
Spiritibus quae lata patent, quae praemia solvunt
Pro merilis cuique suis eie.
Ma i suesposti riflessi, e lo scopo che si era prefisso, e che
non poteva arrivarsi senza la propagata cognizione del la-
voro lo faceva prescegliere la lingua volgare. — Sostengono
altri aver Dante conosciuto che la lingua latina non si sarebbe
con eguale facilità prestata all'arduo tema. Ed io pure lo cre-
derei , se non mi avesse deciso la gravissima autorità del Pe-
trarca, il quale parlando di Dante col mio venerabile maestro
Boccaccio da Certaldo diceva — É altissima la mia opinione
dell' ingegno di Dante, che avrebbe potuto quanto avrebbe
impreso di fare. Io incominciai a dire poeta che mi guidi
Virgilio che sei mia guida, e duce guarda la mia virtù in-
tellettuale, o mia scienza s eie possente capace a tanta impresa
n and che tu mi fidi prima che con tanta fiducia mi metta al-
l alto passo all'arduo lavoro, giusta l'avvertimento d'Orazio
nella poetica
Materia prendi , o tu che scrivi, adatta
Alle tue forze , e teco pesa a lungo,
Ciò che portar può Tornerò, o ricusa.
Dante in seguito risponde alla seguente obbiezione che po-
trebbe fargli Virgilio — perchè temi scendere all' Inferno? Vi
scese pure Enea come nel mio 6 libro, vi scese s. Paolo come
abbiamo per fede? Cui Dante risponde non doversi Enea porre
ad esempio, perchè desso sotto la guida della Sibilla scese
bensì vivo all'Inferno, ma tal permesso gli venne dagli Dei,
onde animarlo al conquisto dell' Italia. Ed il permesso non fu
dato senza degna causa, o Virgilio, come lo fai conoscere
in tutta la Eneide; ma io in qual modo fingerò altrettanto di
me stesso? Tu o Virgilio dici cioè fingi che l parente di Sil-
vio Enea padre di Silvio corruptibile ancora ancor mortale,
70 INFERNO
e vivo andò ad immortai secolo all'Inferno e fo sensibil-
mente col corpo. Tito Livio nel 1° libro sembra discordar da
Virgilio in quanto pone che Àscanio venisse da Enea, e Creusa
figlia di Priamo, o da Lavinia figlia di Latino, perchè Enea
dopo la morte del padre suo, lasciò a Lavinia madre, o ma-
trigna di Ascanio la città di Lavinia fiorente, che appellò col
nome della stessa Lavinia , e lo stesso Ascanio poi fabbricò
Alba al cui governo successe Silvio di lui figlio, come più dif-
fusamente si dice nel canto VI del Paradiso. Virgilio all' in-
contro ritiene che Enea avesse due figli , Ascanio da Creusa
che seco condusse in Italia, e Silvio da Lavinia. Dante ha se-
guito Virgilio sua guida, senza curarsi delle storiche discre-
panze, e chiama Enea parente di Silvio cioè padre, quando non
si volesse spiegare quel parente per avo.
Pero l aversario d ogni male Dio che estermina ogni
male e fuo cortese liberale , e grazioso concedendogli la di-
scesa, non pare indegno a uomo d intellecto non {sconveniente
a uomo di mente pensando l alto effecto nobile, e maraviglioso
fine che uscir dovea da lui provvenire da Enea il cui e l quale
considerato quale fu l'effetto in sostanza, e quale in potenza,
cioè l' impero, ed il sacerdozio die queir Enea fu elletto da Dio
nel empireo celo cielo supremo, tutta luce , ed amore figurato
nel III canto del Paradiso. Empireo, per padre, o principio, es-
sendo il padre principio di generazione de l alma Roma alma
cioè santa la quale Roma e quale impero fue stabilito prede-
stinato per loco santo per la santa sede, al successor del mag-
gior Piero al Papa. Locchè torna lo stesso che dire, Roma fu
predestinala da Dio per futura sede del sacerdozio , e dell'im-
pero. 11 sacerdozio, infatti, e l' impero procedettero ugualmente
da Dio a voler dire il vero. Tanto esprime l'autore perchè tutto
giorno sorgono dispute se l'impero romano sia giusto, e ne-
CANTO li. 71
cessarlo. Alcuni tengono il sì ed altri il no: ma l'autore tiene
P affermativa, e qui, e nel canto XVI del Purgatorio, e lunga-
mente nel VI del Paradiso. Riporterò soltanto quanto dice s.
Agostino nel e. 17 della città di Dio — Vedemmo sorgere due
regni chiarissimi, il primo degli assiri, il secondo de' romani:
quello in oriente, questo poscia in occidente: il fine del primo
fu principio dell'altro. E nel cap. 18 — Sorse la città di Roma
come altra Babilonia figlia dell'antica, per mezzo della quale,
piacque a Dio, ridotta a repubblica debellare il mondo, frenan-
dolo per lungo tempo anche nelle più lontane regioni — Ed
Orosio nell' istoria lib. 6 scrivendo a s. Agostino dice altret-
tanto parlando della monarchia di Cesare Augusto. Niun altro
regno, non quello di Babilonia, non il Macedone ebbe l' onore
di chiudere il tempio di Giano, e fatta pace col mondo intero,
potè godere di gloria simile a quella della nascita di Gesù
Cristo. Allora per comando di Augusto si compì il censo delle
Provincie. Essendo poi nato Gesù Cristo sotto di Cesare Au-
gusto è questa la più evidente dimostrazione , come della mag-
giore eccellenza nel principe , così ancora che i romani do-
vevano essere i padroni del mondo. E difatti la città fu am-
pliata, e difesa, ed innalzata all'apice di tutte cose.
Per questa discesa, dice Enea intesi cose che furon coir
gione r— di sua Victoria contro Turno come fu detto e del
papal manto e del papato, ma cagione remota.
Secondo Virgilio nel VI dell' Eneide imparò Enea dal padre
suo Anchise il modo con cui doveva vincere Turno, e che dal
suo seme sarebbe nata la gente romana, e posta in Roma-la sede
del sacerdozio per questa andata onde li dai tu vanto tu, o
Virgilio, dai gloria ad Enea perchè scese air Inferno colla
scorta della Sibilla , e travide gli spiriti illustri nascituri da
lui, debellatori, e reggitori del mondo, de' quali si dirà nel
72 INFERNO
VI del Paradiso, il perchè nei 1° — lmperium sine fine dedi —
ed è vero sin qui, almeno rispetto al nome. Lasciando a parte
le antiche autorità, il Petrarca nella lettera contro Gallo chia-
ma Roma capo del mondo, regina delle città, sede dell' impero,
rocca della fede cattolica, fonte di ogni memorabile esempio.
Policrate — Nulla al mondo è più splendiente della eccel-
lenza , e virtù de' romani a seconda delle storie di tutto il
mondo. Distinti da fulgidissimo splendore d' impero, che o si
risguardi il principio, od il sommo cui arrivarono, memoria
umana non può pel culto alla giustizia , per riverenza alle
leggi, per l'amicizia de' vicini, per la maturità de' consigli,
per la gravità delle parple, e delle opere ad altri uguagliare.
Ottennero i romani di sottomettere alla loro dominazione' il
mondo fino allor conosciuto. Andovi poi poco mi giova, dice
Dante, che s. Paolo vivo scendesse all'Inferno, perchè ebbe
per fine la confermazione della fede, locchè non posso aver
io. Ma è poi vero che s. Paolo scendesse vivo nell' Inferno?
Andò anzi all' Inferno, al Purgatorio, al Paradiso quando fu
rapito al terzo cielo, del quale rapimento si dirà nella can-
tica del Paradiso. Ovvero si dirà meglio, che Dante non in-
tese affermare che s. Paolo andasse all' Inferno, ma sibbene
fosse rapito al Paradiso. Argomenta poi così — Se Enea vi-
vente, scese all' Inferno, non consegue che io pure scendere
vi debba? Se lo vaso de ellectione cioè s. Paolo, che Dio elesse
vaso, e custodia della s. Scrittura secondo s. Girolamo « E vaso
di elezione chiamasi quello in cui vengono custodite le lettere
del padrone che contengono la espressione della di lui volontà
od elezione. » S. Paolo qual nunzio, predicava la elezione o la
volontà del suo padrone andovi poi poi, cioè dopo mille, e più
anni da Enea per recarne conforto per crescer forza a quella
fede cristiana eh e principio a la salvazione senza fede, pos-
CANTO II. 75
seggansi pure le mille virtù, è impossibile salvarsi, e la fede
sola non basta, cbe senza opere è cosa morta. Ma che fa tutto
ciò per me? ma io perche venirvi. Udisti già il perchè Enea,
e s. Paolo l'uno air Inferno, l'altro andasse al Paradiso; e chi
il concederne chi mi darà la grazia speciale che fu a quelli
concessa? Io non Enea, io non Pavlo sono, lo non debbo
fondare l'impero romano, non debbo essere argomento di
conferma di fede cristiana. Sono un meschino a petto di Enea,
un peccatore a petto di s. Paolo, e per conseguenza ne degno
a do ne io ne altri crede anche Paolo era peccatore, anzi un
persecutore di nostra fede, ma fu rapito dalla grazia, perche —
temo che la venuta non sia folle cioè temeraria se m abban-
dono del venire se senza consiglio imprenda il lavoro, sie
savio intendi meio meglio eh io non ragiono come se di-
cesse: Tuttavia tu sei savio, ed intendi meglio , che io non ti
so dire. Una sol cosa ti raccomando — Andare, e ritornare —
Et qual Dante abbandonò il primo proposito come colui, che
fissata qualche opera, argomentando in opposto la tronca , o
si determina ad opera diversa e tal mi feci in quellobscura
costa in quella discesa oscura tanto perchè notturna, quanto
perchè ritornava alla valle de' vizi, e dell'ignoranza quale
quei disvol do che l vote chi non vuol più quanto volle et canr
già proposta e muta proposito per nuovi pensier che gli so-
pravvengono in mente si che tutto si tolte da cominciar to-
talmente si rimove dall'opera incominciata, perche consumai
la impresa m'arrestai, e troncai l'intrapreso cammino che
fu cotanto tosta nel cominciar che io cominciai prima con
tanta alacrità pensando argomentando prò, e contro, secondo
quel proverbio fiorentino elle meio non far che far per dis-
fare— s i o ben la tua parola intesa.
74 INFERNO
Quali ombra terza parte generale. Virgilio nel dissipare
la dubbiezza di Dante, mostra che proveniva da pusillanimità
che spesso allontana gli uomini dalle azioni le più onorate.
Quell ombra anima del magnanimo Virgilio rispose a me
Dante l anima tua e offesa da viltà da pusillanimità la quale
spesse fiate ingombra l omo invade l' uomo si che lo rivolve
lo revoca, ed allontana da onrata impresa dall' onorato pro-
posito come falso vedere fa tornare indietro bestia quand om-
bra quando ha paura dell' oggetto veduto. Il poledro om-
broso vede cosa diversa da quella che è veramente , e teme
che nuocer gli possa e ricusa di progredir nella strada quan-
tunque cogli speroni nel ventre, e spesso spaventato retrocede;
del pari l'autore spaventato negava d'intraprendere il cam-
mino quantunque eccitato dalle parole di Virgilio, anzi vil-
mente retrocedeva, se con forti argomenti , e persuasioni la
guida sua non l'avesse ritenuto. Dante poi ha ragione di
chiamare Virgilio magnanimo, perchè difatti lo fu per molti
rispetti. Sebbene nato in piccol villaggio, e da rusticani, la-
sciò Mantova, e si trasferì alla prima città del mondo, e tosto
acquistò la grazia di Augusto, sotto il patrocinio del quale,
non solo ricuperò i beni paterni, ma li fece riavere anche ad
altri suoi concittadini come scrive lo stesso Virgilio nelle buc-
coliche. Fu grande nel togliere il verso ad Omero, e Macro-
bio ne' Saturnali scrive, che tre cose sembrano impossibili
all'uomo — rapire il fulmine a Giove — la clava ad Ercole —
il verso ad Omero. — Di quest' ultima parla Dante, quasi dir
voglia — Se io Virgilio col verso tolto ad Omero descrissi l' In-
ferno, perchè tu Dante col verso di Virgilio non potrai descri-
vere l'Inferno, il Purgatorio, il Paradiso? — Virgilio inoltre
poteva chiamarsi magnanimo inverso di Dante, avendo vinta
CANTO II. 75
la pusillanimità di quest' ultimo, e determinatolo, sotto la sua
guida , all' alto lavoro.
A togliere poi ogni restanza di timore dalla mente di
Dante Virgilio spiega il perchè venne dirotti perch io venni
qual motivo mi spinse a venirti a soccorrere e quel ohe ntesi
dalla tua Beatrice nel primo punto che di te mi dolvi quando di
primo momento per compassione ti corsi incontro nel monte,
lo Virgilio era tra lor che son sospesi quel — sospesi — può
intendersi storicamente per sospesi nel Limbo senza pena» e
speranza come si dirà nel quarto canto, e può intendersi al-
legoricamente, che cioè la mente fu lungamente sospesa, e
dubbia suir imprendere così alta cura. Ma Beatrice Io mosse.
E chi fu Beatrice? Fu dessa realmente donna fiorentina,
di somma bellezza, di somma onestà, la quale di otto anni
vista per la prima volta da Dante, che ne aveva nove, così gli
entrò nel cuore, che mai poscia, e finché visse non gli uscì.
L'amò ardentemente per lo spazio di 15 anni, e col tempo ,
invece di scemare, crebbe l'ardore, e la seguiva in ogni luogo
ella movesse, credendo ne' di lei occhi vedere ogni felicità.
Dante quindi, secondo che io penso, nell'opera sua prende
Beatrice istoricamente, altra volta, e più spesso anagogica-
mente per la teologia, imperocché Beatrice fra le belle, e vez-
zose fiorentine appariva bellissima, e vezzosissima, e così la
teologia fra le scienze belle, e dilettevoli è la bellissima, e pu-
dicissima. Anche Petrarca amò Laura poeticamente, ed isto-
ricamente pel corso di 21 anni, come da tanti di lui scritti
amorosi si rileva. — Né ti sembri sconveniente che Beatrice
umana, e corporea si figuri per la teologia. Anche Rachele
delle sacre carte, bellissima sposa di Giacobbe, e tanto amata
dal marito suo, che per averla a moglie, fece per quattordici
anni il guardiano di armenti , fu presa anagogicamente per
76 INFERRO
la vita contemplativa nel canto XXII del Paradiso, ove accenna
la contemplazione sotto figura di una scala. E donna mi
chiamo beata fuori di questa niuna altra scienza conduce alla
vera beatitudine e bella perchè ha per oggetto Dio che è il
bellissimo, tal che di comandar io la richiesi tanto era beata,
e bella, che la richiesi, e pregai che comandasse.
Lucevan la bellezza negli occhi specialmente consiste
gli occhi suoi di Beatrice, cioè la speculazione, e contempla-
zione lucevan più che la stella perchè trascendevano tutti i
cieli , e conducevano alla cognizione di Dio. donna soave e
piana il sermone divino è tale, non alto, e superbo, come
quello de' poeti, cominciommi a dire con angelica voce gli
angelici, e contemplativi intelletti conducono a noi la teolo-
gia in sua favella con eloquio soave simile a quello di s.
Paolo, s. Agostino, e s. Girolamo, e perciò l'autore nel XXX
canto del Purgatorio finge Beatrice cosparsa di fiori gettati
dalle angeliche mani, o anima discorso di Beatrice che lo-
dando Virgilio se ne captiva la benevolenza, o anima cortese
mantovana o Virgilio che cordialmente , e liberalmente fai
parte di tua scienza di cui la fama ancor nel mondo dura
pel tuo maraviglioso sapere, e quel che è maggiore e durerà
quanto l mondo lontana fino alla fine del mondo l amico
tuo l'amico vero, l'amico della virtù e non de la ventura che
non muta col cambiar di fortuna: e la fortuna era veramente
allora a Dante contraria, essendo pur troppo vero, che dove è
ricchezza di virtù, ivi è scarsezza di beni temporali e impe-
dito ne la diserta piaggia nel deserto monte della virtù si
nel camin nel)' incominciato cammino verso la virtù che volto
è per paura è rivolto alla valle per timor della lupa e temo
che non sia già smarrito tanto avvilito, ed accorato c/i io mi
sia tardi al soccorso levala ed ecco il perchè per quel eh i
CANTO II. 77
0 di lui nel del udito l'anima beata vede in Dio come in
uno specchio le cose, che accadono in terra or movi va, non
differire più oltre, che il pericolo è nel ritardo e l ajuta soc-
corrilo si che io ne sia consolata essendo egli mio amico con
tatua parola ornata colla tua eloquenza, e con do eh e me-
sterò al suo campare e con tutti gli argomenti de' quali può
far uso la ragion naturale io son Beatrice cioè teologia. Bea-
trice poi equivale a reggitrice beata che te faccio andare a
soccorrere Dante vegno di luoco luogo dove sono i beati dove
tornar disio la teologia sebbene discende alle umane cose,
pure ritorna sempre a Dio come a di lei fine, amor mi mosse
che mi fa parlare avendomi Dante tanto amato, io lo riamo
altrettanto che amore — acceso da verta sempr altro accese
Io Beatrice mi loderò di te o Virgilio dinanzi al Signor mio
dinanzi a Dio quando sarò a lui sovente quando sarò spesso
da lui. La teologia sovente soccorre la ragion naturale, perchè
dalle cose più note meglio si arguisca alle men note, tacette
allora tacque Beatrice dopo le predette cose et poi comindai
io Virgilio, facendo tosto la figura di transizione, o donna di
vertu Beatrice maestra in ogni virtù sola per cui per la quale
1 umana spetie l'intelletto umano eccede ogni contento sor-
passa ogni confine di quel del eh a minor li cerchi sui il
cielo della luna che è di minor cerchio delle altre sfere — o teo-
logia per la quale il genere umano sorpassa quanto si contiene
nel!' orbe lunare il tuo comandamento tanto m aggrada tanto
mi è grato che l ubbidir m è tardi — se già fosse ogni pre-
stezza mi sembrerebbe tardanza nell' ubbidirti più non t e
uopo eh aprir lo tuo talento basta che mi mostri il tuo vo-
lere» ovvero — hai solo a comandarmi. Con ciò insegna che
la ragion naturale deve soggiacere alla divina scienza senza
investigar del perchè, ma dime Virgilio dimanda comedessa
78 INFERNO
venga dal cielo all' Inferno la cagion che tu non ti guardi
perchè non stai in guardia non temi de lo discendere qua
giuso in questo centro in terra, quasi centro, o punto, od In-
ferno, tanto più che T Inferno dicesi essere nel eentro della
terra, dal ampio loco dal cielo empireo che contiene tutti gli
altri cieli, e non è contenuto da alcuno ove al qual luogo tu
ardi ardentemente aspiri tornar come poco prima dicesti mi
rispose: dirotti brevemente — perche io non tema di venir
qua entro da che tu filosofo , e poeta vuoi sapere i secreti che
non si aprono alla ragione naturale. Tanta è la perfezione di
Beatrice da non potersi aggiungere dall' umana ragione. E di-
fatti, nò T ingegno degli eretici, né la sottigliezza de' filosofi,
né la prepotenza de' re han valso ad alterare la teologia. In-
vano navicella di Pietro agitata dalle tempeste di questo mondo,
può far mostra di piegar qualche volta , ma non sommergesi
giammai. I prelati , e pastori dovrebbero esserne i più caldi
seguaci , aprendo altrui la via dell' eterna salute non tanto
col discorso quanto cogli esempi.
In Parigi fu , non é molto tempo un ricchissimo mer-
cante di drappi per nome Zenone de'Civini, uomo giusto,
ed aperto, e di sanissima morale. Aveva costui stretta fami-
gliarità con un ebreo di nome Abramo esso pur ricco e dab-
bene. A Zenone doleva, che un uomo di tanta virtù, per man-
canza di fede, dovesse dannarsi, ed a poco a poco insinuan-
dosi nel di lui animo, cominciò a tentare di distorio dalla falsa
credenza. Ripetuto spesso il tentativo, finalmente Abramo un
giorno rispose a Zenone , che sarebbe andato alla corte di
Roma per ubbidire alle suggestioni sue, locchè udito da Ze-
none perdette ogni speranza di conversione dell -amico, e cam-
biando linguaggio voleva distorlo da tale determinazione, o
sotto pretesto di spesa eccessiva , o di pericoli del viaggio,
CANTO II. 79
aggiungendo che in Parigi vi era battesimo uguale che io Ro-
ma, e che si faceva io Parigi quello studio in materia di fede
che neppure sul Tevere trovar si poteva. Ma Abramo fermo
nel suo proposito si portò a Roma, e consultò in punto di
fede quegli ebrei, e molte cose sentì, ed imparò, che prima
non aveva né imparalo, né sentito. Poco dopo tornò a Parigi,
ed interrogato da Zenone sulla corte romana, con animo ama-
reggiato rispose — É un gran male che Dio permetta che al-
cuni fra Pastori abusino di loro vocazione, e non sieno fe-
deli al loro ministero con iscandalo de' credenti. Ma tutto
ben considerando in mente mia, sono forzato a credere che
la fede cristiana sia la sola, e vera fede, se .per la grazia sola
dello Spirito Santo, può conservarsi, e durare, lo pertanto,
che non mi era piegato alle giuste tue persuasioni, ora sono
risoluto di essere veramente cristiano. Zenone esultante con-
dusse Abramo alla chiesa, e lo fece con tutta solennità battez-
zare, tenendolo esso al sacro fonte, e chiamandolo Giovanni.
Il neofita fu istruito profondamente nella fede, e visse vita di
santo per anni cento e nove. — [Vedi il Manni istoria del'De-
camerone fase. 150. 1.2,]
Beatrice soggiunge poi, che dobbono temersi le sole cose
che possono nuocere temer si de sol soltanto de quelle cose
eh hanno potentia di far altrui male — de l altre non non
di quelle che non hanno tal potenza che non son paurose per
antifrasi, o secondo altra lezione poderose, cioè che non
hanno potenza di fare altrui del male, io son facta da Dio tale
tanto perfetta sua mente per grazia sua — che la vostra mise-
ria ignoranza, o malizia umana non mi tange non mi tocca,
non arriva a me. 11 raggio del sole non prende macchia, né
splendore dagli altri corpi ne fiamma de sto incendio non
m assale non sento la concupiscenza mondana, donna Bea-
80 INPERNO
trice espone che altra nobile signora, dolendosi degli er-
rori di Dante ne chiamò altra per nome Lucia, perchè lo
soccorresse. Secondo i teologi le grazie sono due , V una
grazia operante, che spinge 1' uomo a virtù; l'altra coo-
perante che conserva V uomo nella virtù. S. Agostino quin-
di — cohoperando in nobis Deus perfecte quod operando
incepit — Dante finge pertanto che Beatrice esponga tai cose
a Virgilio per esprimere che la prima grazia move la seconda
e la seconda move Beatrice, la quale move Virgilio, e Vir-
gilio Dante.
Donna gentil grazia preveniente. Dante non la nomina
perchè tal grazia, arriva occultamente, ed inavvertitamente.
E può prendersi anche per predestinazione più occulta del-
l'altra, onde nel XX del Paradiso, e nel penultimo canto Dante
tratta di essa e nel ciel nell' empireo che se compiange ha
compassione di questo impedimento di Dante impedito dalle
fiere ovio te mando ad allontanare Y impedimento stesso se
compiange avendo la grazia di Dio misericordia dell' umana
fragilità si che frange duro giudicio la su rompe il giudizio
nel cielo. 11 giudizio di Dio in cielo è che il peccatore sia pu-
nito secondo il peccato, ma tale giudizio qualche volta si re-
voca intercedente la grazia, come avvenne a s. Paolo questa
grazia prima, o predestinazione — che si chiama Lucia, luce
che illumina in suo domando a sua inchiesta e disse o Lutia
il tuo fedele il tuo Dante a or bisogno di te ha bisogno del
tuo ajuto per togliersi a grave disastro et io perciò lo racco-
mando a te ed aggiunge Lutia nemica di ciascun crudele il
più crudele è colui che dispera della grazia di Dio si mosse
della sua sede et venne al luocho dov io era al terzo grado
de' beati dèe mi sedea con l antica Rachele cioè nella con-
CANTO II. 81
templazione; Rachele infatti si prende per la vita contempla-
tiva come si mostrò più sopra.
E quella Lucia disse o Beatrice loda Dio vera o teologia
vera lode, e gloria di Dio che non soccorri quei quel Dante
che t amo tanto che in te pose tanto affetto e usci per te della
volgare schiera per tuo mezzo uscì dalla turba volgare de-
gP ignoranti , de' quali il numero è infinito, ed entrò fra i sa-
pienti , e virtuosi il cui numero è scarso non odi tu non ascolti
tu la pietà del suo pianto non senti compassione, che un in-
gegno tanto nobile perisca tra i dumi, e le fiere della selva?
Non vedi tu la morte che l combatte non vedi lo scontro , e
la opposizione de' vizi, che sono la morte dell' anima? su la
fiumana sul fiume Acheronte, del quale si parlerà nel canto
seguente. Per la valle scorre il fiume, e pel sentiero de' vizi
scorre la vita umana labile al pari dell'acqua onde il mar
non a vanto non vi è mare più amaro, o più tempestoso di
questo fiume. Al mondo non fur mai persone ratte veloci, e
leste a far lor prò et a fuger lor danno due potentissime ca-
gioni della sollecitudine, e velocità degli uomini come io venne
ratto ad te qua giù nell'Inferno di poi cotal parole facte niuna
celerità umana può paragonarsi a quella de' beati, i quali aju-
tano senza istrumento, od organo corporale, e senza usar di
alcun mezzo, dal mio beato scanno dalla mia sede, e grado
celeste fidandomi nel tuo parlare onesto così Dante vuol si-
gnificare la forza, o virtù dell'eloquenza di richiamare gli er-
rabondi, raccogliere i dispersi, piegare gli ostinati, e tante
cose mirabili operare onesto cioè onorevole; perchè onesto
viene da onore, ed il Filosofo — il tuo discorso te onora, o Vir-
gilio, et quei eh udito l anno come Stazio, e tu Dante, poscia
Virgilio descrive l' allo compassivo di Beatrice, e l'effettivo;
quella Beatrice volse gli occhi lucenti più di stella — lacri-
Rambaldi — Voi. 1. 6
82 INFERNO
mando il pianto è mezzo a movere, e determinare gli animi.
In tal modo si dimostra ancora come la sacra scienza usi di
modi per richiamare gli erranti sulla retta via della virtù.
Poscia che m ebbe ragionato questo ed ecco l'effetto per
che mi fé del venir più presto — et venni a te cossi com ella
volse come Beatrice mi comandò , e dinanzi a quella fiera
ti levai dalle unghie della lupa ebbi tutella il torto andare
Dante aveva prima cominciato ad ascendere il monte quando
incontrò Virgilio dal bel monte perchè luminoso, e dilettoso.
Alcuni pretendono doversi leggere il corto andare perchè la
via della virtù è spedita, ma quella dei vizi è intricata; ma la
prima lezione è migliore, imperocché la via della virtù none
breve, anzi lunga, difficile, contrastata; donque Virgilio con-
clude, che Dante per le esposte ragioni deve procedere alla
descrizione de' vizi , delle virtù, del sommo bene, donque che
e che ti fa timido, e ti richiama perche perche restar 9 perche
alleate perchè sei allettato? (parola toscana; volendo chia-
mare un uccello i fiorentini dicono — alletta queir uccello) —
è parola d'uso comune tratta dal verbo — allicio — tanta vil-
tà nel cuor tanta pusillanimità di mente, e di cuore, perche
ardire e franchezza non ai perchè non hai coraggio , e non
procedi francamente? poscia che tai tre donne benedicte gra-
zia preveniente o predestinazione, grazia illuminante o di-
vina, e Beatrice, o la teologia curan di te intercedono a favor
tuo ne la corte del del dove molto possono e l mio parlar
cotanto ben te promette tu hai la scienza umana come filosofo,
e poeta: tu hai la teologia sacra che io ignorai; hai la grazia
divina perchè nascesti in tempo di grazia, mentre io fui pa-
gano; infine tu sei un eletto, e predestinato. — Osservano al-
cuni giunti a questo punto, che sembra aver errato Dante di-
cendo, che tre donne peroravano per lui, quando ne accennò
CANTO II. 83
quattro, ignota la prima, Lucia, Beatrice, e Rachele. Ma si ri-
sponde che Rachele equivale a vita contemplativa, e che forma
no solo tutto colla teologia.
Quali i fioretti quarta, ed ultima parte generale. I fiori
pel freddo notturno piegano al suolo, e si chiudono , ma sor-
gendo il sole alzano il capo , e si aprono al calore solare in
primavera. Deipari l'animo fiorente dell'autore piegava al
suolo nella notte de' vizi, nel freddo dell'avarizia , e si chiu-
deva al suo buon proposito ; ma pel calore del sole , cioè per
la grazia di Dio illuminante , e le persuasioni di Virgilio
si solleva, e prosegue nel primo proposito, tal mi fec io io
Dante de mia virtù stancha affaticata dai duri combattimenti
(piali i fioretti chinati curvati et chiusi dal gel notturno dal
freddo della notte si diritian tutti aperti — in hr stelo fusto,
o gambo poiché l sol gì imbiancha perchè aprendosi, fan ve-
dere la lor bianchezza dapprima chiusa, et tanto buon ardir
nel cor mi porse e mi rese tanto animato, e coraggioso eh io
cominciai come persona francha senza timore a dire o pie-
toa Dante ringrazia Virgilio, e Beatrice di tanto beneficio,
ma prima loda colei che lo mandò o pietosa colei — che me
soccorse cioè Beatrice; poscia loda la persona mandata et te
cortese liberale eh ubbidisti tosto — ale vere parole che te
porse che io era in pericolo di morte, tu m ai con desiderio
il cor disposto sì al venir ecc. a seguirti con le parole tue
co' tuoi argomenti richiamandomi a speranza eh io son tor-
nato nel primo proposto che aveva abbandonato per la forza,
e durata del timore, or va Dante abbandona tutto sé a Virgilio
che un sol volere e d ambedue voglio lo stesso che vuoi tu
tu duca tu signor et tu maestro siccome nel primo canto
cossi li dixi e tosto entrò in cammino intrai per lo cammin
alto e Silvestro essendo tale il cammino, che conduce all' In-
ferno poiché mosso fui dopo che Virgilio precedette.
CANTO III.
TESTO MODERNO
Per me si va nella città dolente ;
Per me si va nell' eterno dolore ;
Per me si va tra la perduta gente. 3
Giustizia mosse il mio alto fattore :
Fecemi la divina potestate ,
La somma sapienza, e il primo amore. 6
Dinanzi a me non fur cose create
Se non eterne, ed io eterno duro;
Lasciate ogni speranza o voi che entrate. 9
Queste parole di colore oscuro
Vid' io scritte al sommo d' una porta ,
Perch' io : Maestro, il senso lor m' è duro. 12
Ed egli a me, come persona accorta ;
Qui si convien lasciare ogni sospetto ,
Ogni viltà convien che qui sia morta. 13
Noi sem venuti al luogo, ov' io t' ho detto
Che vederai le genti dolorose,
Ch' hanno perduto il ben dell' intelletto. 18
E poiché la sua mano alla mia pose
Con lieto volto, ond' io mi confortai ,
Mi mise dentro a le secrete cose. 21
Quivi sospiri , pianti ed alti guai
Risuonavan per 1' aer senza stelle ,
Perch' io al cominciar ne lagrimai. 2*
CANTO IH. 85
Diverse lingue , orribili favelle
Parole di dolore , accenti d' ira
Voci alte e fioche, e suon di man con elle , 27
Facevano un tumulto, il qual s' aggira
Sempre in queir aria senza tempo, tinta
Come la rena quando il turbo spira. 30
Ed io-, eh' avea d' error la testa cinta ,
Dissi : Maestro, che è quel , eh' io odo ?
E che gent' è , che par nel duol si vinta ? 33
Ed egli a me : questo misero modo
Tengon l'anime triste di coloro
Che visser senz' infamia , e senza lodo. 36
Mischiate sono a quel cattivo coro
Degli angeli, che non furon ribelli ,
Né fur fedeli a Dio, ma per sé foro. 39
Cacciarli i ciel per non esser men belli ;
Né lo profondo inferno li riceve ,
Che alcuna gloria i rei avrebber d' elli. 42
Ed io : Maestro , che è tanto greve
A lor, che lamentar li fa sì forte?
Rispose : dicerolti molto breve. 45
Questi non hanno speranza di morte :
E la lor cieca vita è tanto bassa ,
Che invidiosi son d' ogni altra sorte. 48
Fama di loro il mondo esser non lassa:
Misericordia, e giustizia gli sdegna.
Non ragionar di lor ma guarda, e passa. 51
Ed io, che riguardai, vidi un'insegna
Che girando correva tanto ratta,
Che d'ogni posa mi pareva indegna. 54
E dietro le venia sì lunga tratta
86 INFERNO
Di gente, ch'io non averei creduto
Che morte tanta n' avesse disfatta. 57
Poscia che io v'ebbi alcun riconosciuto,
Guardai, e vidi l'ombra di colui
Che fece per viltate il gran rifiuto. 60
Incontanente intesi, e certo fui
Che quest' era la setta de' cattivi
A Dio spiacenti, ed a nemici sui. 63
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
Erano ignudi, e stimolati molto
Da mosconi, e da vespe eh' eran ivi. 66
Elle rigavan lor di sangue il volto,
Che mischiato di lagrime, a lor piedi
Da fastidiosi vermi era ricolto. 69
E poiché a riguardar oltre mi diedi ,
Vidi gente alla riva d'un gran fiume
Perch'io dissi: Maestro, or mi concedi, 72
Ch'io sappia quali sono, e qual costume
Le fa parer di trapassar sì pronte,
Com'io discerno per lo fioco lume. 75
Ed egli a me: le cose ti fien conte
Quando noi fermeremo i nostri passi
Sulla trista riviera d' Acheronte. 78
Allor con gli occhi vergognosi , e bassi
Temendo no il mio dir li fosse grave,
lnfino al fiume di parlar mi trassi. 81
Ed ecco verso noi venir per nave
Un vecchio bianco per antico pelo
Gridando: guai a voi anime prave! 84
Non i sperate mai veder lo cielo:
Io vegno per menarvi all' altra riva
CANTO III. 87
Nelle tenebre eterne in caldo, e in gelo. 87
E tu che se' costì , anima viva ,
Partiti da cotesti , che son morti.
Ma poich' e' vide, ch'io non mi partiva 90
Disse: per altre vie, per altri porti
Verrai a piaggia, non qui, per passare:
Più lieve legno convien che ti porti. 93
E '1 duca a lui: Caron non ti crucciare:
Vuoisi così colà dove si puote
Ciò, che si vuole, e più non dimandare. 96
Quinci fur quete le lanose gote
Al nocchier della livida palude,
Che intorno agli occhi avea di fiamme ruote. 99
Ma quell'anime, ch'eran lasse, e nude
Cangiar colore, e dibatterò i denti,
Ratto, che inteser le parole crude. 102
Bestemmiavan Iddio, e i lor parenti,
L'umana specie, il luogo, il tempo, il seme
Di lor semenza, e di lor nascimenti. 105
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
Forte piangendo alla riva malvagia,
Che attende ciascun uom che Dio non teme. 108
Caron, dimonio con occhi di bragia
Loro accennando, tutte le raccoglie:
Batte col remo qualunque s' adagia. 1 1 1
Come d'autunno si levan le foglie,
L'una appresso dell'altra, infin che'l ramo
Rende alla terra tutte le sue spoglie; 114
Similemente il mal seme di Adamo:
Gittansi di quel lito acfuna ad una
Per cenni, com'augel per suo richiamo. 1 17
88 INFERNO
Così sen vanno su per l'onda bruna;
Ed avanti che sien di là discese ,
Anche di qua nuova schiera s'aduna. 120
Figliuol mio, disse il Maestro cortese,
Quelli che muojon nell'ira di Dio,
Tutti convengon qui d'ogni paese: 123
E pronti sono al trapassar del rio,
Che la divina giustizia gli sprona
Sì che la tema si volge in disio. 126
Quinci non passa mai anima buona:
E però se Caron di te si lagna,
Ben puoi saper ornai, che il suo dir suona. 129
Finito questo, la buia campagna
Tremò sì forte, che dello spavento
La mente di sudore ancor mi bagna. 132
La terra lagrimosa diede vento,
Che balenò una luce vermiglia,
La qual mi vinse ciascun sentimento:
E caddi, come Tuom, cui sonno piglia. „ 135
COMMENTO DI BENVENUTO
Scorsi i due primi canti proemiali di proposta, e d'in-
vocazione Dante in questo incomincia la narrazione, e trat-
tato. Può il canto dividersi in quattro parti generali, e nella
prima descrive l'ingresso e chi fece l'Inferno, e come e per-
chè fu fatto: nella seconda tratta in generale della pena de'vili,
e tristi compresi sotto il vocabolo di — cattivi — qui sospir ec.
nella terza si mostra la loro pena, e si descrive specialmente
un di loro poscia eh i n ebbi ec. nella quarta il passo generale
dell' Inferno et io che a riguardar oltre ec. nella quinta leggesi
CANTO III. 89
la risposta di Virgilio a due inchieste di Dante figlimi mio ec.
per me si va ne la cita dolente per la pena, e dolor delle
pene. Ma si oppone- con s. Agostino nella città di Dio, e col
Filosofo nel libro de' politici — che la città non è altro che un
convegno di cittadini ordinati a ben vivere; malamente quindi
può dirsi P Inferno città. E si risponde, che qui l'autore pren-
de il nome metaforicamente, e chiama l'Inferno città, come
gremito dalla gente di tutte le città del mondo, spinta da po-
ter divino a ricevere la punizione delle colpe, per me sen va
nell eterno dolore l'Inferno non ha fine quantunque abbia a-
vuto principio; chiamasi quindi eterno a parte post, per me
sen va traila perduta gente fra i dannati. Qui l'autore come
ognun di per sé conosce ha fatt' uso della figura rettorica di
ripetizione, justicia. Finge Dante di scorgere una iscrizione
sulla sommità della porta dell' Inferno, quale serve di discorso
a chiunque entri: così usa dell'altra figura rettorica confer-
mazione, che si avvera, quando attribuiamo loquela, od altra
umana facoltà a cosa inanimata giusticia mosse il mio alto
factore giustizia mosse Diavper punire i peccati; imperocché
a testimonianza di s. Agostino più splende la giustizia nell' In-
ferno, che in Paradiso, non essendovi nel primo alcuno, che
non abbia demeritato della gloria. E sebbene il nostro merito
finito non possa arrivare al bene infinito, nulla di meno se a-
dempia ai divini precetti l'uomo per grazia potrà ottenerlo.
L'Inferno poi fu fatto da Dio trino, ed uno: risguarda il pa-
dre allorché dice la divina potestà fece me — la somma sa-
pienlia il figlio e l primo amore lo Spirito Santo. Gli attri-
buti della individua Trinità sono così distinti — potenza al Pa-
dre — sapienza al Figlio — bontà allo Spirito Santo. —
Dinanci si tocca il quando fu fatto l'Inferno, e cioè al
principio della creazione del mondo. In sostanza vuol dire — il ♦
90 INFERNO
solo Dio creatore di tutte cose fu prima di me —, e con que-
sta mente si spieghi ii testo, cose create non fur dinanci a
me ma furono create con me se non eterne soltanto le cose
veramente eterne mi precedettero, vale a dire la Trinità. Al-
cuni tengono queir — eterne — per perpetue o coeve, e di-
cono che gli angeli sembrano essere stati prima dell'Inferno
quantunque peccassero nel momento stesso di lor creazio-
ne, e per necessità dovendo essere la colpa prima della pe-
na. Ma non può sostenersi che l'angelo sia stato contem-
poraneamente nella grazia, e fuori della grazia. Secondo tale
interpretazione il testo deve leggersi così cose non fur create
dinanci a me se non eterne neppure gli angeli et io eterno du-
ro cioè eternamente insieme cogli angeli. In tal modo viene a
prendersi quell'eterno meno strettamente, che nella prima
interpretazione. Parlando infatti a tutto rigore il solo Iddio è
veramente eterno; ma l' Inferno lo è soltanto a parte post., co-
me altra volta si disse.
Lasciate ogni speranza voi eh intrate. É questa la su-
prema delle pene, non potendo sperare il termine, o la fine
de' tormenti. L'anima dannala vive nella pena eterna, come
la salamandra nel fuoco. Ma come mai Dante, letta la iscrizio-
ne, ebbe ardire di entrare? Egli non entrava nell'Inferno nel
modo che vi entrano gli altri, ed entrava colla certezza di
sortirne: ecco perchè ardì, queste parole vid io tanto orribili
inscripte incise di colore obscuro in luogo scuro, in tempo
scuro, di materia scura al sommo duna porta sulla sommità
della prima porta d'ingresso dell'Inferno, perch io il perchè
dissi io Maestro o Virgilio il senso lor me duro tal linguag-
gio mi è duro, d'entrare senza speranza di ritorno. Ovvero
è duro, che si punisca l'uomo in eterno quando non può pe-
nare che temporaneamente. Ma si risponde, che l' uomo si pu-
CANTO IH. 91
nisce eternalmente perchè pecca eternalmente. La giustizia di-
vina non così punisce il peccatore penitente, ma solo il pec-
catore ostinato , e disperante il perdono; anzi alcuni al pun-
to di morte lagnavansi di non aver potuto fare maggiori , e
maggior numero di colpe, et igli a me Virgilio mi rispose co-
me persona accorta acuta, e ponderameli si conven lassa-
re ogni sospecto — ogni viltà conven che qui sia morta. Biso-
gna lasciare a questo primo passo ogni pusillanimità, e timi-
dezza. E Dante, come si vide, poteva con tutta fermezza im-
prendere tale viaggio nella mira di osservare, e descrivere,
i vizi, e le pene, giacché aveva certezza di sortirne, noi sem
venuti al loco ovio to decto alla fine del primo canto che tu
vedrai la gente dolorosa le anime dei damnati ai tormenti
eh anno perduto l ben de lintellecto perdettero 1' intelletto,
che è il più gran bene, e che distingue l'uomo dalle bestie,
e lo rende simile a Dio che è il vero, sommo, ed unico bene.
et poi lo stesso Virgilio mi mise dentro a le secrete cose alle
cose invisibili, e che non si palesano se non all'anima con-
templativa con leto volto. 11 vero sapiente spontaneo , e lieto
fa parte altrui di sua sapienza ond io mi confortai mi rincorai
poiché porse la sua mano a la mia perchè mi ajutò, e so-
stenne. La mano può chiamarsi l'organo degli organi, e ve-
ramente Virgilio porse mano adjutrice all'autore, se dopo a-
verlo introdotto nell'Inferno arrivò a descrivere quanto voleva,
con molto vantaggio prop fio, e d'altrui, e si giovò della stra-
da, che altri aveva aperta prima di lui.
Quivi sospiri e pianti. Seconda parte generale. Pena de-
gl'imbecilli, e de' vili. Dante li mette separati dagli altri co-
me indegni di consorzio et alti guai secondo la diversità della
pena resonavan per l aer senza stelle l'Inferno non è illu-
minato da stelle essenzialmente parlando; è privo di chiarore
92 INFERNO
parlando in senso morale perch io al cominciar né lagrimai
piansi per compassione, diverse lingue di ogni regione mon-
diale sono que' tristi horribili favelle spaventose parole di do-
lore spremute dal tormento accenti dira V accento secondo i
grammatici è la pronunciazione della sillaba or grave, or acu-
ta, or circonflessa voci alte grida e fioche rauche dal troppo
pianto e suon di man con elle percossa di mani. E tutto ciò
faccian un tumulto un confuso strepito el qual s agira si vol-
ge in giro sempre in quel aere tincta caliginosa, tenebrosa sen-
za tempo e te r n alme n te. come l arena si volge in giro quando
l turbo spira. 11 turbine è uno scontro di due venti, che tra-
sporta in cerchio la paglia, e la polvere. Come poi le arene so-
no innumerevoli, così lo sono costoro. L'anima vile, sterile
per sé stessa , si calpesta da tutti , al pari della paglia , che si
trasporta, e dell'arena che si disperde. La formica, raccolto
il grano pel tempo dell'inverno, diceva alla cicala — cosa fa-
cesti nel tempo d' estate? rispose la cicala — cantai — Va dun-
que, soggiunse la formica, canta adesso, e datti buon tempo.
et io eh avea la testa tincta de errore la fantasia turbata da
tanta confusione, ovvero de horrore per l'orribile schiamazzo
dissi Maestro Virgilio che e quel eh i odo — e che gente cos' è
questo tumulto, e qual sorta di peccatori? che par si vincta
nel duolo si oppressa da non poterne più? L'autore si contrista,
perchè il sapiente, riandando la vita di costoro così misera-
mente perduta, non può persuadetesi che tante migliaia d' uo-
mini siano nati solo a consumar biade, ed a crescer numero
di turbe, et elli a me Virgilio mi rispose li animi tristi di
coloro — che visser senza fama e senza lodo e per conse-
guenza senza alcuna virtù. Altri leggono senza infamia ma
la prima lezione è migliore, perchè non vissero senza infa-
mia come si vedrà in appresso, tengon questo misero modo
CANTO IH. 93
miseri nel vivere, e nel morire mischiate a quegli angeli cat-
tivi che non furono per Dio, né contro Dio meschiati sono a
quel cattivo choro — de li angeli che non furon ribelli — a
Dio ma per se foro. La pugna che, si dice, fosse nel cielo non
fu corporale, con lancia, e scudo come il volgo crede, ma
piuttosto mentale; alcuni furono ribelli con Lucifero, altri a-
pertamente, altri vacillanti, ed incerti; alcuni quindi pecca-
rono più, altri meno. Né ritenere che gli ultimi non peccas-
sero, imperocché chi non è con me, è contro di me. Ecco la
ragione per cui Dante li mette in quest'aere basso, e caligi-
noso, i cieli cacciarli i cieli non vollero ritenerli per non es-
ser men belli perchè la bellezza de' cieli non fosse oscurata:
i cieli sono corpi perfetti, e debbono governarsi da perfetti
reggitori, ne lo profondo Inferno li riceve — non li riceve
neppure il basso centro deir Inferno eh alcuna gloria i rei
avrebber d etti perchè i cattivi trarrebbero ragione di gloria
da quelli.
Alcuni negano di uniformarsi a Dante sull'opinione degli
angeli che stettero neutrali. Eppure sappiamo dal Maestro
delle sentenze, che degli angeli cattivi alcuni furono precipi-
tati nel ceAtro, ed altri rimasero in questo aere caliginoso,
e sprezzano gli uomini: anzi dice ancora che alcuni sono de-
putati soltanto allo sprezzo di un solo vizio. Essi hanno pena
condegna rispetto a società, perchè furono innumerabili gli an-
geli caduti e possono dirsi infiniti gli uomini dannati ; rispetto
a luogo quelli, e questi trovandosi in aria tenebrosa, rispetto
a viltà della quale questi, e quelli sono macchiati ; rispetto a
moto perchè gli uni, e gli altri si aggirano all' incerto, et io
dissi o Maestro o Virgilio che e tanto grave a loro qual pena
grave li affligge che lamentar li fa si forte come io ascolto?
rispuose dirotilo tei dirò molto breve in pochi delti, non me-
94 INFERNO
ritando l'argomento che vi si trattenga, questi non hanno
speranza di morte all' intelligenza del che deve notarsi che
l'autore dice il vero se parliamo d'Inferno essenziale perchè
ivi è morte senza morire; se poi parliamo d'Inferno morale
l'autore intende esprimere, che quei vili e tristi spesso arri-
vano a tal estremo di misera vita, che invocano la morte come
rimedio, senza che la morte voglia esaudirli. Questa è la vera
intenzione di Dante, che lor cieca vita e tanto bassa impe-
rocché viventi ancora son morti eh nvidiosi son d ogni air
tra sorte invidiano altrui, anzi spesso gli stessi morti, senza
essere invidiati da alcuno. — Mostra l'autore la viltà della co-
storo vita col riflesso che gli uomini tutti sono ardenti di
onore, mentre questi ignorano affatto l'onore el mondo non
lassa esser fama di loro così è chiaro che superiormente deve
leggersi che visser senza fama e non senza infamia, come
si pretende da alcuni, imperocché sono tanto infami che mi-
sericordia e giustizia li sdegna e bisogna distinguere; o par-
liamo d' Inferno essenziale, e misericordia li sdegna non ri-
cevendoli né il Purgatorio, né il Paradiso. Non li riceve nep-
pure l'Inferno perchè sono fuori, in luogo separato, e pare
che neppure il diavolo si degni accoglierli nel proprio re-
gno: o parlasi d'Inferno morale, ed allora misericordia li
sdegna come quando si trova in questo mondo taluno che è
povero e misero volontariamente, e si grida ben gli sta, per-
chè fu sempre ozioso, pusillanime, infingardo. Anche la umana
giustizia sdegna di punire costoro e così godono del privile-
gio di loro viltà, come la meretrice, che non può accusare di
adulterio, né essere accusata. Virgilio quindi soggiunge non
ragionar di lor ma guarda e passa. Scrive Valerio Massimo
di colui che abbruciò il tempio di Diana in Efeso, che ciò fa-
cesse, affinchè la distruzione di opera tanto insigne spandesse
CANTO HI. 95
il nome dell'incendiario in tutto il mondo; quelli d'Efeso al-
l'incontro con un decreto tentarono di togliere dal mondo la
memoria di quell'infame. Non pertanto Teopompo scrittore
di sommo ingegno comprese il nome di colui nelle proprie
storie, il perchè Macrobio ne' Saturnali disapprova la men-
zione di Teopompo, ed in Asia fu severamente vietato di pro-
nunciare il solo nome, et io che riguardai alla sfuggita se-
condo il consiglio del Maestro vidi una insegna di que'vili,
secondo il moto della quale sono trasportati che girando cor-
rea tanto racla movendosi in giro era tanto veloce che d'ogni
possa mi parea indegna la infinita moltitudine seguiva tale
insegna, forse una penna, a guisa di quella che portasi co-
munemente dai ribaldi e si longa traccia li venia dietro eh io
non aria creduto tanto era numerosa la turba seguace, che
non avrei mai supposto che morte n avesse disfacti tanti
sono costoro un misto di poltroni, piaggiatori, gallinai, fac-
chini, accattoni, e simili ecc. Non avrei creduto che tanti se
ne trovassero al mondo, quanti ne vidi io stesso mendicare in
Avignone, e per tutte le parti d' Italia.
Poscia eh io n ebbi terza parte generale. Dante fa spe-
ciale menzione di uno di costoro, che la grande fortuna sua
con pusillanimità rifiutò, e tocca sempre i più famosi per
maggiore impressione negli uditori, come lo attesta nel canto
XVII del Paradiso — Ma chi fu che fece il gran rifiuto? La
comune opinione vuole, che l'autore avesse di mira Cele-
stino V chiamato fra Pietro de' Moroni perchè usò delle parole
il gran rifiuto, e così per antonomasia doversi intendere del
papato. Certo che nel mondo cristiano non vi è maggior di-
gnità del papato. Aggiungono altri, che Celestino poteva più
meritare nella somma dignità di quello che nella quiete, ed
ozio dell'eremo, il perchè s. Pietro Apostolo dice— lavorai,
96 INFERNO
non fruttificai — e sarebbe bastato al bene delle anime che
avesse lavoralo, quand' anche non avesse ricavato molto frutto.
Non gioverebbe a scusarlo l'animo puro, e schietto con cui
rifiutò, perchè il rifiuto avrebbe sempre in sé stesso la mas-
sima viltà. Secondo per altro la mia opinione, sostengo che
Dante qui non parli/nè parlar possa di Celestino, che mi pare
facesse il rifiuto non per viltà, ma invece per magnanimità.
Se vogliasi parlare senza passione Celestino fu magnanimo
prima del papato, nel papato, e dopo il papato; prima perchè
sentita appena la sua elezione tentò fuggire col suo compagno
e discepolo Roberto Salenti no; ma circondato dalla moltitu-
dine festante, gli fu impossibile ridurre ad effetto il suo de-
siderio: nel papato, imperocché giunto air apice della dignità,
e potere si fece costruire una piccola, ed eremitica cameretta
nell'ampio palazzo papale, nella quale, ed in ciascun giorno
per molte ore stavasi in santa contemplazione, e parlava con
Dio fra tante cure , fra strepiti degli armati , e fra tanta pompa,
e solennità; visse dunque umile nell'altezza, solitario fra ina-
ni ere voli persone, povero fra le ricchezze, e con tanto mag-
giore magnanimità quanto la rinunzia, e rifiuto erano di cose
maggiori. Anche s. Pietro primo vicario di Gesù Cristo ab-
bandonò la piccola sua navicella ; ma questo successore di
s. Pietro rinunciò a massima, e ricchissima nave, in tempo
in cui era pregio maggiore il ritenerla, cioè quando per ismi-
surata ambizione si cercava da tutti. Fu più magnanimo nella
rinuncia, di quello che fosse Bonifacio nel cercare a tutta
possa di possederla, e sotto della quale doveva poi ipfelice-
mente morire. Conosceva Celestino di essere incapace, anzi
inutile a tanto incarico, che contro voglia aveva accettato , e
perchè inesperto degP interessi del secolo, tolto al mondo da
tanto tempo, isolato nella contemplazione nelle selve: non
CANTO 111. 97
isperava trarre alcun frutto dalle sue cure papali in vantag-
gio della Chiesa , specialmente perchè conosceva esservi nella
Chiesa persone incorreggibili ed insaziabili, che non avrebbe
potuto allontanare dalle simonie, ed altre cupidità alle quali
erano con tutto l'animo intenti. Fu magnanimo anche dopo il
papato. Deposta infatti la somma dignità , quasi gravissimo
peso, ricercò ardentemente la prima vita solitaria, come pri-
gioniere liberato dal più orribile carcere. Narrano quei che lo
videro , tornare con tanto gaudio, ed allegrezza da non sem-
brare liberato da un peso, ma che avesse tolta la testa di sotto
la scure. Egli sapeva dove tornava, e più non ignorava donde
partiva. Partiva come da un inferno, e ritornava al paradiso
de' viventi, se non si fosse opposta l'astuzia di Bonifacio,
che fattolo prigione, lo chiuse in duro carcere, sotto rigidis-
sima guardia, dove se mutò luogo, l'animo non cambiò. Pas-
sato infatti al bacio del Signore, la di lui anima apparve al suo
discepolo Roberto, e lo persuase a star fermo nella santa soli-
tudine insino alla morte. E in un momento la fama del disce-
polo si sparse per tutta Italia , e l'ordine fondato superò le
Alpi, e splendettero miracoli, e fu Celestino ascritto nel cata-
logo de'santi. Dal sin qui esposto appare dunque inammissibile
la opinione comune, e non è supponibile che Dante per ubbi-
dire alle opinioni del volgo, abbia voluto condannare un san-
tissimo uomo. Ma chi fu dunque il tristissimo che rifiutò? Ri-
spondo, che, secondo i migliori interpreti, fu Esaù che ri-
nunciò la primogenitura al fratel suo Giacobbe. Né tale rinun-
cia fu di piccol conto, imperocché dal primogenito d' Isacco
doveva venire Gesù Cristo, che figurò tacitamente lo stesso
Isacco, quando fece giurare il figlio suo sopra la propria co-
scia^ non senza perchè volle tal nuovo genere di giuramento.
La rinuncia poi fu della massima viltà, perchè dettata dall' in-
Rambaldi — Voi. 1 . 7
98 INFERNO
gordigia del ventre, cioè per un piatto di lenti, per viUade
aveva detto figuratamente l' autore , e meritamente pone Esaù
fra i poltroni, vili, e tristi, che spesso per poco cibo gettano i
veri beni, e si fanno conoscere nel mondo come destinati solo
a distruggere, e digerire ogni terrestre prodotto. Dante avrà
contemplato piuttosto il vile, e vorace Esaù, che il santo, e
coraggioso Celestino. Ad ulteriore scusa dell'autore, aggiun-
gerò poi , che a Dante non era per anche nota la santità di Cele-
stino, e la rinuncia era stata di poco tempo prima, e Celestino
non era stato allora posto nel catalogo de' bea ti, quando Dante
scriveva. Clemente V lo canonizzò nell'anno 1313. Dante in-
oltre era sdegnato contro di Bonifacio autore del suo esilio,
ed espulsione dalla patria, e Celestino aveva a Bonifacio spon-
taneamente ceduto il papato.
Vidi e conobbi l'ombra di colui io Dante vidi che fece
il gran rifiuto per viltà è la viltà che caratterizza il rifiuto.
poscia eh io n ebbi alcun riconosciuto in tanta moltitudine
incontinenti tosto intesi e certo fui che quella era la secta
de cattivi separata da ogni altra setta spiacenti a Dio et a
nemici sui questi vili, e tristi dispiacciono a Dio , ed al de-
monio, ossia moralmente parlando dispiacciono ai buoni , ed
ai cattivi, questi sciaurati che mai non fwron vivi nella vita
corporea non fecero mai un'azione per dire — vissi — e nep-
pur dopo morte lasciarono nome eran gnudi ignudi, e laceri
quantunque ricchi, e denariosi, ossia privi di ogni industriosa
virtù e stimolati mollo da moschon e da vespe che eran ivi
anche nel mondo de' viventi i poltroni, e gl'infingardi sono
preda di tutti i malanni, della rogna, della lebbra, o simile, e
sono peso degli ospitali, delle strade, e delle fosse, senza con-
forto di visite fuorché di mosche, e tafani , animali generati
dalla superfluità, e putrefazione. UH mosconi, e vespe rigar
CANTO III. 99
vano bagnavano a righe il volto lor di sangue perchè loro
laceravano il volto sino air effusione del sangue che quel san-
gue mischiato di lagrime spremute dal dolore e ricolto da
vermi fastidiosi. Qualche volta i vermi non solo suggono il
sangue misto alle lagrime, ma que' tristi si riempivano di tali
piaghe, che sporgevano i vermi. É questa schifosa materia;
ma l'autore se ne occupa non poco, perchè da essa ricava un
salutevole terrore contro il vizio, che punisce.
Et io che riguardare quarta parte generale. Passo del-
l' Inferno, et io io Dante che mi diedi a riguardar oltre che
volsi la mia contemplazione più in là vidi gente altra setta di
pravi alla riva di un gran fiume alla riva di Acheronte,
fiume profondo, che non può guadarsi, se non per nave, e
dimandai a Virgilio chi fossero quelle anime, e perchè si mo-
strassero ansiose del passaggio del fiume perch io dissi mae-
stro o Virgilio or mi concedi eh io sappi quali sono queste
anime et guai costume sembrando contro natura andar vo-
lentieri incontro alla pena li fa parer si pronti del trapassar
al di là di Acheronte com io discerno per lo fiocho lume tra-
vedo per T incerto lumeel egli a me rispose Virgilio le cose ti
fien conte ti saran manifeste allora quando noi fermerem li
nostri passi ci fermeremo su la trista rivera d Acheronte
sulla riva del fiume Acheronte, veramente tristo perchè suona
senza salute dall' — a — che significa senza, e da — chere —
che vuol dir salute. Virgilio ritarda la risposta all'autore per
ammonirlo di andare cautamente, e con riflessione verso del
primo ingresso infernale, perlocchè Dante tacque quasi ver-
gognando insinoalla riva allormi trassi infin al fiume senza
dir parola con gli occhi vergognosi e bassi — temendo noi
mio dir li fosse grave temendo di essergli importuno.
Nell'agro campano, ed in quella parte che oggi si chiama
100 INFERNO
terra di Lavoro, non lungi dalla città di Napoli, secondo Vir-
gilio nel 6 e 7, fu la città di Cuma in dolce colle, dove e-
rasi costrutto il tempio della Sibilla cumana, in riva del lago
di a verno, le mura del qual tempio anche adesso per ruderi si
mostrano. Qui niun abitatore: non uccelli, o lor nidi. I lavo-
ratori di quel luogo accennano la spelonca della Sibilla, ed il
lago d' averno tanto celebrati dai poeti , ove dicono, fosse la
discesa all' Inferno, perchè luogo orribile, e pestilente, luogo
di piccolo circuito , stretto intorno da colli , ed una volta da
selve così folte, che poco restava passo alle esalazioni gl'a-
ria vi era soffocante. Qui l'acqua del mare si corrompeva: al-
l' intorno scaturigini, e vene di zolfo per cui gli uccelli sopra
volanti, cadevano in esse morti. Vi era dunque ragione di ri-
tenerlo per T averno, ossia luogo senza diletto. Le acque del
lago non sono potabili : han pochi pesci, piccoli, nerastri,
fatali per cibo: se per fortuna di mare, o per impeto d' onde
vi si gettano pesci grossi, vivono bensì nel lago, ma niun pe-
scatore turba la vita loro. Il soavissimo Boccaccio da Certaldo
nel suo libro de' fiumi scrive aver egli veduto, sotto il regno
del re Roberto, immensa quantità di pesci gettata sulla riva,
che sembrava alcun che di mostruoso, ma i pesci eran morti,
ed aperti che fossero , mostravansi negri, e fetenti di zolfo ,
che neppure i cani se ne cibavano. 1 pratici di quo' luoghi ri-
tenevan che le vene sulfuree fossero tanto potenti da uccidere
i pesci. Gli antichi quindi credettero che in tal luogo fosse la
strada per discendere all' Inferno, e vi facevano i sagrifizi a-
gli Dei infernali col sangue di vittime umane. Omero nelP 0-
dissea scrive che Ulisse andò all' Inferno ucciso Elpenore, e
richiamò le ombre con sagrifizi, ed incanti , e le interrogò sul
futuro. Anche Virgilio nel 6 descrive la discesa di Enea al-
l' Inferno, immolato Miseno suonatore di tromba. Virgilio volle
CANTO III. 101
in lai modo , e colla sua eloquenza coprire la crudeltà del
fatto. Vi è ora un monte che s' innoltra nel mare , e che dal
fatto di Hiseno viene chiamato monte Miseno. Cesare Augusto
fece tagliare, ed estirpare la selva, e rese queir orrido luogo
un sito ameno, e salubre. Poco lontano trovasi un lago, in
cui la terra, senza segno visibile, e senza vene o acquose, o
sulfuree produce un vapor salutare, ed un fumo medicinale pei
corpi lebbrosi. Perciò il Petrarca in una lettera, che chiama i-
tinerario scrive — si può dire giunti che siate a tai luoghi ,
che il rimedio alla vita , e F orror della morte trovansi sulle
vicinanze di Miseno : que' luoghi vengono chiamati Baje da
un compagno di Ulisse ivi sepolto: erano vere delizie inver-
nali de' romani, come lo attestano i ruderi di marina che an-
cora ivi si trovano.
Et ecco — Descrizione di Caronte, quasi Cronon, ossia
tempo , e quindi la Cronaca libro che contiene le opere con
ordine de* tempi. La nave, o barca di cui si serve Caronte fi-
gura la vita umana debole, ed instabile, e serve al tragitto al-
l' altra vita pei flutti della umana concupiscenza, et ecco un
vecchio il tempo è antichissimo, e secondo il Filosofo eterno
bianco canuto per antiquo pelo per vecchiaja gridando guai
a voi anime prave mal sia a voi non isperate veder lo cielo
non isperate nella misericordia di Dio, perchè siete morti nella
colpa io vegno per menarve a l altra riva alF Inferno nelle
tenebre eterne in caldo e in gielo i furbi, e maligni sono tor-
mentati col fuoco, i traditori col ghiaccio. Alcuni testi portano
tenebre esterne ossia strane, imperocché per tenebre interne
s' intendono i peccati , per le esterne s' intendono le pene
dell' Inferno secondo F Evangelo — mittite eum in tenebras
exteriores.
Et tu che se costi anima viva parole di Caronte che pus-
102 INFERNO
sono prendersi istoricamente — anima viva — vivente nel cor-
po, non per anche da lui separata, ovvero moralmente — anima
viva — non morta nel peccato come le anime di costoro partiti
da cotesto che son morte allontanati da questi morti corporal-
mente, e moralmente. E Caronte non vedendo l' autore allon-
tanarsi gridò verrai a piaggia a riva, perchè qui non è porto
per altra via per altro mezzo non qui colla mia barca, poi-
che vide eh io non mi partia soggiunse più lieve legno con-
vien che ti porti cioè la tua mente che è lievissima, e Dante
entrò in fatti mentalmente, e non corporalmente nell' Inferno.
E l duca a lui Virgilio a Caronte — non isdegnarti, perchè
vuoisi cosi la ove si puote quel che si vole in cielo, perchè
Dio può quanto vuole quinci per la risposta di Virgilio fuor
quete le lanose gote le gote barbate , e bianche al nocchier
della livida palude di Caronte che trasporta le anime per la
livid' acqua di Acheronte, dal quale nasce la palude stigia, di
cui si parlerà più avanti eh intorno agli occhi avea di fiam-
me rote fiamme d'ira, o perchè il tempo consuma tutte le cose
come fuoco. Pensano alcuni , che per Caronte debbasi inten-
dere la morte, la quale fa passare ogni anima all'altra vita,
e si finge cogli occhi di fiamma, e cui niuno può sfuggire:
Virgilio perciò descrisse Caronte squallido, e terribile perchè
la morte è squallida, e V ultimo de' terribili, e la squallidezza
maggiore rinvengonsi nelle morte salme, che imputridiscono,
e si sciolgono.
Ma quelle anime eh erari lasse e nude lasse cioè spossate,
e nude di ogni virtù changiar color mutarono colore , non
come ritengono alcuni, perchè la morte lo fa cangiar, ma sib-
bene per timore della morte esterna, o pena infernale che lo-
ro minacciava Caronte e dibatterò i denti per rabbia e dispe-
razione ratto che intesero le parole crude tosto che intesero
CANTO 111. 103
le crude parole del nocchiero, bestemmiavano Dio come dice
Isaia et i lor parenti padre, e madre l umana spetie perchè
invece vorrebbero esser nati animali, cui muore l'anima quan-
do muore il corpo, per sottrarsi alla minacciata pena infernale
il loco e l tempo di lor procreazione e l seme di lor semenza
i primi genitori ed i lor nascimenti la lor venuta al mondo.
poi si ritrasser tutti quanti insieme tutti si unirono per mon-
tar nella barca forte piangendo per la decretata pena alla riva
malvagia alla riva d' Acheronte che attende ciascun hom che
Dio non teme che aspetta ogni peccatore, che non temendo
Iddio, è morto ostinato. Charon (limonio l'autore chiama
il nocchiero demonio, quando Virgilio lo chiamò Dio; ma la
poesia ammette gli Dei superi, ed inferi, come la teologia am-
mette gli angeli buoni , e cattivi cum occhi di bragia con oc-
chi igniti , ed infiammati tutte le raccoglie nella barca accen-
nando lor con cenni comandando, batte col remo qualunque
s adagia tarda. Quelle anime si scagliavano dal lido alla nave,
come le foglie al tempo autunnale cadono dai rami. Similitu-
dine la più propria! Le foglie cadono in tempo di autunno do-
po colti i frutti: la terra allora si chiude, e non ministra più
alimento ai tronchi , ed alle piante : del pari 1' uomo muore ,
compiute le opere buone, e cattive, allorché il corpo non ha
più bastante vitalità, o naturale umore, e calore.
E l mal seme d omo il genere umano gettami di quel
lito si slancia da quella riva d'Acheronte nella barca ad una
ad una per cenni con segni che lor fa il nocchiero come uccel
per suo richiamo V uccello si adesca col cibo , o col fischio ,
o con altro moto, similmente come le foglie si levan de au-
tunno l una apresso l altra — infin che l ramo rede a la ter-
ra tutte le sue spoglie finché resta affatto nudo di foglie , delle
quali prima era vestito. Dante tolse la similitudine da Virgilio
104 INFERNO
con qualche variazione in meglio, e Virgilio ]' aveva presa da
Omero, cosi sen vanno super l onda bruna per l'acqua scura
di quel fiume nuova gente & aduna anche di qua si affolla
alla prima riva donde partì la barca avanti che sien discesi
di la prima che siano portate le anime all'altra riva, nuove
anime si affollano nel luogo donde le altre partirono. Con ciò
vuol significar Dante, che tutto dì si muore, e tutto dì essen-
zialmente, e moralmente si scende all'Inferno.
Figliuol mio quinta parte generale. Il maestro cortese
Virgilio liberale nel far parte di sua scienza disse o Dante, tu
chiedesti chi erano costoro, e promisi risponderti sulla riva
d' Acheronte tutti quelli che vivon ne l ira di Dio son quelli
che provocarono Tira di Dio convengon qui d ogni paese
s'affollano a questa riva da ogni parte del mondo e prompte
sono a trapassar lo rio il fiume Acheronte che la divina ju-
stitia li sprona li spinge si che la tema si volge in desio il
timore si volge in desiderio. Anche nel mondo qualche volta
il colpevole, spinto da suoi rimorsi, invece di fuggire invoca,
o va incontro alla pena. Ho sentito più volte raccontarmi, che
un colpevole di omicidio, si presentò al giudice confessando
spontaneamente il delitto, ed insistette per la pena di morte,
giacché dopo la commissione più non aveva avuto un mo-
mento di pace, o di quiete, quinci non passa mai anima
buona. Gli uomini in due maniere vanno all'Inferno; quelli
che muoiono ostinati nella colpa passano tutti nella barca di
Caronte senza speranza di ritorno; quelli che non perseve-
rano nella colpa, ed anzi si emendano prima di morire, vanno
bensì all' Inferno anch'essi, ma, ne escono per mezzo della pe-
nitenza. Fu di questi l'autore, che finge esser passato all'In-
ferno, ed essere sortito pel Purgatorio.
Dante a questo punto finge essere caduto come in asfisia,
CANTO IH. 105
ed alcuni ritengono che ciò avvenisse pel turbamento de' sensi
cagionato dal puzzo della palude. Altri ritengono che essendo
entrato nell' Inferno la soddisfazione , o la gloria di esservi
giunto l'opprimesse nei sensi. Ma qui l'autore non precisa co-
me al principio precisò di essersi trovato in una selva, e non sa-
peva come vi entrasse ; ma intende esprimere che guidato dalla
ragione imprese la contemplazione de'vizi. Finge quindi di es-
sere stato colto da alto sonno, ossia da forte astrazione men-
tale, colpito dall' impressione della pena di coloro, che erano
privi di speranza di vedere Iddio, ed entravano nell'eterno
tormento, finito questo dopo avermi Virgilio schiarito sulle
mie ricerche la buja campagna la oscura riviera di Acheronte
tremo si forte mise tanto tremito che la mente la memoria
ancor mi bagna di sudore mi fa scorrer per l'ossa un freddo
sudore de lo spavento pel terrore da cui fui preso, la terra la-
crimosa la predetta fiumana , valle di lagrime diede vento —
che baleno a modo di folgore una luce vermiglia chiarore
rosastro, che illuminò il mio intelletto tanto da togliermi da
questi oggetti esteriori, e mi chiuse gli occhi corporei, men-
tre mi apriva quelli della mente la qual mi vinse ciascun
sentimento sopì in me ogni senso e caddi come l uom cui
sono piglia caddi assonnato, e mi abbandonai alla quiete,
cessando da qualunque operazione. Dante usa della finzione
del sonno nell'ingresso dell'Inferno: usa della stessa finzione
nell'entrare del Purgatorio, e così dormiente viene rapito da
un'aquila: spesso ne' cambiamenti di stato si piace di usare
del sonno anche altrove.
CANTO IV.
TESTO MODKRMO
Ruppemi l'alto sonno nella testa
Un grave tuono, sì eh' io mi riscossi
Come persona, che per forza è desta. 3
E l'occhio riposato intorno mossi,
Dritto levato, e fiso riguardai,
Per conoscer lo loco, dove io fossi. 6
Vero è che'n su la proda mi trovai
Della valle d'abisso dolorosa,
Che tuono accoglie d'infiniti guai. 9
Oscura, profonderà, e nebulosa
Tanto che per ficcar lo viso al fondo,
Io non vi discernea alcuna cosa. 12
Or discendiam quaggiù nel cieco mondo ,
Incominciò il poeta tutto smorto:
Io sarò primo, e tu sarai secondo. 15
Ed io, che del color mi fui accorto,
Dissi: come verrò se tu paventi,
Che suoli al mio dubbiare esser conforto? 18
Ed egli a me: l'angoscia delle genti ,
Che son quaggiù, nel viso mi dipinge
Quella pietà che tu per tema senti. 21
Andiam, che la via lunga ne sospinge.
Così si mise, e così mi fé entrare
Nel primo cerchio che l'abisso cinge. 2*
CANTO IV. 107
Quivi, secondo che per ascoltare,
Non avea pianto , ma' che di sospiri ,
Che l'aure eterne facevan tremare. 27
E ciò avvenia di duol senza martiri ,
Ch'avean le turbe, ch'eran molte, e grandi,
E d'infanti, e di femmine, e di viri. 30
Lo buon Maestro a me: tu non dimandi
Che spiriti son questi, che tu vedi?
Or vo'che sappi, innanzi che più andi, 34
Ch'ei non peccar o: e s'egli hanno mercedi,
Non basta, perch'e'non ebber battesmo,
Che è porta della fede, che tu credi. 36
E se furon dinanzi al cristianesmo ,
Non adorar debitamente iddio :
E di questi cotai son io medesmo. 39
Per tai difetti, e non per altro rio,
Semo perduti, e sol di tanto offesi,
Che senza speme vivemo in disio. 42
Gran duol mi prese al cor, quando lo intesi ,
Perocché gente di molto valore
Conobbi, che' n quel limbo eran sospesi. . 45
Dimmi, Maestro mio, dimmi, signore,
Comincia' io, per voler esser certo
Di quella fede , che vince ogni errore: 48
Uscinne mai alcuno, o per suo merto,
0 per altrui , che poi fosse beato?
E quei ch'intese il mio parlar coverto, 51
Rispose: io era novo in questo stato,
Quando ci vidi venire un Possente
Con segno di vittoria incoronato. 54
Trasseci l'ombra del primo parente,
108 INFERNO
D'Abel suo figlio, e quella di Noè
Di Moisè legista, e 1' ubbidiente 57
Abraam patriarca, e David re :
Israele col padre, e co' suoi nati,
E con Rachele per cui tanto fé: 60
Ed altri molti , e fecegli beati :
E vo'che sappi che dinanzi ad essi
Spiriti umani non eran salvati. 63
Non lasciavam d'andar, perch'ei dicessi,
Ma passavam la selva tuttavia,
La selva dico di spiriti spessi. 66
Non era lungi ancor la nostra via;
Di qua dal sommo, quando io vidi un foco
Ch' emisferio di tenebre vincia. 69
Di lungi v'eravamo ancora un poco
Ma non sì eh' io non discernessi in parte,
Che orrevol gente possedea quel loco. 72
0 tu che onori ogni scienza, ed arte,
Questi chi son e' hanno cotanta orranza,
Che dal modo degli altri gli diparte? 75
E quegli a me; l'onrata nominanza
Che di lor suona su nella tua vita,
Grazia acquista nel Ciel, che sì gli avanza. 78
Intanto voce fu per me udita;
Onorate l'altissimo poeta;
L' ombra sua torna eh' era dipartita. 81
Poiché la voce fu restata, e queta,
Vidi quattr' ombre grandi a noi venire;
Sembianza avean né trista né lieta. 84
Lo buon Maestro cominciommi a dire:
Mira colui con quella spada in mano,
CANTO IT. 109
Che vien dinanzi a' tre sì come sire. 87
Quegli è Omero poeta sovrano:
L' altro è Orazio satiro, che viene,
Ovidio il terzo, e l'ultimo è Lucano. 90
Perocché ciascun meco si conviene
Nel nome, che sonò la voce sola;
Fannomi onore, e di ciò fanno bene. 93
Così vidi adunar la bella scuola
Di quel Signor dell'altissimo canto,
Che sovra gli altri com' aquila vola. 96
Da ch'ebber ragionato insieme, alquanto
Volsersi a me con salutevol cenno:
E '1 mio Maestro sorrise di tanto. 99
E più d'onore ancora assai mi fermo,
Ch' essi mi fecer della loro schiera ,
Sì ch'io fui sesto tra cotanto senno. 102
Così ne andammo insino alla lumiera,
Parlando cose, che il tacere è bello,
Sì com'era il parlar colà dov'era. 105
Venimmo al pie d'un nobile castello,
Sette volte cerchiato d' alte mura
Difeso intorno da un bel fiumicello. 108
Questo passammo, come terra dura:
Per sette porte intrai con questi savi:
Giungemmo in prato di fresca verdura. 1 1 1
Genti v'eran con occhi tardi, e gravi,
Di grande autorità ne' lor sembianti ;
Parlavan rado con voci soavi. HA
Traemmoci così dall' un de' canti ,
in luogo aperto, luminoso, ed alto,
Sì che veder si pò tea n tutti quanti. 117
110 INFERNO
Colà diritto, sopra il verde smalto
Mi far mostrati gli spiriti magni,
Che di vederli in me stesso m'esalto. 120
lo vidi Elettra con molti compagni,
Tra quei conobbi ed Ettore, ed Enea,
Cesare armato con occhi grifagni. 123
Vidi Camilla, e la Pentesilea
Dall'altra parte, e vidi '1 re Latino,
Che con Lavinia sua figlia sedea. 126
Vidi quel Bruto, che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Julia, Marzia, e Corniglia,
E solo in parte vidi 4 Saladino. 129
Poich'innalzai un poco più le ciglia,
Vidi il Maestro di color, che sanno,
Seder tra filosofica famiglia. 132
Tutti l'ammiran, tutti onor gli fanno:
Quivi vid'io, e Socrate, e Platone,
Che innanzi agli altri più presso gli stanno. 135
Democrito, che il mondo a caso pone,
Diogenes, Anassagora, e Tale,
Empedocles , Eraclito , e Zenone : 1 38
E vidi '1 buono accoglitor del quale,
Dioscoride dico: e vidi Orfeo,
Tullio, e Livio, e Seneca morale. 141
Euclide geometra, e Tolommeo,
Ippocrate, Avicenna, e Galieno,
Averrois, che '1 gran commento feo. Iti-
lo non posso ritrar di tutti appieno;
Perocché sì mi caccia il lungo tema,
Che molte volte al fatto il dir vien meno. 147
La sesta compagnia in duo si scema
CANTO IV. Ili
Per altra via mi mena '1 savio duca,
Fuor della queta nell'aura, che trema:
E vengo in parte ove non è che luca. 151
COMMENTO DI BENVENUTO
L' autore tratta del primo cerchio, che chiamasi Limbo.
In esso son poste le anime, che veramente non si puniscono,
i fanciulli innocenti, gli uomini chiari per valor d'armi, oper
arti, o scienze, ma che furono senza battesimo, o professa-
rono religione diversa dalla cristiana. Il canto si divide in sei
parti generali; nella prima trattasi dell' ingresso al cerchio;
nella seconda dello stato de' bambini qui secondo ecc. nella
terza l'autore fa dimanda a Virgilio dimme maestro ecc. nella
quarta si descrivono i personaggi illustri non era longa nella
quinta si accennano gì' illustri capitani traemoci cosi ecc.
nella sesta l' autore discorre di alcuni chiari per sapienza poi-
eh inalzai ecc.
Aveva Dante sulla fine del canto precedente asserito , che
nel sonno era passato all' Inferno, ed ora ci dice come fu scosso
dal sonno per forte tuono. Quel tuono proveniva dal rumor
delle pene infernali , così detto metaforicamente, come di-
ciamo tonante chi parla ad alta voce. Un grande trono terri-
bile suono ruppemi l alto sonno mi svegliò dal profondo
sonno nella testa nella fantasia si eh io mi riscossi ricuperai
i sensi , ed apersi gli occhi come persona che per forza e
desta violentemente scossa perchè si desti rimossi l'occhio ri-
posato l' occhio intellettuale affranchilo per la quiete del sonno
intorno da tutte le parti dricto levato alzato alla contempla-
zione e fisso riguardai guardai fisamente, perchè l'animo
non vacillava più come prima per veder lo luoco dov io fossi
112 INFERNO
per conoscere dove io mi trovassi, vero e che su la proda
mi trovai presuppone di essere passato sopito , e nulla sen-
tendo: svegliato poi si trovò nella interna riva di Acheronte
in su la proda air estremo ingresso. La proda fra i marinai
è la parte anterior della nave, volgarmente detta prora : nel
volgare fiorentino per altro suona estremità, da la valle d ar
bisso dolorosa valle infernale, valle di dolore che accoglie
trono d infiniti guai orribile tuono , che qui si forma, dai
pianti, sospiri, lamenti, e strida. Nell'Inferno sarebbe natu-
ralmente impossibile il tuono, perchè non è commozione di
aria: ma il tuono di cui parla Dante era quello d infiniti guai
formato dai pianti e strida di tutti i cerchi infernali. La valle
poi era obscura profonda e nubilosa come la selva descritta
nel primo canto e tanto che io non vi discernea alcuna cosa
non poteva col guardo distinguervi cosa alcuna per ficar lo
viso al fondo benché gettassi l'occhio al fondo di essa. In tal
modo Dante esprime la difficoltà, e profondità della materia ,
che trattava, essendo i vizi infiniti, diversi, occulti, terribili. A
ragione pertanto finge che nulla discernesse al primo sguardo,
perchè di primo aspetto ogni cosa si presenta in confuso , e
qui poteva ripetere quanto disse nel primo canto ay quanto
a dir qual era cosa dura — el mio poeta Virgilio tutto is-
morto pallido comintio a dirmi or discendiam quaggiù nel
ciecho mondo in questo baratro io sarò primo Virgilio aveva
prima trattato della discesa all'Inferno, e sempre deve prece-
dere la ragione e tu sarai secondo m'imiterai, e chi imita
segue, et io io Dante che mi fui accorto del colore dalla pal-
lidezza di Virgilio, che aveva timore dissi come verro con
quale ardire seguirò te se tu paventi se impallidisci, e tremi
tu che soli esser conforto al mio dubiar? Nel secondo canto
Virgilio aveva redarguito Dante di viltà et etti a me Virgilio
CANTO IV. 113
a me rispose; la pallidezza, e tremito non sono in me cagio-
nati dal timore, ma sibbene dalla compassione che provo di
tanti uomini illustri qui condannati / angoscia delle genti le
pene de' chiari personaggi che son qua giù in questo primo
cerchio privi della vista di Dio. mi dipinge nel viso mi mo-
stra in faccia quella pietà compassione che tu senti per tema
che tu provi pel timore. Questa, e non altra è la ragione della
pallidezza, e tremore di Virgilio, e non il terrore che provò
nell'entrare nel regno de' morti, perchè egli era solito en-
trarvi, e per tanti secoli fu presso quel cerchio in cui ora en-
trava con Dante, con lieto volto ond'io mi confortai voltosi
Virgilio con lieto volto, io presi coraggio, e mi disse an-
diamo non perdiam tempo che la via lunga ne pinge dob-
biamo fare un lungo e difficile cammino, cosi si mise avanti di
me precedendomi et cosi — mi feo intrare dopo di sé nel
primo cerchio che l'abisso cinge nel primo cerchio, che chiu-
de l'Inferno.
Quivi seconda parte generale. Dante descrive che le
anime che son qui non hanno veramente pena, ma sono
tormentate dal solo desiderio. É diversa la pena del senso da
quella del danno: la pena del senso non è qui: vi è solo quella
del danno, perchè priva della vista di Dio. non avea pianto
perchè il pianto emana dalla pena, e dolore ma che di sospiri
ma solo di sospiri, ed il sospiro ha per cagione principale il
desiderio che facean tremar l'aere eterna per l'emissione
dell'aria del polmone ne' sospiri l'aria stessa si commove , e
trema secondo che per ascoltare giudicando coli' udito della
intensione de' sospiri e do avenia di duol sanza martiri da
desiderio ardente senza pena che fan le turbe eh eran molto
grandi d infanti di bambini innocenti et di femmine e di
viri d'uomini, e donne lo bon maestro a me Virgilio mi disse
R A MB ALDI — Voi. 1. A
114 INFERNO
tu non dimandi — che spiriti son questi che tu vedi perchè
non ricerchi chi sian queste anime? Molte di esse non pecca-
rono, pure non son monde dalla colpa originale ; e parte non
fu salva per difetto dì fede.
Or vo che sappi anzi che tu più andi che tu vada più
oltre eh e non peccar on rispetto ai bambini, e così Virgilio ri-
sponde all'obbiezione che gli si potrebbe fare — dov'è giu-
stizia se son tormentati quelli che non peccarono, come quelli
che han colpe? et s egli hanno mercede se han merito per
virtù, e sapienza non basta alla lor salute — perchè non eb-
ber battesmo col quale solo si cancella il peccato originale
eh e parte de la fede che tu credi essendo il battesimo articolo
di fede cristiana et se furon dinanzi al cristianesmo — non
adoratori debitamente Dio non credettero nella venuta di
Cristo , come credere dovevano. Tanto prima quanto dopo il
cristianesimo infatti troviamo uomini chiarissimi che non cre-
dettero in Dio come dovevano, Averroe, Avicenna, ed altri
molti, de' quali Dante fa menzione dinanzi al cristianesmo
senza distinguere i non credenti e di questi cotali son io me-
desmo perchè fui prima del cristianesimo, e non credetti nella
venuta di Cristo. Ecco la ragione della pallidezza di Virgilio
nell'ingresso del cerchio, la pietà naturale verso gl'illustri
ivi condannati, del qual numero esso era siam perduti dan-
nati per tot difecti per mancanza di battesimo, e di fede et
non per altro rio e non per altra colpa et sol di tanto offesi
con questa sola pena che viviamo in disio in desiderio senza
spene senza reale e sensibile tormento: tranne la sola pena
del danno, gran duol mi prese ai cuor grave dolore mi prese
nel cuore quando lo intesi quando udii pero che conobbi che
gente di molto valore di alto sapere, virtù, probità eran so-
spesi in quel limbo senza pena reale , ma desiderosi senza
CANTO IV. 115
speranza. S. Gregorio slesso fu vinto dalla pietà per l'anima
di Trajano.
Dimme maestro terza parte generale. Dante ricerca Vir-
gilio , se alcuno giammai sortì da quel luogo , tanto più che
abbiamo per fede che dopo morte, Cristo scendesse al Limbo,
e liberasse le anime de' santi Padri, io incominciai a dire
per voler esser certo di quella fede che vince ogni errore
certo della fede cattolica che vinse tutte le eresie dimme si-
gnore o Virgilio mio signore uscia mai alcuno uscì mai di
qui alcuno dannato al Limbo? o per suo merito — o per al-
trui che poi fosse beato? o per merito proprio, o per mezzo
d'altri giungesse, sortito di qui, alla vera beatitudine? e quei
Virgilio eh ntese il mio parlar coperto la mia non franca in-
chiesta rispose io era novo in questo stato essendo Virgilio
mprto poco prima della nascita di Gesù Cristo quando ci vidi
venir un possente lo stesso Gesù Cristo con signo di Victoria
incoronato niuno per vittoria arrivò a Cristo , se vinse la
morte, e trionfò del demonio.
Trassed Virgilio dice, che il duce trionfante ruppe le
sbarre del Limbo, e liberò i prigioni, fra i quali principal-
mente Adamo, ed il figlio Abele de Abel suo figlio non li-
berò Caino, e perchè ivi non era, e perchè è condannato nel
centro dell' inferno, come si ha nell'ultimo canto. Cristo non
liberò, che il cerchio primo dell'inferno, dove trovavansi le
anime de' giusti, e che bene, e virtuosamente erano vissuti;
od avean fatto penitenza di loro colpe, et quelle di Noe della
seconda età, dal tempo del diluvio: otto sole si salvarono nel-
l'arca di Moysi legista, et ubidiente chiama Mosè legislatore,
perché abbiamo dall'Esodo, che Dio consegnò a Mosè le ta-
vole in cui si contenevano i precetti del Decalogo , e Mosè le
passò a) popolo ebreo obediente perchè Mosè adempì ai co-
116 INFERNO
mandi del Signore, liberando il popolo dalla schiavitù di Fa-
raone, guidandolo per quarantanni nel deserto verso la terra
di promissione Abraam patriarcha primo predicatore della
fede di un solo Dio, primo circoncisore, e che ebbe un figlio
dalla vecchia moglie Sara per nome Isacco, dal quale venne
David re. Israel cioè Giacobbe che si spiega veggente Dio col
padre Isacco et co suoi nati co'suoi figli. Dodici furono i figli
di Giacobbe avuti dalle mogli, e dalle serve.
Giacobbe per fuggire lo sdegno del fratello Esaù, al quale
aveva tolto con inganno la benedizione 'paterna, e la primo-
genitura, andò nella Siria in casa di Labano fratello della ma-
dre Rebecca. Labano aveva due figlie, la maggiore Lya, la
minore Rachele, la prima dagli occhi cisposi, l'altra bella, e
venusta. Giacobbe convenne collo zio di custodirgli per sette
anni le mandre a patto di ottenere in isposa Rachele la minore,
che ardentemente amava. Scorsi i sette anni , Labano fraudo-
lentemente invece di Rachele pose Lya la prima notte nel letto
nuziale, del quale inganno Giacobbe altamente si lamentò
collo suocero. Se ne scusò Labano col costume che si oppo-
neva che le figlie minori passassero spose prima delle mag-
giori, e gli ripromise anche Rachele purché per altri sette
anni lo servisse. Scorsi anche questi, Giacobbe ottenne Rache-
le, quale prediligeva assai più di Lya. Ma Iddio in castigo rese
Lya feconda di prole, e sterile Rachele. Sei figli ebbe dalla
prima — Ruben , Simeone , Levi , Giuda , Isacar , Zàbulon : due
figli soltanto ebbe da Rachele — Giuseppe, e Beniamino, e
nel parto di quest'ultimo Rachele morì. S. Agostino scrive
— più bella Rachele, più feconda Lya. — Dalle serve di Ra-
chele Giacobbe ebbe inoltre due figli — Dan, e Neptalino, ed
altri due dalla serva di Lya — Zal, ed Asser. Dai dodici figli
sunnominati vennero poi le dodici tribù d'Israel lo, che crebbe-
CANTO IV. 117
ro così smisuratamente nell'Egitto, che fornirono seicento
mila armati a Mosè contro Faraone. Ecco perchè Dante fece
espressa menzione dei nati d' Israello et cum Rachel per cui
tanto fece per quattordici anni servì Labano come mandri-
ano per averla in isposa , e stette per vent' anni presso di
quello zio, che spesso, e con inganno i patti gli mutava. Già
fatto ricco, tornò finalmente alla casa di suo fratello, colle
mogli, colle serve, e cogli armenti, e prosperò, battendo le
vie del Signore: così nella Genesi, et altri molti che ometto
per brevità libero dal carcere et feceli beati li rese concittadini
del celeste regno, et vo che sappi che spirti fiumani non
son salvati dittanti ad essi prima che questi fossero liberati.
Nota bene che Dante parla dell'Inferno essenziale teologica-
mente, e non poeticamente.
Non lasciavam quarta parte generale. Descrizione del
luogo in cui son raccolti gli uomini illustri non lasciavam
l andar perche dicessi le cose suespresse erano tante note ,
che non meritavano che ci fermassimo per parlarne ma pas-
sammo la selva tuttavia senza posa la selva dico de li spirti
spissi selva ripiena di molte anime illustri. Dante finge tro-
varsi in luogo illuminato da splendore procedente dalla fa-
ma, e gloria degli uomini illustri. Anche nel mondo de' vi-
venti godono di tal privilegio, non era lunge ancor la no-
stra via di qua dui sono non avevamo fatta molta strada
dopo l'ingresso del primo cerchio infernale, e dopo che l'au-
tore aveva sentito quel tuono di lamenti ; ovvero di qua dal
sonno dopo essere stato scosso dal sonno quando io vidi un
foco che vincea l'emisperio di tenebre vinceva le tenebre del-
l'Inferno, perchè Dante pone l'Inferno nel centro della terra.
L'emisfero è la metà del cielo, o sfera da hemi mezzo e sfera,
sicché emisfero superiore è la metà sopra la terra , inferiore
1 18 INFERNO
la metà sotto. Sempre abbiamo sei segni del Zodiaco sopra, e
sei sotto. Ora è facile l'intelligenza della espressione trincea
Vemisperio di tenebre la gloria di quegl' illustri splendea in
ogni dove, e vincea le tenebre dell'ignoranza, e de' vizi, di lungi
noi eravamo ancora un pocho da quello splendore ma non
si non tanto eh io non discernessi in parte non però distin-
guere potessi che orevol gente che uomini illustri possedea
quel loco erano in quel luogo adunati. La scienza rende l' uo-
mo onorevole anche ai lontani, sebbene noi conoscano per-
sonalmente.
0 tu Virgilio eh onore scientia et arte arte, e scienza in
senso lato valgono la stessa cosa : arte può equivalere a scien-
za, quando sia arte liberale; eia scienza arte. La poetica
non è compresa fra le arti liberali per la di lei eccellenza que-
sti chi sono eh hanno tanta honoranza questi separati dagli
altri, e posti in luogo tanto luminoso che quale onore li di-
parte dal mondo degli altri fa sì che non si trovano fra le
tenebre , come gli altri e quelli a me rispose a me Virgilio loro
alta nominanza loro chiara fama che sona di loro su ne la
tua vita suoria nel mondo de' viventi acquista gratia nel del
che si gli avanza li fa tanto distinti, e privilegiati anche do-
po morte — La fama , e gloria mondana non sarebbero con-
degno premio a loro virtù. E qui Dante finge che si oda una
voce fra quelli intanto in quel mentre voce fu per me udita
in questi detti onorate l altissimo poeta Virgilio principe
de' poeti latini l ombra sua torna a noi que era dipartita
la quale era partita da questo luogo per correre in aiuto di
Dante dopo la preghiera di Beatrice. Il rispetto degli altri poeti
verso Virgilio fu immaginato dall'autore per lode della sua
guida. Anche Ovidio lodando Virgilio dice che cantò tutte co-
se con carme divino — Orazio nelle odi chiama Virgilio metà
CANTO IV. 119
dell'anima sua. poi vidi quattro grandi ombre le anime di
quattro primi poeti — grandi intensivamente, grandi per vir-
tù, e scienza, venir a noi incontro a Virgilio poi che la voce
che pria parlo fu ristata e queste ombre avean sembianza
ne trista ne lieto ciò può spiegarsi in doppio modo cioè tran-
quilli — ovvero senza speranza, e senza pena — a me sem-
bra che la interpretazione debba regolarsi dal riflesso che il
sapiente tiene il mezzo in tutte le cose.
Lo buon maestro Virgilio comintio a dire a me Dante
mira colui guarda colui con quella spada in mano Omero
primo fra i poeti greci , citato da Aristotile , che riporta i detti
morali , e le sentenze di lui : Omero fu cieco dalla natura , men-
tre nelle sue opere fa conoscere di aver viste, e conosciute le co-
se tutte, anzi operò che noi vedessimo quanto egli non vide. I
suoi carmi non sono poesie, ma pitture al dir di Tullio nelle
Tuscolane. Dante gli mette la spada in mano, ed alcuni voglio-
no che ciò facesse perchè Omero altamente cantò le gesta in ar-
mi. Io ritengo che colla spada l'autore abbia voluto esprimere
l'acume, e finezza dell' ingegno d' Omero, ed anche perchè pri-
mo aprì la via dell' Inferno che vien dinanzi a te si come sire
come signore, e maestro; e di vero tutti i poeti latini presero
da Omero, e specialmente Virgilio quegli e Nomerò soprano
Omero, oltre molte opere minori, compose due opere princi-
pali , la prima — Iliade — in cui descrisse la guerra di Troja, e
le gesta di Achille il più valoroso nell'armi. La Iliade è divisa
in 90 canti. L'altra — Odissea — descrive la peregrinazione
di Ulisse dinanzi a tutti nella prudenza. L' Odissea è divisa in
24 canti. Virgilio nella Eneide corse le traccio dell' Odissea,
perchè narra che Enea andasse errando per sette anni , come
Ulisse peregrinò per anni dieci. Neil' Odissea leggiamo la di-
scesa di Ulisse all'Inferno, e Virgilio descrive nel sesto libro
120 INFERNO
la discesa di Enea air a verno. Nelle battaglie di Enea, Virgi-
lio imitò quelle di Achille. Niuna maraviglia pertanto che Vir-
gilio metta Omero dinanzi a tutti; né per ciò merita biasimo,
perchè in molti luoghi va innanzi all'originale, e mirabilmen-
te aggiunge, toglie, e cambia, ed ha la pregevole brevità, la
quale manca spesse volte ad Omero. Di Omero si parlerà al
canto XXII del Purgatorio.
L altro Orazio che scrisse dell' arte poetica, e molte odi,
e fu maestro di Virgilio, e di Ovidio. Orazio fu poeta di Ve-
nosa, piccolo di corpo, e di stretto e corto dire, il perchè Au-
gusto diceva di lui — non iscrivi lettere più lunghe della tua
persona — compose varie satire, per cui dice Dante l altro
e Orazio satiro. Quali siano i poeti satirici si è detto ne' proe-
miali che vien dopo Omero incontro a noi. Ovidio e il terzo
Ovidio fu di Sulmona nella Puglia, oltremodo amoroso, pieno
di grazie, di alto sapere, e della più spontanea eloquenza. Scris-
se molte opere soavi, e gioconde. Ma lo sdegno di Augusto lo re-
legò in Cilicia dove compose e scrisse — de' Tristi. — In Roma
per altro compose la maggiore delle sue opere, le Metamorfosi,
in cui maravigliosamente innestò le finzioni , e favole adottate
dai greci pel corso di molti secoli, e varie delle quali sono nel-
la Commedia inserite dal nostro autore. Ovidio morì in esilio.
Qui è posto rispetto all' ingegno, quantunque la materia trat-
tata da Ovidio sia qualche volta laida, e turpe.
E l ultimo e Lucano. Lucano fu spagnuolo, nipote di
Seneca il morale , che morì della stessa morte , nel tempo stes-
so, e per la stessa cagione per cui Seneca morì: l'uno, e l'al-
tro complici della congiura de'pisoni secondo Tacito. Lucano
fiorì in Roma al tempo del crudelissimo Nerone. Dante lo
mette per ultimo per ragione di tempo, e perchè fu più ec-
cellente storico, ed oratore di quel che poeta. Non inventò,
CANTO IV. 121
ma descrisse la guerra civile fra Cesare, e Pompeo. Isidoro
quantunque spagnuolo sostiene che Lucano debba annove-
rarsi fra gli storici , anziché fra i poeti. Ma volendo esser sin-
ceri Lucano fu più poeta che altro, perchè imagi nò molte co-
se, e poeticamente le descrisse, e quindi a ragione Dante lo
mette fra i poeti. Opinano alcuni che sotto figura de' quattro
poeti abbia l'autore voluto indicare quattro virtù cardinali —
giustizia in Omero, cui diede la spada come simbolo relativo;
prudenza in Orazio, perchè guida ad ogni virtù, ed è la pru-
denza la più sicura regola per arrivarvi ; temperanza in Ovi-
dio, perchè insegnò l'arte di amare, ed il rimedio dell'amo-
re, fortezza in Lucano, perchè scrisse le gesta di valore nelle
armi. Tale opinione quantunque ingegnosa, non è, secondo
me, della mente di Dante, perchè desso ha di mira la specu-
lazione de' vizi, e non delle virtù, all'opposto del Purgatorio
dove risguarda solo la cognizione, ed acquisto della virtù. É
questo il motivo per cui nel principio dello stesso Purgatorio
finge vederle sotto figura di quattro stelle, e verso il fine gli
pare d' essere investito dalle stesse quattro virtù , sotto figu-
ra di quattro signore. Per tutt' altro oggetto adunque sono in-
trodotti in questo luogo i quattro poeti, ed io penso che l'au-
tore li abbia qui posti come eccellentissimi, e come quelli che
gli aprirono la via a cantare poeticamente.
Fatinomi onore et di ciò fanno bene meritamente ope-
rano in tal modo dice Virgilio pero che ciascun si convien
mecho concorda nel nome di poeta che sona la voce sola cioè
quella honorate l altissimo poeta. I poeti si amano, e si ve-
nerano fra loro, ne soffrono invidie, dissensioni, comuni al-
l'esercizio delle altre arti, o scienze. Il poeta onora la poesia,
come il vasajo il vaso secondo che dice il Filosofo. Cosi vid io
adunar la bella scolla il collegio de' poeti quasi signor de
122 INFERNO
l altissimo canto. Si opporrà che i detti poeti non tutti scris-
sero in alto stile, per esempio, Orazio nella satira, ed Ovidio
nelle varie opere, e si risponde che ciascuno è stato il più alto
rispettivamente; Orazio che superò gli altri satirici, Ovidio
che superò gli altri nelle cose di amore ecc. che sopra gli al-
tri corno aquila vola. L' aquila ha volo più sublime, e vede
più acutamente di tutti gli altri uccelli : del pari questi poeti
cantarono più acutamente, e più altamente degli altri. Così si
rende anche più manifesto che l'autore li abbia qui introdotti
per rispetto di loro eccellenza soltanto.
Da che ebber i detti poeti mostrata cortesia volserse a me
con salutevol cenno mi salutarono con distinzione da eh eb-
ber ragionato alquanto insieme dopo breve colloquio fra lo-
ro, e l mio maestro sorrise di tanto si compiacque che mi
onorassero. E Dante finge che prima onorassero Virgilio, poi
lui per indicare che tutti due erano eccellenti, quello antico,
questi moderno, l'uno in istile erudito, questo in lingua vol-
gare, et più de honore ancora assai mi fanno — di la loro
schiera mi fecero assai maggiore onoranza perchè mi presero
fra essi si che io fu sexto tra cotanto senno. Alcuni inter-
preti vorrebbero, che quel sesto fosse nome proprio di uno
stolto fiorentino, con che Dante volesse significare essere stato
stolto rimpetto a que' sapienti fra i quali veniva ascritto; ma
tali interpreti sono essi stolti. Ben lungi di volere significare
esso tal cosa, impone invece silenzio a due de' predetti poeti
Ovidio, e Lucano nel XX canto taccia Lucano , Ovidio. Dun-
que non voleva tanto avvilirsi: e se soggiungerai — non do-
vea neppure tanto lodarsi , dirò che è lecito il farlo , quando
il motivo sia onesto. Sapeva anche Virgilio che non conviene
la lode in bocca propria, oppure fa dire ad Enea — io sono
il pio Enea — benché fosse profugo, ed ignoto. La lodo che si
CANTO IV. 123
appropria qui l'autore non ha altro scopo, che di mostrare
aver potuto meritamente assumere l' alto lavoro, e quindi a-
cquis tarsi fede da quelli , che lo avrebbero letto. Quanti poeti
si lodarono! Virgilio spesso nelle buccoliche, georgiche, ed
Eneide nella quale dice — fortunati ambo ecc. Orazio — libe-
ra per populum posui vestigia princeps — Ovidio al fine delle
Metamorfosi — jamque opus exegi — e Lucano — quantum
succurris ecc. Ometto Lucrezio, e tant' altri. Perfino Boezio
non sol sapiente, ma santo, si loda apertamente in molti luo-
ghi , ed a sé promette fama sicura. E posto ancora che Dante
non abbia voluto, o dovuto lodarsi sta non pertanto la inter-
pretazione nel senso di esserne meritevole, perchè un igno-
rante non poteva esser sesto fra que' cinque sommi, e come
anche più chiaramente è manifesto alla fine del presente can-
to , quando si legge la sesta compagnia in due si scema.
Cosi andammo infino a la lumera al luogo luminoso,
e chiaro di cui si parlò parlando cose che l tacer e bello molti
sognano néll' interpretazione di questo passo , e vogliono che
Dante conferendo con que' poeti abbia dovuto esclamare — oh
Dio, perchè mai tanta sapienza e virtù furono perdute! E que-
sta interpretazione non può stare , perchè Dante superiormen-
te avea detto gran duol mi prese al cor quando lo ntesi. Io
dico invece, che l'autore vuol significare che quanto era bello
disputare fra i poeti , e filosofi gentili , era bello tacere fra i
cristiani. Non sarebbe conveniente palesare dal pergamo le
dispute, che qualche oratore avesse tenute prima con un in-
credulo sull'origine dell'anima, creazione del mondo, uma-
na felicità, eternità ecc. Dante del pari poteva aver trattato
con quei poeti gentili di cose convenienti alla loro scienza, e
credenza, ma che sarebbe stato sconveniente, e dannoso pa-
lesare ai cristiani, tanto più che l'opera sua tendeva a salu-
124 INFERNO
tare dottrina di Cristo si com era l parlar cola doveva dove
era io Dante fra i predetti poeti.
Venimmo a pie d un nobile castello questo castello fi-
gura la sapienza, o filosofia. La sapienza infatti, quale rocca
ben munita, difende l'uomo dagl' incomodi della natura,
dalle avversità, dall'ignoranza , e dai vizi coi quali mantiene
acerrima guerra nobel a denotare che la sapienza è inespu-
gnabile, e che nobilita il volgo, felicita il misero, innalza il
mendico, asciuga il pianto del dolore, sepie volte cerchiato
d alte mura cinta da sette alte mura , ossia custodita dalle sette
arti liberali, ancelle della filosofia , o sapienza. — Marziano
Capella trattò poeticamente delle sette arti liberali suddette.
alte perchè tutte di materia profonda difeso intorno d un bel
fiumicello. Vogliono alcuni che pel fiumicello si figuri la va-
nità del mondo che presto scorre, e passa irrevocabilmente.
L'acqua quantunque scarsa e placida serve alla difesa del luo-
go, esprimendo così che le acque impetuose che figurano le
umane passioni , non hanno qui luogo. La madre di Nerone
non volle che il figlio studiasse filosofia , dicendo che sarebbe
stata contraria ai diletti di un imperatore, come attesta Sve-
to n io: così quelli che corron dietro soltanto ai piaceri del
senso non hanno accesso al castello della sapienza et intrai
con questi savi per sepie porti cioè per sette arti liberali. E
sembrerebbe, che Dante avesse dovuto entrare nella rocca
della sapienza o filosofia piuttosto con Aristotile, Socrate, e
Platone, che ne furono i primi maestri. Ma l' autore considera
qui le arti, e filosofia in quanto sono proprie, e necessarie ai
^ poeti , essendo la poesia una filosofia velata , e non avendo il
poeta un obbligo di essere un profondo sapiente, ma basta,
che conosca i principii delle cose che tratta. Aristotile, ed 0-
razio somigliano la poesia alla pittura, e nel modo stesso che
CANTO IV. 125
niuno potrà aver vanto di buon pittore se non conosca qual-
che poco di tutte cose, così anche il poeta non può essere ec-
cellente , se non abbia attinto alcun che dalle scienze tutte. Che
Dante avesse tal vasta cognizione si mostra evidentemente
colla sola lettura della Divina Commedia giungemo in prato
di fresca verdura. Secondo alcuni il prato figura la pratica,
il fiumicello la teorica; ma io all' opposto ritengo, che il pra
to verdeggiante figuri il verde, od il vigor della fama di quelle
anime illustri, tanto più che Virgilio nel VI dell'Eneide, ed 0-
mero nel XVI dell'Odissea fingono gì' illustri personaggi star-
sene in prato di verdura.
Genti veran. Quinta parte generale. L'autore accenna
per primi gli uomini valorosi in armi con occhi tardi e gravi
per esprimere la costanza, e fermezza de grande autorità
ne lor sembianti di aspetto autorevole parlavan rado tardi
parla il sapiente. Sonvi alcuni che poco sapendo poco parla-
no, e questi non sono da sprezzarsi perchè mostrano di co-
noscer sé stessi: altri che molto sanno, e molto parlano, e
questi sono da ascoltarsi perchè l' abbondanza del cuore fa
mover la bocca: altri che poco sanno, e parlano molto, e que-
sti debbono fuggirsi perchè molesti, e dannosi; altri final-
mente che molto sanno, e parlano poco, e questi sono da o-
norarsi, lodarsi, e commendarsi , perchè veri sapienti , e Dan-
te fu tra questi con voci soavi con parole moderate, e dolci.
traetnoci cosi dal un de canti un poco da parte in luco a-
perto luminoso et alto dove la gloria di que' sommi altamente
risplende si che veder si potean lutti quanti con l'occhio
intellettuale, ovvero perchè tutti erano conoscibili, e niuno
v'era fra essi senza titolo di opera memorabile li spirti ma-
gni me fuor mostrati da Virgilio Enea, da Lucano Cesare ecc.
che m exalto in me stesso del vedere. Era infatti molto glo-
:y
126 INFERNO
rioso per Dante aver conosciute le geste di costoro, ed esso
pure ebbe gloria per avere alte cose cantato cola diritto so-
pra l verde smalto smalto per metafora erba verde. L'erba
alla cima ha un verde men cupo che nel piede, come lo smal-
to. Gli artefici incidendo nelF argento lasciano parte grezza
per ottenere doppio colore.
Io vidi Elettra. Premette l'autore questa donna a tanti uo-
mini insigni perchè fu radice del sangue trojano, e romano;
e da questa trae la nobiltà dell'una, e dell'altra gente. Elettra
figlia di Atlante fu madre di Dardano,che si disse avesse con-
cepito da Giove. Dardano fu il primo fondatore di Troja, e
vuoisi italiano, di Corinto, che oggi chiamasi Corneto; Co-
rinto dal vecchissimo marito di Elettra. É dunque falso,
che Dardano fosse di Fiesole come sostengono alcuni ; impe-
rocché Virgilio accerta che fu di Corinto io vidi Eletta con
molti compagni coi molti discendenti da questo stipite tra
quali conobbi Hector et Enea. Ettore figlio di Priamo valoroso
in armi, prudente in consiglio, distinto in pietà, e del quale
Priamo stesso diceva non sembrare figlio di un uomo , ma di
un Dio. Di Enea molto si disse nel primo canto, e si dirà al-
trove.
Cesar Romano, chiarissimo in armi, e che superò tutti
i capitani prima di lui a testimonianza di Plinio. Si contano
da lui uccisi mille cento trentadue mila nemici. Proibì che si
numerassero i perduti nelle guerre civili: ebbe, e sostenne
cinquantadue guerre ordinate, in tutte sempre vittorioso al
dir di Svetonio. Giulio Celso, Tito Livio, Svetonio, ed altri
molti scrissero le di lui gesta, che F autore accenna nel VI del
Paradiso. Ecco perchè si pone armato Cesar armato con gli
occhi grifagni negli occhi consiste la maggiore espressione
dell'animo, e la bellezza. Secondo Svetonio Cesare fu di alta
CAPITO IV. 127
statura, di color pallido, di membra rotonde delicate, di viso
emunto ^ di occhi neri, e vivaci, calvo, robusto, e di molla
cura nel culto di sua persona con gli occhi grifagni come lo
sparviero.
Vidi Camilla donna maravigliosa , della quale si parlò
nel primo canto. Fu vergine fortissima, e secondo Virgilio nel
VI della gente volsca, della città di Pri verno. Corse al campo
in soccorso di Turno, non con mani use al fuso, al pennec-
chio, e conocchia, ma avvezze a trattare le armi: vinceva il
vento nella velocità, e parea non correre ma volare: tutti ma-
ravigliavano quand'essa moveva: a ragione è messa fra i
valorosi.
Et la Pentesilea altra donna famosa. Quattro vergini
amazzoni famose, Marpesia che di molto estese il suo regno —
Erìzia che fu al tempo di Ercole — Pentesilea che fu al tempo
della guerra trojana — Talistride al tempo di Alessandro Ma-
gno. Dopo Erìzia ebbe regno Pentesilea, e venne contro de'
greci alla guerra di Troja, e fece opere strepitose, finalmente
fu uccisa da Pirro figlio di Achille. Dante fa menzione di que-
sta sola, perchè pugnò contro i fortissimi greci, mentre le
altre ebber guerra solo col vilissimo popolo assiro. Virgilio
dice di lei — audetque viris concurrere virgo.
Dal altra parte Latino regnò in quella parte d' Italia in
cui ora è Roma, e fu il quinto re dopo Giano. Primo corrèsse
la lingua latina, e per cui tutti poi si chiamarono latini, dal-
l altra parte il re Latino , che con Lavina sua figlia sedea
Latino uni i trojani co' suoi, e da questi discesero gli albani,
e romani.
Passa a parlare del primo fondatore della libertà romana,
cioè di Bruto e di Spurio Lucrezio padre di Lucrezia moglie
di Collatino. Bruto tolse il regno a Tarquinio superbo settimo
128 INFERNO
re, perchè il di lui figlio Sesto Tarquinio aveva stuprata Lu-
crezia, pel dolore della quale ingiuria sofferta essa ìd pre-
senza del marito, e dello stesso Bruto di propria mano con
un ferro si uccise. Chiamossi Bruto perchè si finse pazzo
fino alla morte di Lucrezia, e finché credette propizio il tempo
di vendicarsi di Tarquinio , che gli aveva ucciso un fratello
quel Bruto che caccio Tarquino a distinguerlo da altri che
vennero dopo di lui , e specialmente dall' uccisore di Ce-
sare, che l'autore pone nel centro dell'Inferno, e nella bocca
di Lucifero. Tarquino e non Tarquinio per bisogno di rima.
Tarquinia poi fu città toscana in quel luogo dove oggi è Cor-
neto. Da Tarquinia venne Tarquinio prisco, quinto re de' ro-
mani, che prima si nomò Lucomone venuto di Grecia.
Lucretia moglie di Collatino della gente Tarquinia, il
perchè fu detto Tarquinio Collatino dal castello di questo nome
in cui si uccise Lucrezia. Anche lo stesso Bruto fu della gente
tarquinia. É falso che Lucrezia fosse figlia , o moglie di Bruto,
come asserisce Brunetto Latini. La di lei istoria è scritta con
molta eleganza da Tito Livio. Dante la unisce agli uomini il-
lustri, perchè secondo Valerio Massimo sotto corpo donnesco
ebbe animo virile. Ma perchè senza pena dacché si era uccisa
da sé stessa? S. Agostino la rampogna così — Se adultera per-
chè si encomia, se pudica perchè si punisce? Ella punì in se
stessa il delitto di un altro.
Julia figlia di Giulio Cesare, e moglie di Pompeo, che,
al dir di Valerio Massimo, essendo gravida, e stando al bal-
cone, vista una veste insanguinata, e sospettando morto Pom-
peo, subito si sgravò, e morì. Molte furono le Giulie romane,
l'amica di Cesare, la sorella di Augusto, eia figlia dello stesso
Augusto famigerata meretrice, ed altre ecc.
Mattia costei, vivo ancora Catone di lei marito, a di lui
CANTO IV. 129
insistenza, passò moglie ad altro marito — Ortensio — come
poco dopo Livia sposò Augusto vivente ancora il primo ma-
rito. Marzia fu onestissima, e moglie condegna al severo Ca-
tone, di cui molto si parlerà nel canto I del Purgatorio. Dante
avrebbe fatto meglio a porre in questo luogo la figlia dello
stesso Catone — Porzia — la quale udita la morte del marito
Bruto, cercando un ferro per trafiggersi, e non trovandolo,
tolti dal fuoco ardenti carboni, ed inghiottendoli in tal modo
si uccise con inaudito genere di morte.
E Cornelia non la moglie di Pompeo, sebbene da Lucano
assai lodata. Molte furono le Cornelie, ma qui parla della fi-
glia del gran Scipione Africano, madre de' Gracchi, donna
virile, e magnanima, e che ebbe dodici figli dal solo marito
Sempronio Gracco, due de' quali audacissimi — Tiberio — e
Cajo, presunsero di occupare il dominio di Roma col favore
della plebe, ma furono in breve trucidati — Cornelia compian-
ta da altre donne rispose — come potrò dirmi infelice se fui
madre de* Gracchi? — Molto si dirà di lei nel canto XV del
Paradiso.
Et solo Saladino Soldano di Babilonia fu uomo di alto
cuore e di somma virtù, se potè, da privato che era, addive-
nire Soldano. Riportò immense vittorie contro altri re sara-
ceni, e contro cristiani. Rammenterò una sola delle tante sue
eccellenti qualità! Da Federico primo, detto Barbarossa , e da
tatti i re, e principi cristiani preparavasi l'esercito pel con-
quisto di terra santa occupata dallo stesso Saladino. Questi
previdente, co* propri occhi pensò di conoscere i preparativi
de' cristiani per meglio provvedere alla salvezza del proprio
stato. Tolti due soli compagni, ne' quali molto fidava, finse
un viaggio lontano per ragione di commercio, indossò abito
di mercatante, e cambiò nome a sé, ai compagni, ed ai servi.
Rambaldi — Voi. i. 9
130 INFERNO
Il primo viaggio fu per l'Armenia, indi passò a Costantinopoli ;
traversò la Grecia, arrivò in Sicilia, poi nella Puglia, ed a Ro-
ma. Ivi molto scoprì delle intenzioni del Papa. Scorse la Tosca-
na, superò gli Apennini, visitò la Lombardia, Milano, e Pavia, i-
strutto nella lingua latina. Sortito dall'Italia penetrò nella Fran-
cia, Spagna, Inghilterra, ed in altri regni dell'Occidente, quali
tutti si armavano contro di lui. Traversando in ultimo F Ale-
magna ripassò per mare in Alessandria istrutto esattamente di
quanto doveva operare per propria difesa. L'esercito cristiano
frattanto per la Siria giunse ad Othon , e fu colto da infermità ,
e pestilenza, che lo distrusse, essendo stati fatti prigioni i po-
chi scampati. — Adunato il consiglio de' Grandi del regno suo
Saladino addimandò loro che far si dovesse de* prigionieri cri-
stiani. Opinarono alcuni doversi tutti scannare, altri tenersi
in ischiavitù, altri lasciarsi liberi a condizione che non com-
battessero più per la croce. Ma Saladino magnanimo sprez-
zati gli altrui consigli tutti li rese liberi, facoltizzandoli di ri-
prender le armi contro di lui, se lo avessero creduto vantag-
gioso, et solo in parte vidi il Saladino lo mette solo, perchè
solo fra i saraceni degno di fama.
Poi eh innalzai sesta, ed ultima parte. Dante nomina i
filosofi sommi, e pel primo il principe Aristotile. Usa di po-
che parole di lode, perchè abbastanza lodato. I sommi si de-
nominano con una sola parola, vidi el maestro di color che
«anno Aristotile maestro di tutti i sapienti; maestro de' me-
dici colla fisica, de' legislatori colla politica, de' moralisti col-
l'etica, de'poeti colla poetica, degli oratori colla rettorica seder
tra filosofica famiglia tra filosofi, come il padre di famiglia
fra suoi figli, che ciba, istruisce, e conduce. Aristotile combatte
tutte le false opinioni. Ne'giudizi fu molto circospetto, perchè
-V usò espressioni spessissimo ambigue > e suscettibili di diverse
CANTO IV. 131
{ interpretazioni poi eh innalzai un poco più le ciglia dopo che
innalzai l'intelletto a più alto grado, cioè a questi sapienti di
più alto grado, Aristotile, e Platone, più meritevoli di Ce-
sare, e Scipione, perchè questi più il corpo, quelli più l'ani-
ma esercitarono, ed è l'anima che ci fa simili a Dio tutti lo
miran tutti honor li fanno.
Quivi prossimi ad Aristotile l'autore trova altri due filo-
sofi, l'uno a sinistra, e l'altro a destra. Socrate fu maestro
di Platone, e tentò di ridurre tutta la filosofia al costume, al
dire di Valerio, e s. Agostino, il perchè secondo Socrate virtù,
e scienza sono la stessa cosa. Fu uomo di somma bontà, d'in-
audita pazienza, e costanza. Platone maestro di Aristotile ebbe
somma sapienza, ed eloquenza, e fu uomo divino. I detti di Pla-
tone consuonano colla fede cristiana secondo s. Agostino. Fu po-
eta , e filosofo , quantunque al dir di Apuleio , in gioventù gio-
casse alla palestra, e corresse e cantasse nel circo. L'autore met-
te insieme questi tre filosofi, che han fra loro rapporto, Aristoti-
le fisico, Platone metafisico, e Socrate etico, quivi vid io So-
crate e Platone che innanzi agli altri più presso li stanno.
Democrito filosofo greco tenne un'opinione che Ari-
stotile impugna nel primo degli etici allorché dice, che
secondo gli antichi filosofi diversi sono gli elementi in na-
tura, ed alcuni ammettono un solo elemento, cioè l'acqua,
e tra questi il filosofo Talete: altri il fuoco, e tra questi
Eraclito ; altri l' aria , e tra questi Diogene. Tra i filosofi che
ammettono diversi elementi alcuni pretendono essere infiniti
di numero, altri due il fuoco, e la terra, fra i quali Par-
menide; altri tre — fuoco, aria, e terra; altri quattro — cioè
Empedocle, che ne aggiungeva infine altri due, la lite, e l'ami-
cizia. Fra quelli che volevano gli elementi infiniti di numero
Anassagora li voleva di genere diverso, altri del genere stesso
132 INFERNO
fra i quali Democrito, e Leucippeche ammettevano gli atomi.
Democrito infatti sosteneva, che infiniti erano i corpi indivi-
sibili, differenti per figura, ordine, e sito, e poneva il mondo
fatto a caso dalla composizione degli atomi, quasi semi di
ogni generazione, e che da essi si formarono i quattro ele-
menti, e lo spazio. Ammetteva il vacuo o vano e l'infinito,
perchè ogni cosa si compone da quanto si risolve. Democrito
che l mondo a caso pone. Anche Epicuro tenne la stessa opi-
nione. Democrito poi fu sommo naturalista, d'inarrivabile
mente investigatrice,chesi cavò gli occhi per vedere il vero,
e non aveva visto, che il popolo è nemico del vero. Tullio
nelle Tuscolane scrive così di lui — Democrito privo della
vista non poteva discernere il bianco dal nero , ma distin-
gueva i beni ed imali, P equo e l'iniquo, l'onesto e il turpe,
il piccolo e il grande.
Diogene altro filosofo greco, che si ritiene quasi santo,
perchè sprezzando il mondo, in modo maravigli oso fu aman-
te di povertà , sobrietà, e temperanza, condannando ogni mol-
lezza, e superfluità: aveva per tetto il cielo , per casa una bot-
te , per cavallo un bastone, per bicchiere la mano. Fu chia-
mato Cinico o canino, perchè in pubblico mordacemente sgri-
dava gli uomini de' loro vizi. Si conosce un altro Diogene di
Babilonia diverso da questo. Diogene in greco significa — ge-
nerato dagli Dei , — come spesso scrive Omero.
Anaxagora e meglio avrebbe detto Pittagora. Furono due
filosofi, uno greco, l'altro italiano che tennero diverse opi-
nioni, o scuole. Il primo ebbe origine da Talete; il secondo
da Pittagora greco dell'isola di Samo, ma che passò in Cala-
bria detta Magna Grecia. Fece gli studi in Troja allora flori-
dissima città. Questi sostituì al nome di sapiente, l' altro di
filosofo, imperocché interrogato chi fosse rispose — son filo-
CANTO IV. 133
losofo — ossia amator di sapienza, parendogli troppa arro-
ganza chiamarsi sapiente. Pittagora quindi si mette a capo
de' filosofi italiani, come Talete a capo de' filosofi greci. Pit-
tagora a ragione si mette presso Talete, e forse Dante aveva
scritto Pittagora invece di Anaxagora, che per altro non az-
zardo affermare, perchè vidi in tutti i testi lo stesso. Anche
Anassagora fu filosofo di nome, e le cui opinioni per altro so-
no quasi sempre impugnate da Aristotile e Talle che fu di Mi-
leto, perlochè nomasi Milesio,e del quale dice Aristotile, co-
me a mezzo dell'astrologia in cui era peritissimo fu arricchito
dal prodotto immenso degli ulivi.
Empedocles siculo, della cui principale opinione si dirà
nel canto XII. Fu poeta secondo Orazio , e volendo scoprire la
cagione dell'ardenza dell'Etna cadde nella voragine, e vi morì.
Orazio deridendolo dice, che esso freddo saltò nell'Etna ar-
dente. La stessa morte, e per la stessa cagione, incontrò po-
scia Plinio di Verona.
Eraclito detto il tenebroso perchè scrisse oscuramente ,
ed Aristotile avvisa — che è faticoso interpretare i detti di E-
raclito, se la parola debba riferirsi a ciò che fu prima, od a
ciò che vien dopo.
E Zenone secondo Valerio fu di gran sapere, ed eloquen-
za, ed apertissimo persuasore di verità. Poteva vivere tran-
quillo, e libero in Grecia, 'e nella patria sua, ma volle passare
in Sicilia, e si fermò in Agrigento città, nella quale regnava
Falaride crudelissimo tiranno nella mira di ridurlo a retto
sentiero di virtù colla sua particolare eloquenza. Ma fallito
l'intento eccitava la gioventù a liberare la patria dalla tiran-
nide, locchè giunto all'orecchio di Falaride, volle punirlo con
nuovo genere di tormenti per estorcergli i nomi de'complici.
Zenone resistette, e non volle palesarne alcuno, anzi accusò
156 INFERNO
a Tullio, quantunque commentatore della nuova rettorica di
Tullio.
Tullio che fu d'Arpino piccola città della Campania. Fi-
glio di un fabbro, per sua virtù, ed eloquenza fatto cittadino
romano, senatore, e console. Colla previdenza, consiglio, ed
ingegno preservò Roma dalla pestifera congiura di Catilina:
crebbe decoro a Roma colla dottrina , costumi , e colla elo-
quenza in cui fu principe fra i latini, e senza pari al dir di
Seneca, e s. Agostino. Proscritto da Antonio, fu ucciso da un
di lui mandatario, ingratissimo, quale la lingua di Cicerone
aveva liberato da morte. S. Agostino lamenta tal morte, e
Valerio Massimo esclama — per degnamente piangere la morte
di Cicerone è indispensabile un altro Cicerone — perchè niun
altro sarebbe bastantemente eloquente. Molte lodi di lui si leg-
gono in Plinio nel VII delle istorie naturali. Dante preferisce
Tullio a Seneca per ragione di tempo, e di scienze, e s. Gi-
rolamo aggiunge, che se non fosse stato Tullio, non sarebbe
stato neppur Seneca. Non ostante alcuni prepongono Seneca,
forse perchè i detti di Tullio sono più sparsi, mentre quei di
Seneca sono più stretti, e raccolti.
Et Seneca morale. Scrive Plutarco maestro di Trajano
ne' Paratitli, o Paragoni che la Grecia non ebbe alcuno eguale
a Seneca nella morale. Ma io penso che Plutarco adulasse Tra-
jano perchè Seneca fu di Cordova, e Trajano ebbe origine
dalla Spagna. Aristotile fu moralista assai maggiore di Seneca.
Alberto Magno riprova molte di lui opinioni. Seneca non si
curò di eloquenza al dir di Quintiliano, sebbene altrove lo
lodi. Policrate afferma, che Seneca fu tanto migliore di Quin-
tiliano per sapere, quanto Quintiliano fu migliore di Seneca
per eloquenza. Altrettanto dices. Agostino di Varrone, e Cice-
rone. Ma perchè Dante mette Seneca fra i dannati, quando
CANTO !V. 137
;. Girolamo lo mette fra i beati? Rispondiamo, che Dante voi-
e essere cauto, perchè, accortosi del contrasto delle opinioni,
0 mise in un luogo medio, non fra i dannati, non fra i beati.
1 Petrarca dice che ignora se Seneca sia salvo, perchè Seneca
risse in un modo, e scrisse in un altro. S. Agostino scrive,
;he Seneca senatore romano riprovava ciò che faceva; ri-
prendeva ciò che consigliava , adorava ciò che incolpava. Lo-
dava Seneca la povertà, e fu ricchissimo sotto il pessimo fra
gli uomini Nerone cui volle rinunciare le ricchezze quando
più non potè. Avvisato da Nerone a scegliere un genere di
morte, perchè ebbe parte nella congiura de' Pisoni, entrò nel
bagno, facendosi aprire le vene, e così morì. Ad onta delle
(accie che gli si vogliono dare fu sempre moralissimo, stu-
diosissimo, memorabilissimo. Dante lo chiama Seneca morale
per distinguerlo da Seneca tragico. Questi nella Ottavia pre-
dice la morte a Nerone. Sidonio sostiene che due furono i Se-
neca, uno censore de' costumi, l'altro autore di tragedie.
Euclide inventore di geometria, che fióri in Atene al
tempo di Platone. Dovendosi fabbricare Tara di Minerva si
consultò Platone, e questi rimise la decisione ad Euclide mae-
stro in architettura.
E Tolomeo Tolomeo secondo Almagesto fu chiarissimo
nelle arti, ma principalmente in geometria, ed astrologia,
sulle quali scrisse molti libri. Nato, ed istrutto in Alessandria
di Egitto ivi esaminò il corso degli astri cogl' istrumenti co-
strutti al tempo di Adriano, e stese l' opera sua. Non fu que-
sti un re dell'Egitto, come ritengono alcuni: di statura me-
diocre, pallido di colore, di largo incesso, di piedi sottili,
macchiato in rosso la destra guancia, di spessa barba e nera,
denti anteriori sporgenti, nudi di gengive, e rari, di piccola
jocca, di dolce pronuncia, iracondo, difficilmente placabile,
138 INFERNO
molto girava, e molto quietava, mangiava poco, digiunava
molte volte, il respiro lamentevole, mondo il vestire: morì di
anni 78.
Ippocrate eccellente in medicina, principe fra i medici,
di sommo sapere, di sobrietà, e continenza insuperabile scrisse
pochissime cose. Fu dell'isola di Chio, e fiorì al tempo di Ar-
taserse re de' persiani.
Avicenna nato molti secoli dopo Galeno, e non pertanto
gli si preferisce. Fu eccellente in ogni ramo della medicina:
raccolse i detti di Galeno riducendoli ad un ordine , e bre-
vità che non avevano, perchè Galeno fu molto diffuso, e pro-
lisso ne' molti volumi che lasciò. Dice Avicenna che Galeno
disse molte cose dei rami, e poco delle radici della medicina.
Galeno fu di Pergamo, e fiorì al tempo di Antonino Pio. Avi-
cenna era figlio del re di Spagna, e fu emulo di Averroe.
Averois filosofo, e medico ad un tempo eccellentissimo:
fu tenuto come per un altro Aristotile, così pel più superbo di
tutti i filosofi, sempre in contraddizione con Avicenna con-
temporaneo, ed esso pure di Cordua di Spagna, della quale
furono Seneca, e Lucano. Felice città, che produsse tai per-
sonaggi! Averroe condanna ogni fede, e l'opposto fece Avi-
cenna che insegna dover ciascuno seguirla sua fede. Ma per-
chè l'autore mette Averroe senza pena, che fra le altre em-
pietà disse, che tre furono i celebri impostori del mondo — Cri-
sto — Mosè — e Maometto — e che Cristo perchè giovane, ed
ignorante fu crocefisso? E si risponde che qui parlasi d'in-
ferno morale, non di essenziale, e che Dante intese di espri-
mere che costoro godono il privilegio di onore, e di lode nel
solo mondo de' viventi, che l gran comento feo non già com-
mentò Aristotile come Temistio, ma scrisse un libro medico
che intitolò — colliget — collezione, nel quale rinvengonsi
CANTO IV. 139
molta sottigliezza ed oscurità, io non posso ritrar di tutti a
pieno tralascio altri poeti , e filosofi sommi che si mi caccia
lungo tema la molta materia me lo impedisce che molte volte
il facto al dir vien meno spesso è più nel fatto di quanto si
esprime colle parole, o collo scritto, e specialmente quando
la misura è. fissata, come ha fatto Dante con legge di non ol-
trepassarla.
La sesta compagnia i sei poeti Omero, Orazio, Ovidio,
Lucano, Virgilio, e Dante si scema in due si riduce a due a
Virgilio e Dante e l savio duca — me mena per altra via
Virgilio mi conduce per una via diversa nel aria che trema
nel secondo cerchio, ove trema l'aria pel contrasto di venti,
come si dirà fuor de la queta fuori dell'aria quieta, dove non
è moto, né pena, e vegno in parte ove non e che luca per-
chè lasciavamo il luogo di luce, e chiarore ed entravamo in
luogo di tenebre, ed oscurità ecc.
CANTO V.
TESTO MODERNO
Così discesi dal cerchio primaio
Giù nel secondo, che men luogo cinghia,
E tanto più dolor, che pugne a guaio. 5
Stavvi Minos orribilmente, e ringhia;
Esamina le colpe nell'entrata,
Giudica, e manda, secondo che avvinghia. 6
Dico che quando l'anima malnata
Li vien dinanzi, tutta si confessa:
E quel conoscitor delle peccata 9
Vede qual luogo d'Inferno è da essa;
Cignesi con la coda tante volte,
Quantunque gradi vuol, che giù sia messa. lì
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
Vanno a vicenda ciascuna al giudizio:
Dicono, e odono, e poi son giù volte. 15
0 tu, che vieni al doloroso ospizio,
Disse Minos a me, quando mi vide,
Lasciando l'atto di cotanto uffizio: 18
Guarda com' entri, e di cui tu ti fide:
Non t'inganni l'ampiezza dell'entrare.
E'1 duca mio a lui: perchè pur gride? il
Non impedir lo suo fatale andare:
Vuoisi così colà, dove si puòtc
Ciò che si vuole; e più non dimandare. 24
CANTO V. 141
Ora incominciai) le dolenti note
A farmisi sentire: or son venuto
Là dove molto pianto mi percuote. 27
Io venni in luogo d'ogni luce muto,
Che mugghia come fa mar per tempesta,
Se da contrari venti è combattuto. 30
La bufera infernal che mai non resta,
Mena gli spirti con la sua rapina,
Voltando, e percotendo gli molesta. 33
Quando giungon davanti alla ruina,
Quivi le strida, il compianto, e'1 lamento:
Bestemmian quivi la virtù divina. 36
Intesi, eh' a così fatto tormento
Sono dannati i peccator carnali,
Che la ragion sommettono al talento. 39
E come gli stornei ne portan l' ali
Nel freddo tempo a schiera larga , e piena ;
Così quel fiato gli spiriti mali. 42
Di qua, di là, di giù, di su gli mena:
Nulla speranza gli conforta mai
Non che di posa, ma di minor pena. 45
E come i gru van cantando lor lai ,
Facendo in àer di sé lunga riga;
Così vid'io venir, traendo guai, 48
Ombre portate dalla detta briga :
Perch'io dissi: Maestro, chi son quelle
Genti , che l'aer nero sì castiga? 5t
La prima di color, di cui novelle
Tu vuo' saper, mi disse quegli allotta ,
Fu imperatrice di molte favelle. 54
A vizio di lussuria fu sì rotta,
142 INFERNO
Che libito fé licito in sua legge,
Per torre il biasmo, in che era condotta. 57
Ella è Semiramis, di cui si legge,
Che succedette a Nino, e fu sua sposa:
Tenne la terra, che'l Soldan corregge- 60
L'altra ò colei che s'ancise amorosa,
E ruppe fede al cener di Sicheo:
Poi è Cleopatras lussuriosa. 63
Elena vidi, per cui tanto reo
Tempo si volse; e vidi il grande Achille,
Che con amore al fine combatteo. 66
Vidi Paris, Tristano, e più di mille
Ombre mostrommi, e nominolle a dito,
Ch'amor di nostra vita dipartille. 69
Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
Nomar le donne antiche e i cavalieri ,
Pietà mi vinse, e fui quasi smarrito. 75
Io cominciai: Poeta, volontieri
Parlerei a que'duò, che assieme vanno,
E paion sì al vento esser leggieri. 75
Ed egli a me: vedrai, quando saranno
Più presso a noi; e tu allor gli prega
Per quell' amor ch'ei mena; e quei verranno. 78
Sì tosto, come il vento a noi li piega,
Muovo la voce: o anime affannate,
Venite a noi parlar, s'altri noi niega. 81
Quali colombe dal disio chiamate,
Con l'ali aperte e ferme al dolce nido
Volan per l'àer dal voler portate; 8*
Colali uscir dalla schiera, ov'è Dido,
Venendo a noi per l'aere maligno;
CANTO V. 143
Sì forte fu 1 ' affettuoso grido. 87
0 animai grazioso, e benigno,
Che visitando vai, per l'àer perso
Noi che tingemmo '1 mondo di sanguigno. 90
Se fosse amico il Re dell'universo,
Noi pregheremmo lui per la tua pace,
Da eh' hai pietà del nostro mal perverso. 93
Di quel che udire, e che parlar ti piace,
Noi udiremo, e parleremo a vui,
Mentrechè il vento, come fa, si tace. 96
Siede la terra dove nata fui,
Su la marina dove'l Po discende,
Per aver pace co' seguaci sui. 99
Amor che al cor gentil ratto s'apprende,
Prese costui della bella persona
Che mi fu tolta, e'1 modo ancor m'offende. 102
Amor, che a nullo amato amar perdona,
Mi prese del costui piacer sì forte,
Che, come vedi, ancor non mi abbandona. T05
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense;
Queste parole da lor ci f ur porte. 1 08
Da ch'io intesi quell'anime offense,
Chinai '1 viso, e tanto '1 tenni basso
Finché '1 Poeta mi disse: che pense? 1 1 1
Quando risposi, cominciai: o lasso
Quanti dolci pensier, quanto desio
Menò costoro al doloroso passo! 114
Poi mi rivolsi a loro, e parlai io,
E cominciai: Francesca, i tuoi martiri
A lagrimar mi fanno tristo, e pio. 1 17
144 INPERNO
Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri,
A che , e come concedette amore ,
Che conosceste i dubbiosi desiri? - 120
Ed ella a me: nessun maggior dolore,
Che ricordarsi del tempo felice
Nella miseria; e ciò sa'l tuo Dottore. 123
Ma se a conoscer la prima radice
Del nostro amor tu hai cotanto affetto ,
Farò, come colui, che piange, e dice. 126
Noi leggevamo un giorno per diletto
Di Lancilotto, come amor lo strinse:
Soli eravamo, e senza alcun sospetto. 129
Per più fiate gli occhi ci sospinse
Quella lettura, e scolorocci il viso:
Ma solo un punto fu quel che ci vinse. 132
Quando leggemmo il desiato riso
Esser baciato da cotanto amante:
Questi che mai da me non fi a diviso 135
La bocca mi baciò tutto tremante:
Galeotto fu il libro, e chi lo scrisse:
Qael giorno più non vi leggemmo avarile. 138
Mentre che l'uno spirto questo disse,
L'altro piangeva sì, che di pietade
Io venni meno, come s'io morisse,
E caddi, come corpo morto cade. 142
CANTO V. 145
COMMENTO DI BENVENUTO
Dante descrive ii secondo cerchio in cui son puniti i
lussuriosi. Il canto dividesi in cinque parti generali: nella
prima, ingresso al cerchio, e giudice: nella seconda — pena
de' lussuriosi or incominciati ecc. nella terza — lussuriosi
antichi et come grue ecc. nella quarta — lussuriosi moderni
poscia eh ebbi ecc. nella quinta — interrogazione a due spi-
riti poi mi ecc.
Cosi discesi in compagnia del solo Virgilio del cerchio
primato dal primo cerchio dell'Inferno giù nel secondo nel
secondo cerchio più basso, perchè nelF Inferno sempre si di-
scende che men loco cinghia il secondo cerchio chiude spa-
zio minore. L'Inferno si finge dall'autore, luogo rotondo, di-
stinto per gradi, e cerchi, più ampio il primo, e gradatamen-
te più piccoli gli altri pei quali si discende sino al centro, a
guisa dell'arena di Verona, quantunque questa sia piuttosto
ovale che sferica. Il secondo cerchio quantunque minore di
spazio contiene pena maggiore del primo, e tanto epiu dolo-
re che punge a guaio la pena del secondo cerchio punge fie-
ramente il dannato, e lo forza a gridare, diversamente dalla
pena del primo cerchio, che non può dirsi veramente pena,
perchè non del senso, ma del danno. Peraltro la pena del se-
condo cerchio è più leggera di quella de' cerchi più bassi, im-
perocché Dante punisce prima le colpe più leggiere, e poscia
gradatamente le più gravi, essendo giusto che, quanto più l'uo-
mo è colpevole, più sia allontanato dalla vista di Dio. Nel Pur-
gatorio al contrario, al basso del monte , tratta primamente
della lussuria, vizio infamante, ma di minore malizia, perchè
la naturale inclinazione lo rende in qualche modo scusabile.
Stavtri Minos giudice dell'Inferno. Niuno è giudicato
Rambaldi — Voi. 1. io
1 46 INFERNO
fuori che da lui, che quindi è posto nel primo ingresso infer-
nale. Fu Minosse un giustissimo re della Grecia, dell' isola di
Creta, del quale parla molto Aristotile nel libro de' Politici.
Fu il primo a dare leggi ai cretesi , quali leggi furono in vi-
gore fino al tempo di Metello, che sotto Pompeo prese Creta
sostituendo leggi romane. Di quest' isola si parlerà nel canto
XIV dove si descrive così in mezzo mare sede in paese gua-
sto Minosse moralmente parlando si prende per la coscienza,
che è terribile testimonio contro del colpevole. Perciò Ovidio
— la pena può torsi , ma la colpa non mai. — Così ogni col-
pevole ha sempre con sé il giudice suo, e può dirsi con Boe-
zio — fuori di te non cercare un vendicatore — stami Minos
nel primo ingresso horribilmente ringhia digrigna i denti,
tocche è proprio de' cani, e proprio pure della coscienza, che
morde, e latra. Perciò il profeta — il verme lor per l'anima
non muore. —
Le colpe nell entrata giudica et manda nel primo in-
gresso giudica, condanna, e destina le anime al castigo se-
eondo eh avinghia secondo che si cinge colla coda. La
coda finge, o figura la sentenza finale, perchè è termine del-
l'animale, ed anche perchè la coscienza finalmente condanna
il colpevole. Avviene spesso nel mondo de' viventi, che il colpe-
vole oltre i rimorsi della coscienza abbia pene temporali. Dico
che quando V anima malnata anima destinata a dannazione
li vien dinanzi al cospetto, per essere esaminata tutta si
confessa non potendosi ingannare la coscienza coli' occulta-
zione delle colpe, et quei cognoscitor de li peccati de' peccati
più , o men gravi vede qual loco d inferno e da essa qual
pena, ed in qual cerchio deve punirsi quell'anima; cingesi
con la coda tante volte quantunque gradi vuol che giù sia
messa volendo che sia punita nel primo cerchio si cinge colla
CANTO V. 147
coda una sol volta; se nel secondo due volte; senei terso tre ;
sempre continuamente, e ciò esprime l'assiduità e perpetuità
dell' uffizio. Un giudice deve sempr' essere in atto di giudicare
dinanzi a lui ne stanno molte e così sempre esamina, e con-
danna. Come Caronte di continuo trasporta le anime, così Mi-
nosse di continuo giudica, e condanna vanno a vicenda dar
scuna al giudizio una dopo l'altra, imperocché infiniti mtio-
jono, e vanno all'Inferno o moralmente, od essenzialmente
dicon le anime confessano le colpe loro et odono la sentenza,
e condanna poi son giù volte alla pena destinata.
Disse Minos quando me vide quando mi presentai o tu
che vien al doloroso hospitio o Dante che vieni all'Inferno,
ospizio di perpetuo dolore guarda com entri guarda bene
quel che fai prima d'intraprendere il viaggio ne' luoghi in-
fernali, ed osserva di cui tu ti fidi se Virgilio sia , o no capace
a condurti, perchè Virgilio non poteva essere capace che in
senso morale, avendo ignorato l'Inferno essenziale, di cui
parla la dottrina cristiana lasciando l atto di cotanto uffizio
dice lai cose lasciando di esaminare, e condannare le anime.
E Dante doveva calcolare l'avviso di Minosse, perchè l'in-
gresso all'Inferno è facile, ma difficilissima la uscita; la via
de' vizi ha fiori al principio, spini sul fine; facile determi-
narsi ad arduo lavoro, difficilissimo compierlo l ampiezza
dell entrare non t inganni.
E l duca a lui Virgilio risponde a Minosse perche pur
gridi indarno tu gridi non impedire al suo fatale andare
non opporli al suo proposito vuoisi cosi la dove si può-
te do che si vote cioè da Dio in cielo, imperocché volere,
e potere è la cosa stessa nell'Eterno. Dante ottenne da Dio
grazia speciale a quest' oggetto et più non dimandare che
basta sapere che Dio vuole senza chiedere perchè voglia.
148 INFERNO
Or incominciati le dolenti note seconda parte generale,
pene de' lussuriosi, a far sentire cominciava a sentire le voci
di pianto, e di dolore come sono per lo più quelle degli amanti
or son venuto la dove molto pianto mi percuote il riso del-
l'amore presto si cangia in pianto io venni in loco muto
d ogni luce senza lume, oscuro d ogni luce muto a differenza
del primo cerchio in cui in qualche rispetto era luce. La lus-
suria estingue totalmente il lume di ragione, e va in cerca di
luoghi occulti ed oscuri per isfogarla che mughia\* pena de'
lussuriosi consiste nell'essere violentemente trasportati da
venti contrari, ed opposti e dall'essere urtati , e per così dire
arrotati come le onde di mar burrascoso. Usa l'autore della
similitudine del mare in burrasca, perchè ivi son venti con-
trari, che cagionano l'infortunio: del pari nel lussurioso con-
trarie passioni, speranza, timore, allegrezza, mestizia fan guer-
ra tra loro, e gli straziano l'animo. Il mare trae nome da amarez-
za; amore meglio amaro si direbbe. Il mare si scalda, e bolle per
l'effervescenza de' flutti; il corpo del lussurioso ferve per ca-
gioni estrinseche alla naturale inclinazione, per cibi, e vini
generosi. Tornato in calma il mare dopo la tempesta putisce,
come dopo per l'atto di lussuria il corpo è male olente. La spiag-
gia a poco a poco si corrode dall'onde, come per la lussuria a
poco a poco consumasi il corpo del lussurioso. Nel mare s'in-
contrano pericoli, naufragii, danni, disastri; s'incontrano dal
lussurioso spendii, scandali, risse, strazii, incendii. Finalmente
quando la lussuria non avesse altro danno, sempre l'accom-
pagnerebbe il tormentoso pentimento, come dice Demostene
— non voglio con tanto comprarmi un pentimento — che
mughia come fa mar per tempesta — seda contrarii venti
e combattuto da Borea, od Austro violenti, ed opposti, l'uno
del settentrione, l'altro del mezzodì, l'uno freddo l'altro
CANTO V. 149
caldo. I pensieri del lussurioso ora infiammano, ora gelano,
a guisa de' commossi flutti del mare ora alzati alle stelle, ora
sepolti negli abissi. Che mai avrà pensato, e quali contrasti
d'animo avrà sofferto Achille preso d'amore per la bellissima
Polissena cui aveva ucciso il diletto Ettore marito, ed a lui ne-
mico ? Quanti Massimo acceso di Paolina la più pudica fra le
romane? Quanti Fedra furente pel figliastro Ippolito? Quanti
Mirra bollente d' incestuoso affetto pel padre? — É inutile
perdersi in esempi, quando la prova è in qualunque abbia
sentito l'amore di lussuria.
JLa bufera infornai l'impetuoso soffio che mai non re-
sta mai non cessa, figurando l'amante impaziente di quiete,
sempre agitato, ed in moto mena li spirti con la stia ra-
pina, violentemente li trasporta, e trascina molesta voltando
di nuovo li riconduce, voltandoli, allo stesso castigo, espri-
mendo in tal modo, che il lussurioso non è trattenuto, né
dal timore dell'ira divina, né dall'onore, né dall'infamia, né
dallo spendio, né dai pericoli, né dalla morte sugli occhi per-
cuotendo con percosse, e spesso per motivi di lussuria si
viene alla pugna, ed alle stragi quivi e l compianto le strida
e lamento piangono gli amanti , stridono per le crudeltà o
tradimenti dell'amata, e lagnansi di qualunque mutamento
quando giungon dinanzi alla ruina all'estremo punto di
darsi la morte biasteman quivi la virtù divina per dispe-
razione bestemmiano Iddio nell' atto di affogarsi, di trafiggersi ,
o di essere trucidati da altri. Questi infelici di tanta sciagura
intesi chepeccator carnali che erano lussuriosi che avevano
posta la loro felicità nel piacere del senso che sometton la
ragione al talento sottommettono la ragione all' appetito e si
fan condurre dalla sola passione son dannati a cosi facto tor-
mento alla pena suddescritta.
150 INFERRO
Et cosi quel fiato quel vento porta li spirti mali tras-
porta le anime de' lussuriosi come lali neportan li stornelli
— nel freddo tempo al venir dell' inverno gli storni per fug-
gire il freddo passano a calde regioni a schiera larga e piena
gli spiriti sono così gremiti che appena possono scansarsi.
Gli storni sono uccelli lussuriosissimi, e lievi: simili sono gli
amanti : passano a calde regioni per secondare meglio V istinto,
e se, nel viaggio, incontrano vigne cariche di uve, e senza
custode, le sfrondano, e spremono da grappoli il succo: an-
che il lussurioso cerca de" caldi luoghi, e di donne calide, fug-
gendo dai nordici geli , dove è freddezza di reazione amorosa,
e strada facendo , se gli si offra occasione , ne profitta di qua
di la di su di giù li mena quel vento, al pari della libidine
che trascina il proco dietro la vaga donna al tempio, al giar-
dino, alle nozze, ai funerali, al monte, alla fontana, ed in
ogni dove ella pieghi, nulla speranza li conforta mai non
che di posa ma di minor pena moralmente intende l'autore
che quegli spiriti non isperano quiete giammai, non mino-
razione di pena, e ciò è vero parlando d'Inferno essenziale
perchè ivi ogni speranza è morta. É vero in qualche modo
anche dell' Inferno morale, perchè l'appetito del lussurioso
è insaziabile, come vien figurato nella favola di Tizio, cui
un avoltojo continuamente rode il fegato , il qual fegato sem-
pre rinasce.
Ecomeigrui terza parte generale. Specialità della pena
de' lussuriosi. L' uno spirito vola dopo l' altro mettendo lamento
nella maniera stessa delle grue , che vanno per aria in lunga fila
rappresentando sempre qualche lettera dell' alfabeto, cosi
vid io venir ombre portate dalla detta briga da queir urto
di venti trascinate traendo guai lamentandosi dolorosamente
come i grui vanno cantando lor lai come le grue si lamen-
r
CANTO V. ibi
tano nel loro canto f adendo di se lunga riga lunga striscia.
Dante moltiplica similitudini di uccelli, giacché vuole espri-
mere il principale attributo dell' amore, la volubilità, e quindi
amore si finge alato. Le grue volentieri si uniscono, ed in-
sieme fan passaggio alle calde regioni : dalle grue si è tratta
la parola — congruo — perche io dissi maestro o Virgilio,
chi son quelle genti chi sono quegli spiriti che quali l aere
nero V aria nera , e turbinosa così punisce. La prima è Semira-
mide. Secondo Giustino, Nino re degli assiri figlio del primo Be-
lo mosse guerra ai vicini, e domò i popoli coir armi fino ai con-
fini della Libia. Morì lasciando un figlio dello stesso suo nome,
e la moglie Semiramide, dopo 54 anni di regno. La vedova non
volle affidare il regno al troppo giovane figlio, né aperta-
mente usurpare il trono, giacché le varie popolazioni appena
obbedivano al marito, e si sarebbero ad una donna o ad un
fanciullo ribellate. Simulò pertanto, e si finse essa stessa il
figlio Nino, ed il figlio la madre, locchè riusciva facilis-
simo, perchè madre, e figlio erano somigliantissimi di figura,
di voce, e di lineamenti. Assunse paludamento, che braccia,
gambe, e capo nascondessero, e per allontanare ogni so-
spetto promulgò legge che ognuno del popolo assumesse ve-
ste consimile, come tutti la indossarono. Così fu tenuta per
maschio fin dai primi momenti , ed infatti operò cose mara-
vigliosamente maschili, quali compiute, si manifestò al po-
polo per quello che era, e palesò i motivi di tale simulazione.
Né la manifestazione diminuì la di lei gloria, che invece la
crebbe , perchè donna, non solo superò le altre del suo sesso,
ma ben anche gli uomini più illustri, e valorosi. Semiramide
fabbricò Babilonia, e la cinse di altissime mura: non contenta
dei confini del regno ereditato dal marito, portò la guerra
nell'Indie, non mai prima di lei penetrate da alcuno, infuori
152 INFERNO
che da Alessandro Magno. Finalmente ardendo di dividere il
talamo col figlio suo, fu dal medesimo figlio uccisa, dopo aver
regnato 42 anni. Dante pone per la prima Semiramide, e per
lussuria, e perchè Imperatrice di Oriente dove sembra aver
sede la lussuria, e perchè ebbe impero in Babilonia madre di
fornicazione, se prima da Semiramide, poi fu governata da
Sardanapalo il re più lussurioso di tutti gli uomini.
Questi Virgilio mi disse alota allora la prima di color
di cui tu voi saper novelle fu imperatrice di molte favelle
ebbe molte nazioni sotto di sé, o perchè ivi nacque confusio-
ne delle lingue, sicché per Babilonia s' intende confusione,
come si dirà nel XXXI canto. Semiramide fece tre cose mara-
vigliose. Fabbricò la maravigliosa Babilonia cingendola di al-
tissime mura. Condusse il Tigri, e l'Eufrate, grossi ss imi fiu-
mi sulle terre in prima deserte, e secche, come attesta Pom-
ponio Mela. — Faceva costruire un luogo di piacere, mentre
ebbe notizie di ribellione in Babilonia; demolito tal luogo,
prese le armi, e corse contro i ribelli, e fortuna ajutò, per-
chè durante il di lei impero, non fu più costrutto quel locale
di piaceri disonesti fu si rotta a vitio di luxuria che fece il
libito licito per leggi promulgate da lei faceva sembrare le-
cito, e legittimo ogni libidinoso appetito. Dice Orosio che Se-
miramide come ardente di libidine era sitibonda di sangue,
perchè faceva uccidere quelli , che giacevano con lei per tor-
re il biasmo in che era condotta. Per togliersi quell'infamia
nella quale era caduta fece una legge, che ciascuno potesse,
superando il ribrezzo di natura contrarre matrimonio fra pa-
dre e figlia, tra figlio e madre, tra fratelli e sorelle. Il nome
di legge qui si prende abusivamente per comando, perchè o-
gni legge deve esser santa nel senso di prescrivere le oneste,
e condannare le disoneste azioni, ella e Semiramis di cui si
CANTO V. 153
legge presso molti autori che succedette a Nino e fu sua spo-
sa per distinguerla da Nino figlio, che successe alla stessa Se-
miramide, che vilmente cambiò sesso con lei, e visse vita con
donne tenne la terra che l Soldati corregge. Ma Semiramide
non ebbe mai impero in quella parte in cui impera il Solda-
no, e quella Babilonia è stata fabbricata molti secoli dopo, ed
è nell'Egitto, mentre la prima era in Assiria , e la Babilonia
di Egitto ha mille anni di meno di quella. La prima fu fab-
bricata da Nembrot se vogliamo stare alle sacre carte; la se-
conda da Cambise secondo re de' Persiani: la prima fu di-
strutta da Ciro, ed oggi è deserto abitato da serpenti: la se-
conda è adesso in gran fiore, e vi regna il Soldano. Ma per
iscusar Dante diremo, che intese significare avere Semirami-
de ampliato il suo regno sino alla terra che regge il Soldano,
giacché essa ebbe l'Egitto sotto di sé. É lo stesso che abbia
detto — Semiramide non solo imperò in Babilonia antica, ma
ben anche dove oggi è l'altra Babilonia, cioè in Egitto.
L altra Didone. Quanto descrive Virgilio di tal regina è
tutto immaginoso, giacché per testimonianza di s. Agostino
Enea venne in Italia 300 anni prima di Didone. Anche la stes-
sa Didone non si uccise per disonesto affetto tradito, ma per le-
gittima fedeltà, perchè cioè Jarba re africano cercava la di lei
mano con ogni modo di coazione, ed essa sdegnando di stringe-
re altri nodi , e non potendo reggere alle insistenze del nuovo a-
matore, prescelse morire e si passò il cuore con una spada. In-
vece che lussuriosa fu anzi Didone pudicissima, come ne attesta
s. Girolamo confutando Gioviano. Ma quale fu dunque il motivo
della finzione di Virgilio? Molti furono i motivi, non uno solo:
volle mostrare che l' impero romano doveva estendersi a tutto
il mondo, e quindi volle che Enea avesse tre mogli, una in A-
sia Creusa figlia di Priamo, una in Italia Lavinia figlia di La-
I
154 INFERNO
tino, una in Africa Didone, perchè quanto è della moglie ap-
partener debbe al marito: voleva mostrare la ragione del-
l'odio implacabile fra Cartagine e Roma, e perciò alla par-
tenza di Enea Virgilio fa dire a Didone lidi a lidi ecc. moral-
mente parlando poi Enea si ha per amante di virtù, e per que-
sto si vuole figlio di Venere, il quale volgendo verso l' Italia,
cioè tendendo a virtù in cui quietare dopo tante vicende , vie-
ne trasportato da tempesta fuori del retto sentiero, e trovasi
in Libia, cioè preso da libidine, tanto più che l'Africa caldis-
sima figura la lussuria, ed ivi preso da' piaceri sensuali si
scorda dell'onorato proposito, né sa trarsi dal suo stato se
non per grazia, e soccorso divino. Ecco perchè Virgilio in-
troduce Mercurio messaggiero di Giove a trarlo da quegl'in-
canti, ed a rimetterlo nella retta via, dalla quale erasi dipar-
tito. E Virgilio stesso è in qualche modo scusabile di avere
cambiata un'onestissima vedova in una meretrice; imperoc-
ché egli non trovava regina nell'Africa più adatta al suo in-
tento, ma ciò non può togliere il rammarico, che tal chiaris-
sima regina sia stata tanto indegnamente infamata. Semira-
mide lussuriosa fondò l'impero assiro; Didone pudica fondò
l'impero di Cartagine sempre emulo del romano l altra e co-
lei che si ancise amorosa Didone che si uccise per l' amore
tradito da Enea e ruppe fede al ciner di Sicheo Sicheo marito
di Didone fu ucciso da Pigmalione fratello di Didone come
nel canto XX del Purgatorio dove si dice noi ripetiam Pigma-
lione alotta. Dopo la morte di Sicheo Didone aveva fatto voto
di non passare a seconde nozze, voto che secondo Virgilio
violò al ciner alla memoria di Sicheo : le salme si bruciava-
no, e le ceneri si conservavano dentro urne dette cinerarie, e
Didone rigorosamente si sarebbe dovuta porre fra le anime
disperate che si uccisero di propria mano, ma Dante ebbe più
CANTO V. 155
riguardo alla causa dell'uccisione, all'amore, e come amo-
rosa la mette fra le lussuriose.
Poi Cleopatra bellissima , ed astutissima regina di Egit-
to, che ricuperò di per sé stessa il suo regno, imperocché
vinse Cesare vincitore di tutti i re, tenne magnificamente
l'impero, lo difese valorosamente, eroicamente lo perdette.
Non pertanto l'autore qui la pone principalmente per la lus-
suria poi dopo Semiramide e Didone e Cleopatra lussuriosa
Cleopatra poi non fu adultera se non con Cesare, dal quale,
come prezzo di libidine, ricuperò il regno di Egitto. Il frate)
suo Tolomeo le fu legittimo marito, locchè le era permesso
dalle proprie leggi : anche Antonio le fu legittimo marito. Dante
la pone lussuriosa, perchè vinto dall'autorità di Tacito, che
dice — lei essere stata adultera con tutti i re dell' Oriente. —
Cesare pure fu adultero con molte donne, e non pertanto s' in-
nalza al cielo per le altre virtù, e per conseguenza neppure
Cleopatra se fosse stata adultera con molti re , poteva met-
tersi in dimenticanza per le altre sublimi qualità, che la re-
sero illustre.
Elena altra regina più di tutte famosa, soltanto amoro-
sa, e priva di altre virtù. Elena fu la più bella di tutta Gre-
cia: Omero innalza a cielo la di lei bellezza. Fu prima rapita
da Teseo ancora fanciulla, e tosto ricuperata dai fratelli, per
cui Ovidio — si creda vergi n resa da ardito, ed ardente gio-
vane! — Fu rapita la seconda volta da Paride, pel che nacque
la lunga, atroce, decennale guerra di Troja. per cui tanto
reo tempo si volse perchè la guerra operata da tanti re fu
terribile, e desolante non tanto per gli assediati, quanto per
gli assedianti : dice dei primi Virgilio non dieci anni domar
non mille navi. Ovidio con tanta guerra che si cerca mai —
fuor di adultera vile? Pure tal serpe velenosissima, tal face
156 INFERNO
di discordia fu restituita incolume a Menelao marito, che ad
onta di perpetua ignominia, la riebbe, la ritenne, la riamò.
E vidi Achille. Costui stuprò Daidamia, rapì Briseide, di-
venne furente amatore di Polissena figlia di Priamo, moglie
di Ettore. Fu saettato furtivamente da Paride , drudo vilis-
simo. Finge Omero, che Achille fosse invulnerabile fuor
della pianta de* piedi , volendo significare .che non poteva vin-
cersi se non se coir amore, figurando il piede l'amore nel-
l'uomo. L'autore poi si contenta di nominare Achille invece
di tanti altri, e perchè niuno più chiaro in armi di lui, e per
mostrare che anche gli eroi quando cadono in lussuria, muo-
jono turpemente. Ettore all' incontro men forte di Achille, fug-
gendo dalle reti di lussuria, morì gloriosamente sul campo.
Vogliono alcuni che Achille amasse Patroclo disonestamente,
tocche è falso , come altrove sarà chiaro. Colle fiamme vien
punita la lussuria.... e vidi il grande Achille che con amore
alfine combatteo sempre innamorato trattò le guerre: una
volta sola le sospese, perchè Agamennone gli aveva rapito Bri-
seide.
Vidi Paris Paride uccisore di Achille. Costui poteva chia-
marsi piuttosto soldato di Venere, che di Marte, perchè bel-
lissimo, vano, e vago: vestiva pelle di pardo, simbolo di lus-
suria: portava turcasso, e dardi, ed era agilissimo saettatore
al pari di Cupido: vivea vita molle, il perchè Omero nel primo
dell' Iliade pone che Ettore, ed Elena lo sgridino, perchè fug-
giva. Egli giudicò del pomo in favore di Venere, sprezzata
Pallade, e Giunone, indicando, che giovane tutto amore,
sprezzata la sapienza , e la ricchezza , poneva ogni cura nel
pomo, ossia nel diletto sensuale.
Tristano fu adultero colla moglie di suo zio paterno Marco
di Comovaglia per nome Isotta la bionda. Mentre era stretta-
CANTO V. t57
mente abbracciato con Isotta fu trapassato da dardo avvelenato
insieme con lei per opera del marito, e nell'atto di spirare,
imprimendole fervidi baci, morì. L'autore pose anche Tri-
stano perchè il notissimo amore, e la singolare di lui morte
servivano al proprio scopo. Forse volle far conoscere che
aveva anche presenti le storie volgari et Me Virgilio mo-
strommi a dito più di mille ombre per dir tutto in poche
parole eh amor da nostra vita dipartale amore fu cagione
della loro morte.
Poscia eh io ebbi quarta parte generale. Storia di due
moderni lussuriosi. Dante era molto commosso alla vista de'
lussuriosi, e loro pene, perchè esso stesso non era stato lon-
tano da vizio tale. Pietà mi giunse e fui quasi smarrito po-
scia eh io ebbi udito il mio doctore Virgilio nomare mostrarmi
ad una ad una le donne antiche Didone, Semiramide, Cleo-
patra, le quali erano adorne di tanta virtù macchiate da
turpe libidine, et cavalieri Achille, Paride ecc. superati dalla
forza d'amore io cominciai a dimandare o poeta Virgilio io
parlerei volontieri a que* due — che insieme stanno sodati
volontieri conoscerei que'due così uniti epareno esser si le-
gieri al vento così trasportati dalla bufera, o vento di lussu-
ria; ovvero sembravano tanto innamorati, giacché l'amore è
lieve, e quindi si figura nudo, alato , cieco, fanciullo , fare-
trato, con questi cinque attributi descrivendosi l'amore et
etti Virgilio mi disse vedrai quando saranno più presso a
noi quando passeranno più vicini a noi e tu allor li prega
prega que' due per quel amor che li mena e quei verranno
è regola per pregare con efficacia ricordare cose le più care
ai pregati movi la voce io Dante seguendo il consiglio del
duce dissi loro o anime affannate così prese dall'amore ve-
nite parlar a noi s altri noi nega se potete fermarvi a par-
i
158 INFERNO
lar con noi venite si tosto come il vento a noi li piega quando
il vento li trasporterà verso di noi — Giovanni Sciancato così
detto perchè zoppo, della città di Rimino, figlio di Mala testa
seniore, che primo tenne il dominio di Rimino, uomo de-
forme, di animo audace e feroce prese in moglie Francesca
figlia di Guido da Polenta signore di Ravenna, donna bellis-
sima, e vaghissima. Aveva prima arso d'amore per lei Paolo
fratello di Giovanni, di amabilissimo aspetto, e di maniere
gentili, e cavalleresche, e conversando senza sospetto per ra-
gione di parentela con Francesca, leggeva un giorno con lei, e
nella di lei camera, un libro volgare della Tavola Rotonda, in
cui era scritto come Lancilotto fosse preso d'amore per la re-
gina Ginevra, e come, mezzano il principe Galeotto, convenis-
sero insieme in un dato luogo, e scopertosi l'amore fosse ba-
ciato dalla stessa regina. Francesca, e Paolo giunti a tal passo,
tanta commozione sentirono, che, deposto il libro, si bacia-
rono entrambi, e giunsero ad altro conseguente. Sorpresi dal
marito Giovanni avvisato da un famigliare, tutti due insieme,
e nello stesso luogo colla spada trafisse et etti duo que' duo
spiriti usciron dalla schiera ov e Dido amorosa venendo a
noi per l aere maligno si tolsero dalla schiera ove era Di-
clone, e venner verso di noi spinti dalla bufera cotali quali
colombe chiamate dal voler spinte da naturale appetito ven-
gon per l aere portate dal desio — con l ali alzate e ferme
al dolce nido dove hanno i loro figli implumi si forte fo
l affectuoso grido tanto fu efficace la mia preghiera per l' a-
more. Bellissima similitudine! La colomba dedicata a Venere
madre di Amore, rappresenta la lussuria ed è la colomba lus-
suriosissima. La colomba è feconda, ed è scordevole de' figli,
i quali rapiti, essa rifa il nido nel luogo stesso: del pari il
lussurioso colpito da ingiurie o di persona o di fama, tutto
CANTO V. 159
scorda per tornare air amica, né vede i suoi danni, e rompe
i vincoli di sangue per soddisfare al senso furente, come Ca-
rlina che uccise il proprio figlio per possedere Oretilla, se
vogliam credere a Valerio. E quante femmine per lussuria
non uccisero i propri bambini con modi barbari , ed inauditi?
Virgilio nelle buccoliche esclama — Il crudo amore insegnò
alle madri di macchiarsi le mani nel sangue de' figli. La co-
lomba è nunzia di pace, amica di consorzio, mansueta, blanda,
umile, trattabile, caratteri tutti dell' amore; anzi l'amore è
di tanto potere che rende blandi perfino i serpenti , come at-
testa Ambrosio da Murena, o animai gratioso e benigno così
Francesca a Dante se fosse amico il re dell universo se Dio
fosse tanto pietoso d' ascoltare le nostre preci noi pregheremo
lui de la tua pace. In tal modo Francesca si captiva la bene-
volenza augurando altrui ciò, di cui essa tanto abbisognava
de la tua pace vale a dire , che in pace e quiete compia il
tuo lavoro , e te guidi a porto di pace da eh ai pietà del no-
stro mal perverso dacché hai compassione del nostro amore,
e del nostro tormento, noi udiremo quanto voi ci direte epar-
leremo a voi interrogati che siamo di quel che ve piace udire
e de parlare di ciò che bramate sapere mentre che il vento
si tace finché il vento cesserà , e non spirerà tanto come fa
ora. Sembra che Dante si contraddica in questo passo , aven-
do detto superiormente, che era impossibile quiete a quegli
spiriti, ed ora li mette quasi in riposo, ma la paura serve ad
accrescere maggiormente il loro tormento, se non altro col
confronto del senso, sede la terra dove nata fui dice Fran-
cesca , la mia patria fu Ravenna antichissima città sede è si-
tuata su la marina sul mare Adriatico. Ravenna è distante
due o tre miglia dal mare, e dodici miglia dal punto in cui
il Po si scarica nel mare dove l Po discende il Po si scarica
1 60 INFERNO
nel mare in luogo che si chiama Priraaro per haver pace i
seguaci suoi coi fiumi confluenti , imperocché se il Po non si
scaricasse nel mare, sempre i fiumi reluterebbero, e gli fa-
rebbero contrasto. Il Po secondo Virgilio è il re dei fiumi:
scorre per mezzo alla Lombardia e raccoglie le acque tutte
de' fiumi che scendono dalla destra, e sinistra, e tutte le tras-
porta al mare per diverse foci, come più ampiamente si dirà
nel canto XVI del Paradiso.
Amor eh al cor gentil ratto s aprende Francesca narra
che Paolo erasi prima innamorato di lei, e per iscusa propria
aggiunge che desso era nobile e bello , e quindi facilmente si
accese di lei egualmente nobile, e bella. Presto poi l'amore
accende un cuor gentile, perchè vivendo nella mollezza è più
facile alle impressioni di amore: in genere per altro l'amore po-
ne in tutti suo regno, onde Virgilio — amor in tutti uguale —
e l'animale lo sente per conservazione della specie. Come pe-
rò il cavallo più è nobile, e più s'infiamma e non rispettane
freno, né guida, del pari amore è più ardente in nobile cuo-
re, che ne' cuori del volgo, prese costui Paolo della bella per-
sona mia come se dicesse — Paolo facilmente doveva esser
preso da amore per me, perchè era io, ed egli era bellissi-
mo, ed il marito mio turpe cha me fu tolta con morte violen-
te e l modo ancor m offende mi cagionò infamia nella pena.
Amore poi è di tanto potere, che sempre forza la persona a-
mata a riamare amor eh a nullo amato amar perdona a-
more che non lascia che alcun amato non riami mi prese del
piacer costui si forte così mi strinse a compiacere costui di
mia persona che come vedi ancor non m abbandona perchè
siamo ancor legati da amore dopo morte, come tu vedi. La
sentenza dell'autore amor che a nullo amato amar perdona
non è sempre vera, perchè anzi le tante volte l'amato reagi-
CANTO V. 161
sce con odio, ed invece di reagire molli si uccisero come scri-
ve s. Agostino nella Città di Dio, e vedemmo nella storia di Di-
done, che si uccise per noni sposa re Jarba che ardentemente
l'amava. A scusa per altro di Dante diremo ch'egli volle con-
siderare più l'affetto in sé, di quello che l'effetto. Altri lo scu-
sano interpretando, che volesse esprimere — se vuoi essere
amato, ama — come lo fa conoscere nel canto XXII del Pur-
gatorio; ma allora l'autore parla dell'amore della virtù, e la
sentenza è vera ; ma trattandosi di amore di voluttà , e di senso,
la sentenza è falsa. Quanti stalloni, ribaldi, deformi non a-
mano donne virtuose, belle, e perfino regine? Riameranno
dunque esse tali oggetti? Secondo il parer mio Dante deve scu-
sarsi, perché mette la sentenza in bocca di Francesca lussu-
riosa, che cerca nella sentenza stessa una scusa, come av-
viene spessissimo, quando le donne sono in fallo sorprese.
Ella pertanto dice — non era un angelo impeccabile, non era
un sasso, e come dunque poteva essere insensibile ad un a-
matore tanto gentile, ed ardente che per me si espose a tanti
pericoli, ed infine incontrò la morte? amor condusse noi ad
una morte fu eguale la colpa, eguale la pena: ma chi li uc-
cise, ossia il marito, è qui nel fondo dell' Inferno, dove sono
tormentati nel ghiaccio gli uccisori de' parenti Cayna attende
così chiamata quella parte da Caino primo uccisore del fratel
suo chi vita ci spense chi noi uccise, cioè Giovanni sciancato,
che ambo trafisse con una spada queste parole da lor ci fuor
porte Francesca nel narrare la propria aveva narrata anche
la storia di Paolo.
Poscia eh io ntesi quelle anime offese anime travagliate
perchè offese da altri chinai l viso chinai la faccia, o piuttosto
afflitto nell'intelletto et tanto il tenni basso stupefatto dal rac-
conto finche l Poeta mi disse che pensi Virgilio mi disse cosa
R A MB ALDI — VoL 1. 11
162 INFERNO
vai pensando? io cominciai o lasso io allora esclamai ah mi-
seri, e dolenti! quanti dolci sospiri che il sospiro d' amore è
dolce quanto disio quanto ardente affetto meno costoro al
doloroso passo al punto di essere sorpresi, e trafitti quando
rispuosi perchè non aveva potuto rispondere tosto, alterato
dalla compassione di que'due sventurati. Dante e Virgilio co-
noscevano ambidue la forza dell'amore. Virgilio nelle bucco-
liche scrive — tutto vince amore, e noi tutti cediamo alP amo-
re — Oppongono per altro alcuni , che Dante non doveva qui
porre tanta oscenità. Stolti! e chi poteva trattare più sublime-
mente tale materia?
Poi mi rivolsi quinta parte generale a loro dopo che
ebbi parlato con Virgilio del miserando amore di costoro, mi
rivolsi agli stessi due spiriti e parlare cominciai captan-
domi così la loro benevolenza o Francesca i tuoi martiri i
tuoi affanni mi fanno tristo pel dolore e pio a lagrimar per
compassione, e pietà, ma dimme a che e come a che oggetto
e perchè amor concedette permise che conoscessi i dubiosi
disiri in qual maniera potesti accorgerti che Paolo così ti
amasse essendoti cognato al tempo de* dolci sospiri essendo
stato sempre occulto amatore? e quella — a me Francesca
mi rispose, captivandosi essa pure benevolenza col dire, che
le era troppo amara, e dolorosa, ma pure narrerebbe a me la
storia nullo e maggior dolore che ricordarsi del tempo felice
nella miseria ricordarsi della felicità essendo nella sventura.
Nobile sentenza! e do sa il tuo doctore Virgilio, che fu spo-
gliato de' suoi beni, insieme con altri mantovani; che era vis-
suto in tanta fama, e grazia di Augusto, e dopo morte colpito
dalla indignazione del sommo imperatore. Ovvero fu detto
allegoricamente, perchè Virgilio rappresentando la ragione
naturale non poteva a meno di non saperlo, lo per me credo
CANTO V. 163
che Dante abbia posta tale sentenza per seguire Virgilio che
fa dire ad Enea narrante a Didone l'eccidio di Troja sen-
tenza consimile, ma io diro come colui che piange e dice par-
lerò piangendo se tu hai cotanto affecto tanto desiderio di sa-
pere a conoscer la prima radice l'origine del nostro amor
Francesca aveva parlato dell' afri or suo, ma non come nacque.
Noi legiavamo un giorno per dilecto di Lancilotto no-
bile, e valoroso giovane come amor lo strinse verso la regina
Ginevra. La lettura di libri amorosi eccita a libidine, e per
questo s. Girolamo proibisce ai chierici simile lettura soli
eravamo, e senza alcun sospecto. L'occasione e l'opportu-
nità fan l'uomo ladro, eia donna disonesta: fino a questo
punto la fiamma di Paolo era stala nascosta per più fiale
quella lectura ci sospinse gli occhi per più volte alzando gli
occhi c'incontrammo, e l'occhio è nunzio di lascivo deside-
rio secondo s. Agostino e scolorocci l viso ci fece impallidire,
ed il pallore indica amore intenso secondo Ovidio ma solo
un punto di quella lettura fu quel che ci vinse sebbene il
rossore prima ci frenasse , Y esempio degli altri amanti lo
vinse. Quando legemo il disiato modi quella regina Ginevra
esultante di desio d esser baciata da cotanto amante da Lan-
ciotto questi Paolo che mai non fia da me diviso che sarà
eternamente mio compagno nel dolore, come lo fu nell'a-
more me bacio la bocca tutto tremante per lo slancio della
libidine che invadeva tutte le membra Galeotto fu il mezzano
di Lancilotto con Ginevra il libro , e chi lo scrisse furono i
nostri mezzani quel giorno più non vi legemo avarile la-
sciammo la lettura per altro bisogno più vivo, ovvero perchè
fummo uccisi.
Mentre che l'uno spirto Francesca disse questo narrò la
storia dell'amor loro l'altro Paolo piangea si tanto forte-
1 64 INFERNO
mente eh io venni meno si com io morissi come preso da
sincope delia pietà per la compassione che tutti vinse i miei
sensi e caddi come corpo morto cade. Colla finzione della
caduta, per la pietà di Francesca, e Paolo, Dante rammenta
quanto accadde a lui stesso nell'amore di Beatrice. Introdot-
tosi occultamente in luogo vicino ad un convito, ove doveva
assistere la sua Beatrice, per caso, ascendendo una scala la
incontrò: colpito dalla presenza inaspettata di lei cadde semi-
vivo, e trasportato in un letto stette per molto tempo privo di
sensi. Qual maraviglia pertanto che in questo canto abbia egli
così altamente sentito dell' amore?
CANTO VI.
TESTO MODERNO
Al tornar della mente, che si chiuse
Dinanzi alla pietà de' due cognati,
Che di tristizia tutto mi confuse ; 3
Nuovi tormenti, e nuovi tormentati
Mi veggio intorno, come ch'io mi mova,
E come eh' io mi volga, e ch'io mi guati. 6
lo sono al terzo cerchio della piova
Eterna, maledetta, fredda, e greve:
Regola, e qualità mai non l'è nova. 9
Grandine grossa e acqua tinta e neve
Per l'aèr tenebroso si riversa:
Pute la terra che questo riceve. 12
Cerbero fiera crudele e diversa ,
Con tre gole caninamente latra
Sovra la gente, che quivi è sommersa. 15
Gli occhi ha vermigli, e la barba unta ed atra,
E '1 ventre largo, e unghiate le mani:
Graffia gli spirti, gli scuoia ed isquatra. 18
Urlar gli fa la pioggia come cani:
Dell' un de' lati fanno all'altro schermo:
Volgonsi spesso i miseri profani. 21
Quando ci scorse Cerbero il gran vermo,
Le bocche aperse, e mostrocci le zanne:
Non avea membro che tenesse fermo. 24
166 INFERNO
E '1 duca mio dislese le sue spanne,
Prese la terra, e con piene le pugna
La gittò dentro alle bramose canne. 27
Qual è quel cane, ch'abbaiando agugna
E si racqueta poi che '1 pasto morde,
Che solo a divorarlo intende, e pugna. 30
Cotai si fecer quelle fauci lorde
Dello demonio Cerbero, che'ntrona
L'anime si, ch'esser vorrebber sorde. 33
Noi passavam su per l'ombre, eh' adona
La greve pioggia, e ponevam le piante
Sopra lor vanità, che par persona. 36
Elle giacean per terra tutte quante,
Fuor eh' una, che a seder si levò, ratto
Ch'ella ci vide passarsi davante. 39
0 tu, che se' per questo 'nferno tratto,
Mi disse, riconoscemi, se sai,
Tu fosti prima eh' io disfatto, fatto. 42
Ed io a lei: l'angoscia, che tu hai,
Porse ti tira fuor della mia mente,
Sì che non par ch'io ti vedessi mai. 45
Ma dimmi: chi tu se*, che'n sì dolente
Luogo se' messa, ed a sì fatta pena,
Che s' altra è maggio, nulla è sì spiacente. 48
Ed egli a me: la tua città, eh' è piena
D'invidia sì, che già trabocca il sacco,
Seco mi tenne in la vita serena. 51
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
Per la dannosa colpa della gola,
Come tu vedi, alla pioggia mi fiacco. 54
Ed io anima trista non son sola,
CANTO VI. 167
Che tutte queste a simil pena stanno
Per simil colpa; e più non fé parola. 57
lo gli risposi: Ciacco, il tuo affanno
Mi pesa sì eh' a lagrimar m'invita:
Ma dimmi, se tu sai, a che verranno 60
Li cittadin della città partita :
S' alcun v'è giusto, e dimmi la cagione,
Perchè l' ha tanta discordia assalita. 63
Ed egli a me : dopo lunga tenzone
Verranno al sangue: e la parte selvaggia
Caccerà l' altra con molta offensione. 66
Poi appresso convien che questa caggia
Infra tre soli, e che l'altra sormonti,
Con la forza di tal, che testé piaggia. 69
Alto terrà lungo tempo le fronti,
Tenendo l' altra sotto gravi pesi ,
Come che di ciò pianga, e che n' adonti. 72
Giusti son due, e non vi son intesi:
Superbia, invidia, ed avarizia sono
Le tre sorelle, ch'hanno i cuori accesi. 75
Qui pose fine al lagrimabil suono.
Ed io a lui: ancor vo'che m'insegni,
E che di più parlar mi facei dono. 78
Farinata, e'1 Tegghiai, che fur sì degni,
Jacopo Rusticucci, Arrigo, e'1 Mosca,
E gli altri eh' a ben far poser gl'ingegni, 81
Dimmi ove sono, e fa ch'io gli conosca,
Che gran desio mi stringe di sapere,
Se '1 ciel gli addolcia, o lo 'nferno gli attosca. 84
E quegli: ei son tra l'anime più nere:
Diversa colpa giù gli aggrava al fondo;
1(')S INFERNO
Se tanto scendi gli potrai vedere. H7
Ma quando tu sarai nel dolce mondo
Pregoti che alla mente altrui ini rechi:
Più non ti dico, e più non ti rispondo. 90
Gli diritti occhi torse allora in biechi:
Guardoni mi un poco, e poi chinò la testa:
Cadde con essa, a par degli altri ciechi. 03
E '1 duca disse a me: più non si desta
Di qua dal suon dell'angelica tromba:
Quando verrà la nimica podestà, 96
Ciascun ritroverà la trista tomba ,
Ripiglierà sua carne, e sua figura,
Udirà quel che in eterno rimbomba. 99
Sì trapassammo per sozza mistura
Dell'ombre, e della pioggia, a passi lenti,
Toccando un poco la vita futura. 102
Perdi* io dissi: Maestro, esti tormenti
Cresceran ei dopo la gran sentenza ,
0 fien minori, ó saran si cocenti? 105
Ed egli a me: ritorna a tua scienza,
Che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
Più senta '1 bene, e così la doglienza. 108
Tutto che questa gente maledetta
In vera perfezion giammai non vada;
Di là, più che di qua essere aspetta. 1 1 1
Noi aggirammo a fondo quella strada,
Parlando più assai, ch'io non ridico;
Venimmo al punto, dove si digrada:
Quivi trovammo Pluto il gran nemico. 115
CANTO VI. 169
COMMENTO DI BENVENUTO
Pena de' golosi puniti nel terzo cerchio. 11 canto può di-
vidersi in quattro parti generali: nella prima — pena, e sup-
plizio de' golosi, e custode del cerchio: nella seconda — uno
spirito moderno molto vizioso nella gola noi passamo ecc:
nella terza — ricerca dello stato di Fiorenza, e di alcuni cit-
tadini già morti io li rispuosi: nella quarta - inchiesta se nella
risurrezione si accrescerà la pena de' cattivi il duca disse ecc.
Dopo della lussuria l'autore tratta della gola, che avreb-
be dovuto preceder l'altra, la gola offerendole materia, e fo-
mento; pur non ostante si punisce dopo, perchè la gola, es-
sendo più grave peccato, tende anche maggiormente al centro.
Natura secondo Aristotile pose in due sensi maggior diletto
che in tutti gli altri, nel tatto cioè, e nel gusto; nel tatto per
la conservazione della specie, nel gusto per la conservazione
dell'individuo. Nel tatto il diletto è anche maggiore, perchè
la natura tende più a conservare la specie di quello che l'in-
dividuo: vediamo anzi nel gusto i stesso de' cibi, che il mag-
gior diletto è nella gola, perchè ivi il tatto è maggiore che
nella lingua. Un filosofo goloso pregava gli Dei che gli faces-
sero un gozzo più lungo della grue, ma non pregò che gli fa-
cessero lingua maggiore del bue.
Io mi vegio intorno perchè il luogo era circolare, e Dante
guardava in giro novi tormenti altri supplizi diversi et novi
tormentali i golosi al tornar della mente tornando a con-
templare, dopo la interruzione del cammino per la pietà di
Paolo, e Francesca che se chiuse che si era sospesa davanti
a la pietà de due cognati Paolo era fratello del marito di Fran-
cesca che lutto mi confuse mi turbò come eh io muova in qua-
lunque parte volga lo sguardo e eh io mi volga , e come cìw
170 INFERNO
io guati in qualunque parte getti gli occhi, in qualunque con-
templi. Dante sempre parlando d'inferno morale finge che i
golosi giacciano per terra, e continua pioggia cada sopra di
essi, infradiciandoli ed infangandoli io sono al terzo tìrchio
de la piova pioggia qui si prende in senso lato, ed esprime qua-
lunque vapore cada, acqua, neve, grandine ecc. eterna conti-
nua maledicta perchè la gola è vizio detestabile , vituperoso , i-
gnominioso, fredda e grave le indigestioni si generano dai Qibi
freddi, e gravi , regola e qualità mai non gli e nova tal pioggia
seguita sempre nel vizio, e quantunque si ritenga, che la po-
vertà lo punisca pure non lo corregge grandine grossa figuran-
do le fistole, buboni, podagra, cbiragra ecc. aequa tinta umo-
ri corrotti neve umori frigidi, reumatici, catarri ecc. se reversa
per l aere tenebroso pel sangue guasto del goloso pule la terra
che questo riceve come la terra per pioggia , così il corpo del
goloso putisce quasi sepolcro, onde il Profeta — il loro gozzo
è aperto sepolcro — E la terra è più fetente quanto più lo
sterco proviene da cibi sontuosi al dir di s. Girolamo. Alcune
volte anche gli uomini piùsobrii per loro posizione sociale,
per nobiltà di casato si pascono di vivande squisite, e non
per questo possono dirsi golosi, contemplando Fautore que'
soli, che vivono deliberatamente con tanta lautezza, e pas-
sione gastronomica dà sagri fi care a questa ogni altro dovere,
e rispetto.
Cerbero si finge dai Poeti' uno degl'infernali mostri che
stanno alla porta dell'Inferno, e l'autor nostro per Cerbero
intende significarci il vizio della gola che è triplice come le
tre teste, tre bocche, e tre latrati di Cerbero. Alcuni infatti so-
no golosi in quantità qualunque sia il cibo: altri sono golosi
in qualità correndo dietro a cibi i più saporitilo delicati seb-
bene in piccola quantità; altri sono golosi nell'uno, e nell'ai-
CANTO VI. 171
tro modo. Cerbero esprime — voratore di carni — e rende
gli uomini somigliantissimi agli animali. Macrobio scrive — vo-
luttà, e lussuria, e gola rendere l'uomo eguale al porco, ed
all' asino crudele perchè crudelmente pervertisce e diversa da-
gli altri mostri. Quando un uomo è oppresso dal cibo, e dal
vino non è forse un mostro terribile? con tre gole canino-
mente latra con trino latrato sopra la gente che qui e somer sa
sopra i golosi giacenti per terra sotto la pioggia , e nel fango
gli occhi ha vermigli colore degli occhi degli ubbriachi,
onde il ditter io degli ubbriaconi — meglio aver gli occhi rossi
dal vino, che bianchi dall'acqua barba unta e atra unta e
sozza e l ventre largo facendo del ventre laguna — onde il
Profeta — de' golosi il ventre è Dio et unghiate le mani per
appressare, e ritenere grafia li spirti lacera gli spiriti golosi
et disquarta mette a quarti , a brani urlar forzati ad urlare
pel tormento, e suol dirsi — uno boccone e due guai — cioè
ne' conti de' golosi un disordine vai sempre due guai la piog-
gia li fa urlare come cani : dal un di lati fanno del altro
schermo dell' un fianco fanno difesa all'altro come gl'infermi,
i quali sperando scemare il dolore, e trovar quiete si volgono
ora sopra l' uno , ora sopra l'altro lato, e ciò spesso invece di
scemare accresce loro la pena ahi miseri profani miseri go-
losi, che l'autore chiama profani, cioè non sani, ed infedeli.
Profano si ha per lontano da Fano, ossia lontano dal tempio,
perchè Fano in greco significa come in latino tempio, e la
s. Scrittura usava del termine profanare, quando i gentili fa-
cevano del tempio , de' luoghi e vasi sacri un uso privato. In tal
senso i golosi possono a ragione dirsi profani comechè fuggenti
i luoghi di fede, e prescelgono invece le taverne, gridando che
spesso i tempi furono fulminati, eie taverne rare volte, ornai
volgansi si volgono ora supini, ed ora resupini spesso.
172 INFERNO
Cerbero el gran vermo e di vero non vi è altro mag-
giore di questo — e figuratamente la gola è un gorgo profon-
do, un pelago immenso le bocche aperse e mostr orni le saune
mostrommi gli organi, che servono all'uso della gola — san-
ne, o denti quando ci scorse ci vide, e conobbe; ma perchè
non erano golosi da punirsi anzi venivano per trionfar della
gola, tanto infuriò, che non avea membro che tenesse fermo.
allora / duca mio Virgilio distese le sue spane le palme della
mano prese la terra colle mani , e la gitto dentro a le bramose
canne nelle fauci avide, ed ingorde di Cerbero con ambo le
pugna. V uomo sapiente colla fredda ragione seda le tanle
volte P appetito del goloso, e lo persuade a cibi volgari, e
grossi, e a dissetarsi con acqua, come usava il moderno
poeta Petrarca, il quale mangiava solo carne di bue, e lasciava
i fagiani, e lo stesso Dante, che fu sobrio in modo singolare,
e gridava tutto giorno, che i golosi vivevano per mangiare,
e non mangiavano per vivere, quelle facie lorde la tre faccie
di Cerbero che introna le anime che terribilmente latra sulle
anime, e le fa latrare si che vorrebbe esser sorde per non
udire quel che cane fa che abbajando agogna latrando si sca-
glia incontro e se r acheta poi eh il pasto morde che solo in-
tende e pugna a divorarlo. Bellissima similitudine, e con-
corrono tutti i caratteri: il cane vuol esser solo a divorar le
ossa, come il goloso a divorare i cibi: vomita il cane per al-
leggerire lo stomaco, e ridestar l'appetito, ed il goloso si mette
le dita in gola, e vomita il primo cibo per inghiottirne altro
che ritiene migliore, come narra Svetonio che facesse Nerone
il più goloso de' regnanti. Anche gli ubbriachi tengono lo
stesso metodo, come scrive Tullio nelle Filippiche di Antonio
che aveva steso un libro sulla ubriachezza , e nel quale con-
fessa che niuno in ubbriachezza lo aveva superato fuori del
CANTO VI. 173
figlio dello stesso Tullio. Il cane secondo la favola abbandonò
la carne vera per l' ombra , ed i golosi molte volte lasciano
la propria mensa parca, e saporita per correr dietro ad altra
che ha maggior nome, e spesso si trovan delusi, come av-
venne a Ciacco, del quale si dirà in appresso.
Noi passavam su per l ombre sopra le anime che aduna
la grave piogia che la pioggia costringe a giacere e pone-
vam le piante sopra hr significando che i sapienti calca n del
piede, o sprezzano i golosi cheparien persone e può inten-
dersi in due modi — che un'ombra fosse visibile, e passibile
come il corpo secondo il canto XXV del Purgatorio , ovvero
— che par persona, eppure non è, perchè sebbene in appa-
renza sembrino uomini, pure sono bestie, son porci immersi
nel fango elle giacean per terra tutte quante fuor che una
e questa era l'anima di Ciacco eh a seder si levo era tanto
oppressa da malori, che, non poteva alzarsi chea sedere ratto
eh ella ci vide passar davanti appena ci scorse che passa-
vamo. Al tempo di Dante, e poco prima che fosse scacciato
da Fiorenza, un certo per nome Ciacco superò tutti nel vizio
della gola: uomo d'altronde placido, onesto , e di molti ar-
guti, e piacenti. Il suo ristretto censo non potendo soddisfare
ai bisogni della gola, ei si mise a satirizzare, con tal mezzo
introducendosi nelle case de' nobili, e ricchi, onde far parte
delle laute loro mense, correndo sempre dove la fama indi-
cava migliori cibi, e bevande. Di lui più ampiamente si dirà
nel canto Vili. — Ma perchè Dante scelse un ignoto, ed igno-
bile vizioso, invece di chiari personaggi, invece di principi?
Perchè, rispondiamo, volle trattare di un vizio vile con vili
esempi. Ed è poi verità di fatto, che ne' principi meno, che
ne' privati predomina questo vizio. Scelse un fiorentino, che
1 74 INFERNO
conosceva, e sebbene i fiorentini passino per sobri i nel cibo
e nel bere, pure sono estremamente golosi.
Ciacco mi disse o tu o tu Dante che se tracto per que-
sto nferno condotto per divina grazia da Virgilio recogno-
scimi se sai perchè ti sarà difficile ravvisarmi tu fosti prima
facto che io dis facto tu nascesti prima, che io fossi morto et
io a lei io Dante risposi a queir anima l' angoscia che tu hai
la tua pena forse te tira fuor de la mia mente forse mi toglie
di riconoscerti si che non par che ti vedessi mai parmi di
non averti mai veduto; ovvero intende significare che il vizio
della gola tanto deforma da non riconoscere le persone, come
si ha prova nelle imagini di Tiberio imperatore, le prime
delle quali sono dissimili affatto dalle ultime. La crapula, la
ebbrezza di quel vecchio lussurioso, e goloso gli avevano del
tutto cambiata la prima fisonomia. In gioventù cominciò a
farsi prendere dal vino, ed i compagni suoi per ischerzo lo
chiamavano — Calidius Biberius Mero — Ma dimmi chi tu se
come ti chiami che n si dolente loco se messo in tal pantano,
e sotto la grave pioggia et hai si facta pena così vergognosa
che nulla altra pena dell' Inferno e si spiacente molesta s al-
cuna e maggior sebbene altre siano maggiori. In verità che
poche pene saranno moleste al pari di quella che costringe a
starsene in quel luogo, dove si scarica il peso del ventre e
della vescica, vomitandosi addosso il cibo inghiottito et ellia
me e Ciacco mi rispose la tua citta Fiorenza eh e piena d'in-
vidia si che già trabucha il sacco l'invidia tanto crebbe in
Fiorenza che è inevitabile alta ruina: 11 sacco troppo pieno,
o crepa , o cade, seco me tenne in la vita serena nella vita
mondana, che chiama serena a differenza di quella che con-
duce sotto perpetua pioggia, neve, e grandine — e vuol ri-
cordare così che al tempo di sua morte Fiorenza fioriva in
CANTO VI. 175
vita tranquilla voi cittadini mi chiamaste Ciacco quasi ciens
cibos — et io mi fiacco alla pioggia m' infradicio nelle infer-
mità, volgendomi or sur un fianco, or sur un altro come tu
vedi come conosci di per te stesso per la dannosa colpa de
la gola la gola guasta persona , sostanza , e fama et io anima
trista non son sola scusa comune de' colpevoli che quest al-
tre a simel pena stanno — per simel colpa è sollievo ai mi-
seri d'aver compagni e poi non fé parola e tacque.
Io li rispuosi terza parte generale. L'autore ricerca quello
spirito del cambiamento di stato di Fiorenza o Ciacco il tuo
affanno il tuo marliro mi pesa si tanto mi pesa nell'animo,
quanto te grava col cruccio eh a lagrimar m invita mi fa ver-
sar le lagrime, ma dimme a che verranno li cittadin i fio-
rentini de la citta partita alcuni spiegano quel partita com-
posta di fiesolani, e romani; ma ciò non può stare, perchè
Dante qui parla di civile discordia se tu sai dubitando così
che i dannati sappiano il futuro s' alcun n e giusto se vi è al-
cun giusto tra quelli e dimmi la cagion perche tanta discor-
dia l a assalita. Rispose Ciacco et quelli i cittadini della
città partita verranno alle ferite, alle morti, agli esilii. Nel-
l'anno 1300 la città era nel maggior fiore , e potenza. Ma come
spesso accade, la troppa prosperità produsse disordini , e di-
scordia. La città si ripartì prima fra i nobili, poscia fra quei
del popolo in due fazioni di Bianchi, e di Neri , e la divisione
ebbe origine nella città di Pistoja nella potente casa de' Can-
cellieri come si dirà nel canto XXXII. Il morbo contagioso
passò in Fiorenza, e guastò tutto il corpo della città con mali
umori, con odi, e vendette, perchè al dir di Valerio, ogni
vizio non ha fine dove ebbe la origine. Capo di parte bianca
fu Nerio de' Cerchi, i quali in quel tempo arroganti, e superbi,
perchè ricchi, e potenti, erano da poco venuti dentro città.
176 INFERNO
Tenevano le più numerose società. Capo poi della parie nera
fu Cursio de' Donati, che non avea pari in Italia. I Donati di
antica nobiltà , e saggezza , non avevano però molte ricchezze,
Il partito del popolo per conseguenza stava coi Cerchi , tanto
più che mostravano di favorire la repubblica: i Donati all'in-
contro più tendevano al dominio assoluto. Ma Bonifacio Vili
per evitare gli scandali che miaacciavansi in Fiorenza fece
avvertire il Nerio che facesse pace con Cursio, o rimettesse
tutto a lui, promettendogli che lo avrebbe fatto cardinale, ed
aggiunti molti altri favori. Nerio, quantunque prudente, ri-
cusò di obbedire al papa , anzi rispose , negando di aver guerra
con alcuno, e così senza aver nulla concluso tornò a Fio-
renza. Per dir tutto in poco, una sera, tutti assistendo ad un
banchetto, nacque lite fra vari convitati dell'una, e dell'al-
tra parte: nel trambusto fu tagliato il naso al solo Zeco veri no
de' Cerchi, e tale ferita fu il principio di lutti i mali. I Cerchi
invasero le case de' Donati, e furono vergognosamente re-
spinti. Poi Cursio, tenuto consiglio co' suoi, mandò un messo
al papa, per ajuto dal re di Francia, onde reprimere i Cerchi.
Scopertosi il messaggio dall'altra parte fu cacciato in esiglio
con molti della sua parte. Bonifacio poi sempre ad istigazione
di Cursio, e di Gerione de' Spini provveditore del papa, chia-
mò di Francia Carlo detto senza terra fratello di Filippo il
bello, allora regnante, e che poi fece morire lo stesso Boni-
facio. Carlo si presentò a Fiorenza sotto veste di paciere, ed
animato dal solo oggetto di tranquillizzare gli animi de' citta-
dini; ma prima si era fermato in Carpi con cinquecento cava-
lieri per assaggiare la prevalenza della fazione. Ma i reggitori
della città avendo avuta di ciò notizia, gli spedirono incon-
tro ambasciatori ai quali Carlo rispose, riprotestando non ve-
nire che per amore di pace: e per coonestare la protesta entrò
CANTO VI. 177
colle genti senz'armi, e fa ricevuto con incredibili dimostra-
zioni di onore nel 1301. Ma trascorsi pochi giorni, chiese il
dominio, e la forza della città sotto scusa di meglio, e più
facilmente arrivare allo scopo della pace; poi convocati i
priori, i nobili, ed il popolo, giurò di conservare la città in
buono, e pacifico stato. Fece per altro l'opposto, ad istiga-
zione anche del Musatto fiorentino, che lo aveva accompa-
gnato nel viaggio da Francia a Fiorenza, e lo aveva spesato,
e lo aveva con doni corrotto. Prima per altro di tentare un
colpo decisivo Carlo mise sotto le armi la gente sua , ed in-
trodusse Cursio de' Donati con vari amici. Allora Schiatta de'
Cancellieri capitano di Fiorenza offriva ai priori, ed ai Cerchi
di andare con trecento cavalieri a prendere Cursio: Ma ilNe-
rio disse — lascialo venire — perchè molto fidava nel favore
e furore del popolo, il quale per altro era senza capo, e tutto
spaventato. Cursio insomma fu accolto senza resistenza fra le
acclamazioni e le grida di gioja — viva Cursio, viva Cursio — .
Egli corse alle carceri, e liberò i detenuti: i priori spaventati
scapparono di palazzo: il popolo, colta l'occasione, saccheg-
giava frattanto le case de' Bianchi, ed il saccheggio durò cin-
que giorni con incalcolabile ruina. Tali cose operate Carlo ri-
formò la città ad arbitrio suo, ed il cardinale d' Acqua s parta,
altre volte stato, e mal visto in Fiorenza, tornò: si fecero paci,
e matrimoni forzati: gli uffizi dati promiscuamente: ma i Neri
sempre forti si opponevano, sicché il cardinale tornò indie-
tro, e lasciò la città sotto interdetto. Poco dopo Simone, figlio
di Cursio giovane valorosissimo, uccise Nicola de' Cerchi , e
citò alcuni de' principali della parte bianca che invece di
comparire fuggirono, alcuni in Arezzo, altri in Pisa, al-
tri in Pistoja, unendosi ai Ghibellini esuli di Firenze, del
numero de' quali fu Dante. Carlo confiscò i beni de' fuggiti,
Rambaldi — Voi. 1. u
1 7$ INFERNO
e così fu umiliata la superbia de' Bianchi nel 1502. Carlo poi
partì da Fiorenza, e con Roberto figlio di Carlo II passò in Sici-
lia con molti soldati, e molte navi; ma poco dopo se ne allon-
tanò, facendo pace vergognosa, e tornò in Francia con poca
parte de 'soldati, come si dirà nel canto XX del Purgatorio.
Et quelli a me Ciacoo mi rispose — i fiorentini divisi,
e discordi verranno al sangue allo spargimento di sangue
dopo lunga tenzone dopo lunghe contese , e zuffe, e fuori, e
dentro e la parte selvaggia cacciera l altra con molta o/-
fensione. Ritengono ignorantemente vari che Dante qui parli
di parte guelfa, e ghibellina, chiamando i Guelfi gente sel-
vaggia, ribelle , inobbediente all' impero. Ma ciò non può stare,
perchè i Ghibellini erano stati espulsi molto tempo prima: e
non potrebbe interpretarsi nemmeno per gli espulsi, giac-
ché Dante stesso afferma che sarebbe tornata dopo tre anni,
quando la parte ghibellina non tornò in Fiorenza più mai. L'au-
tore adunque non potè parlare che della parte bianca, e nera,
tutte due guelfe e la parte selvaggia la parte de' Cerchi che
chiama selvaggia perchè venuta di fuori dalla campagna scac-
cerà l altra l'altra parte dei Donati , come in realtà Cursio, e
molti altri furono espulsi con molta offensione essendo stati
banditi di averi , e persona, poi apresso poco dòpo convien
che questa cagia questa parte selvaggia echel altra sormonti
la parte dei Donati che soperch i era infra Ire soli fra tre anni.
Il giro del sole ne' dodici segni ci reca l'anno, con la forza di
tal di Carlo senza terra — qui teste piaggia che ora sta in Pa-
rigi , non per anche in procinto di venire alta terra lungo tem-
po la fronte sarà molt' anni in potere* due anni la parte de' Cer-
chi ; la parte de' Donati cinque anni sino alla morte violenta di
Cursio , di cui si parlerà nel canto XXIV del Purgatorio tenen-
do l altra parte de' Cerchi sotto gravi pesi sotto ferreo giogo
CANTO VI. 179
personale, e reale come che di ciò pianga sebbene mi dolga di
ciò e che n aonti e ne abbia vergogna, che cioè tu sia di tal par-
tito così presto perituro, e mal volontieri ti preconizzi queste
cose, essendo io dello stesso tuo partito. Dante mette tutto que-
sto in bocca di Ciacco perchè questi visitava le case de' nobili , e
specialmente dei capi-partito Cursio, e Ner io, e quindi meglio
di ogni altro poteva saperle, come si mostrerà nel canto Vili.
Ciacco risponde alla seconda inchiesta giusti son due ed
intesero alcuni, che l'autore volesse esprimere — diritto ci-
vile— e diritto canonico — coi quali si regola il genere uma-
no. Strana interpretazione! Quando io dimando semplicemente
se in una città vi è alcun giusto, per naturale interpretazione
la domanda si deve riferire a persona , ed allora Dante ha vo-
luto riferire a sé stesso, ed a Guido Cavalcanti, per verità in
quel tempo due astri di Fiorenza, sebbene taccia il nome. Di
Dante niuno vorrà dubitare; delle qualità poi di Guido Caval-
canti si dirà nel canto X di questo libro, e nelPXI del Purga-
torio. Nulladimeno nascostamente allude et non vi sono in-
texi perchè la parte, che comandava non badò ai consigli dei
due preaccennati, e de' loro amici, e Guido mandato ai con-
fini morì: giusti eran due Dante, e Guido et non vi sono in-
teri non si badò ai consigli loro, o partirono superbia invi-
dia et avaritia sono le tre facelle faville, o tre vizi eh anno
i cuori accesi infiammati gli animi al furore, qui puose fine
al lagrimabil suono perchè infermo parlava, e trattava di
lagrìmevole materia.
Et io a lui io Dante soggiunsi — sebbene sii oppresso, e
tormentato — ancor vo che tumensegni mi dica di alcuni pas-
sati e che de più parlar mi faccia dono mi faccia qualche
altro racconto, dimme dove sono Farinata el Teghiaio Fa- «
rinata degli Uberti di Fiorenza capo di parte Ghibellina , delle
180 INFERNO
cui virtù, e gesta si dirà nel canto X. Teghiaio degli Adimari
nobile, e prudente, del cui consiglio si dirà nel XVI dell'In-
ferno, che far si degni furono così degni di onore, e di lode.
Non ritenere con parecchi che Dante in questo luogo parli iro-
nicamente, perchè sebbene dannati per un vizio, ebbero al-
l'incontro virtù che li resero famosi nel mondo.
Jacopo Rusticucci milite prudente , e liberale , plebeo di
origine, di cui si parlerà nel canto XVI e l Mosca de' Lam-
berti di Fiorenza, del quale si dirà nel canto XX et fa che ti
conosca perchè non voglio, che siano dimenticati che gran
disio mi stringe di sapere ho smania di conoscere se il ciel
liadolza il cielo li imparadisa o l'inferno gli atosca o l'in-
ferno li amareggia e tormenta. Sono in dubbio se costoro sia-
no condannati, o salvi perchè ebbero grandi virtù, ma insie-
me grandi vizi, e potevano salvarsi colla penitenza sugli ul-
timi di loro vita, locchè, ignoro, se abbiano fatto, e quelli
Ciacco mi rispose ex quegli spiriti che nominasti son Ira la-
nimepiu nere tra le anime più nere de' lussuriosi , e golosi.
Farinata peccò per fede, ritenendo che l'anima muoja insie-
me col corpo. Jacopo, ed Arrigo contro natura: Mosca contro
del prossimo diversa pena perchè a diverse colpe si applica
pena diversa, e quindi alcuni son puniti col fuoco, altri col
ferro come sarà chiaro in seguito giù H grava al fondo più
verso del centro perchè più gravemente peccarono; la i potrai
vedere se tanto scenderai se arriverai fino a loro, ma pregoti
eh alla mente altrui mi rechi ma ti prego di richiamarmi
alla memoria degli uomini facendo di me ricordo ne' tuoi
scritti quando tu sarai ai dolce mondo al mondo de' viventi ,
dolce rispetto al mondo de' morti, giacché in quello l'uomo
può meritare, e se demerita può pentirsi, e riconciliarsi con
Dio. torse attor gli occhi diritti in biechi travolse gli occhi
CANTO VI. 181
y ii ardo mi un poco e poi chino la testa segno degli addolo-
rati, e quasi dicesse — ahimè misero per sì vii colpa eterna-
mente dannato! cadde con essa testa a par degli altri ciechi
cadde giù per terra fra gli altri golosi, che sprezzarono la lu-
cè della ragione, e furono ciechi alla luce della virtù.
E l duca quarta, ed ultima parte generale. L' autore parla
della risurrezione in una digressione, che non può scusarsi
se non dalle parole, più non si desta non risorge più di qua
dalsuon de l angelica tromba di qua dal dì del giudizio, nel
qual giorno l'angelo griderà — sorgete o morti, venite al giu-
dizio — quando vedrà la nimica podestà la podestà di Dio a
lui nemica, ed agli altri dannati, ma amica de1 buoni, e degli
eletti : ovvero starà giacente nella pena fino al giorno del giu-
dizio, ed allora solo risorgerà cogli altri ciascun rivedrà la tri-
sta tomba ogni anima rivedrà il proprio sepolcro — tristo —
perchè in esso giacque il corpo, del quale, come strumento
si servì nel peccare, e si duplicherà in tal modo la pena ri-
pigliera sua carne e sua figura vestirà la propria carne ,
e riassumerà la propria figura et udirà quel la sentenza che
rimbomba che risuona — andate maledetti al fuoco eterno.
Si trapassammo parlando della resurrezione per sozza
mistura deli ombre e della pioggia delle anime insozzate da
pioggia e malori a passi lenti pensatamente procedendo trae-
tando un poco de la vita futura erasi detto del giorno del
giudizio, e quindi erasi destato nell'autore un desiderio di
sapere, se le pene dei dannati si darebbero aumentate, di-
minuite, o fossero rimaste come prima, dimme maestro dim-
mi Virgilio esti tormenti supplizi de' golosi, e degli altri vizi
cresceranno ex aumenteranno o fien minori o scemeranno o
seran cocenti egualmente tormentosi dopo il giorno del giu-
dizio finale? e quelli a me Virgilio rispose retorna a tua
182 INFERNO
scientia alla filosofia naturale, nella quale sei versato che
vuol quanto la cosa e più perfetta — più senta il bene e
fa conoscere che l'uomo più perfetto del giumento sente,
e prova più diletto dell' animale al suono della lira e così la
doglienza e così il dolore, ossia più sente i supplizi, e la pe-
na: l'uomo quanto è più perfetto, e nobile più sente la fa-
tica, il dolore delle percosse, ed ogni altro stento e mole-
stia di quello che senta un rustico; più il padrone del servo
ecc. Quelle anime poi, quantunque non perfette, addiverranno
tali rispetto alla ricongiunzione dell'anima al corpo, saranno
almeno compite e quindi pia perfette in confronto dello stato
dal quale vengono evocate ma di perfezione non vera anzi
dannosa questa gente maladetta dannata aspecta esser più
di la perchè il tempo prima del giudizio finale ha un termine,
ma dopo tal giorno non vi è più tempo, ma solo eternità che
di qua che prima del giorno di tal giudizio già mai non
vada in vera perfectione non saran veramente perfette ma
compite, e ciò accrescerà lor pena.
Noi aggirammo ntorno quella strada girammo intorno
a quel luogo circolare parlando più assai eh io non ridico
perchè gli correano alla mente molte cose intorno alla resur-
rezione, che prudente omette, per non uscire fuori dell'ar-
gomento : venimmo a punto dove se degrada arrivammo ad
un punto dove il cerchio, separandosi dall'altro, si abbassa
quivi troviamo Pluto el gran nemico Pluto secondo l'au-
tore significa l'avarizia nemica del genere umano, di cui si
parlò nel primo canto, e si dirà ecc.
CANTO VII.
TESTO MOOKflNO
Pape Satan, pape Satan aleppe
Cominciò Pluto con la voce chioccia:
E quel Savio gentil che tutto seppe , 3
Disse per confortarmi : non ti noccia
La tua paura; che poder ch'egli abbia,
Non ti torrà lo scender questa roccia. 6
Poi si rivolse a quella enfiata labbia,
E disse: taci maladetto lupo,
Consuma dentro te con la tua rabbia. 9
Non è senza cagion l'andare al cupo;
Vuoisi così nell' alto ove Michel?
Fé' la vendetta del superbo Jtrupo. 12
Quali dal vento le gonfiate vele
Caggiono avvolte poi che l'albo* fiacca;
Tal cadde a terra la fiera crudele. 1 S
Così scendemmo nella quarta lacca >
Prendendo più della dolente ripa ,
Che '1 mal dell'universo tutto insacca. 18
Ahi giustizia di JWo! tante chi stipa
Nuove tra vaglie, e pene, quante i' viddi?
E perchè nostra colpa sì ne scipa? 21
Come fa l'onda là sovra C ariddi,
Che si frange con quella, in cui s'intoppa,
Cosi convien che qui la gente riddi. 24
184 INFERNO
Qui vid'io gente più che altrove troppa,
E d'una parte, e d'altra con grand* urli
Voltando pesi per forza di poppa. V
Percotevansi incontro, e poscia pur li
Si rivolgea ciascun, voltando a retro
Gridando: perchè tieni, e perchè burli? 30
Così tornavan per lo cerchio tetro y
Da ogni mano all'opposto punto,
Gridandosi anche loro ontoso metro. 33
Poi si volgea, ciascun quand'era giunto,
Per lo suo mezzo cerchio, all'altra giostra.
Ed io ch'avea lo cor quasi compunto, 36
Dissi: Maestro mio or mi dimostra,
Che gente è questa, e se tutti fur cherci
Questi chercuti alla sinistra nostra. 39
Ed egli a me: tutti quanti fur guerci
Sì della mente in la vita primaia,
Che con misura nullo spendio ferci. 42
Assai la voce lor chiaro l' abbaia ,
Quando vengon ai due punti del cerchio,
Ove colpa contraria li dispaia. 45
Questi fur cherci, che non fan coperchio
Piloso al capo, e papi, e cardinali,
In cui usa avarizia il suo soperchio. 48
Ed io: maestro tra questi cotali
Dovrei io ben riconoscere alcuni ,
Che furo immondi di cotesti mali. SI
Ed egli a me: vano pensiero aduni;
La sconoscente vita che i fé' sozzi
Ad ogni conoscenza or li fa bruni. 54
In eterno verranno agli due cozzi :
CANTO VII. (85
Questi risorgeranno dal sepolcro
Col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. Ì57
Mal dare, e mal tener lo mondo pulcro
Ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
Qual ella sia, parole non ci appulcro. 60
Or puoi , figliuol , veder la corta buffa
De' ben, che son commessi alla fortuna,
Perchè l' umana gente si rabbuffa. 63
Che tutto T oro, che è sotto la luna ,
0 che già fu, di quest'anime stanche
Non poterebbe farne posar una. 66
Maestro, dissi lui, or mi di1 anche:
Questa fortuna , di che tu mi tocche ,
Che è, che '1 ben del mondo ha si tra branche? 69
E quegli a me: o creature sciocche,
Quanta ignoranza è quella che vi offende?
Or vo' , che tu mia sentenza ne imbocche. 72
Colui, lo cui saver tutto trascende
Fece li Cieli, e die lor chi conduce,
Sì ch'ogni parte ad ogni parte splende, 75
Distribuendo ugualmente la luce :
Similemente agli splendor mondani
Ordinò general ministra, e duce, 78
Che permutasse a tempo li ben vani
Di gente in gente, e d' uno in altro sangue,
Oltre la difension de' senni umani : 81
Perchè una gente impera, e l'altra langue,
Seguendo lo giudicio di costei,
Che è occulto, come in erba l'angue. 84
Vostro saver non ha contrasto a lei :
Ella provede, giudica, e persegue
186 INFERNO
Suo regno, come il loro gli altri Dei. 87
Le sue permutazion non hanno tregue :
Necessità la fa esser veloce,
Sì spesso vien chi vicende consegue. 90
Quest'è colei eh' è tanto posta in croce
Pur da color , che le dovrian dar lode ,
Dandole biasmo a torto, e mala voce. 93
Ma ella s' è beata e ciò non ode,
Con r altre prime creature liete
Voi ve sua spera, e beata si gode. 96
Or discendiamo ornai a maggior pietà :
Già ogni stella cade, che saliva,
Quando mi mossi, e '1 troppo star si vieta. 99
Noi ricidemmo '1 cerchio all' altra riva ,
Sovr' una fonte, che bolle, e riversa
Per un fossato, che da lei diriva. 103
L' acqua era buia molto più che persa ;
E noi in compagnia dell' onde bige
Entrammo giù per una via diversa. 105
Una palude fa che ha nome Stige,
Questo tristo ruscel, quand'è disceso
Al pie delle maligne piaggie grige. 108
Ed io che di mirar mi stava inteso ,
Vidi genti fangose in quel pantano
Ignude tutte, e con sembiante offeso. 1 1 i
Questi si percotean non pur con mano,
Ma con la testa, e col petto, e coi piedi,
Troncandosi co' denti a brano a brano. I 14
Lo buon maestro disse: figlio, or vedi
L'anime di color, cui vinse Tira,
Ed anche vo' , che tu per certo credi, 1 17
CANTO VII. 187
Che sotto l'acqua ha gente che sospira,
E fanno pullular quest'acqua al summo,
Come l'occhio ti dice 'n che s'aggira. 120
Pitti nel limo dicon : tristi fummo
Neil' aere dolce, che dal sol s'allegra,
Portando dentro accidioso fummo: 123
Or ci attristi am nella belletta negra.
Quest'inno si gorgoglian nella strozza,
Che dir noi ponno con parola integra. 126
Così girammo della lorda pozza
Grand' arco tra la ripa secca e 'I mezzo,
Con gli occhi volti a chi del fango ingozza:
Venimmo al pie d'una torre al dassezzo. 130
COMMENTO DI BENVENUTO
Trattasi della pena degli avari, e prodighi nel quarto
cerchio, e della pena degl' iracondi e degli accidiosi nel quinto
cerchio. Si divide questo canto in cinque parti generali — nella
prima si descrive — il custode di quel cerchio, — nella seconda
la pena degli avari , e dei prodighi ahijustiiia ecc. nella terza
— in quali-persone principalmente allignino questi vizi et io eh
avia ecc. nella quarta — digressione sulla fortuna maestro mio
ecc. nella quinta — pena degl' iracondi , ed accidiosi del quinto
cerchio noi recidemmo ecc.
Plutone presso i poeti è il re dell'Inferno: si tiene ancora
per l'elemento della terra: siccome poi dalla terra si trae ogni
ricchezza da cui nasce l'avarizia, così l'autore ritenendo Plu-
tone come re delle mondane dovizie lo pone qual figura dell'a-
varizia, pape Sathan aleph Plutone scorgendo un vivente nel
suo regno, e che veniva per distruggerei' avarizia, non poten-
do impedirgli il cammino, si maraviglia e grida implorando
188 INFERNO
soccorso da altri, pape è un' esclamazione di maraviglia , e stu-
pore, aleph è un'espressione di dolore. Sathan espressione che
implora l'ajuto altrui, e Satanno si ritiene pel principe dei de-
moni. Pluto comintio con la voce chioccia rauca a gridare a-
leph Sathan Sathan pape pape cioè, ah diavolo, diavolo, quale
strano prodigio che un vivente arrivi in questo luogo, ajuto,
ajuto! E presso gli ebrei aleph èia prima lettera dell' alfabeto:
i greci la chiamano alfa: i latini — a-- Qualche volta — a —
si tiene per esclamazione di dolore, ed allora la pronuncia
deve essere aspirata, come deve esser qui. con la voce chioc-
cia rauca, ed aspra, perchè voce d'un irato. Alcuni preten-
dono che aleph sia parola greca, che suoni — guarda — guarda,
ed allora Plutone direbbe — Satana vieni, e vedi cosa strana,
e maravigliosa — ma con voce dimessa, et quel savio gentil
Virgilio pieno di scienza, e virtù, ovvero gentil cioè pagano
che tutto seppe perchè conobbe alcun poco di tutte le scienze ,
ed arti, al pari Dante, e questa asserzione può ritenersi vera
dei generi di ogni singolo, ma non dei singoli di ogni genere,
disse per confortarmi non mi nuocia la tua paura Dante
aveva già fatto conoscere che temeva l'avarizapiù di qualun-
que altro vizio, chepoder eh elio abbia che qualunque sia la
di lui potenza non te torra lo scender de la roccia non ti po-
trà impedire di discendere nel quarto cerchio. Roccia equi-
vale a ripa di sasso, e scabra, poi si rivolse a quella infiata,
labia il ricco sempre superbo gonfia le labbra, ed i fiorentini
direbbero — gonfia la fisonomia. — Simonide scrive, che la
moglie di Gerione interrogata, se fosse meglio esser ricco, o
sapiente rispose, che si vedevan più spesso i sapienti frequen-
tare le case dei ricchi, di quello che i ricchi le porte de' sa-
pienti. Ed un altro filosofo aggiungeva — anche i medici fre-
quentano le case degl' infermi , ma non conseguita che i ma-
CANTO VII. 189
lati siano in miglior condizione dei medici, et disse taci ma-
ledetto lupo lupo perchè nel primo canto l'autore aveva chia-
mata lupa l'avarizia consuma dentro te con la tua rabia rodi
te stesso nell'ansietà delle tue cure, l'andare al cupo discen-
dere sino al profondo dell' inferno di grado in grado non e
sanza cagione senza perchè vuoisi cosi cola dove Michele fé
la vendetta del superbo strupo si vuole così in cielo, donde
tu, e Satana che chiami in ajuto, foste precipitati, strupo per
la violenza usata dal demonio. É ben vero che lo strupo è de-
florazione violenta di vergine; ma il demonio, volendo farsi
somigliantissimo a Dio, fece violenza alla di lui gloria incor-
ruttibile. Veramente dovrebbe dirsi stupro, e non strupo, ma
la comune dizione è strupo y ed anche il bisogno della rima
lo scusa.
La fiera crudele Plutone, o l'avarizia cadde tale a terra
vinta , e confusa quale le gonfiate vele dal vento caggiono a-
volte raccolte, ammassate, strette poiché l arbor fiacca quan-
do l'albero maestro della nave si tronca. Ottima similitudine!
Per le vele gonfiate intendi la superbia dell'avaro pel pos-
sesso delle ricchezze cosi scendemmo nella quarta lacca nel
quarto cerchio: lacca è lo stesso che fossa come nel canto VII
del Purgatorio pigliando più della dolente ripa cioè andando
più basso nella riva infernale, che è riva di dolore più grave
per le colpe più gravi che l mal de l universo tutto insacca
qual riva chiude, e serra quasi in sacco i mali tutti dell'uni-
verso.
Ah iustitia seconda parte generale. Pena degli avari , e
de' prodighi: Dante incomincia con un esclamazione a deno-
tare che la costoro pena è quasi inesplicabile Ah justitia di
Dio che stipa che stringe, ed ammassa tante nave travaglie
e pene quanto vidi come se avesse detto — è duro, e quasi
190 INFERNO
impossibile dire quali, e quante siano le pene degli avari, e
dei prodighi! stipa termine eletto, e non volgare bolognese,
come alcuni pretesero, e nostra colpa noi le abbiamo meri-
tate ne stipa si cosi ne sciupa: stipa invece è volgare fioren-
tino, non bolognese. Dicono i fiorentini che la donna è sci-
pala quando abortisce. — Ne' confini d'Italia fra la Calabria,
e la Sicilia è un angusto braccio di mare, che chiamasi stretto,
e faro di Messina, largo forse tre miglia, e le genti possono
vedersi da un lido all' altro. Il faro è famoso secondo Omero,
e Virgilio, ed altri poeti, perchè in esso sono due tremendi
pericoli — Siila — e Cariddi — donde venne il ditterio. In Siila
casco per fuggir Cariddi — Siila è una roccia sbattuta dall' on-
de: Cariddi è un gorgo profondo in cui spesso affondano, e
sommergonsi le navi , perchè ivi il mare muove da setten-
trione ad austro, e da austro a settentrione, cosicché i flutti
s'incontrano, si percuotono, si rompono, e formano vortici
profondi. Dante finge che gli avari, e prodighi corranogli uni
contro degli altri spingendo avanti di sé enormissimi sassi che
urtano negli opposti cosi convienche la gente gli avari, e pro-
dighi riddi tripudi , e danzi qui in questo cerchio. Tristo tri-
pudio come fa tonda del mare la sopra Caribdi in Sicilia
che se frange con quella che s intoppa con quella che incon-
tra, cioè coir onda di Siila. Per ben conoscere quanto sia bella,
ed artificiosa la similitudine è a sapersi, che l'Apennino che
divide Italia, una volta continuava nella Sicilia; ma l'impeto
delle onde marine tanto potè su quel monte, che lo ruppe, e le
onde dei due mari ora corrono insieme. Il monte rotto che
scorgesi in mezzo alle onde figura la liberalità, virtù, che sta
in mezzo all'avarizia, e prodigalità, come esso monte in mez-
zo ai due mari opposti, e pugnanti. L'avarizia ottimamente
viene somigliata a Cariddi, che in vortice sommerge, ed in-
CANTO VII. 191
ghioitisce le navi, e la prodigalità a Siila dal quale viene l'ac-
qua ruinosa. io vidi gente troppo qui che altrove maggiore è
il numero degli avari, e prodighi, che degli altri viziosi vol-
tando pesi tai pesi figurano le gravi fatiche, e cu re che oppri-
mono gli avari , e prodighi , perchè di vero essi non hanno mai
quiete, e corrono per mare, per terra, per monti, per valli, ai
pericoli di cielo, di acque, di pirati, di sgherri, tollerando i di-
sagi di fame , di sete , di freddo , di caldo ; e se per caso quieta il
corpo, l'animo non ha posa, e lotta col corpo continuamente.
Gli avari acquistano con fatica, posseggono con timore, perdo-
no con affanno. Diogene quindi ebbe ragione di gettare il sacco
di denari al ladro, che di notte con tanta malizia, e tremando
aveva tentato levargli di sotto al capo. E che diremo de' pro-
dighi? Da quale angoscia debbono essere oppressi quando
manca loro di che spendere? Allora si determinano a rapire,
a mentire, a spergiurare, a vendere la propria libertà, o la
onestà delle figlie. Calligola, esaurito pazzamente F erario, co
strusse un postribolo nel suo stesso palazzo imperiale, ed im-
pose una tassa alle meretrici, per forza di poppa con ciò toc-
ca la maniera di spingere que' gravi pesi, cui appoggiano il
petto; allegoricamente poi nel petto sono questi pesi, ed ivi
è il cuore sotto la mammella sinistra. In volgare fiorentino la
mammella chiamasi poppa e duna parte e d altra* destra i
prodighi di men grave vizio, a sinistra gli avari di vizio più
grave.
Fingiti in mente un'arena circolare, ed in mezzo di essa
una meta, od un segno cui guidi una linea retta condotta pel
lungo, e che divida l'arena in due parti uguali. In una parte
i prodighi , nell' altra gli avari : corrono essi impetuosamente
sino a quella linea, ma non la toccano giammai: così fan co-
noscere che i prodighi , e gli avari non arrivano mai al mezzo,
192 INFERNO
ossia alla virtù, alla liberalità, o se vi giungano vicino non
si fermano, anzi prestamente volgono indietro, e retrocedono.
La liberalità sta in mezzo de' predetti due vizi , perchè dà, do-
ve, quando, e come è necessario che dia : l'avaro all' incontro
non dà mai, e tutto ritiene: il prodigo poi dà le cose da darsi ,
e da non darsi : il prodigo giova qualche volta ad altrui, l'a-
varo non giova ad alcuno. Dante ingegnosamente punisce i
due vizi opposti nello stesso cerchio, e collo stesso supplizio,
perchè tutti due dovrebbero guardare lo stesso scopo , e tutti
due si allontanano dallo stesso mezzo. L' avarizia per altro è
più grave, perchè più dannosa; perciò Dante pone i prodi-
ghi a destra, e gli avari a sinistra. Tutti due per altro sono
dannosi al pubblico bene. L'avaro può somigliarsi al grifone,
che scava Toro, e non permette che alcuno lo tocchi: il pro-
digo può assomigliarsi all'avaro, che si sviscera per formare
un' opera altrui congrand urli l'autore aveva paragonato l'a-
varo al lupo, e doveva mettergli in bocca la voce del lupo, per-
coteansi correndo si percuoteano nella fronte colla fronte oppo-
sta, indi si voltavano le terga, ed incontravano altre fronti da
percuotere, ed essere percosse percuoteansi incanirò fra loro
e poscia ciascun si rivolgea per li giunti alla linea di mezzo
voltando a retro retrocedendo per la stessa via — avari, e
prodighi coi fatti, e coi detti sono alle prese anche in questo
inferno de' viventi, giacché l'avaro acquista i beni del prodi-
go a tenue prezzo perchè pressato il venditore da bisogni, o
da debiti: il prodigo all' incontro si vendica con maldicenze,
ed ingiurie, e qualche volta invade con violenza i beni dell'a-
varo.— Dice il prodigo all'avaro — infelice! non ebbe un mo-
mento di bene, non parenti, non amici, solo denaro! teme
che gli manchi sotto la terra, muore di fame, accumula per
gli altri, è schiavo, non padrone delle ricchezze! — l'avaro
CÀ.NTO VII. 193
dicedel prodigo — pazzo! i beni redati dal padre, o dall'avo
sperde colle meretrici, coi ruffiani, coi golosi, con gente in-
fame! presto finirà all'ospitale cibo di vermi: ninno avrà
pietà di lui! gridando perche tieni voce contumeliosa de' pro-
dighi contro gli avari perche burli voce contumeliosa degli
avari contro de' prodighi burli getti, ed è volgare lombardo
cosi come si è detto tornan per lo cerchio tetro oscuro da
ogni mano da ogni parte destra e sinistra alloposito puncto
all'altro punto della linea gridandosi ancho gridando sempre
gii uni contro degli altri loro ontoso metro le loro voci con-
tumeliose — perchè tieni, perchè burli, poi si volgea cias-
cun com era giunto quando arrivava alla linea di mezzo,
termine di loro corso per lo suo mezzo cerchio gli avari
tengono la loro metà per la quale corrono di continuo, ed
i prodighi l'altra metà: in tal modo gli uni, e e gli altri
agognano al mezzo, e gli uni, e gli altri impediscono che
vi si arrivi ali altra giostra metaforicamente giostra. Ne-
gli steccati i concorrenti fanno sforzi di atterrare l'avversa-
rio, e riportar la corona, come qui i prodighi, e gli avari, con
differenza di effetto.
Et io eh avia il cuore — quasi compuncto terza parte gene-
rale, dissi o maestro or me dimostra che gente e questa io Dan-
te quasi angosciato, dissi, o Virgilio, dimmi qual razza di gente
è in questo cerchio che contende, e combatte senza posa, e
quelli della sinistra di lungo abito, et se questi chercuti aventi
chierica for tutti cherci furono tutti sacerdoti ? et elli a me Vir-
gilio mi rispose tutti fuor guerci tutti furono ciechi di mente
per avarizia nella vita prunaia nel mondo de' viventi cheferci
nullo spendio che non fecero spesa alcuna cum misura l'avaro
ritenendo, il prodigo gettando senza perchè, né riguardo al do*
ire, né al quando. Essi somigliano al losco, o strabene, che
IU*1B.4LD? — Voi. 1. 15
194 INFERMO
non guarda drittamente all'oggetto, ma per traverso, e cosi
questi non corrono verso virtù che obliquamente la voce loro
clamorosa/ abbiaia assai chiaro lo fa conoscere chiaramente
quando vengon ai due punti del cerchio punto inferiore e su*
periore dove colpa contraria gli dispaia separa, e dissocia,
imperocché i contrari non possono essere uniti, questi far
cherci che non hanno coperchio piloso al capo tulli quelli
della sinistra parte che a motivo della chierica non son co-
perti da capelli nel capo furono ecclesiastici. La chierica e-
sprime il voto di rigettare, e risecare ogni superfluità tem-
porale, imperocché i pelisi hanno per esprimenti la superflui-
tà e papi e cardinali in cui usa avarizia il suo soperchio l'a-
varizia in essi supera quella di altri; Zenone vescovo veronese
nel suo libro dell'avarizia diceva quindi — che l'avarizia non
si tiene per delitto nel mondo, perché non si trova chi la ri-
prenda — Dante qui parla senza riguardo delle supreme di-
gnità, perchè manca ogni ragione in esse di essere avare. Ot-
tengono pingui benefici, e prebende, e i commodi conseguenti.
— Vediamo all'incontro quelli che succedono nelle ricchezze
senza avervi concorso, che sogliono esser prodighi. Dante si
rese ardito a parlar d'essi francamente sull'esempio di s. Ber-
nardo che esclama — voi sacerdoti faceste Dio la favola dei
mondo— e non esclude che moltissimi non meritino tale rim-
provero, anzi eccettuandone alcuni, prova che la maggior
parte sono puri da tal vituperevole vizio.
Et io dissi o maestro dovrei bene reconoscere alcuni
de' quali potrei fare ricordo che fuor immondi di cotesti mali
che furono macchiati da questi vizi tra questi cotali tra que-
sti prodighi, ed avari et etti a me Virgilio mi rispose vano
pensiero aduni indarno pensi dar fama a costoro tanto miseri
da non meritare alcun nome: la sconoscente vita che i fé
CANTO VII. 195
sozzi tanto li coprì d'infamia or li fa bruni che ora dopo
morte li rende indegni di nome, e specialmente gli avari più
odiosi degli altri in eterno verranno allidue cozzi in eterno
correranno al mezzo, e si percuoteranno l'on l'altro come a-
rieti nella fronte, spingendo sempre avanti i pesantissimi sassi,
Et questi terza parte generale. Gli avari più gravi colpe-
voli resurgeranno de sepolcro nel giorno del giudizio col pu-
gno chiuso coli' una, e l'altra mano chiusa, e dovrebbe esser
l'opposto
Del sacerdote l'ima man riceve,
L'altra col ricevuto opera compie;
Se una terza ne avesse allor dovria
Anche piò dar ecc.
e questi prodighi risorgeranno con i erin mozzi cioè coi ca-
pelli tosati, o rotti perchè tutto gettarono con ambe le mani ,
mentre il liberale tien chiuso un pugno ed apre l'altro. Nel
giorno del giudizio l'avaro sarà dannato pel troppo ritenere,
il prodigo pel troppo dare mal dare et mal tenere a tolto loro
tolse ad essi el mondo pulcro il Paradiso — ovvero leggi co-
si — mal dare, e mal tenere lo mondo pulcro — le cose mon-
dane sono belle, e buone per sé, e lo diverrebbero anche per
altri, se gli uomini non ne abusassero a tolto loro li ha tolti
e posti a questa zuffa alla pena suddetta: non e pulcro non è
bello, o dilettoso parlare quale el sia specificarla, perchè
abbastanza si è detto di questa materia, o figliolo or può ve-
dere dalle premesse la corta buffa la breve vanità di beni che
son commessi a la fortuna de' beni temporali per cui pei
quali beni della fortuna / umana gente si rabuffa tanto si af-
fatica, e combatte che tutto loro che sotto la luna in sulla
terra e che già fu di queste anime stanche stanche pel conti-
nuo corso, fatica, ed urto di cozzi non potrebbe fare riposar
una. Qifesta sentenza è vera anche nel mondo de' viventi : ab-
196 INFERNO
bia pure V avaro stato, oro, gemme, ogni altro bene, non sarà
mai quieto, e più la smaniagli crescerà, quanto più aumente-
ranno le ricchezze: il prodigo non ha mai abbastanza per get-
tare, e quietar l'animo suo. Hai un esempio dell' avaro in Mida;
del prodigo in Nerone.
Maestro mio quarta parte generale. Dante per incidenza
dimanda cosa sia la fortuna dissio io Dante dimandai or mi
di anche dimmi ancora che e questa fortuna di che tu mi
tocchi della quale hai detto qualche cosa eh a i beni del mon-
do si tra le branche ha i beni del mondo in sua balia, e quello
a me Virgilio mi rispose o creature siocche uomini stolti quan-
ta ignoranza è quella che vi offende vi offusca, vi guasta or
vo che tu inbocchi mia sententia abbia quanto ti dirò per
vero, colui il cui saper tutto trascende Dio, la cui sapienza
è infinita fede li celi e dei cieli si parlerà nel I, e II del Pa-
radiso e die lor chi li conduce diede loro i motori , che si
chiamano intelligenze, ovvero angeli , i quali movono i cieli,
e reggono , e governano le cose sottoposte si che ogni parte
splende — distribuendo egualmente la luce in proporzione
per altro della materia da illuminarsi , similemente così Dio
regge tutte le cose celesti, e le governa per mezzo degli an-
geli: così coli' influenza de' cieli move, e modifica le cose sot-
toposte, e mondane similemente quel Dio coli' infinita sapien-
za sua ordino general ministro e duce ossia l' influenza de'
cieli, perchè tutti influiscono su queste cose sottoposte, ed
inferiori, dando, togliendo, cambiando, modificando, il per-
chè Marziano afferma la fortuna provenir dai pianeti agli splen-
dori mundani ne' beni temporali, mezzi alla felicità come
dice il Filosofo che permutasse a tempo li ben vani i beni
mondani, che non sono veri beni, perchè ora allontanano,
ora avvicinano al cielo; perciò l' influenza somiglia i gioco-
CANTO VII. 197
Iteri , che tolgono quinci, ed aggiungono quindi, e la fortuna
viene originata non da una sola sfera, ma da tutte, perchè
secondo le diverse congiunzioni de' pianeti sono diverse le
fortune di quelli che nascono di gente in gente et duno in
altro sangue. Tutte le storie, tutti i poeti ti dicono perciò che
la fortuna fu sempre varia, e noi tutto giorno vediamo con
maraviglia i cambiamenti di fortuna, de' quali s'ignorano le
cagioni perche una gente imperia et altra langue dove sono
gl'imperi degli assiri, de' medi, de' persiani, de' greci, de' ro-
mani? e sotto de' nostri occhi non cambiansi i regni? Il po-
tentissimo, e cristianissimo re di Francia a giorni nostri non
fu vinto, e preso dal re d'Inghilterra? .Ed il re di Spagna non
fu oppresso, ed ucciso dal fratel suo? seguendo lo judicio
di costei che ne occulto la fortuna è un influenza singolare
non conosciuto dalla umana scienza, la quale si contenta di
chiamare fortuito quanto non conosce per le cagioni. E darò
esempio. Gert'uomo melenso, ed infigardo abitava un piccolo
tugurio nella riviera di Genova colla moglie, e figli bambini.
Costui era spesso sgridato dalla moglie perchè non lavorava ,
e gli metteva sotto degli occhi la penuria di tutto, e la vicina
disperazione. Ma con molta flemma rispondevate il marito a
chi Dio vuol bene dormendo gli vene e di questo detto provò
la verità, imperocché la moglie, mentre il marito stavasene
in letto oziando, trovò considerabile quantità di auree monete
in una cassetta gettata sul lido dalla tempesta, e così improv-
visamente, e senza alcun suo merito divenne ricco. Tal caso
noi chiamiamo fortuito, perchè s' ignora il perchè l'infingar-
do ebbe tant'oro, quando invece sarebbe stato giusto che a-
vesse trovato dello sterco. Ecco perchè il Filosofo, interrogate,
dice, la fortuna perchè operi in tal modo, e vi risponderà di
non saperlo; perchè la fortuna per natura sua è senza ragio-
198 INFERNO
ne. La sola ignoranza adunque pose il nome di fortuna all'in-
fluenza de'cieli. Se il colono lavoratore di un predio rom-
pendo il terreno trova un tesoro si dice — caso fortuito — ma
l'astrologo che esaminò il punto di congiunzione degli astri
alla nascila di quel colono lo dirà fortunato come in l erba
l angue come il serpente nascosto fra l'erba che prima morde
l'uomo anziché lo scorga, così la fortuna impensatamente in-
nalza , ed atterra nostro saper non ha contrasto a lei per le
già dette cose. Dove non è libero arbitrio, non vi può essere
elezione, e s. Agostino dice, che non è vero che la fortuna o-
peri senza cagione, ma bensì con occulte cagioni. S. Tom-
maso insegna che qualunque accidentalità nelle cose umane
si riduce a causa preordinante, che è la divina provvidenza.
Molti filosofi, e teologi negano la fortuna: Macrobio ne' satur-
nali ci dice che Omero volle negare la fortuna, ed abbando-
narsi al solo Dio che regge le cose tutte. Virgilio al contrario
le attribuisce ogni potere, ed i filosofi che la ricordano pre-
tendono che per sé nulla valga, ma sia ministra di provviden-
za divina; Giovenale quindi — noi facciamo te diva, o Fortu-
na— e nel ciel ti lochiamo — lo stesso che dire perchè tu non
sei nulla. Perciò Dante ebbe ragione di dire, che costei o si
chiami fortuna invece dell' influenza de' cieli, od intelligenza,
o ministra di provvidenza, immediatamente provede dando a
ciascuno quanto gli conviene, sebbene da noi s'ignori il per-
chè giudica e così nulla è casuale, anzi secondo Platone — nul-
•
la si fa, senza precedente cagione prosegue eseguisce quanto
è fissato dalla divina provvidenza suo regno il suo potere, e
giurisdizione è sulle cose inferiori, delle quali la fortuna è re-
golatrice come gli altri dei come i pianeti , che presso i gen-
tili si celebravano come divinità, o come le intelligenze, cioè
gli angeli che spesso si chiamano Dei anche nelle sacre carte
CANTO VII. 199
il loro regno similemente come i motori reggono le sfere,
cosi la fortuna, od influenza le cose inferiori, ed in questo
senso, credo, che i gentili l'adorassero come Dea. E mi ma-
raviglio che molti, che si tengono per sapienti, non sappiano
interpretare questo passo di Dante, pretendendo che avesse
dovuto aggiungere — potea la provvidenza frenare gl'iniqui
desiderii, locchè omise; ma io dimanderei piuttosto qual bi-
sogno v'era d'aggiunger questo, mentre non ha mai detto
che la fortuna abbia potere sull'animo, e sul libero arbitrio,
ma sibbene lo ha soltanto ed esclusivamente sui beni tempo-
rali, le cui alterazioni procedano da cagioni a noi sconosciu-
te. Quante sventure, e mali potrebbero evitarsi, se potessero
prevedersi ! le sue permutation non hanno triegue perchè le
vicende di fortuna sono in moto continuo necessita la fa esser
veloce. Il senso di questo passo sembra falso, e molti insieme
col Cieco di acuto ripetono — in ciò fallasti fiorentin poeta. —
Ma quel Cieco era tanto buon poeta, come bravo astrologo:
Dante non si è mai contraddetto, e nel Purgatorio al canto XVI
ha scritto e l cielo i vostri movimenti initia — non dico tutti
ma posto eh io il dica — lume v e dato a bene et a malitia
ecco tolto r obbietto della necessità. Bisogna dunque inter-
pretare il testo così. Se la fortuna di necessità è mutabile , (e
se fosse ferma non sarebbe più fortuna secondo Boezio) la
necessità è di conseguenza come p. e. è necessario all' uomo
essere ragionevole — è necessario all' uomo il libero arbitrio ;
la necessità è per parte dell'uomo, come spiega il seguente
passo si tosto vien che vicenda consegue imperocché come tut-
to dì si vede — che muore taluno , o scade dal suo stato, e tosto
un altro subentra, e succede nelle dignità, potere, ricchezze, ed
onori, qualche volta anche con frode, o con altro illegittimo
mezzo. E si lamentano, e parlano male della fortuna coloro,
200 INFERNO
che più dovrebbero lodarla, quelli specialmente cui la fortuna
voltò il viso da prospero a contrario, mentre allora dovreb-
bero ringraziarla, perchè secondo Boezio — l'avversa for-
tuna rende l'uomo prudente, sobrio, temperato, forte, non
molle — è assai difficile all'incontro reggere la prospera for-
tuna, che è incapace di freno, come diceva Alessandro il Ma-
cedone a'suoi soldati. Anzi , per recare esempi più noti , scorri
le storie dei romani , e troverai che durante le avversità ope-
rarono cose maravigliose: ma venuta la prosperità commisero
le più vili, e crudeli scelleratezze. Questa e colei quella for-
tuna che e tanto posta in croce tanto cruciata da querele, e
maledizioni pur da color che li dovrian dar lode da coloro
che la sentono avversa, e non pensano che dessa prepara le
insidie in tempo di prosperità, perchè è un nemico famigliare,
e domestico che coglie il destro per opprimerti con maggior
sicurezza, ma ella s e beata e ciò non ode non si cura, e
sprezza le lodi, o le imprecazioni degli uomini lieta colle in-
telligenze, cogli angeli; la fortuna fu creata insieme coi cieli,
e loro motori volge sua spera la ruota sua, simbolo della for-
tuna et beata si gode fa l'ufficio suo e lascia che gli uomini
sclamino, e gridino invano. Se la fortuna si dipinge con una
ruota, poni una candela sulla ruota stessa, che continuamente
si muova, e vedrai esser luce ora in una, ora in altra parte —
così la fortuna ad influenza dei cieli.
Or discendiam quinta, ed ultima parte generale. Pena
degl'iracondi ed accidiosi nel quinto cerchio, or discendiam
ornai a maggior pietà andiam più basso a maggior pena
dove sono punite colpe più gravi dell'avarizia, e prodigalità.
già ogni stella cade che salie quando mi mossi era già pas-
sata metà della notte. Le stelle ascendevano quando entrò, ed
ora cadono il troppo star si vieta è proibita più lunga dimora:
CANTO VII. 20!
erano prescritti tre giorni, noi reddemo traversammo il cer-
chio quarto ali altra riva che è frammezzo al quarto e quinto
cerchio. Finora l'autore trattò de' vizi più lievi, ma ora si
prepara alla trattazione di altri più gravi — dell'accidia —
dell'ira — dell'invidia — della superbia. — E tosto all'in-
gresso del cerchio scorge un fonte che bolliva, e le cui acque
formano un rivo scorrente per un fossato, che fermandosi a
un dato punto, crea la palude Stige. In tal modo intende espri-
mere che i vizi, de' quali è per trattare, fraternizzano coi
primi e riconoscono la stessa origine, sebbene questi ultimi
conducano maggiore tristezza; li pone perciò in Stige che
suona — tristezza sopr una fonte che bolle, e riversa e molti
intendono la creazione dell' ira. il rivo poi che formasi dalla
fonte figura l' ira che presto passa per un fossato che da lei
deriva Orazio infatti dice — l'ira è breve furore, — enei
rivo niuno vien punito, perchè l'ira non è sempre colpa, anzi
qualche volta lodevole, se 1' uomo si adiri quando, come, e
dove è necessario, secondo il Filosofo. L' ira inveterata all' in-
contro, l'ira indurata , abituale si punisce nella Stige, perchè
la conseguenza dell' ira è tristezza. / acqua era scura nerastra
assai più che persa quasi nera: l'ira, e la tristezza offusca-
no la mente et noi intr amino giù per una via diversa diversa
dalla prima in compagnia del onde bigie dell'onde fosche
nerastre-bige a guisa del panno biso, cioè bruno, questo tristo
ruscello rivo che mena alla tristezza va nella palude eh a
nome Stige o secondo altro testo fa una palude ed è miglior
lezione quando e disceso a pie de le maligne piage grige dopo
che è arrivata alle spiaggie che han colore quasi nero simile
alla cappa de' monaci.
Et io che mi stava inteso io che stava attento di mirare
ad osservare vidi genti fangose in quel pantano di Stige
202 INFERNO
gnude tutte tutte nude, cioè svestite di carne con sembiante
offeso che mostravano offese percotevansi furiosamente, la-
cerandosi, mutilandosi , radendosi. Mario, e Siila fecero cru-
delmente scannare tante migliaja di romani : e nell' ira l' uomo
spesso converte in sé stesso il furore, e ne abbiamo esempio
nello stesso Siila, che nel furore vomitò insieme coir ira lo
spirito. E quando è cessato il furore gli altri si adirano col-
T iroso. Alessandro Macedone voleva uccidersi dopo avere fe-
rito e morto Clito suo domestico ed amico, questi iracondi
percotevansi si percotevano a vicenda non pur con mano —
ma con la testa col petto co piedi il furore ministrando un'ar-
ma in ogni membro troncandosi co denti a brano a brano
morsicandosi come le fiere, tanto può Tira! lo stesso ne vidi
esempio in due discepoli miei , che non contenti di essersi at-
terrati , pesti con pugni , graffiati , e lacerati coll'ugne, si mor-
sicarono in ogni dove mortalmente, senza che niuno valesse
a separarli, lo buon maestro Virgilio mio istruttore disse o fi-
glio or vedi ora conosci / anime di color cui l ira vinse coloro
che non sapendo vincere furono oppressi dall'ira. Qui Dante
restrinse la trattazione dell'ira, ma più diffusamente la rias-
sumerà nel Purgatorio. Et ancho vo che tu per certo credi
sembrando incredibile quanto sarà per dire che gente e sotto
l acqua che sospira essendo sotto l'acqua gli accidiosi non si
possono conoscere che per induzione da certi segni e che fan
pulular quest acqua al sommo facendo salir le bolle alla su-
perficie, bolle formate dai sospiri di costoro sott' acqua come
l'occhio te dice come puoi conoscere da tai segni o che s agira
in ogni luogo guardi, essendo ogni luogo pieno di accidiosi.
fleti nel limo piantati, e sommersi nel pantano dicon tristi
fummo nellaiere dolce nella vita mondana dolce in confronto
di quest'amara pena infernale che dal sole s allegra perchè
CANTO VII. 203
nell'Inferno non isplende il sole — Noi meritamente sospi-
riamo in questa pena, perchè fummo tristi nel mondo, dove
potevam rallegrarci nello splendore del sole portando dentro
nell'animo accidioso fumo la tristezza dell'accidia, che chiama
fumo perchè offusca l'animo, e lo fa marcire in turpe ozio-
sità, or ci tristiam nella belletta nera belletta è quel liquido
lubrico che formasi sulla superficie della terra quando è scorsa
la pioggia, o che il fiume uscendo dall'alveo proprio lascia
sui terreni allagati, ed è volgare fiorentino, che cambiasi in
melma e melmetta. — Quest inno si gorgogliano queste voci
gorgogliano ne la strozza nella gola. Inno veramente è lode
a Dio; ma Dante chiama inno il gorgoglio degli accidiosi,
perchè i sacerdoti malvagi che avrebbero debito sacro di
cantare inni a Dio sono per lo più vinti dall'accidia. In coro
nel dir l' ufficio appena movon le labbra, appena fan sen-
tire— Signore apri le mie labbra — e stanno la maggior par-
te seduti che dir noi potino cum parola intera ma solo con
voce fiacca, interrotta, soffocata.
Cosi givamo intorno grand arco gran parte del cer-
chio della lorda pozza turpe, paludosa, fetente tra la ripa
e l mezzo tra la riva estrema che è secca, ed il mezzo che è
la stessa palude. Nell'estremo del circuito della palude stigia
scorse una torre, della quale si parlerà nel canto seguente ve-
nimo a pie vicino duna torre al dasezo all'estremità o fi-
nalmente.
CANTO Vili
TESTO MODERNO
lo dico seguitando, che assai prima,
Che noi fossimo al pie dell' alta torre,
Gli occhi nostri n'andar suso alla cima, 3
Per due frammette, ch'i vedemmo porre,
E un' altra da lungi render cenno
Tanto eh' appena '1 potea l'occhio torre. 6
Ed io rivolto al mar di tutto '1 senno,
Dissi : questo che dice? e che risponde
Quell'altro fuoco, e chi son que', che'l fenno? 9
Ed egli a me: su per le sucid'onde
Già puoi scorgere quello, che s'aspetta,
Se'l fumo del pantan noi ti nasconde. li
Corda non pinse mai da sé saetta,
Che sì corresse via per l' aere snella
Com' i' vidi una nave piccioletta 15
Venir per l'acqua verso noi in quella,
Sotto il governo d' un sol galèoto
Che gridava: or se giunta anima fella? 18
Flegias, Flegias, tu gridi a voto,
Disse lo mio Signore, a questa volta:
Più non ci avrai se non passando il loto. 21
Quale colui , che grande inganno ascolta,
Che gli sia fatto, e poi se ne rammarca;
Tal si fé' Flegias nell'ira accolta. 24
CANTO Vili. 20S
Lo duca mio discese nella barca,
E poi mi fece entrare appresso lui ;
E sol quand'io fui dentro, parve carca. 27
Tosto che '1 duca , ed io nel legno fui,
Segando se ne va l' antica prora
Dell'acqua più, che non suol con altrui. 30
Mentre noi correvano la morta gora,
Dinanzi mi si fece un pien di fango ,
E disse; chi se' tu che vieni anzi ora? 33
Ed io a lui; s'io vengo, i' non rimango:
Ma tu chi se', che sì se' fatto brutto?
Rispose: vedi che son un che piango. 36
Ed io a lui: con piangere e con lutto,
Spirito maladetto, ti rimani:
Ch'io ti conosco, ancor sie lordo tutto. 39
Allora stese al legno ambe le mani :
Perchè '1 Maestro accorto lo sospinse,
Dicendo: via costà, con gli altri cani. 42
Lo collo poi con le braccia mi cinse,
Baciommi'l volto, e disse: alma sdegnosa,
Benedetta colei che'n te s' incinse. 48
Quei fu al mondo persona orgogliosa:
Bontà non è, che sua memoria fregi:
Così è l'ombra sua qui furiosa. 48
Quanti si tengon or lassù gran regi ,
Che qui staranno come porci in brago ,
Di sé lasciando orribili dispregi. SI
Ed io : Maestro , molto sarei vago
Di vederlo attuffare in questa broda,
Prima che noi uscissimo del lago. 54
Ed egli a me: avanti che la proda
206 INFERNO
Ti si lasci veder, tu sarai sazio
Di tal disio converrà che tu goda. 57
Dopo ciò poco vidi quello strazio
Far di costui alle fangose genti,
Che Dio ancor ne lodo, e ne ringrazio. 60
Tutti gridavano: a Filippo Argenti:
Quel fiorentino spirito bizzarro
In sé medesmo si volgea coi denti. 63
Quivi '1 lasciammo, che più non ne narro:
Ma negli orecchi mi percosse un duolo ,
Perch'io avanti l'occhio intento sbarro. 66
El buon Maestro disse: ornai figliolo,
S'appressa la città ch'ha nome Dite,
Coi gravi cittadin, col grande stuolo. 69
Ed io: Maestro già le sue ineschile
Là entro certo nella valle scerno
Vermiglie, come se di fuoco uscite 75
Fossero: ed ei mi disse, il fuoco eterno,
Ch'entro l'affuoca, le dimostra rosse,
Come tu vedi 'n questo basso 'nferno. 75
iNoi pur giugnemmo dentro all'alte fosse,
Che vallan quella terra sconsolata:
Le mura mi parea che ferro fosse. 78
Non senza prima far grande aggirata,
Venimmo in parte dove '1 nocchier, forte,
Uscite ci gridò, qui è l'entrata. 81
lo vidi più di mille in su le porte
Dal ciel piovuti , che stizzosamente
Dicean: chi è costui che senza morte 84
Va per lo regno della morta gente?
E '1 savio mio Maestro fece segno
CANTO Vili. 207
Di voler lor parlar segretamente. 87
Allor chiusero un poco il gran disdegno
E disser: vien tu solo, e quei sen vada,
Che sì ardito entrò per questo regno. 90
Sol si ritorni per la folle strada:
Provi, se sa, che tu qui rimarrai,
Che scorto l'hai per sì buja contrada. 95
Pensa, lettore, s'io mi sconfortai
Nel suon delle parole maledette:
Che non credetti ritornarci mai. 96
0 caro Duca mia, che più di sette
Volte m'hai sicurtà renduta, e tratto
D'alto periglio che 'ncontra mi stette, 99
Non mi lasciar, diss' io, così disfatto:
E se l' andar più oltre ni' è negato ,
Ritroviam l'orme nostre iusieme ratto. 102
E quel Signor, che lì m'avea menato,
Mi disse: non temer, che '1 nostro passo
Non ci può torre alcun, da tal n' è dato. 105
Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso
Conforta, e ciba di speranza buona;
Ch'io non ti lascerò nel mondo basso. 108
Così sen va, e quivi m'abbandona
Lo dolce padre, ed io rimango in forse;
Ch' el no, e '1 sì nel capo mi tenzona. Iti
Udir non potè quello, eh' a lor porse:
Ma ei non stette là con essi guari,
Che ciascun dentro a prova si ricorse. -1 14
Chiuser le porte quei nostri avversari
Nel petto al mio Signor, che fuor rimase,
E rivolsesi a me con passi rari. UT
208 INFERNO
Gli occhi alla terra, e le ciglia avea rase
D'ogni baldanza, e dicea ne' sospiri:
Chi m' ha negate le dolenti case? 120
Ed a me disse: tu pereti' io m'adiri,
Non sbigottir, ch'io vincerò la prova,
Qual ch'alia difension dentro s'aggiri. 123
Questa lor tracotanza non è nova,
Che già l'usaro a men segreta porta,
La qual senza serrarne ancor si trova. 126
Sovr'essa vedestù la scritta morta:
E già di qua da lei discende l'erta,
Passando per li cerchi senza scorta,
Tal, che per lui ne fia la terra aperta. 130
COMMENTO DI BENVENUTO
Pena della superbia che si castiga nel cerchio della pa-
lude stigia. Il canto può dividersi in quattro parti generali.
Nella prima si ha la descrizione della guardia del cerchio, e
del nocchiero, che trasporta le anime alla città di Dite — nella
secondasi ha cognizione di un superbissimo spirito ivi punito
mentre noi ecc. nella terza la insegna della detta città qui il
lasciamo ecc. nella quarta, ed ultima si racconta la forte op-
posizione che ebbero Dante, e Virgilio nell'ingresso della
città io vidi più di mille ecc.
Prima di passare al commento del testo è bene sapere,
che quando Dante fu cacciato in esilio dalla patria aveva scritti
soltanto i primi sette canti di questo libro, (seguendo il testo
di Benvenuto i canti erano sei , ma il Muratori nelV antichità
d' Italia porta che sette furono i canti trovati. — Si è attenuto
a quest'ultimo il traduttore) e la provvidenza divina non per-
mise che fosse perduta o sospesa un' opera tanto grande ad
CANTO Vili. 209
onta che l'autore esulasse in varie parti, incerto di sua for-
tuna, e persino della sua vita. Per la confisca, e saccheggio
della casa di Dante, la turba devastatrice fece pochissimo con-
to di carte scritte, che si erano lasciate in vari cofani, di niun
pregio credute, e trovate da un tale, e portate a Dino di Fio-
renza, allora in nome del maggiore erudito toscano, furono
giudicate del pregio che hanno, e spedite da Dino al mar-
chese Marcello Malaspina, presso del quale l'autore erasi ri-
coverato. Quel sapiente, e generoso marchese le consegnò a
Dante, pregandolo a non lasciare imperfetta quell'opera, che
non poteva non riescir grande, se aveva avuto un principio
tanto sublime. Dante al vedere i propri i scritti che riteneva
perduti, si dice che esclamasse — la restituzione del più gran-
de mio lavoro è il ritorno del mio onore per molti secoli. —
E volendolo Iddio, ed insistendo il marchese protettore, l'au-
tore, sebbene con molto sforzo, rialzò l'animo abbattuto, e ri-
prese 1' opera incominciata nelP idea di condurla a compi-
mento io dico seguitando proseguendo nel lavoro abbando-
nato pel sofferto esilio. E finge primamente, che della torre
sopraccennata si faccia come specola della città, da cui Fle-
gias abbia i segni di convenzione nel trasporto a Dite delle
anime. Flegias non trasporta che le anime da punirsi dentro,
giacché le altre tormentate fuori non si movono mai dal luo-
go dove furono poste. Dante vide alzarsi due fiaccole nella
sommità della torre sovrastante alla porta d'ingresso, e due
altre fiaccole nella sommità di altra torre. Le due fiaccole
significavano che erano giunti due sconosciuti, e volevano
entrare in città gli occhi nostri intellettuali andaron su la
cima di un altra torre posta sulP estremo margine della
valle assai prima che noi giungessimo al pie. Con artificio
Dante retrocede, perchè aveva detto in fine del canto preceden-
ti ambaldi — Voi. \. 14
21 0 INFERNO
te di essere pervenuto a pie della torre, ed ora narra che vide le
fiaccole prima di giungervi per due frammette faci ardenti che
vedemo porre per indicare, che due erano giunti, e rispon-
devano i custodi dell'altra torre con segno consimile, come
vediamo usarsi nelle vedette poste in alti luoghi a difesa di
città minacciata da nemici et un altra alcuni spiegano fiac-
cola ma ciò non può stare, e deve ritenersi torre — tanto eh a
pena l potea l occhio torre distinguere, od arrivare per la
troppa distanza. Può anche moralmente ritenersi che la torre
figuri la superbia, come la rappresentano le fiaccole, perchè
il fuoco sempre tende all'alto. L'autore pone due torri, e due
fiaccole in ciascuna a significare la superbia tanto nelle opere
buone, quanto nelle cattive, il vizio potendosi esercitare non
solo fra i mali, ma anche fra i beni, come p. e., superbia di
scienza, di virtù, di santità, dando gloria a sé stesso, senza
riferir tutto a Dio. La seconda torre poi figura la superbia in-
terna, manifestata dai segni esterni, che altrimenti non si po-
trebbe conoscere, e la seconda torre ha fiaccole corrispon-
denti alla prima, perchè similmente la superbia interna ha
luogo nelle buone, e male operazioni. Quante false inter-
pretazioni di questo passo. 11 perchè Dante et io mi volsi
al mar di tutto senno a Virgilio che iperbolicamente chiama
mare di tutto senno et dissi questo fuoco che dice che cosa
significa? et chi sono quei che l fanno sono uomini, o de-
moni? et etti a me quel savio mi rispose già scorger poi puoi
comprendere che s aspecta si attende un nocchiero con barca
su per le succide onde su per le acque turpi della palude se l
fumo del pantan noi te nasconde dalle valli paludose d'or-
dinario si alza folta nebbia che impedisce di veder gli oggetti,
specialmente di lontano. Se Dante poi aveva visto di lontano
le due torri, bisogna confessare che queste fosser ben più vi-
CANTO Vili. 211
sibili di piccola barca, e perchè elevate, e di più avevano
due fiaccole accese per ciascuna. Flegia fu re de'Lapiti, pa-
dre di Alione che pel primo in Grecia, e col mezzo de' Cen-
tauri esercitò violenta tirannide e Virgilio nel sesto dell'Enei-
de finge che i Centauri seggano in alti tori, coperti da au-
ree coltri, con mense ripiene di splendide dapi. Quando al-
lungano le mani per prender cibo una furia d'averno lo im-
pedisce. Hanno un sasso enorme pendente sul capo, e che mo-
stra cadere ad ogni istante: così vien domata la loro super-
bia. Flegia fu superbissimo: uccise la propria figlia: incendiò
il tempio di Apollo; a ragione dunque l'autore lo pone a rap-
presentare la superbia. Gli dà l'incarico di trasportare le a-
nime a Dite come pena , giacché in Dite sono castigate la
violenza, e le frodi compagne della superbia. Abbiamo da
Salomone — che principio di ogni male è la superbia. — La
.velocità poi della barca di questo nocchiero è somigliante alla
saetta che scocca dall' arco; e come la saetta velocemente fende
l'aria, e lieve, ed acuta penetra, e ferisce, così la piccola barca
celerissima solca quelle onde, e lieve penetra, ed avanza
corda non pinse mai da se saetta la corda dell' arco non isca-
ricò il dardo mai che si corresse via snella tanto veloce com io
vidi una nave piccioletta — venire spinta da mano d'uomo
verso noi incontro a me, ed a Virgilio in quella per l aqua
di Stige. La navicella figura la vita del superbo di corso ve-
loce, e corto, niuno estremo essendo durabile; ed è condotta
per valle tenebrosa, in continuo pericolo di sommergersi,
come la superbia, sotto l governo di un sol galeotto di un
solo nocchiero per esprimere che il superbo non vuole com-
pagno a differenza degli altri vizi, in cui somiglianza, e com-
pagnia son care, e l'avaro ama gli avari, il prodigo i prodighi ,
ma il superbo non può convenire, né amare gli allri superbi,
21*2 INFERNO
anzi li odia, e cerca ad ogni modo odi opprimerli, o distrug-
gerli. Due sono le passioni che non ammettono consorzio al
dire di Seneca — dominio — e matrimonio. Flegia, arrivato
Dante, gridò e se giunta anima fella credendosi di portarlo
al castigo.
Disse il mio signor Virgilio o Flegias Flegias o superbo,
o superbo, replicando l'esclamazione per maggiore sprezzo
tu gridi a voto indarno minacci, perchè questi non viene
come dannato, ma invece per impedire che altri per super-
bia qui vengano, e poco rimarrà in questo luogo più non ci
avrai a questa volta se non passando il loto il fango di que-
sta palude: e così dice perchè l'autore brevemente tratta in
questo luogo del vizio della superbia, della quale dirà molto
nel Purgatorio. Flegias fecesi allora si mostrò tale nel ira
accolta ristretta alla mente, ed al cuore quale e colui come
colui si mostra che ascolta grande inganno che li sia facto
poi se ne ramaricha si lamentarsi duole. Flegia crucciavasi,
perchè in diritto di portare le anime superbe dannate, allora
non poteva esercitarlo, anzi ritraeva sommo danno, perchè
forzato a portare un vivente, in grazia speciale di Dio, e che
veniva per mozzargli il regno, lo duca mio Virgilio discese
nella barca perchè la ragione sempre deve precedere e poi
mi fece entrare appresso lui come conoscitore di que' luoghi
e quella barca parve charcha onusta, oppressa sol sola-
mente quando io fui dentro perchè era vivente con carne,
ed ossa, e la barca non soleva trasportare che anime nude;
ovvero moralmente parlando il sapiente qualche volta, con
modi prudenti ferma la nave della superbia, come Aristotile
che spesso con modi blandi , e consigli frenò l' ira, ed il fu-
rore di Alessandro: cosi anche Seneca con Nerone. I antica
prora cioè barca: prora è parte anteriore della barca, e niuna
CANTO Vili. 213
barca è più antica di questa, se la superbia fu generata in
cielo, e fece scacciare di là l'angelo bellissimo, ed espellere
Adamo dal Paradiso terrestre sen va seccando solcando, rom-
pendo le onde più de l acqua andando più lenta, più acqua
fondava che non sol cum altro tosto che l duca ed io nel le-
gno fui tosto che io Dante, e Virgilio fummo dentro la barca.
Così è chiaro che Flegia non usò di alcuna dimora e si mise
a vogare nella mira di più presto sgravarsi di questi non gra-
diti passeggi eri.
Mentre noi seconda parie generale. Descrizione di un
superbo moderno. Finge prima Dante che i superbi si azzuf-
fino, e si trascinino l'un l'altro pel fango, e pel pantano fe-
tente della valle, con che si vuol significare, che i superbi
hanno continua rissa fra loro, con continua alterna fortuna,
e mina; ludibrio della sorte, e de' popoli; favola del volgo.
dinanzi a mesifeceunpien di fango si offerse alla mia mente
mentre noi passavam la morta gora nel mentre tragittavamo
quella fossa, di acqua morta, o senza moto gora è volgare
fiorentino e suona acqua, che corre per doccia al molino.
Costui era il fiorentino Filippo Argenti degli Àdimari, super-
bissimo, iracondo, senza virtù, intollerabile: veniva da schiatta
numerosa; era bello, robusto, assai ricco, ed ogni sua cosa
Io faceva arrogante: odiava il popolo fiorentino: aveva un ca-
vallo che chiamava — cavallo di Fiorenza — e che dava
per nolito a chi lo ricercava: traeva motivo di riso, e di bor-
dello a carico di Fiorenza quando ricercato da molti il noleg-
gio del cavallo, rispondeva agli ultimi — fosti prevenuto,
come avvenne al governo — ma Dante ora gli paga il nolito
se mai fu burlato. — Il cavallo che dava a nolito era solito
ferrarlo con argento; ecco perchè gli venne il soprannome di
Filippo Argenti. Egli chiese chi se tu che meni anzi ora prima
214 INPERNO
di morire, e vivente ancora vieni all'inferno? et io a lui ri-
sposi come venni, ma non gli dissi chi era s io vengo non
remango e con tale risposta Dante gli aumenta la pena — non
vengo per restare, e presto partirò, ma tu qui rimarrai in eter-
no. E Fautore sentì anch'egli alcun poco la superbia, ma non la
disgiunse mai dall'amore di scienza, e di virtù, ma tu chi se
die si facto bruto chi sei tu, che sei sì brutto, e vivi nel
fango? vedi che sono uno che piango Argenti vergognandosi
di dire il proprio nome, risponde solo della sua miseria: et io
a lui accortamente risposi o spirto maledecto maledetto da
Dio, e dagli uomini, perchè non facesti mai nulla di buono
né verso Iddio, né verso i tuoi simili tu ti rimani slatti in
questo fango, in cui sempre star possa eh io ti conosco ti
ravviso, o superbo, ancor si lordo tutto sebbene così detur-
pato dal fango puzzolente, e nero: tu sei quello che sprez-
zavi gli altri tutti: che calcavi del piede ogni opera altrui:
dov'è il tuo destriero , la sella ornata, l'aureo freno? Bene ti
sta; perchè non sapesti esser ricco, vivi or misero in eterno.
allor allora Filippo offeso dalle acerbe parole di Dante, discese
non allegro montò in ira: per vendicarsi tentò, forte scuotendo-
la, di sommergere la barca: il superbo anche all'ultimo grado
di miseria non può tollerare lo sprezzo, perche l maestro ac-
corto Virgilio avveduto, ed avvedutosi lo spinse lo scacciò
lontano dalla barca dicendo via costa cogli altri cani va via
di qua, va cogli altri superbi tuoi pari, che si adirano come
cani ad ogni detto — vanne, mordi te, cane rabbioso, nella
tua rabbia. — Poco prima della cacciata di Dante dalla patria
fu nella città di Fiorenza un tale per nome Ciacco, somma-
mente goloso, del quale si disse nelcanto VI, e contempora-
neamente un altro buffone, adulatore, nomato Biondello, pic-
colo di corpo, ma pulito di modi, sempre attillato, con zaz-
CANTO Vili. 21$
zera acconciala, e senza un capello torto sul capo. Biondello
in un dì di quaresima recossi in pescheria per comprare due
pesci — lamprede — per conto di Verio de' Cerchi capo di
parte bianca. Lo vide Ciacco fare l'acquisto de' pesci, e di-
mandò che fosse? Biondello tosto inventò, che la sera innanzi
erano state regalate a Cursio de' Donati tre altre lamprede
assai più belle di quelle eh* egli aveva comprate, e che Cur-
sio gli diede carico di comprarne altre due, perchè inten-
deva dare un gran pranzo il giorno dopo, invitando molti no-
bili, ed amici: ed aggiunse — non ci vieni tu? — Cursio era
capo della parte nera. — Rispose Ciacco — immaginati se io
potrò stare di non venirci: — ed il giorno dopo di fatto, al-
l'ora di pranzo, correndo verso la casa di Cursio, lo trovò
sulla porta, che disse a lui; buon passeggio, Ciacco. — E Ciac-
co soggiunse — ora vengo a pranzo da voi — allora Cursio
guardò che ora era, e disse esser presto; infrattanto che par-
lavano, Ciacco potè per altro avvedersi che non si aspettava
alcun invitato, e si ritenne per burlato. E la burla fu più
crudele , quando giunto finalmente a tavola , non trovò che
ceci, e pesciolini d'Arno, sicché si partì non solo scor-
nato, ma anche con fame. Ma immaginò di vendicarsi di Bion-
dello con usura. Ciacco scelse fra i ribaldi di piazza un tale
che faceva al proposito suo, perchè agile, e lesto, e gli pro-
mise un grosso regalo. Va nella loggia degli Adimari, gir
disse, con un fiasco di vetro, e dì a Filippo Argenti che Bion-
dello ti manda, pregando che volesse tingere quel fiasco del
suo ottimo vino rosso, avendo fissato un piccolo convito con
pochi amici. 11 commissionato, sorvegliandolo Ciacco poco
lontano, fece l'ambasciata a Filippo da parte di Biondello
e tosto fuggì incontro di Ciacco, che lo rimunerò, ritiran-
do il fiasco dato al ribaldo. E tosto, trovato Biondello, gli
216 INFERNO
disse che lo ricercava l'Argenti con premura, cui credendo,
s'inviò verso la loggia degli Adimari, sempre in lontananza
seguito dallo stesso Ciacco. L'Argenti, ritenendosi truffato dal
messo di Ciacco, e che Biondello ad insinuazione di qualcuno
l'avesse in tal modo offeso, corse incontro a Biondello, che
lo salutava, e gli diede un pugno nella faccia. E nota bene
che l'Argenti era di forme colossali, robusto, nervoso, facile
all'ira. Biondello gridava ahimè! Che è questo o signore? Ma
lo prendeva pei capelli, e lo percuoteva co' pugni sclamando,
traditore , ben vedi che è! Perchè mandasti da me a tingere
il fiasco? lo sì che ti tingerò in rosso. Credi che sia un bam-
bino da prendere a gabbo? e così discorrendo gli contuse il
viso tutto, gli strappò quasi tutti i capelli, e lo avvoltolò nel
fango della strada. E lanto era il furore delle percosse che
non potè Biondello dir nulla a sua giustificazione. Finalmente,
molti accorsi, a stento cavatoglielo di sotto, gli dicevano,
ch'era stato un pazzo a mandare all'Argenti un ribaldo con
fiasco per truffarlo, ed offenderlo, giacché doveva sapere che
non era uomo da scherzo. Biondello invece giurava di non
avere mandato alcuno, e venne a giorno che tutto era suc-
cesso per vendetta di Ciacco, burlato delle lamprede del Vc-
rio: e trascinatosi meglio che potè in sua casa, vi stette molti
giorni in tristezza, e dolore per guarire dalle contusioni, e
lacerazioni. Sortito di casa incontrò Ciacco, che gli chiese
— come ti piacque il vino rosso dell' Argenti ? cui rispose Bion-
dello— ti fossero in simil modo piaciute le lamprede! —
Allora sorridendo Ciacco; ti sta bene: volevi darmi a bere, ed
hai male bevuto. Ma tornando al proposito nostro vedi come
quel Filippo Argenti per uno scherzo da nulla trattò crudel-
mente un amico! Meritamente adunque vien trascinato qual
cane rabbioso pel sozzo fango infernale.
CANTO Vili. 217
Virgilio approvando le contumeliose parole dette dall' au-
tore all' Argenti mi avinse poi il collo con le braccia mi
gettò le braccia al collo basomi il volto mi baciò in fac-
cia et disse alma sdegnosa o anima sdegnosa bono per te os-
sidi ben facesti, che in tal modo mostri di avere inabbomina-
zione tal razza di superbi nudi di ogni virtù. Il tuo sdegno fu
nobile , perciò benedicta colei che n te s incinse beata colei,
che ti portò nell'utero, o secondo altra interpretazione, beata
colei, che gravida cingevasi sopra te nel proprio utero. Ed in-
vero la madre di Dante fu beata, nomata degnamente Gemma
— gemma splen diente, che gettò tanta luce nel mondo. Altri
testi hanno — s'incese — ed allora deve leggersi così — Be-
nedetta colei che si accese dell'amor tuo, e venne a me, Vir-
gilio, a pregarmi che ti guidassi per l'Inferno a contemplare
il castigo de' superbi, perchè avessi insegnato a vincerli, e
disprezzarli. La prima interpretazione è migliore: la seconda
è forzata, quei colui che vedesti tanto furente fu al mondo
primo orgoglioso fu tra viventi pieno di orgoglio, presuntuoso,
temerario, senza un' ombra di merito bontà non è che sua
memoria fregi non lasciò titolo buono per farne memoria cosi
se l ombra sua qui furiosa ecco perchè l'ombra sua è qui
furente: il superbo che non ha virtù da contropporre a tal
vizio, si sdegna, e monta in furore ad ogni parola. Quanti
si tengon or la su nel mondo gran regi gran principi, im-
perocché anticamente Re era nome di dignità, e non d'im-
pero secondo Giustino — si tengono — perchè l'orgoglioso,
ed arrogante giudica falsamente di sé stesso: quegli è vero
Re, che primamente sa reggere sé stesso che qui staranno co-
me porci in bracho come majali nel porcile, nel fango di que-
sta valle puzzolentissima. Anche nel mondo de' viventi spesso
accadde altrettanto; Siface, Giugurta, Serse, e tanti Duci romani
è
218 INFERNO
marcirono nelle carceri. Vitellio imperatore condotto per la
città dal furore del popolo ebbe gettati in faccia loto, urine,
e lo sterco. Valeriano imperatore invecchiò nella schiavitù, e
prigionia de' persiani colla ignominia di sottoporre il tergo al
re nemico, quando montava a cavallo: così scrive Elio Spar-
ziano. E tutto giorno abbiamo gli esempi sotto degli occhi di
se lasciando horribili dispregi il superbo senza virtù è di-
spregevole, e disprezzato anche dopo morte, et io o maestro
molto seria vago di vederlo a tuffare io Dante dissi a Virgi-
lio, quanta curiosità avrei di vederlo sommergere in questa
broda in quest'acqua densa, e grossa prima che noi uscissi-
mo del loco da questa palude. Siccome egli piacevasi di fare
zimbello d'altrui, e di straziare, così prima di partirmi , vor-
rei vedere che si facesse altrettanto di lui. et egli a me Vir-
gilio mi rispose tu sarai satio di tal disio convien che tu
goda sarai appagato, e godrai di veder tal vendetta avanti che
la proda l'estrema riva ti si lasci vedere prima che arrivi alla
città, e sorta di barca. Eran dunque tanto lungi, che non po-
tevano vedere la riva estrema. 11 desiderio espresso dall'au-
tore è proprio di ogni sapiente anche in questo mondo. Scor-
gendo le bizzarrie de' superbi si preconizza la lor vita sciaura-
ta; e dirà taluno — vorrei che ciò avvenisse presto! ed altri —
avverrà anzi che tu lo pensi — ed avviene. Di simil modo par-
lava Boezio nelle sventure, e Dante nell'esilio, e si avverò il
prestigio in ambidue, imperocché se Boezio non fosse stato
carcerato dal superbo re de' goti, non avrebbe scritta la gran-
d'opera — De consolatone — nelle tribolazioni, e quando Dan-
te non avesse sofferta la persecuzione de' superbi, e non fosse
vissuto nell'esilio non avrebbe fatta un'opera tanto meravi-
gliosa, che servì a correggere dai vizi sé stesso, ed altrui. Se
l'uno, o l'altro fosse interrogato — vorresti non aver mai sof-
CANTO Vili. 219
ferto l'esilio, e la carcere, non dubito che risporidessero,
piuttosto la carcere, e l'esilio, io vidi dopo ciò dopo tai detti
far questo stratio questo tormento de costui di Filippo alle
fangose genti ai superbi posti nello stesso fango, e così Dante
fa punire i superbi da altri superbi che ancor ne lodo et rin-
gratio Dio. Il sapiente senza rimorso gode della punizione
del malvagio ostinato, nella mira che l'esempio serva a van-
taggio degli altri tutti gridavan ah Philippo Argenti ossisi lo
insultavano colle parole, e coi fatti; ed esso non potendo ven-
dicarsi convertiva la rabbia in sé stesso e l fiorentino spirito
bizzarro cioè furente si volgia co denti in se medesmo come
il superbo quando non può vendicarsi di un più potente di lui.
Quivi il lasciamo terza parte generale. Città di Dite, pm
non ne narro non intendo di più parlare né dell'Argenti, né
della materia di tai superbi ma uno duolo un gran lamento mi
percosse nelle orecchie il lamento non proveniva dalla valle, ma
bensì dalla città pereti io sbarro l occhio intento davanti onde
io volsi l'occhio avanti di me molto lungi, e laddove prima guar-
dava il fango di quel superbo, ora diressi l'intelletto alle grida
di dolore che venivano di lontano, lo buon maestro Virgilio,
disse o figliuolo la cita eh a nome Dite ornai si appressa. Città
regale nomata Dite dal re dell'Inferno Dite, che nasconde i
tesori del mondo, cioè i gran colpevoli qui chiusi, gli eretici,
i tiranni, gli assassini, i disperati, i bestemmiatori, gli usu-
rai, i fraudolenti, i falsari, i traditori con gravi cittadini
cittadini, che gravemente peccarono e con grande stuolo con
immenso numero ordinato in varie schiere, o sette, imperoc-
ché la città è piena delle genti di tutto il mondo Et io io Dan-
te dissi Maestro Virgilio maestro mio già certe senza dubbio
cerno discerno, distinguo le sue mischite chiese, e sepolcri de-
gli eretici castigati nel giro delle mura interne della città. Anche
j
220 INFERNO
nel mondo avvicinando uria città, i primi a farsi vedere sono i
tempii , perchè più alti e di mole maggiore. I sepolcri, o chiese
degli eretici hanno le cupole nel mezzo più elevate del re-,
stante corpo del fabbricato. Dante col nome di Mesch ite parla
come i saraceni, ed i sepolcri degli eretici non possono vera-
mente chiamarsi chiese. Li pone per altro in luoghi separali
e lontani dal centro della città, perchè lungi dal consorzio de-
gli altri si tengono le conventicole ereticali, vermiglie come
fossero uscite de fuocho roventi come il ferro, che il fabbro
cava dal fuoco et ei mi disse Virgilio disse a me el fuoco eter-
no che non cessa mai eh entro l afoca incendia , infuoca quelle
Meschite le dimostra rosse come tu vedi in questo basso in-
ferno.
Noi pur giugnemo finalmente arrivammo cum Flegia
dentro al alte fosse alte, cioè profonde che vallan quella ter-
ra sconsolata cingono quella infelice terra, o città, e l'In-
ferno è luogo inconsolabile. Dante imagina la città forte, in-
espugnabile, con fosse profonde all'intorno, di mura altissi-
me, e grossissime. I delinquenti di gravi colpe anche nel
mondo nostro sono racchiusi dentro alle più dure, e più sicure
prigioni. Colla profondità delle fosse, e colla robustezza, ed
altezza delle mura V autore mostra la profondità , e difficoltà
della materia che imprende a trattare. Le murami paria che
ferro fosse composte di ferro venimo inparte dinanzi alla por-
ta della città , ove è il porto dove l nocchier forte Flegia crido
uscitici uscite, partitevi dalla barca qui e la intrata e li de-
pose a terra con dispetto sdegnoso, perchè conosceva che i
deposti avrebbero fatto gran danno alla città, non senza fare
pria grande girata perchè non senza grandi argomenti, e fa-
tica potè arrivare alla trattazione di questa materia.
Dante avea detto nel canto 11 per me si va nella cita
CANTO Vili. 221
dolente ed aveva descritto un nocchiero, Caronte, che tras-
porta le anime per l'Acheronte; e perchè ora descrive un'al-
tra città dolente ed un altro nocchiero? Ma la città di Dite ha
tre diverse rocche, come Padova antica, e nella prima sono
posti gl'incontinenti senza molto rigida custodia; nella se-
conda son posti i violenti , e la custodia è più stretta ; nella
terza di strettissima custodia stanno i fraudolenti, e qui è uno
speciale portatore di anime peggiori , e più orribile degli al-
tri — Gerione — Nel centro poi della città trovasi un carcere
oscurissimo, un pozzo, nel quale sono puniti i traditori. Ca-
ronte adunque è nocchiero generale delle anime all'Inferno:
gli altri sono speciali portatori di anime alla specialità delle
pene.
Io vidi più di mille quarta, ed ultima parte generale.
Dante finge nell'ingresso la più fiera resistenza affinchè sia
nota la lotta che egli soffrì nella mente sua. Se Dante aveva
trovato superiormente altri custodi , che pretendevano negar-
gli l'ingresso per la contemplazione de' vizi comuni p. e. del-
l' incontinenza , vizio per sé conosciuto, quanto più doveva
temere contrasto da custodi di città, in cui sono puniti i vizj
come più gravi, così più occulti! Immagina pertanto, che in
gran numero demoni furenti corressero alla torre maestra per
impedirne il passo, e l'ingresso a Dante, e Virgilio. I demoni
figurano le malizie, le fraudi, le falsità che si prepara a de-
scrivere, e che Omero, e Virgilio mai non descrissero Io
vidi più di mille dal ciel piovuti demoni caduti dal cielo
per loro superbia nella città infernale; più di mille indetermi-
natamente equivale ad innumerabili in su le porte a magni-
ficare l'ampiezza, e fortezza di quella porta unica nella città
che dicean stizosamente sdegnosamente, irosamente chi e
costui tanto audace che sanza morte prima di morire va per
222 INFERNO
lo regno della morta gente per l'Inferno, regno de' morii?
Dante non avea fati' uso di malizie, e frodi che negli affari
amorosi di sua gioventù, e l savio Virgilio tentò prima di en-
trare solo sentendo che lagnavansi del solo Dante vivente fece
cenno di voler parlare a lor secretamente in favore di Dante
del quale dolevansi. Col tentativo di Virgilio si ritiene da
molti, che Dante abbia voluto esprimere che il solo Virgilio
non fu capace a determinare l'autore alla trattazione di que-
st'opera, attor que'demoni chimono un poco el gran disdegno
lo sdegno concepito nel vedere Dante ancor vivo e disservien
tu solo altra volta qui fosti , e non sei per tornare al mondo ,
dove, avvisando di nostre sventure, possa togliere alla città
maggior numero di abitatori che si ardito intro per questo
regno audace entrò nell'Inferno; ma non passerà oltre sol se
ritorni per la folle strada ritorni sul fatto cammino provi se
sa che tu qui rimarrai faccia ogni sforzo, ma non compirà i
suoi desiderii, né tu potrai più a jutarlo, sebbene lo conduce-
sti fin qui che gli ai scorta si buja contrada lo guidasti per
la valle paludosa. Lector pensa s io mi disconfortai pensa
se fui atterrito al suon de le parole maladette di que' demoni
eh io non credetti ritornarci mai. Qui P autore vuole espri-
mere, che servendosi della sola ragione, e facendo paragone
fra sé e Virgilio disperò di potere andare più oltre. E di fatti
qualche volta fu in procinto di lacerare quanto aveva scritto,
e specialmente quando scontrava passi difficili, ed astrusi, o
caro duca mio che m ai renduta sicurtà mio caro Virgilio,
che mi hai vinto le tante volte il timore e ami tracio d alio pe-
rigoni mi togliesti da estremo pericolo che incontro a me
stette che incontrai in questo cammino più di sette volte dal-
le tre fiere, dal timore di entrare pel primo nell'Inferno, da
Minosse, da Flegia, e da Filippo Argenti non mi lasciar dis-
CANTO VI». 223
r io cosi disfatto deluso e coll'opera imperfetta, ovvero: Mi gio-
vasti sempre come potesti, ma ora non puoi; dunque abban-
doniamo il lavoro ritorniam l orme nostre insieme rutto tor-
niamo indietro per la stessa strada, ricalcando le nostre ve-
stigia se l passar più oltre e e negato se non possiamo andar
oltre: e quel Signor Virgilio mio Signore, e Maestro che lima-
vea menato mi aveva condotto salvo sino a quel punto me
disse non temer eh alcun non te può torre lo nostro passo il
nostro passaggio od ingresso alla città (total ne dato lo con-
cesse Iddio la cui potenza non può diminuirsi da tutti i de-
moni ma qui m'attendi aspettami e conforta e ciba lo spirto
lasso riempi il voto spirito, e lo conforta di speranza bona
a compiere l'opera incominciata eh io non ti lascerò nel mon-
do basso non ti abbandonerò in questo Inferno, anzi ti con-
durrò pure nel Purgatorio, al fin del quale altra guida ti menerà
al cielo, cosi sen va solo, e senza di me et qui mi abbandona
mi lascia lo mio dolce padre dolce, quanto la di lui partenza
m' era amara et io rimango in forse in dubbio chesienonel
capo mi tenzona dicendo fra me stesso — entrerà o no , tor-
nerà o nò?
Non potei io Dante udir quel che a lor porse perchè trop-
po era lontano, ma dai segni mi accorsi della repulsa ma ei
ma Virgilio non stette la con essi demoni guari molto che cia-
scun recorse dentro a prova tutti celermente rientrarono in
città sdegnati dell'inchiesta di Virgilio: gt^et nostri adversari
quasi nostri nemici chiuser le porte nel petto al mio signor
a Virgilio — che tosto — fuor rimase sorpreso evolse a me
con passi rari tornò verso di me con lenti passi, e con gravi
pensieri. Ciò tutto porta ad esprimere, che non bastava Vir-
gilio solo a trattar la materia, ma era necessario l'ajutodi un
altro, perchè di vero Virgilio non iscrisse delle frodi, e de'lo-
224 INFERNO
ro castighi, né altri che io sappia ne trattò, come l'autor no-
stro: ave gli occhi alla terra gli occhi al suolo per grave pen-
siero, e rossore le ciglia rase dogni baldanza di ogni viva-
cità, ma piene invece di mestizia et dicea ne sospiri dicea,
dentro sé sospirando per dolore chi ma negato le dolenti ca-
se chi mi nega l'ingresso a Dite^ Anche Virgilio nel sesto del-
l'Eneide fa dire per mezzo della Sibilla ad Enea — pie casto —
Tempie non può soglie toccar, età me disse tu non sbigottir
Virgilio mi disse non ispaventarti perch io mi adiri perche io
vincerò la pugna io entrerò ad ogni modo qual eh alla de-
fension dentro s aggiri chiunque si metta dentro a resi-
stermi: facciano quanto possono, ma io entrerò a lor marcio
dispetto. Que' demoni volevano pur anche negare l'ingresso
a Cristo Salvatore questa lor tracotanza baldanza non e e
nova la conosciamo che già l usavo a men secreta porta alla
prima porta dell'Inferno, più ampia di questa, e senza difesa
la quale ancor si trova sanza serame perchè Cristo ruppe
le sbarre infernali — secondo il salmo — attollite portas prin-
cipes vestras, et elevamini portae aeternales, et introibit rex
gloriae : tu vedesti la scripta morta cioè nel canto IH la scrit-
tura che è voce morta justicia mosse il mio alto fattore. E se
allora non valsero a resistere a Cristo, non varranno ora a
resistere al vero Dio, che venne a nostro soccorso. Cosi sva-
nisce l'obbiezione che alcuni far sogliono, e cioè, perchè i
demoni, non accettarono volontieri Dante per far lucro della
di lui anima! Perchè, rispondiamo, Dante era venuto a libe-
rar sé, e gli altri da questo Inferno, sempre moralmente par-
lando di sua missione. Chiamiamo Inferno morale Io stato de'
vizi, perchè gli uomini moralmente parlando sono morti in
detto stato, come chiamiamo guerra civile quella che si opera
fra cittadini, quando invece dovrebbe dirsi guerra incivile.
CANTO Vili. 225
E già Virgilio per ultimo assicura Dante, che già si av-
vicinava un tale, che li avrebbe introdotti, e tal un Tale così
potente che per lui ne fia la terra aperta sarà di sua mano
aperta a noi la porta di Dite già discende lerta guarda, già
viene a noi discendendo di qua dallerta di qua dalla porta
passando per li cerchi sanza scarta perchè viene solo, sen-
za bisogno di scorta — Questi era Mercurio come sarà chiaro
nel canto seguente.
HA MB ALDI — Val, 1. \\
;»
CANTO IX.
TKSTO MOnKRNO
Quel color, che viltà di fuor mi pi rise,
Veggendo '1 duca mio tornare in volta
Più tosto dentro il suo nuovo ristrinse. 3
Attento si fermò com'uom che ascolta;
Con l'occhio noi potea menar a lunga
Per l'aèr nero, e per la nebbia folta. 6
Pure a noi converrà vincer la punga,
Cominciò ei: se non.... tal ne s' offerse.
Oh quanto tarda a me, ch'altri qui giunga! 9
lo vidi ben, sì com'ei ricoperse
Lo cominciar con l'altro, che poi venne,
Che fur parole alle prime diverse. 12
Ma nondimen paura il suo dir dienne;
Perch'io traeva la parola tronca
Forse a peggior sentenza ch'ei non tenne. IS
In questo fondo della trista conca
Discende mai alcun del primo grado,
Che sol per pena ha la speranza cionca? 18
Questa question fec'io; e quei: di rado
Incontra, mi rispose, che di nui
Faccia '1 cammino alcun, pel quale io vado. 21
Ver' è, ch'altra fiata quaggiù fui
Congiurato da quella Erilon cruda,
Che richiamava l'ombre a' corpi sui. 24
CANTO IX. 227
Di poco era di me la carne nuda ,
Ch'ella mi fece entrar dentro a quel muro
Per trarne un spirto del cerchio di Giuda. 27
Quel l'è il più basso luogo, e'1 più oscuro,
E'1 più lontan dal ciel, che tutto gira:
Ben so il cammin; però ti fa sicuro. 30
Questa palude, che gran puzzo spira,
Cinge d'intorno la città dolente,
IT non potremo entrar ornai senz' ira. 35
Ed altro disse; ma non l'ho a mente;
Perocché l'occhio m'avea tutto tratto
Ver l'alta torre alla cima rovente, 36
Ove in un punto vidi dritte ratto
Tre furie infernal di sangue tinte,
Che membra femminili aveano, ed atto, 39
E con idre verdissime eran cinte:
Serpentelli, e ceraste avean per crine,
Onde le fiere tempie erano avvinte. 42
E quei , che ben conobbe le meschine
Della regina dell'eterno pianto,
Guarda , mi disse, le feroci Erine. 45
Quest'è Megera dal sinistro canto:
Quella che piange dal destro è Aletto:
Tesifone è nel mezzo: e tacque a tanto. 48
Con l'unghie si fendea ciascuna il petto:
Batteansi a palme, e grida van sì alto,
Che mi strinsi al poeta per sospetto. 51
Venga Medusa, sì il farem di smalto,
Gridavan tutte, riguardando in giuso:
Mal noi vengiammo in Teseo l'assalto. 54
Volgiti indietro, e tien lo viso chiuso;
228 INFERNO
Che se '1 Gorgon si mostra, e tu '1 vedessi,
Nulla sarebbe del tornar mai suso. 57
Così disse '1 Maestro, ed egli stessi
Mi volse, e non si tenne alle mie mani,
Che con le sue ancor non mi chiudessi. 60
0 voi che avete gl'intelletti sani,
Mirate la dottrina che s'asconde
Sotto '1 velame degli versi strani. 63
E già venia su per le torbid'onde
Un fracasso d'un suon pien di spavento
Per cui tremavan ambedue le sponde ; 66
Non altrimenti fatto, che d'un vento
Impetuoso per gli avversi ardori,
Che fier la selva, e senza alcun rattento 69
Li rami schianta, abbatte, e porta i fiori:
Dinanzi polveroso va superbo,
E fa fuggir le fiere, e gli pastori. 72
Gli occhi mi sciolse, e disse: or drizza 't nerbo
Del viso su per quella schiuma antica,
Per indi , ove quel fumo è più acerbo. 75
Come le rane innanzi alla nimica
Biscia, per l'acqua si dileguan tutte
Finché alla terra ciascuna s'abbica; 78
Vid'io più di milP anime distrutte
Fuggir così dinanzi ad un, ch'ai passo
Passava Stige colle piante asciutte. 81
Dal volto rimovea quell'aere grasso,
Menando la sinistra innanzi spesso;
E sol di quell' angoscia parea lasso. 84
Ben m'accorsi ch'egli era del ciel messo,
E volsimi al Maestro; e quei fé' segno,
CANTO IX. 229
Ch'io slessi cheto, ed inchinassi ad esso. 87
Ahi quanto mi parca pien di disdegno!
Giunse alla porta, e con una verghetta
L'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno. 90
0 cacciati del ciel , gente dispetta ,
Cominciò egli in sulPorribil soglia,
Ond'esta oltracotanza in voi s'alletta? 93
Perchè recalcitrate a quella voglia
A cui non puote '1 fin mai esser mozzo,
E che più volte v'ha cresciuta doglia? 96
Che giova nelle fata dar di cozzo?
Cerbero vostra, se ben vi ricorda ,
Ne porta ancor pelato '1 mento, e '1 gozzo, 99
Poi si rivolse per la strada lorda,
E non fé' motto a noi; ma fé' sembiante
D'uomo, cui altra cura stringa, e morda, 102
Che quella di colui, che gli è davante:
E noi movemmo i piedi inver la terra ,
Sicuri appresso le parole sante. 105
Dentro v'intrammo senza alcuna guerra:
Ed io, che avea di riguardar disio
La condizion, che tal fortezza serra, 108
Com'io fui dentro l'occhio intorno invio,
E veggio ad ogni man grande campagna ,
Piena di duolo, e di tormento rio. Ili
Siccome ad Arli , ove '1 Rodano stagna ,
Sì come a Pola presso del Quarnaro,
Che Italia chiude, e i suoi termini bagna, 114
Fanno i sepolcri tutto '1 loco varo;
Così facevan quivi d'ogni parte,
Salvo che 'I modo v'era più amaro: 1 17
230 INFERNO
Che tra gli avelli fiamme erano s parte,
Per le quali eran sì del tutto accesi ,
Che ferro più non chiede verun'arte. 120
Tutti gli lor coperchi eran sospesi ,
E fuor n' usci va n sì duri lamenti,
Che ben parean di miseri, e di offesi: 123
Ed io : Maestro , quai son quelle genti ,
Che seppellite dentro da quell'arche
Si fan sentire coi sospir dolenti? 126
Ed egli a me: qui son gli eresiarche
Co' lor seguaci d'ogni setta, e molto
Più che non credi son le tombe carche. 129
Simile qui con simile è sepolto:
E i monimenti son più, e meri caldi:
E poi che alla man destra si fu volto,
Passammo tra i martiri, e gli alti spaldi. 153
COMMENTO DI BENVENUTO
Dante descrive il modo, e con quale ajuto entrò nella
città di Dite. In quattro parti generali può dividersi il canto:
nella prima si hanno la determinazione, e consiglii di precau-
zione di Virgilio rispetto air ingresso; nella seconda — i mo-
stri infernali apparsi nella torre et altro disse e te; nella terza
l'angelo che li fece entrare e già venia etc. nella quarta, ed
ultima — pena degli eretici dentro v intramo etc.
Virgilio era fortemente sdegnato della repulsa dei de-
moni^ si fece rosso, e di fuoco nel viso: Pautore all'incon-
tro era pieno di spavento, e sommamente pallido. E Virgilio
conoscendo che qualunque discorso non menomava il timore
di Dante, cominciò dal frenare l' ira sua, nel che cambiò co-
lore; ma Dante conservava la sua pallidezza, ed il saggio mac-
CANTO IX. 231
slro per nascondere lo sdegno della repulsa, rivolse Tira con-
tro de/ vizj. quel color pallore che me pinse di fuor che ma-
nifestò nel viso il mio timore, indicando il pallore per lo più
spavento, o viltà vedendo el duca mio Virgilio tornar in
volta tornar indietro — e questa era la cagione del suo timore
restrinse dentro nell'intimo dell'animo el suo novo color
rosso, che nuovamente lo tingeva per Tira. Virgilio non era
naturalmente colorito, ma anzi di tristo colore come Dante,
sebbene anche i rossi, e gì' infuocati accrescano il colore nel-
l'ira. Che Virgilio fosse irato, è certo, per quanto avea detto
superiormente tu per eh io m adiri — piutosto cui aggiun-
gerai — che se non avessi veduto me pallido — ovvero tal-
mente acceso da non deporre l'ira a mio solo riguardo, che
vedeva tanto timoroso.
Virgilio faceva come colui, che trovandosi in selva, o
valle palustre in tempo di notte, od in giorno di folta nebbia,
non può vedere alcun oggetto, e distinguerlo o vicino, o lon-
tano: al difetto dell'occhio supplisce coli' orecchio, notando
ogni piccolo scroscio, o rumore si fermo attento come homo
che ascolta ceco quasi che l'occhio nolpotia menar a lungo
non poteva vedere lontano per l'aria oscurissima di quella
valle o per la nebbia folta che sorgeva da essa. Virgilio co-
noscendo di non potere vincere la opposizione dei demoni
di per sé solo, si determina di ricorrere ad un tale tanto po-
lente che sarà capace di far entrare ambidue. pur a me con-
vien vincer Ut pugna questo contrasto (e si leggano tali pa-
role di Virgilio ad alta voce per esprimere lo sdegno) se non
(si legga a voce sommessa) e se non potremo vincer la pugna
tal ne s offerse tale si offerse in nostro soccorso, e col di lui
mezzo certamente entreremo. Abbandona poi il discorso in-
terrotto per Tira, come per solito avviene ai parlatori nello
232 INFERNO
sdegno. Si può anche tenere la seguente lezione tal se ne of-
ferse ed esclama o quanto iarda a me eh altri agiunga mi
sembra che tardi un po' troppo questo aspettato, io vidi bene
dalle ultime parole di Virgilio diverse dalle prime, e dalla
sospensione del discorso concepì spavento. Temeva che fosse
vietato l'ingresso a qualunque anima, fosse pur buona, e sa-
piente io vidi bene chiaramente conobbi che le parole ultime
fuor diverse alle prime nelle quali faceva travedere la quasi
certezza d'ingresso, quando dalle seguenti pur a me con-
vien vincer la pugna sembrava scemare di sicurezza, ed aver
bisogno del soccorso di un altro se non tal ne s offerse così
Dante s'accorse si com ei ricoperse come Virgilio copri, e
corresse il primo detto col secondo lo cominciar della prima
parola pur a me con altro che poi viene colla seconda, che
furono se non fecero dubitare all'autore, e specialmente quel
dire in sospeso ma non di meno il suo dir dienne paura
non ostante che Virgilio mostrasse di fidare in sé, enell'ajuto
di altri pure io temeva che né il mio duce, od altro poeta
fosse mai per entrare perch io traeva la parola tronca il dir
tronco di Virgilio forse a peggior sententia che non tenne.
Virgilio che altra volta aveva vinto altri ingressi mostrava col
fatto non essere impossibile l'ingresso in Dite. E per alleviare
il timore ricerca Dante, se alcun poeta antico abbia mai de-
scritto l'Inferno, come egli aveva in mente di fare alcun del
primo grado se alcun illustre fra i poeti antichi che stanno
nel primo cerchio, senza pena di senso che quel primo cer-
chio, o grado tronca la speranza sol soltanto per pena spe-
ranza di vedere Iddio, ossia hanno solo la pena del danno
questa quistion fec io questione è proposizione dubbiosa e
quei Virgilio mi rispuose con poche parole di rado incontra
di rado accade, che alcun di noi poeti faccia il camino per
CANTO IX. 233
lo quale io vado allegoricamente , pochi furono i poeti che
trattarono questa materia, o corsero questa strada infernale:
e dice il vero, perchè il solo Omero in greco, e Virgilio in la-
tino avevano descritto l'Inferno. E qui Virgilio a togliere il
timore dall'animo di Dante asserisce, che altra volta fu tratto
in questo luogo per arte magica. Secondo Lucano nel VI, Eri-
tone di Tessaglia fu gran maga nel tempo della guerra civile
fra Cesare, e Pompeo. Essa cogl' incantesimi, resuscitando
un morto per le preghiere di Sesto Pompeo, predice la sven-
tura della detta guerra civile vero e eppure Virgilio dice
cosa che non fu, e che inventa a fine d'istruir Dante eh
altra fiata qua giù fui in questo basso Inferno congiu-
rato per gli scongiuri da quella Eritho cruda cruda, per-
chè vivea qual belva, separata dagli umani consorzi, gi-
rando nuda fra 1' ombre notturne intorno ai sepolcri , e
tenendo concilii cogli spiriti infernali che rivocava l ombre
ai corpi suoi resuscitava i morti non li resuscitava realmente,
ma con illusioni infernali, la carne era nuda di me vale a
dire — io Virgilio era morto di poco da poco tempo eh ella
mi fece entrar dentro a quel muro mi fece entrare dentro le
mura di Dite, e Virgilio stava dinanzi alla porta della detta
città , quando così parlava per trarne un spirto dal cerchio
di Juda eh' è l'ultimo cerchio dell'Inferno, e nel cui centro
è posto Giuda, come si vedrà nell'ultimo canto. Molti ricerca-
no in qual tempo ciò accadde, cioè quando Eritone per le pre-
ghiere di Sesto resuscitò un morto? Insulsa domanda dacché
tutto è falso! Altri sostengono che la maga Eritone resuscitò
altro morto in Tessaglia a preghiere di Cassio, e di Bruto
nella guerra contro di Augusto, ed Antonio; ma questo pure
è falso , giacché poco dopo tal guerra Virgilio andò a Roma,
confiscati i suoi beni; e senza tante altre dimostrazioni basti
234 INPERNO
la certezza che anche quest' ultimo fatto è del tutto immaginato.
Virgilio voleva determinare l'autore; e come fa il sapiente, a
maggiore persuasione, che dice — io di ciò ho sperienza ba-
stante— senza che sia vero, cosi Virgilio sapiente a tranquil-
lare Dante asserisce di essere giunto fino all'ultimo cerchio
di Giuda, ossia di aver corsi tutti i cerchi dell'Inferno, ben-
ché non sia vero. Virgilio fa menzione di una maga, che re-
suscitava i morti, perchè egli stesso conobbe qualche cosa
dell'arte magica, ed allegoricamente co' suoi versi resusci-
tava, e faceva rivivere i personaggi già morti: quello e Ipiù
basso luogo elpiuobscuro come il più lontano da Dio, sede di
Lucifero, luogo di castigo de' traditori. I tradimenti si prepa-
rano e si compiono di nascosto, ed all'oscuro e Ipiu lonlan
dal del che tutto gira più lontano dall'empireo, che chiude,
e contiene il creato, ben so il camiti pero ti fa sicuro ti con-
dussi incolume sin qui , e ti condurrò anche alla fine. Ad onta
per altro della usata finzione per rincuorai* Dante, nulla di
meno conclude Virgilio eh' è difficile, e duro entrare nella
città, questa palude che l gran puzzo spira che tramanda
tanto fetore d intorno cinge la citta dolente perchè ha do-
lori maggiori de' luoghi esterni u non potremo intrar ornai
senz ira Virgilio era ancora sdegnato dalla repulsa, e preve-
deva nuova opposizione ad onta dell' ajuto, che aspettava.
Et cUtro disse seconda parte generale. Dante descrive
i mostri dell'Inferno che sorsero per ispaventarlo. Vedendo i
custodi, che né Virgilio, né Dante partivansi, ma stavano in
atteggiamento di aspettare un soccorso, chiamarono le furie
infernali in ajuto per discacciarli. I poeti le fingono in nu-
mero di tre, perchè ogni male deriva dalla mente, dalla lin-
gua, e dalla mano; quindi Alelto, Tisifone, e Megera; la
prima — cattivo pensiero — sempre irrequieta; la seconda
CANTO IX. 235
— pravo discorso; la terza — opera malvagia — e spesso
Megera si prende per lite rabbiosa. A ragione son nomate
furie infernali , perchè spingono gli uomini ad ogni scellera-
tezza, e servono come strumenti a trascinare gli uomini al-
l'Inferno et altro disse Virgilio disse altre cose per confor-
tarmi ma non lo a mente mi sono dimenticato di quanto
disse, intento al mio primo oggetto perocché l occhio la intel-
lettuale speculazione m avea tutto tracto mi avea trasportato
ver l alta torre alla cima rovente pel foco, che in essa era.
Questa è la seconda torre, che mostrò di convenire colla prima,
ponendo le due faci dove nella qual torre tre furie infernali
fuor dritte ratto si alzarono tostamente in un punto in un mo-
mento. L' uomo assalito da esse tosto passa o col pensiero, o
col discorso, o col Top e re alla colpa tinte di sangue sanguinanti
eh aveano membra femminili et acto erano d'atti, e di mem-
bra femminee, e le virtù, ed i vizj si rappresentano in abito
donnesco. Anche le scienze si rappresentano femmine. Dice
Aristotile, che le donne son capaci di tutto, purché molto
odiino, o molto amino et eran cinte cum idre viridissime
cinte di serpenti velenosi, che figurano le malizie, le astuzie,
le frodi dalle quali l'anima è presa havean serpentelli più
sottili serpenti nel capo perchè ivi è maggior acume di mali-
zia e ceraste la cerasta è un serpente cornuto, penetrante, e
sta bene invece di capelli onde dalle quali le fere tempie di
quelle furie erano avvinte cinte, circondate, e quei Virgilio
che ben conobbe le avea spesso descritte le meschine misere
ancelle della regina dell eterno pianto di Proserpina che si
dice regina dell' Inferno me disse guarda le feroce Erine le
furie infernali , che si chiamano Erinni, cioè assalitici con
animo, lingua, e mano perverse, questa e Megera dal sini-
stro canto peggiore quanto allo scandalo quella che piange
236 INFERNO
dal destro e Aletto e da lei emana ogni motivo di pianto Te-
sifone e nel mezzo il discorso è l'organo con cui l'animo si
manifesta. L'uomo commette prima il peccato nella mente
colla scelta , e la lingua lo manifesta, colla mano lo ese-
guisce; dunque Tisifone posta a ragione nel mezzo con l un-
ghie si fendea ciascuna il petto con acuti stimoli ciascuna
trafiggeva^ il cuore, e questo è l'uffizio della prima battean
le palme esprimendo le malvagie operazioni, uffizio della
terza e gridavansi alto pravo discorso — uffizio della seconda
eh io mi strinsi al poeta per sospecto temendo da osse mag-
gior danno dei demoni. Tutte poi ad una voce chiamavano Me-
dusa — mostro il più tremendo, che oltre gli orrendi fregi, sco-
prendosi, petrificachi la guarda. Pretendono alcuni , che Dan-
te con Medusa figuri la libidine, ossia la donna libidinosa, argu-
endolo dall'essere stata Medusa estremamente bella, e la bellez-
za estrema rende gli uomini stupidi; come scrive Plinio di Cam-
pa spe, che Alessandro mostrò nuda ad Apelle, il quale appena
la scòrse, istupidì, e si rese come statua senza sentimento, toc-
che visto da Alessandro gliela fece per compassione, sposare.
Le furie poi chiamavano Medusa per vincere Dante che qual-
che volta fu amico di libidine, e la donna spesso vince gli
uomini forti, e sapienti. Questa interpretazione per altro
quantunque ingegnosa non può essere della mente di Dan-
te, perchè altrove tratta della libidine, che si punisce fuori
di Dite, né la donna gì' impedirebbe, anzi gli faciliterebbe l' in-
gresso. Altri vogliono che Medusa figuri l'astuzia, perchè fu
astutissima, ed ha il crine di serpenti, animali più astuti di
ogni altro; ma Dante tratta dell'astuzia in Gerione. V'è chi
pretende che significhi cupidigia, dacché Medusa suona col-
tivazione della terra, e la terra coltivata produce ricchezza
induratrice della mente umana , e secondo costoro Virgilio
CANTO IX. 237
cioè la ragione sembra persuader Dante in tal modo — figlio
mio, allontana gli occhi dalle cose terrene , perchè se in esse
li fissi , non potrai entrare nella città, e ti mancherà la cogni-
zione de' mali maggiori, e sarà per te fallita la speranza di
giungere alla superna felicità. — Benché questa interpre-
tazione abbia dell'apparenza, pure non torna al proposito/
avendo l' autore ampiamente trattato della cupidigia. Medusa,
sostengono diversi, ìion può significare che il terrore, e que-
sta è la vera interpretazione , giacché il terrore impediva
Dante ad ogni ingresso. Lo impedì nell'ingresso facile, e ge-
nerale dell' Inferno, come al canto II, e quanto più nel diffici-
lissimo di questa infernale Dite, cinta di ferro, difesa da mi-
gliaja di demoni, e custodita da furie, e da mostri. Le furie
(licevano — non potremmo usare di armi più efficaci contro
costui per forzarlo a fuggire, quanto del terrore che istupi-
disce, e riduce l'uomo come un sasso; Medusa adunque sola
può ottenere P intento, tutte le furie gridavan ingiuso sopra
Dante vegna Medusa che può far di un vivo un sasso si l fa-
rem di smalto così duro come lo smalto. Se noi ci fossimo
opposte a Teseo costui non azzarderebbe ora P ingresso mal
non vengiamo in Teseo l assalto volgare toscano non lom-
bardo, che ingannò molti interpreti mal no vengiamo bene
vendichiamo: si deve invece ritenere P opposto così mal noi
vengiamo male facemmo, quando non vendicassimo in Teseo
l'insulto che ci fece, e quindi male ci accadde, come dicono
i toscani — male non aver fatto così. — Finsero i poeti che
Teseo andasse all' Inferno con Piritoo inlimo amico suo per
rapire Proserpina regina dell'Inferno; ma quivi fu preso, e
stette carcerato finché comparve Ercole, che lo sciolse, ba-
stonando e trascinando Cerbero cane infernale, con che si
vuol significare che P uomo virtuoso sa domare anche i mostri
238 INFERNO
infernali mal no vengiamo in Teseo l assalto quasi dicessero
— se noi avessimo fatta vendetta di Teseo, che vivente scese
all'Inferno, costui, ora non sarebbe venuto: dunque air erta,
e col soccorso anche di Medusa facciamo che non entri, per-
chè questo solo farà più danno, che non fecero coloro che
scesero, o scenderanno all'Inferno. Mi maraviglio pertanto,
o lettore, che siavi qualcuno che legga questo canto, e non
tenti migliorare sua vita, volgile in dreto e tien l viso chiu-
so disse Virgilio — volgili indietro, e tieni gli occhi chiusi,
giacché Dante teneva gli occhi aperti, e fissi nella torre che
sei Gorgon si mostra se si mostra Medusa, che con altro
nome dicesi Gorgone e tu l vedessi — nulla sarebbe di tor-
nar mai suso in niun modo potresti più tornare al mondo
de1 viventi, perchè diverresti un sasso cosi disse l maestro
Virgilio così mi parlò, e non contento di avermi dato così
buon consiglio, mi porse maggiore soccorso et etti stesso mi
volse mi tolse al di lei aspetto et non si tenne alle mie mani
e non lasciò che io mi mettessi le mani agli occhi che an-
cor non me chiudesse che non mi serrasse il viso con le sue
mani — essendo natura del desiderio di essere più ardente
nelle cose vietate; ma dove il pericolo è maggiore, si deve a-
gire più cautamente, ovoi Dante invita i sapienti, e gl'in-
telligenti alla considerazione delle sentenze qui nascoste, così
apostrofandoli, o voi eh avete l intellecti sani — mirate col-
la contemplazione gli uomini cominciarono a filosofare la
doctrina la morale nascosta nelle allegorie che s asconde si
copre sotto l velame degli versi strani sotto il velo di nuovi
carmi rimati, e volgari — E le tante volte io rido nel sentire
i semisapienti persuasi d'intendere Dante, perchè intendono
la lettera de' carmi, e non sanno che intendere non vuol dir
leggere, ma sibbene addentrarsi nella mente dell'autore, e ri-
CANTO IX. 239
levare la intenzione sua nelle allegorie , nelle quali si nasconde.
E già venia terza parte generale. Arrivo di Mercurio.
Mercurio è il secondo pianeta sopra la luna, e si tiene pel Dio
della eloquenza e della sagacità. L'influsso di tal pianeta ren-
de gli uomini acuti, astuti, eloquenti, industriosi e solleciti,
come veramente sono oggi i fiorentini. Si dice anche il Dio
de' mercanti, cui è necessario tal quale eloquenza, e sagacità;
passò quindi in proverbio che ogni arte ha il suo Mercurio.
Virgilio adunque dice di non potere entrare nella città piena
di tante frodi senza l'ajuto di Mercurio. E Dante udiva uno
strepito immenso, perchè i demoni con Medusa si mettevano
in ordine per la difesa dell'ingresso, mentre Mercurio dal-
l'altra parte correva per aprire la porta a Dante, e Virgilio:
Io strepito somigliava a vento impetuoso che soffi incontro ad
una selva incendiata e un fracasso dunsuon perche Mercurio
solcando le acque della valle a gran forza rompeva l' onde più
di veloce galea pien di spavento quello strepito metteva spa-
vento in chi l'udiva per cui tremarono ambedue le sponde
modo iperbolico, ma che esprime la velocità, e violenza già
venia su per le torbide onde per l' acque nere di quella palude.
Si figura in tal modo la virtù, ed il potere dell'eloquenza,
che rompe ogni ostacolo, e talvolta anche Tira armata dei
nemici, come racconta Valerio Massimo. Antonio eloquentis-
simo oratore, che trpvavasi con Cesare al tempo delle iniquità
di Mario, doveva essere ucciso dai satelliti di Mario — Ma
giunti questi alla casa di Antonio per trucidarlo, colla elo-
quenza li ammollì, e placò in maniera, che tornarono indietro
tutti colla spada nel fodero. Per isventura di Antonio sopra-
venne un Satellite, che non l'aveva udito parlare, e l'uccise.
Mercurio è tanto eloquente contro gli avversari, quanto il
vento contro del fuoco è stridente non altrimenti fatto quel
240 INFERNO
suono o strepito che d un vento come il fischiar del vento
impetuoso per li adversi ardori di selva che si abbraccia che
fier la selva fiero, ed eloquente colpisce, e trascina il popolo
e fa fuggir le fiere et li pastori cioè vince gli audaci , i cre-
duli, i buoni, e cattivi, i sudditi, e padroni. Quante volte
Tullio nelle sue orazioni ci offre F esempio del vento contro
la selva incendiata? La eloquenza di vero è qual vento impe-
tuoso, il popolo è la selva , F ira il fuoco sanza alcun retento
senza ritegno, ed ostacolo, nulla potendo resistere all'elo-
quenza, che altrove respinge, e trasporta Fira del popolo,
come il vento il fuoco della selva, dinanzi polveroso va
superbo della vittoria spingendo avanti la polvere li rami
schianta abatte e porta fuori annichila, e rende vani tutti i
contrari argomenti.
Virgilio aveva chiusi gli occhi a Dante, perchè non guar-
dasse Medusa, ma ora glieli apre perchè vegga Mercurio, mi
sciolse gli occhi allontanando le mani che vi aveva sovrap-
poste et disse drizza il nerbo del viso F intensione dell' intel-
letto. NelF occhio secondo i fisici, esiste un nervo che tras-
mette le impressioni , e le immagini delle cose viste all' intel-
letto, e si chiama otticof nervo il più grosso di tutto il corpo,
come puoi accertarti sezionando F occhio di un capretto, od
altro anjmale. Per tal nervo poi tu intenderai F acume del-
l'intelletto, occhio dell'anima super quella schiuma antica
schiuma di Stige antichissima perchè creata coli' Inferno per
inde ove quel fumo è più accerbo principalmente per quella
parte di valle ove il fumo è più denso. L'uomo eloquente scopre
il vero di mezzo alle nubi , e caligini che offuscono la vista. Lo
anime fuggivano l'aspetto di Mercurio, come le rane fuggono
dai serpenti, ecome irei dall' eloquenza dell' accusatore. Ecco
perchè i poeti finsero che Mercurio uccida, o resusciti gli uo-
CANTO IX. 241
mini, come faceva Tullio che salvò molti condannati, e molti
assoluti fece condannare vid io più di mille anime destructe
punite, e distrutte dalla, punizione ibi fugir — dinanti a un
a Mercurio che al passo passava Stige con le piante asciutte
perchè passava illeso fra i tormenti di quelle anime. 0 dirai
meglio — perchè Mercurio ha le ali ai piedi per esprimere,
che nulla è più veloce delP eloquenza cosi come le rane se
deleguan tutte per timore, e spavento dinanti alla nimica
biscia naturalmente nemica delle rane finch a la terra cia-
scuna s abica si slancia , e si nasconde in terra. Le rane
stanno in paludi come le anime di costoro: gracidanti le
rane, lamentose queste anime; le rane fugaci e timide, come
qui le anime: per lorsi dal serpente fuggono, ed ascondonsi,
fuggono i rei dall'aspetto dell'oratore eloquente. E quel Mer-
curio removia dal volto quello aere grasso respingeva da sé
quel fumo denso della valle menando la sinistra inanti spesso
perchè nella destra stringeva una verga, colla quale voleva a-
prire la porta negata. Così figura, che la eloquenza scopre le
occulte, svela le secrete cose, e rimove ogni velo, e falsa ap-
parenza, et sol di quell angoscia paria lasso cioè della fa-
tica di scacciare il denso fumo, esprimendo essere molto fati-
coso scoprire la verità paria poi, perchè in realtà non era
lasso, ma per far conoscere la difficoltà di mostrare il falso,
e scoprire il vero tante volte profondamente ed incredibil-
mente nascosto.
Ben m accorsi chel era dal del messo mi accorsi dalle
operazioni sue maravigliose, eh' era un messo dal cielo, per-
chè passava con piede asciutto sulle acque, facendo aere se-
reno da caliginoso, e denso, e fugando tutti i demoni colla
sola presenza mostrava che non erano umane, ma divine le
sue azioni. Mercurio è figlio di Giove, e Dio della eloquenza.
Kambaldi — Voi. 1. 16
2W INFERNO
e quindi storicamente viene dal cielo; allegoricamente poi il
dono dell'eloquenza è dono celeste. Molti equivocarono pren-
dendo Mercurio per un angelo, locchè si oppone alla mente
del nostro autore. Poeticamente guardandolo. Mercurio si pren-
de per nunzio, ed interprete degli Dei, ed esecutore de' loro
comandi, comesi ha da Omero, da Virgilio, da Stazio, da
Marziano, ed altri molti. Non era poi necessario qui far ve-
nire un angelo per attestare la grazia divina, giacché si ma-
nifesta per sé stessa, e tutta l'opera è assistita da essa. Gli an-
geli s' introducono nel solo Purgatorio, il perchè Virgilio gli
dice nel canto secondo ornai vedrai di si fatti uffiziali. Stu-
pefatto quindi volsimi al Maestro quasi dicendo chi è questo
maraviglioso? et quei fé cenno — eh io stessi quieto et inchi-
nassi ad esso con un cenno, e moto degli occhi Virgilio lo
ammonì a riverirlo aspettando in silenzio. — Aspetta, e ve-
drai che questi è quel tale desiderato. La riverenza poi era
dovuta come a divinità, ossia air eloquenza personificata.
Ah la descrizione dell' apertura della porta comincia da
un'esclamazione, quanto me parea de disdegno come mi pa-
reva sdegnato Mercurio contro quei demoni! vene alla porta
chiusa, e rinforzata ella s aperse subitamente che non ebbe
alcun ritegno senza resistenza con una verghetta. La verga
è segno di podestà, e quindi la verghetta esprime il potere,
e l'efficacia dell'eloquenza, che rompe ogni cancello, ed o-
stacolo, anzi la verghetta, o piccola lingua (cosa quasi incre-
dibile) vince la stessa morte, eh' è 1' ultimo fra i mali. Narra
Valerio del filosofo Egesia, che persuadeva il disprezzo della
morte in tale maniera che molti spontaneamente si toglievano
la vita per fuggir le miserie di questo mondo. Pericle colla
lingua acquistò il dominio di Atene. Cajo Gracco sollevò colla
lingua il popolo romano. A giorni nostri Giacomo Bussolari
CANTO IX. 243
frate eremita colla sola voce armava, e disarmava, moveva,
e fermava il popolo della città di Pavia, ed era senza beni,
senza amicizie, senza potere, solo eloquente, egli incomincio
Mercurio così gridò in lorribil soglia nell'ingresso della
porta infernale o gente suspecta cacciati dal cielo scacciali dal
cielo per la vostra superbia ond està tracotanza d' onde, e
perchè tant' audacia in voi s alecta s' annida, perchè rical-
citrate a quella voglia al volere di Dio — perchè vi opponete
a cui non pò mai il fin esser mozzo a Dio, cui il volere non
può mai esser troncato et che più volte v a cresciuto dogli al
e che, altre volte provaste, e vi crebbe affanno, liberando le
anime de' padri: che giova nelle fate dar di cozzo? Che vi
giova cozzare con Dio, e col potere celeste, se questi, per di-
vina grazia, ed influsso di cielo, deve percorrere tutto lo In-
ferno? Ercole vi scese, e ne trasse Cerbero che tanto male
trattò. Cerbero vostro vostro cane custode dell'Inferno se ben
ve recorda ne porta ancor pelato l mento e l gozzo segni di
schiavitù, perchè portò le catene al collo. Non resisteste ad
Ercole, che liberò Teseo, il quale vi fece il massimo insulto,
e per cui gridaron le Furie ma non vegiamo in Teseo l as-
salto che equivale — Ercole, Teseo, Ulisse non scesero forse
ancor viventi all'Inferno, e perchè lo impedirete a questo poe-
ta cristiano assistito da grazia divina?poi Mercurio se revotse
tornò indietro per la lorda strada per la palude lorda, e feten-
te da prima solcata et non fé motto a noi e nulla ci disse del-
l' ajuto prestato ma fé sembiante com homo cui altra cura
stringa, et morda ma sembrava avere altro pensiero più grave
ed urgente del nostro che quella di colui che gli e davante. Così
T autore vuol significare, che l' eloquenza servir non deve ad
un solo oggetto, ma a molti, e se allora giovava a Dante, po-
teva ajutare altri in luoghi diversi, il mercante al negozio,
"IKK INFERNO
l'oratore nel pergamo, il disputante nella cattedra ecc. Mer-
curio entra in quasi tutte le umane operazioni, eia eloquenza,
al dir di Seneca, è tanto varia, ed estesa, che per quanto fosse
indulgente a qualcuno, questi non potrebbe mai chiuderla, e
rinserrarla; felice può reputarsi chi ebbe qualche di lei sguar-
do benigno! e noi movemo i pie sicwri piedi da primati-
midi, e spaventati in ver la terra la cui porta era aperta ci-
presso le parole sancte dopo le parole dette da Mercurio.
Dentro v intramo. Quarta parte generale. — Pena degli
eretici, dentro v intramo senza alcuna guerra perchè i demo-
ni, e le Furie confusi ci diedero il passo et io eh avi disio di
veder la condiclion che tal fortuna serra che desiderava di
conoscere lo stato di coloro, che Dite in sé contiene, e rac-
chiude invio l occhio ntorno volgo lo sguardo intorno com io
fui dentro appena fui dentro e veggio grande compagnia im-
mensa quantità di eretici ad ogni man da tutte parti piene di
duolo e di tormento rio gli eretici sono colpiti da grave pena,
e quindi soffrono grave dolore. Gli eretici stanno dentro se-
polcri aperti, dai quali emana insoffribile puzzo: contempo-
raneamente sono arsi dal fuoco. Così Y autore indica, che gli
eretici sono morti in quanto alla fede ma sono sepolti viventi
ancora, giacche occultano la eresia, e non ardiscono pale-
sarla. I sepolcri aperti poi indicano che ad essi non era chiusa
la strada per tornare all'unità della Chiesa. Sono alzati, e pen-
denti i coperchi dei sepolcri, perchè la loro sentenza finale è
sospesa durante la vita, e potrebbero risorgere con penitenza,
si bruciano col fuoco perchè la cenere loro sia dispersa se per-
tinaci, e continuamente poi cruci la loro coscienza. Stanno
lungo le mura della città, perchè ordinariamente si separano
dalla comunione de* fedeli. Tanti poi erano i sepolcri, che
T autore per indicarne la quantità dice che somigliavano a
CANTO IX. 245
quelli presso Arli nel Narbonese, o presso Pola nelF Istria.
I sepulcri faceano cosi tutto il luocho varo vario, anche per
la diversità de' colori si come fanno ad Arli. Questa è cittì*
nella provincia narbonese, una volta detta Ariate, posta sul
Rodano, tre leghe circa da Avignone, presso la quale è gran
quantità di arche sepolcrali , di forme varie, e diverse. Al tem-
po di Carlo Magno, dicesi, che ivi si operasse gran strage fra
cristiani , e saraceni. I cristiani vollero seppellire i loro morti,
e pregarono Iddio, che fosse loro dato di potere distinguere,
in tanta strage i fedeli dai saraceni , e tosto sopra ciascun cri-
stiano apparve un'iscrizione col nome, e grado del morto, e
quindi seguendo i dettami del celeste prodigio, alzarono ar-
che più, e men grandi in proporzione del grado e qualità del-
l'ucciso. Ma io ritengo ciò favoloso, e che quelle arche fossero
costrutte, perchè in tutte le nazioni è rispettato il pio costume di
seppellire i morti. Eran poi molte in Arli, perchè città antichis-
sima, e capitale di regno, come potei accertarmene al tempo
di Urbano V quando Carlo moderno imperatore entrò in quella
città, e si fece incoronare re di quel nome ove Rodano sta-
gna bagna, inonda si come a Pola. Anche presso Pola veg-
gonsi molte arche, quasi 700 e di molte forme. Si dice, che
contenessero i corpi de'schiavoni, ed istrioti, che avevano
per legge doversi seppellire in vicinanza al mare apresso del
Carnaro. 11 Quarnaro è golfo nel mare adriatico sui confini
d'Italia, di un circuito di circa quaranta miglia, luogo assai
pericoloso che qual Quarnaro Italia chiude da quella parte et
isuoi termini bagna cioè i suoi confini salvo che Imodo
vera più amaro nelle arche su descritte le osse sepolte erano
senza senso, e pena; ma in quelle di Dite, puzzo, e fuoco
sensibile. La similitudine è abusiva non essendo pena in quel-
le come in queste; e quelle sono fuori di città, e queste den-
246 INFERNO
irò le mura della città che fiamme erano sparte Ira li avelli
le fiamme scorgevansi qua, e là fra le arche, o sepolcri perle
quali eran si del tutto accesi ardenti nell'interno che verun
arte arie mondana non richiede ferro più inceso non l'arte di
sciogliere il vetro, o di colare il ferro, e Toro, tutti li br
coperchi eran sospesi alzati, e pendenti et fuor nusdan si
duri lamenti per le dure pene che ben parean da miseria
offensi sembravano miseramente, ed orribilmente tormentati.
Et io Maestro io Dante dissi a Virgilio qual son queste
genti quali anime colpevoli sono che seppellite dentro da
quest arche perchè non si mostravano al di fuori se fan sen-
tir con li sospir dolenti gridano si che anche di lontano si
odono i loro lamenti, et quelli a me Virgilio rispose li here-
siarche gli eretici — da Archos principe, e da haeresis eresia —
i capi eresiarchi son qui da questa parte sinistra. Le diverse
sette degli eresiarchi presero il nome dai loro capi , e per que-
sto l'autore finge che ogni capo-sella abbia una grand' arca
che contenga tutti i proseliti, che difesero, sostennero, e pro-
pagarono la speciale eresia, come Nestorio, Ario, Fotino,
Fausto ecc. Ecco il perchè dice che ogni arca contiene gran
moltitudine et le tombe i sepolcri di costoro son carche pieni
di eretici molto più che non credi e non sembrava d'altron-
de verosimile che un arca sola contenesse i proseliti tutti della
setta, qualche volta innumerabili, come gli epicurei. Ma l'a-
nima separata dal corpo, non occupando luogo, rende possi-
bile che un'arca anche piccola contenga le anime di tutti gli e-
retici. Dante poi distinguendo le grandi dalle piccole vuol mo-
strare la diversa gravità della colpa, della pena, e del nu-
mero de' settari, simile e sepulto con simile quivi in queste
arche, gli ariani sono sepolti con Ario, e così degli altri, es-
sendo le sette numerosissime, e che qui non nomino perbre-
CANTO IX. 247
vita, e per non far pompa di vana erudizione e i monimcnti
son più e men caldi dal fuoco, secondo le maggiori, o mi-
nori colpe.
Poscia Dante chiude il canto intramo tra i martiri e gli
alti spalai tra i tumuli degli eretici, e le alte mura della cit-
tà poscia che si fu volto alla man destra quando proce-
demmo verso la parte destra.
CANTO X.
TESTO KODKBHO
Ora sen va per uno stretto oalle
Tra'l muro della terra, e gli martiri
Lo mio Maestro, ed io dopo le spalle. 5
0 virtù somma, che per gli empi giri
Mi volvi, cominciai, come a te piace,
Parlami, e soddisfammi a' miei desiri. 6
La gente, che per li sepolcri giace,
Potrebbesi veder? già son levati
Tutti i coperchi, e nessun guardia face. 9
Ed egli a me: tutti saran serrati
Quando di Josaphat qui' torneranno
Coi corpi, che lassù hanno lasciati. 12
Suo cimitero da questa parte hanno
Con Epicuro tutti i suoi seguaci,
Che l'anima col corpo morta fanno. 15
Però alla dimanda, che mi faci,
Quinc* entro soddisfatto sarai tosto,
Ed al desio ancor che tu mi taci. 18
Ed io: buon duca, non tegno nascosto
A te mio cuor, se non per dicer poco;
E tu m'hai non pur ora a ciò disposto. 21
0 Tosco, che per la città del fuoco
Vivo ten vai cosi parlando onesto,
Piacciati di restare in questo loco. 24
CANTO X. w249
La tua loquela tifa manifesto
Di quella nobil patria natio,
Alla qual forse fui troppo molesto. 27
Subitamente questo suono uscio
D'una dell' arche: però m'accostai,
Temendo, un poco più al duca mio. 30
Ed ei mi disse; volgiti, che fai?
Vedi là Farinata, che s'è dritto:
Dalla cintola in su tutto '1 vedrai. 33
lo avea già'l mio viso nel suo fitto:
Ed ei s'ergea col petto, e con la fronte,
Com'avesse lo 'nferno in gran dispitto: 36
E l'animose man del duca, e pronte
Mi pinser tra le sepolture a lui,
Dicendo, le parole tue sien conte. 39
Tosto che al pie della sua tomba fui ,
Guardommi un poco, e poi tutto sdegnoso
Mi dimandò: chi far gli maggior tui? 42
lo ch'era d'ubbidir desideroso
Non gliel celai, ma tutte gliele apersi:
Ond'ei levò le ciglia un poco in soso. 45
Poi disse: fieramente furo avversi
A me, ed a miei primi, ed a mia parte,
Sì che per due fiate gli dispersi. 48
S'ei far cacciati, ei tornar d'ogni parte,
Rispos'io lui, e l'una e l'altra fiata:
Ma i vostri non appreser ben quell'arte. 51
Allor surse alla vista scoperchiata
Un'ombra lungo questa infino al mento:
Credo che s'era in ginocchion levala. 54
D'intorno mi guardò, come talento
250 INFERNO
Avesse di veder s'altri enr meco;
Ma poi che '1 sospicar fu tutto spento, 57
Piangendo disse: se per questo cieco
Carcere vai per altezza d'ingegno,
Mio figlio ov'è, o perchè non è teco? 60
Ed io a lui: da me stesso non yegno:
Colui che attende là, per qui mi mena,
Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno. 63
Le sue parole, e '1 modo della pena
Mi avevan di costui già letto il nome:
Però fu la risposta così piena. 66
Di subito drizzato gridò : come
Dicesti, egli ebbe? non vi v' egli ancora?
Non fere gli occhi suoi lo dolce lome? 69
Quando si accorse d'alcuna dimora
Ch'io faceva dinanzi alla risposta,
Supin ricadde, e più non parve fuora. 72
Ma quell'altro magnanimo, a cui posta
Restato m'era, non mutò aspetto,
Né mosse collo, né piegò sua costa. 75
E se, continuando al primo detto
Egli han quell'arte, disse, male appresa.
Ciò mi tormenta più che questo letto: 78
Ma non cinquanta volte fìa raccesa
La faccia della donna, che qui regge,
Che tu saprai quanto quell'arte pesa. 81
E se tu mai nel dolce mondo regge ,
Dimmi : perchè quel popolo è sì empio
Incontr'a'miei in ciascuna sua legge? Hi
Ond'io a lui: lo strazio, e 'I grande scempio,
Che fece l'Arbia colorata in rosso,
CANTO X. 251
Tale orazion fa far nel nostro tempio. 87
Poi ch'ebbe sospirando il capo scosso:
A ciò non fu' io sol, disse, né certo
Senza cagion sarei cogli altri mosso. 90
Ma fa' io sol colà, dove sofferto
Fu per ciascun di torre via Fiorenza,
Colui che la difese a viso aperto. 93
Deh se riposi mai vostra semenza,
Prega' io lui, solvetemi quel nodo,
Che qui ha inviluppata mia sentenza. 96
E' par che voi veggiate, s' io ben odo,
Dinanzi quel che '1 tempo seco adduce,
E nel presente tenete altro modo. 99
Non veggiam, come quei, e' ha mala luce ,
Le cose, disse, che ne son lontano:
Cotanto ancor ne splende '1 sommo Duce. 102
Quando s'appressan, o son, tutto è vano
Nostro intelletto, e s'altri noi ci apporta,
Nulla sapem di vostro stato umano. 105
Però comprender puoi, che tutta morta
Fia nostra conoscenza, da quel punto,
Che del futuro fia chiusa la porta. 108
Allor, come di mia colpa compunto,
Diss'io: ora direte a quel caduto
Che '1 suo nato è coi vivi ancor congiunto. 1 1 1
E s' io fui dianzi alla risposta muto,
Fat'ei saper, che'I fei perchè pensava
Già nell'error che m'avete soluto. 114
E già '1 Maestro mio mi richiamava:
Perch'io pregai lo spirito più avaccio,
Che mi dicesse, chi con lui si stava. 117
2')2 INFERNO
Dissemi: qui con più di mille giaccio:
Qua entro è lo secondo Federico,
E 'I Cardinale, e degli altri mi taccio. 120
Indi s'ascose: ed io in ver l'antico
Poeta volsi i passi, ripensando
A quel parlar, che mi parea nemico. 125
Egli si mosse: e poi così in andando,
Mi disse: perchè se' tu sì smarrito?
Ed io li soddisfeci al suo dimando. 126
La mente tua conservi quel che udito
Hai contro te, mi comandò quel saggio,
Ed ora attendi qui; e drizzò '1 dito. 129
Quando sarai dinanzi al dolce raggio
Di quella, il cui bell'occhio tutto vede,
Da lei saprai di tua vita il viaggio. 152
Appresso volse a man sinistra '1 piede:
Lasciammo il muro, e gimmo inver lo mezzo,
Per un sentier che ad una valle siede,
Ch'infin lassù facea spiacer suo lezzo. 136
COMMENTO DI BENVENUTO
Dante prosegue a trattar degli eretici. Il canto può divi-
dersi in quattro parti generali: nella prima — introduzione
di un eretico che parla della patria, e concittadini: nella se-
conda— altro eretico moderno, che chiede del proprio figlio
attor surse: nella terza — il primo spirito prosegue a parlare
ma quest altro ecc. nella quarta, ed ultima — P autore ricerca
notizie di alcuni dannati, e racconta a Virgilio 1' esiglio pre-
conizzatogli dallo spirito stesso. E già il maestro ecc.
Lo mio Maestro Virgilio ora sen va pei' un secreto calle
separato, non frequentato sentiero tra l muro dalla terra e
CANTO X. 2;>3
// martiri fra le mura di Dite, ed i tormenti degli eretici et
io dopo le spalle seguendo le di lui vestigia. Overtu così Dante
a captivarsi la benevolenza di Virgilio Overtu somma o Vir-
gilio poeta sommo per aver descritto P Inferno, come nel VI
delP Eneide che mi volvi per li ampi giri che mi conduci in-
torno ai cerchi dell'Inferno così gremiti di moltitudine. La
valle vicina al centro, di cerchio più ristretto, gira ventidue
miglia; o secondo altra lezione empi essendo empio ogni cer-
chio parlami e sodisfarai ai me desiri come a te piace. Tu sai
quanto mi convenga, e quanto desideri: vorrei conoscere al-
cuno degli eretici, giacché me li accennasti solo in generale.
La gente degli eretici che giace per li sepulcri perchè non
si veggono potrebbesi vedere? Virgilio risponde che possono
vedersi, perchè sono alzali i coperchi, e non vi sono custodi
già son levati tutti i coperchi ne' sepolcri aperti ciascuno
ha diritto di guardare a ciò, che vi è dentro e nessun guar-
dia face niuno fa guardia, e non vi è alcun custode et quelli
a me Virgilio mi rispose tutti seran serrati benché ora siano
aperti quando ritorneranno da Josaphat dalla valle di Gio
safat nel giorno del giudizio quivi a questo tormento dopo la
la sentenza finale, che non lascia più luogo a penitenza con
i corpi che lassù lasciati hanno ritorneranno uniti al corpo,
ed avranno per questo maggior tormento. Dante usò in questa
parte di moltissimo ingegno. Diverse, e varie furono le sette
degli eretici, e molte ebbero innumerevoli seguaci, come la
setta di Ario al tempo di s. Ambrogio. Se avesse voluto far
menzione di tutte, od anche solo delle principali non sarebbe
bastato un grosso libro. Scelse pertanto quella setta che ebbe
maggior numero di seguaci , e che più di tutte rovesciava
i fondamenti della fede. Gli epicurei negano P immortalità
dell' anima, e per conseguenza negano P Inferno, ilPurgato:
254 INFERNO
rio, il Paradiso: Si oppongono dunque non solo alla teologia,
ma ben anche alla buona filosofia; errore di fede, e di scienza.
Ecco perchè l' autore nomina Epicuro che non fu cristiano
perchè qualunque eresia è anche antifilosofica tutti i seguaci
gli epicurei che fanno l anima morta col corpo V intelletto,
secondo essi, non differisce dal senso: da tale errore cadevano
in un altro, perchè di conseguenza ponevano il sommo bene
nella voluttà, hanno suo cimiterio il sepolcro nel cimitero
degli eretici da questa parte e mostrava loro il luogo accen-
nandolo colla mano. Vuole insegnare così che i capi-setta
hanno in quel cimitero una grand' arca, in cui sono chiusi
insieme con tutti i loro seguaci. Epicuro poi ha un'arca im-
mensa perchè innumerevoli ebbe i seguaci. Varie sono le opi-
nioni rispetto ad Epicuro: Seneca lo loda, e riporta le di lui
sentenze. S. Girolamo impugnando Gioviano afferma che Epi-
curo fu sobrio, e temperato. Tullio al contrario in molti libri
grida contro di lui, e nel terzo delle Tuscolane condanna la
di lui opinione rispetto a voluttà, sdegnandosi con coloro,
che allegano di non capire i detti di Epicuro, e riporta i testi
perchè dalla sola lettera appaja l' errore. Orazio morale lo
chiama — porco — Dante poi lo prescelse fra gli eretici con-
dannati, perchè professò un errore direttamente opposto al
fine del suo lavoro; ammessa infatti la mortalità dell'anima
riescono inutili i premi, ed i castighi, sui quali l'autore basò
tutto r edifizio. Si accorda con Tullio che scrisse — è gran
tempo che gli epicurei giudicarono non esistere gli Dei — ed
altrove. — Se Epicuro non azzardò di negare apertamente gli
Dei, asserisce per altro che niente fanno, e niente curano,
locchè torna lo stesso. Pero sarà tosto satisfatto alla do-
manda che me faci di vedere, e conoscere gì i eretici . quinc en-
tro fra queste arche et ancora al disio che tu me taci sod-
CANTO X. 255
disfarò anche al desiderio che tu mi nascondi, di conoscerne
alcuno specialmente, come Farinata di cui si parlò nel can-
to VI. Da ciò T autore trae argomento di rispondere che non
per altro motivo chiede poco, se non per timore di dispia-
cergli, e noiarlo. et io io Dante risposi o buon duca o Vir-
gilio che m'insegnasti di parlar temperato io non tegno na-
scoso a te mio core non taccio i miei pensieri se non per eli-
cer poco se non per esser corto nel dire, non recarti molestia
tu m ai disposto a do a parlar corto non più mo altre volte
spesso, ed anche adesso. Virgilio amò assai la brevità nel par-
lare, e nello scrivere e persuade a tal brevità nelle sue opere,
e specialmente nelle georgiche quando dice —
Il più prezioso tempo della vita,
Dal misero mortili ratto seo fugge
Ma fugge intanto irreparabil tempo.
Anche Dante parlava poco, e corto, e quasi mai senza
essere interrogato: a vane inchieste nulla rispondeva: alle
sensate rispondeva breve, e sentenzioso. Orazio quindi — bre-
ve in ogni precetto esser tu dèi.
0 Tosco così uno spirito eretico fiorentino dice a Dante.
Fu questi Farinata degli liberti nobile, e potente, ed a' suoi
tempi capo di parte ghibellina, ma probo, e prudente. Se-
guace di Epicuro, non credeva in altro mondo, che in quello
de' viventi, e quindi poneva ogni cura nel distinguersi in que-
sta vita breve, perchè non ne credeva altra migliore. Finge
pertanto l'autore che costui s'alzi dalla grand' arca di Epicu-
ro, e così gli parli o Tosco Farinata aveva sentito Dante par-
lar con Virgilio in linguaggio fiorentino, e quindi gli venne
smania di vederlo, e conoscerlo che ten vai vivo o fiorentino
che non moristi in alcuna eresia, ma fosti cattolico più di o-
gni altro poeta così parlando onesto decorosamente parlan-
256 INFERNO
do, io temperato modo pei9 la citta del fuoco. Dite chiamasi
ci Uà del fuoco, benché freddissima nel fondo, giacché nel-
l'ingresso la prima .pena è del fuoco piacciati di restare in
questo loco trattienti, ti prego, alcun poco a parlar meco la
tua loquela ti fa manifesto il tuo linguaggio mi ti fa cono-
scere fiorentino di quella nobil patria della città di Fiorenza
nobile mia, e tua patria alla quale forse fui troppo molesto
pei danni a lei da me recati, come in breve sarà manifesto
forse perchè esiliato aveva uoa scusa nella vendetta , come un
giorno Mario Coriolano contro di Roma, troppo perchè ecce-
dette la misura nello spargere il sangue de' suoi concittadini.
Per la patria sua doveva imitare Marco Camillo, che sebbene
fosse stato da lei ingratamente, e crudelmente trattato, pure
volle magnanimamente liberarla dalle mani de' nemici.
Questo sono questa voce uscì subitamente d una dell ar-
che dall'arca di Epicuro in cui stavasi Farinata pero meteco-
stai un poco più al duca mio mi trassi più verso Virgilio, al-
lontanandomi dall'arca temendo le cose sconosciute turbano
l'animo, e lo mettono in tema, et ei Virgilio mi disse volvete
volgiti verso l'arca che fai perchè fuggi da lui? vedi la Fa-
rinata che tanto bramasti vedere ches e dritto s' è alzato tutto
l vedrai dalla cintola n su dal mezzo in su et io havia fido
il mio viso nel suo per ben conoscerlo et ei Farinata surgia
col pedo e con la fronte col petto, e fronte alla a guisa di
superbo, come fu di fatto al pari di tutti di sua stirpe, e per-
ciò Dante nel canto XVI qui son disfadiper lor superbia ei
aggiunge di lui come avesse l inferno a gran dispecto dovrà
interpretarsi come avesse a dispetto il mondo dopo morie,
perchè l'Inferno a ragione lo aveva a dispetto e le man proni-
pie et animose del duca di Virgilio mi pinser a lui Dante a-
veva mostrato desiderio di parlargli sullo stalo della patria.
CANTO X. 557
e (li lei mutazioni , delle quali fu gran parte dicendo le parole
tue sien conte parla amichevolmente ed apertamente con lui
che conobbe le cose tutte, che tu brami conoscere.
Quel Farinata guardome un poco in viso, tentando rico-
noscermi com io fu appo de la sua tomba quando fui presso
all'arca sua poi quasi sdegnoso come al solito i superbi mi
dimando chi furono li maggiori tuoi di quale casato fioren-
tino fosti? io eh era d ubbidir disideroso per le dette cose
non glie celai non gli nascosi esser io di nobile schiatta, co-
m'egli era ma tutto li l apersi gli dissi quali furono gli Al-
dighieri, che vennero dagli Elisei e tutt' altro, e ciò feci per
eccitarlo a dire altrettanto ondei Farinata levo le ciglia un
poco in suso cioè un poco più sdegnoso poi disse i tuoi mag-
giori Guelfi fieramente furono aversi a me furono acerba-
mente, e fieramente nemici a me Ghibellino e ai mi primi
ed agli liberti et ame parte ed alla mia parte.
Dante infatti da prima fu Guelfo, e di Guelfi genitori,
checché si dica in contrario da molti o per ignoranza, o per
animosità. E Dante non sarebbe stato in Fiorenza, in gran
ricchezza, e nel 1300 uno de' reggenti, se non fosse stalo
Guelfo, giacché tanto tempo prima i Ghibellini tutti erano stati
scacciati da Fiorenza. Ma dopo la sua cacciata lo diremo Ghi-
bellino, anzi Ghibellino in superlativo grado, come lo attesta
Boccaccio da Certaldo nella vita, e costumi di Dante. Un certo
tale della stessa fazione mi raccontava, e lo dico ridendo, che
udito questo asserito dal Boccaccio, soggiunse — e certo sen-
za esser addivenuto Ghibellino non poteva compiere un tanto
lavoro, si che per due fiate li dispersi li scacciai dalla patria.
Farinata capo de' Ghibellini avea di vero per due volte scac-
ciati i Guelfi da Fiorenza, e specialmente i nobili al tempo
di Federico II quando le dette fazioni erano in gran fervore
Rambai.di — Voi. i. 17
258 INFERNO
nella Toscana, ed in tutta Italia, lo vidi una lettera in cui
Federico si compiaceva, che i Ghibellini di Fiorenza suoi
amici avessero espulso i Guelfi. Lo stesso Federico anzi, im-
prigionati alcuni nobili Guelfi, li trasportò in Puglia, e tutti
acciecò, e li fece morir di mazza nel mare. Una sol volta Fe-
derico assistette al comitato fiorentino, ma ricusò di entrare
in citta, perchè gli astrologi gli avevano predetto, che sarebbe
morto in Fiorenza. Morì peraltro in altra Fiorenza, nella Pu-
glia. Dante rende la pariglia a Farinata, che gli vantò la cac-
ciata de' suoi resposi a lui a quel Farinata et i miei maggiori,
e gli altri Guelfi tornar on d ogni parte l una e l altra fiata
e specialmente per Carlo antico, che vinse Manfredi figlio del
predetto Federico. E in fatti col favore di Carlo i Guelfi tor-
narono a Fiorenza, e fu scacciato Farinata con tutti gli altri
Ghibellini, s ei fuor cacciati e per maggior disprezzo ag-
giunse mai vostri gli Liberti, e gli altri Ghibellini non apre-
ser ben quell arte non impararono ben di tornare, come im-
pararono i miei, giacché non tornarono mai, anzi rimasero
dispersi pel mondo.
Allor surse seconda parte generale. Dante introduce al-
tro spirito fiorentino epicureo, che lo ricerca del proprio fi-
glio. Fu questi Cavalcante de' Cavalcanti caldo seguace di Epi-
curo, credendo fermamente, e persuadendo ad altrui, che
T anima moriva insieme col corpo. Aveva sempre in bocca
quel detto di Salomone — è uguale la morte dell' uomo, e
del giumento: uguale la condizione di entrambi. — Costui
fu il padre di Guido Cavalcanti, che fu altro splendore di
Fiorenza al tempo di Dante. Dante pose qui il padre di Guido,
non tanto perchè fosse epicureo, quanto per farsi strada a
parlare di Guido stesso, che fu eccellente personaggio.
Una ombra V anima di Cavalcante sorse allor si alzò
" CANTO X. 259
allora non lasciando proseguir Farinata alla vista scoper-
chiata all' arca di alzalo coperchio lungo questo dietro Fari-
nata, eh' era con lui nell' arca stessa in fin al mento non si
alzò sui piedi, come avea fatto Farinata, credo che s era in
ginocchio levato. V autore con ciò esprime, che Cavalcante
non fu tanto magnifico, né di cosi alto cuore come Farinata.
Sorge poi Cavalcante, perchè Farinata parlando contro Dante
dell'espulsione guelfa, implicitamente toccava ancora la es-
pulsione di Cavalcante stesso. Così V autore mette insieme
due epicurei di opposta fazione, Ghibellino 1' uno, l'altro
Guelfo, l'uno meritevole di fama per proprio merito, l'altro
per ragione di suo figlio.
Ille quello spirito me guardo dintorno come havesse ta-
lento di veder s altri era meco. Sembrava infatti probabilea Ca-
valcante, che suo figlio Guido fosse in compagnia di Dante, per-
chè due contemporanei lumi di Fiorenza filosofo l' uno, l' altro
poeta , della medesima parte, amici, e compagni, et disse pian-
gendo scorgendo che Dante era solo poiché il sospicar fu tutto
spento dopo che la sua lusinga , e speranza furono rotte mio fi-
glio Guido dov e? che fa? et perche n e teco? non si occupa egli
pure di qualche grande lavoro? — e ciò dico se tu vai per que-
sto career cieco per V Inferno, carcere degli eretici ciechi nella
fede , e chiusi, e carcerati in queste arche per altezza d in-
gegno mio figlio Guido non fu da meno di te per ingegno. Da
ciò si può argomentare, che Dante scese all' Inferno per l'al-
tezza dell' ingegno suo, e per gran forza d' intelletto, e rispon-
de a Cavalcante, che Guido non potrebbe fare altrettanto per-
chè non fu poeta, et io a lui risposi da me stesso non vegno
non fui il primo inventore di questa discesa, ma ebbi Virgilio
che mi abbreviò la strada colui che attende la Virgilio, che mi
aspetta me mena per qui per Io Inferno forse cui Guido vo-
260 INFERNO
stro ebbe a disdegno Guido infatti non si dilettò di poesia,
ma fu acuto filosofo, e sottile inventore, e compose una can-
zone sola di amore tanto ingegnosa, che Egidio romano la
commentò, come fece lo stesso Dino. Guido non degnavasi di
leggere i poeti, quindi nemmeno il principe di essi Virgilio;
egli piuttosto si occupava di filosofia per difendere Y errore
del padre suo.
Le sue parole Qui Y autore ripete la figura detta antipo-
fora rispondendo tacitamente ad obbiezione non fatta, ma che
far si potrebbe, e cioè — come rispondesti a costui, e come
sapevi che era Cavalcante, che ti avrebbe ricercato del figlio?
e risponde, che lo conobbe dal modo del dire, e dalla pena
le sue parole vale a dire come suo figlio non era seco, se
Dante scendeva ali Inferno per l altezza d ingegno. E fu
costretto ad accorgersi che si parlava di Guido, perchè allora
in Firenze non eravi altro ingegno, che lo arrivasse e l modo
de la pena la pena degli Epicurei m avian già lecto l nome
di costui di Cavalcante pero fu la risposta cosi piena. E quello
spirito drizzato di subito perchè il sospetto della morte del
figlio lo fece balzare in piedi, quando prima era in ginocchio
grido come dicesti egli ebbe perchè dicesti ebbe passato, e
non dici ha presente? Dante aveva detto, che Guido ebbe a
sdegno Virgilio usando di tempo passato, non per accennare
la di lui morte, ma per far conoscere, che in gioventù non at-
tese come Dante ai poeti ; ma Cavalcante spaventalo dall' e-
spressione del passato, gridò come dicesti ebbe? — non vive
egli ancora — non fiere gli occhi suoi il dolce lume ? non
gode del sole de' viventi? Guido viveva ancora, ma per poco
visse, perchè mancò ne' confini ucciso in una zuffa di parte.
Dante tardò alcun poco a rispondere a Cavalcante et ille spi-
rito ricadde supin cadde boccone dentro 1* arca quando s ac
CANTO X. 261
corse d alcuna dimora che io facea dinanti alla risposta
quando s' accorse del mio ritardo a rispondere et più non
parve fuora non tornò più fuori , quasi certo della morte del
figlio. Dante non tardò a rispondere per questo motivo, ma
per altra ragione, che si esporrà nel canto seguente.
Ma quél altro terza parte generale. Dante termina il di-
scorso con Farinata ma quell altro magnanimo Farinata d'a-
nimo alto a cui posta restato m era per cui mi era soffermato
allorché mi disse: piacciati di ristare in questo loco non muto
aspecto non cambiò aspetto nella mia rivalsa ne mosse collo
ne piego sua costa non piegò per nulla, o fece moto, e da ciò
appare la di lui fermezza nelle avversità ma continuando se
al primo detto ma rispondendo alla mia rivalsa i vostri
non appreser ben quest arte disse a me do mi tormenta più
che questo letto quest' arca in cui sto tra le fiamme s egli i
Ghibellini hanno male apresa quest arte di ritornare. E per
vendicarsi anch' egli, Farinata preconizzò a Dante la sventu-
ra, che avrebbe fatto Ghibellino pur esso Dante ma la faccia
de la donna che qui regge della luna eh' è regina dell' Inferno
non fia raccesa non si rinnoverà cinquanta volle non pas-
seranno cinquanta lune, o cinquanta mesi, o quattro anni che
tu saprai quanto quell arte pesa quanto sia pesante, e grave
F essere scacciato, e non potere più far ritorno. E si avverò
In predizione, perchè Dante fu bandito nell'anno 1303. —
Quanto è bella la maniera di esprimere la predizione! Eppure
alcuni scioli impugnano a Dante, che la luna sia la regina
dell' Inferno. Ma non san essi, che i poeti la mettono per re-
gina dell' Inferno, ossia di queste parti basse, in quanto che
regge le parti sottoposte, ed inferiori della terra, primamente
per ragione di vicinanza , comecché inferiore agli altri pianeti ,
e si dice faccia de' pianeti come si dice la terra faccia degli
2(52 INFERNO
elementi, ed è madre degli umori, come il sole è l' origine
del calore. Per la sua velocità, perchè in meno di trenta
giorni percorre tutto lo Zodiaco, e muta l'aria, e cagiona i
venti e la pioggia, e la pioggia trasforma in neve, attraendo
essa gli umori di lontano nel modo, che la calamita attrae il
ferro. La luna è la significatrice di tutti i pianeti , ed è quasi
imbuto dell'influsso planetario: ecco perchè seguiamo il moto
lunare nelle nostre operazioni.
E se tu redi mai nel dolce mondo se tu per grazia di-
vina torni al mondo de' viventi, dolce a petto di questo mondo
infernale, dice Farinata dimme per che quel popolo fiorentino
si impio non usa pietà, e misericordia incontra ai miei gli
Uberti e Ghibellini in ciascuna sua legge giacché in ogni ri-
forma, o richiamo sempre si escludevano gli Uberti. Dunque
i fiorentini sono più trasportati dalle passioni di parte, se niun
Ghibellino può avere la pubblica rappresentanza. Dante ag-
giunge, che la strage di Monte-aperto fu la cagione dell'odio
contro i ghibellini. Ed è infatto, che nel 1258 gli Uberti vo-
lendo per superbia sottomettere il popolo fiorentino, questo
con furore li scacciò dalla città, e nel tumulto fu ucciso Schia-
tuzio degli Uberti, e Uberto Caria preso, e decapitato. Fari-
nata allora con altri degli Uberti, e con molti nobili ghibel-
lini si rifuggiò in Siena, dove predominava il suo partito. Due
anni dopo, nel 1260 i fiorentini insieme coi loro aderenti, e
cioè con quei di Lucca, di Pistoia, e di Orvieto, essendo l'a-
gosto, tentarono Montalcino con grande apparato di vettova-
glie. Montalcino è castello nel contado di Siena. Gli vennero
incontro Provinziano Silvano signore di Siena, il conte Gior-
dano parente del re Manfredi, cui erano statj mandati ottocen-
to cavalli tedeschi, Farinata degli Uberti, Gherardo de' Lam-
berti coi Ghibellini esiliati, e s'incontrarono le intere forze
CANTO X. 263
dell'una, e dell'altra parte innanzi a Monte-aperto, dove per
dir tutto in poco, i fiorentini furono sbaragliati con immen-
sa loro strage. Pochi cavalieri rimasero sul campo, ma fu-
rono uccisi del popolò: quattro mila morti; molti fatti pri-
gionieri; perduta la immensa provvigione. Per tale sconfìtta
rimase indebolito il partito Guelfo, ed il cardinal Ubaldino
Ottaviano fece in corte per ciò il più brillante tripudio. Al-
berto di Parma altro cardinale per altro gli disse — perchè
rallegrarsi, quando i vincitori saranno vinti in perpetuo? —
Così apparve profeta, perchè mai più i Ghibellini furono ca-
paci di tornare in Fiorenza. Il conflitto ebbe luogo in giorno
di sabbato ai 4 di Settembre, et io a lui io Dante risposi a
Farinata lo stratio grande et scempio la strage, e ruina che
fece lurbia colorata in rosso che voi, e gli altri Ghibellini
faceste de* fiorentini presso T Arbia, fiume che scorre alle falde
di Monte-aperto tinse di sangue le acque di quel fiume in modo,
che tu bere non ne potesti , come Mario non potè bere l'acqua
di Atene guasta dal sangue nemico per la maravigliosa strage
da lui operata fa far tal oration nel nostro tempio come si
racconta in Fiorenza. La interpretazione per altro mi sembra
Iroppo libera se intendi in genere tempio, perchè evvi ra-
gione di maggior restrizione. Presso al palazzo de* priori esi-
ste una chiesuola , che una volta fu capella degli liberti , e dove
erano le loro arche gentilizie. In questa capella spesso tenevasi
consiglio, e ad ogni riforma sul proposito di richiamo dei
banditi, o per altro oggetto, o carica, sempre si eccettuavano
gli Uberti, ed i Lamberti. Con ragione adunque l'autore pone,
che la crudele strage di Monte-aperto fosse motivo, per cui si fa
orazione nella capella degli Uberti. Quale nobile maniera di e-
sprimersi! In quella cappella infatti le orazioni erano per odio
di parte, mentre in altri tempi sono di amore, e di perdono
264 INFERNO
anche degli slessi nemici. E l'odio contro gli liberti arrivò a
tanto, che si apersero i sepolcri di quel tempietto e le ossa,
o ceneri degli liberti furono gettate nell'Arno, poi Farinata a
scusarsi di tale strage , ricordava un atto di pietà verso la Pa-
tria — io non fui solo a fare la patria desolata, ei diceva, ma
fui ben solo a difenderla — e per comprendere la forza ditali
detti è a sapersi, che una volta i Ghibellini cacciati da Firenze,
e gli altri della Toscana si radunarono in valle Elsa presso di
Empoli, e tenuto consiglio, deliberarono di prendere Fiorenza,
saccheggiarla, ed interamente demolirla col ferro, e col fuoco,
perchè era impossibile tenerla, ed era, e sarebbe sempre stata
un fomite delle guerre di Toscana tutta, anzi d'Italia. Ma Fa-
rinata con libera, ferma, e magnanima voce si oppose di-
cendo— ciò non sarebbe mai avvenuto — anteporrebbe esser
esule per tutta la vita — anteporrebbe morire anzi che mirar
la ruina della sua patria: e snudata la spada gridò qualunque
si opponga abbia questo ferro nel cuore — Farinata seguì l'e-
sempio di Scipione africano, che presso Canne, fatta im-
mensa strage de' romani, e consigliando alcuni nobili, e vili
di fuggire abbandonando la patria, e l'Italia, esso rampo-
gnandoli si oppose, e li tolse dall'infame proponimento, et
Me Farinata disse io non fui solo a ciò a commettere la
strage de' miei concittadini ne certo sarei mosso con gli altri
Ghibellini sanza cagionmz perchè fui così maltrattato, come
si disse poich ebbe sospirando mosso il capo in segno di do-
lore ma fui solo che la difesi a viso aperto con fermo e sin-
cero cuore cola dove sofferto nel luogo dove si deliberò per
ciascuno anche fiorentino di tor via Firenze di distruggerla.
Se io solo non mi fossi opposto, o Firenze più non sarebbe,
o non sarebbe florida, e potente com'ora. Ed un tale mi di-
ceva— ben fece Dante a castigar col fuoco Farinata, perchè
CANTO X. 265
si oppose alla distruzione di Firenze, che è fuoco di discor-
dia di tutta Italia, e specialmente della ribellione contro della
Chiesa romana. Ma Farinata non ebbe altro fine nel vantare
il reso servigio, se non se di rompere la durezza fiorentina
contro de' suoi.
Dante infine ricerca Farinata sulla prescienza de' dannati
delle cose future. Ciano gli aveva predetta la discordia di
Fiorenza, e la di lui espulsione; ma non per tanto sembrava
che i dannati ignorassero le cose presenti, mentre Cavalcante
ignorava, se Guido figlio suo fosse vivo, o fosse morto io pre-
gai io Dante pregai Farinata deh esclamazione deprecativa
scioglieteme quel nodo il dubbio che qui a inviluppata mia
sentenza e non potei rispondere tosto a Cavalcante se vostra
semenza riposi mai se Dio accorderà a vostri nipoti riposar
nella patria. Alcuni portano diversa interpretazione, e cioè
— se quelli di tua schiatta saranno salvi, o dannati — La
prima interpretazione è migliore, e più secondo la mente del-
l'autore, tanto più che Farinata aveva detto prima tormen-
tarlo più la dispersione de' suoi, che il suo castigo et par che
voi vegiate se bene odo se il vero ascolto, pare che voi pre-
vediate quel che l tempo seco aduce cioè il futuro e nel pre-
sente tenete altro modo ma ignorate il presente.
Risponde Farinata, che i dannati preveggono il futuro in
quel modo, che taluno di vista debole, vede. Sono varie le in-
terpretazioni di questa risposta. Alcuni dicono, che chi ha de-
bol vista non vede mai perfettamente alcuna cosa, se non gli
viene mostrata da altri: e così i dannati non conoscono né
presente, né futuro, se non in quanto gliel riferisca o il de-
monio, od altro spirito giunto di nuovo all'Inferno. — Bella,
e cattolica interpretazione, ma non vera! Altri sostengono,
che i dannati non possono predir che la morte, ma questa
266 INFERNO
interpretazione è arbitraria, e contro la lettera del testo, per-
chè Farinata predisse a Dante l'esigi io, come lo predissero
altri. A cogliere il vero parmi, che si debba premettere il ri-
flesso, che quelli di cattiva vista alcune volte veggono meglio
degli altri, alcuni di lontano, altri da vicino, la cui ragione è
rispettiva. Chi ha molta vista ma non chiara scorge meglio di
lontano, perchè i raggi più son lontani più son divisi. Chi ha
poca vista, ma chiara vede bene da vicino; ma Dante parla
di coloro che veggono in lontananza , e così i dannati veggo-
no le future, e non le cose presenti. iUe quel Farinata disse
mi rispose noi vegiam le cose che ne son lontane le cose fu-
ture come quei eh a mala luce che ha cattiva vista. Dà la
ragione di ciò el sommo Duce tanto ne spira ancora ancora
spira a noi luce di cognizione; ed air incontro nostro intel-
lecto e tutto vano nulla intendiamo, e le sappiamo quando
s appressano o sono quando son vicine, o presenti et nulla
sepem di vostro stato fiumano delle cose del mondo attuali
s altri noi n aporta se alcuno venendo all' Inferno non rac-
conti le notizie de' viventi, come tu ora, o Dante, e come nel
canto XVI. I dannati conoscono le cose funeste di quelli , dei
quali furono in vita conoscenti, ed amici, e da tale cognizio-
ne possono congetturare del futuro, come del cambiamenlo
di stato della patria. Così Farinata, e Ciano furono congettu-
ranti, ma non prescienti. Dante poi ha seguito s. Agostino,
che lasciò scritto — i morti non sanno quel che si fa, e dopo
possono impararlo da quelli, che di qui, morendo giungono
ad essi: lo possono anche sapere dagli angeli. — Dalle pre-
messe ne viene spontanea conclusione, che dopo il giorno
del giudizio finale i dannati resteranno in un assoluta igno-
ranza pero puoi comprendere dalle mie parole che nostra co-
noscenza la nostra prescienza sira tutta morta perduta da
CANTO X. 267
quel punto che la porta dell'inferno fia chiusa dopo il di
del giudizio perchè niuno potrà più peccare, e scendere al*
T Inferno. 0 secondo altra interpretazione — perchè dopo il
giudizio niuna cosa sarà più futura, non essendovi più tem-
po, ma solo eternità.
Allor allora io Dante come compunclo di mia colpa quasi
pentito od assoluto di mia colpa dissi a Farinata or dite dunque
a quel caduto a Cavalcante, che era caduto boccone nell'arca,
quando Dante tardò a rispondere che l suo nato Guido suo
figlio e ancor congiunto coi vieti e significategli et fateli a
sapere per parte mia s io fui di anti muto poco sollecito a
rispondere che Ifei perche pensava già nell errore perchè
era nel dubbio che m avete soluto sulla prescienza dei dan-
nati. Guido era genero di Farinata, e l'incombenza di assicu-
rar Cavalcante, che viveva il figlio, è giustificata nell'autore.
E già l maestro quarta, ed ultima parte. Altri spiriti epi-
curei, e colloquio con Virgilio sull'esiglio di Dante preconiz-
zato da Farinata e già l maestro mio mi richiamava dicen-
domi non dover perdere più tempo perch io pregai lo spirto
più avaccio più sollecitamente, più presto che mi dicesse chi
con lui si stava gli altri epicurei puniti nella grand' arca col
fuoco, ille Farinata dissemi io giaccio qui in quest'arca
con più di mille mette F incerto per esprimere la inumera-
bilità degli epicurei. E del numero sterminato di essi sorsero
due notissimi, l'uno secolare, Faltro sacerdote insignito di
gran dignità. Il primo Federico II del quale altrove molto si
dirà, fu vero epicureo. Avuto V impero con mezzi leciti , ed ille-
citi, si mostrò ingratissimo contro alla santa Madre Chiesa Cat-
tolica, che Io aveva difeso, ed educato pupillo , e lo aveva a
tanto inalzato. Trent'anni afflisse con guerre la madre sua,
la Chiesa. Segnò pace vergognosa col Soldano, mentre poteva
268 INFERNO
ricuperare tutta la Terra santa. Trattò crudelmente, ed inde-
gnamente molti prelati , che per mare passar volevano al Con-
cilio, e carcerati, li fece marcire in dure prigioni, e morire.
Spinse i Saraceni in Italia. Conferì beneficii ecclesiastici, e
gran parte ne usurpò. Nella Siria fu preso d' amore per una
principessa di Antiochia; ma essa, perchè Federico aveva
moglie, ricusò qualunque offerta. Allora il libidinoso diede
ordine, che in dato giorno arrivassero due galee in mare con
nocchieri a bruno vestiti, i quali dicessero esser venuti da
occidente, e versando lagrime, annunciassero, che la impe-
ratrice moglie di Federico era morta. Con tal frode la sedusse,
e tenne qual legittima consorte, ed ebbe un figlio, che nomò
Federico di Antiochia, quello che a nome del padre fu man-
dato Vicario in Turchia, e spedito a Fiorenza con 1500 cava-
lieri in sussidio de' Ghibellini. Pqr dirla in breve Federico
morì scomunicato, e come alcuni vogliono, soffocato dal fi-
glio suo Manfredi. Fu non pertanto valorosissimo, e poten-
tissimo, come si dirà nel canto XIV.
Dice quel Farinata el secondo Federico secondo per di-
stinguerlo dall'avo suo Federico Barbarossa, ossia Federico
primo e qua entro in quest' arca, dove son io, e cui non ba-
stavano tutti i regni del mondo, ed ora è qui rinchiuso e
/ Cardinale. Il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, chiaro al
tempo di Manfredi, e di Carlo primo. Veramente Dante non
lo specifica, ma fu uomo tanto chiaro a suo tempo, molto
sagace, ed ardito, il quale opponevasi alla corte romana, e
qualche volta la tenne nel fiorentino nelle terre de' suoi, e
spesso difendeva i ribelli della Chiesa contro i cardinali, ed il
Papa. Fu protettore de* Ghibellini, ed otteneva quanto gli ve-
niva in capo, e per suo mezzo fu eletto P arcivescovo di Mi-
lano, che esaltò la sua stirpe al dominio di quella città, e ad
CANTO X. 269
altri domimi in Lombardia. Fu molto onorato, e temuto.
Quando si diceva — il cardinale ha detto — il cardinale ha
fatto, s' intendeva del cardinale Ottaviano degli Ubaldiniper
eccellenza. Ad onta di tutto questo fu epicureo di parole ,
e di fatti. Avendo una volta chiesta ai Ghibellini di Toscana
certa quantità di denaro, ed essendogli stata negata, proruppe
in queste parole — se si ha un'anima io la perdetti molte volte
pei Ghibellini — conclude Farinata e degli altri mi tacio per-
chè sarebbe impossibile menzionare i magnifici personaggi
della setta di Epicuro, e sarebbe cattivo esempio infamare gli
uomini con tal colpa quando non fosse pubblica, e notoria.
Oh quanti eretici si fingono cattolici per timore dell' infamia!
Indi s ascose quel Farinata et io volsi i passi ritornai
in ver l antico poeta verso Virgilio poeta antico, perchè fiorì
al tempo di Ottaviano ripensando a quel parlar che mi pa-
rea nemico al discorso di Farinata, else mosse perchè dap-
prima era fermo ad aspettare e poi cosi andando per non
perder tempo mi disse perche se tu si smarrito? et io li so-
disfeci al suo domando gli raccontai il pronostico fattomi
da Farinata, quel saggio quel savio Virgilio mi comando la
mente tua conservi quel che ai udito contro di te tienti a
mente quanto udisti, perchè a suo tempo avrai bisogno di
forza per sopportare i rovesci di tua fortuna . et ora attendi
qui e dricio l dito alzandolo al cielo, quando sarai dinanti
al dolce raggio in cielo dinanzi al lume di Beatrice di quella
il cui bel viso tutto vede della scienza sacra che legge nelle
cose umane e divine da lei saprai il viaggio di tua vita il
corso di tua fortuna, il tuo esilio, tutto. Ma Dante non ascol-
terà queste cose direttamente da Beatrice , sibbene da Caccia-
guida nel canto XVII del Paradiso, quale per altro parla ad
insinuazione di Beatrice stessa, mosse poi l piede a man si-
270 INFERNO
nistra volse poi alla sinistra, giacché prima aveva voltato
alla destra lasciamo l muro lasciammo le mura della città e
gimo in ver lo mezzo verso il mezzo di essa per un sentier
per una stradetta eh a una valle sede che termina in una
valle che qual valle facea spiacer suo lezzo mandava un fe-
tore in fin la su che si facea sentire fino nel punto dal quale
discendevamo verso la valle.
CANTO XI.
TESTO MODERNO
In su l'estremità d'un' alta ripa,
Che facevan gran pietre tutte in cerchio,
Venimmo sopra più crudele stipa: 3
E quivi per l'orribile soperchio
Del puzzo, che il profondo abisso gitta,
Ci raccostammo dietro ad un coperchio, 6
D'un grand' avello, ov'io vidi una scritta,
Che diceva: Anastasio papa guardo,
Lo qual trasse Fotin dalla via dritta. 9
Lo nostro scender convien che sia tardo,
Sì che s'ausi in prima un poco il senso
Al tristo fiato, e poi non fia riguardo. 12
Così '1 Maestro. E io: Alcun compenso,
Dissi lui, trova, che il tempo non passi
Perduto. Ed egli: vedi che a ciò penso. 18
Figliuolo mio, dentr'a cotesti sassi,
Cominciò poi a dir, son tre cerchietti
Di grado in grado, come quei che lassi. 18
Tutti son pien di spirti maledetti :
Ma perchè poi ti basti pur la vista,
Intendi come, e perchè son costretti. 21
D'ogni malizia, ch'odio in cielo acquista,
Ingiuria è il fine: e ogni fin cotale
0 con forza o con frode altrui contrista. 24
272 INFERNO
Ma perchè frode è dell' uom proprio male ,
Più spiace a Dio: e però stari di sotto
Gli fraudolenti, e più dolor gli assale. 27
* De* violenti il primo cerchio è tutto:
Ma perchè si fa forza a tre persone
In tre gironi è distinto, e costruito. 30
A Dio, a sé, al prossimo si puone
Far forza: dico in loro e in lor cose,
Come udirai con aperta ragione. 33
Morte per forza, e ferule dogliose
Nel prossimo si danno, e nel suo avere
Ruine, incendi, e collette dannose: 36
Onde omicidi, e ciascun che mal fiere,
Guastatori , e predon tutti tormenta
Lo giron primo per diverse schiere. 39
Può uomo avere ip sé man violenta,
E ne* suoi beni : e però nel secondo
Giron convien che senza prò si penta 42
Qualunque priva se del vostro mondo,
Biscazza, e fonde la sua fa colta de,
E piange là dov'esser dee giocondo. 45
Puossi, far forza nella Deitade,
Col cuor negando, e bestemmiando quella,
E spregiando Natura , e sua bontade: 48
E però lo minor giron suggella
Del segno suo e Soddoma e Caorsa,
E chi, spregiando Dio, col cuor favella. 51
La frode, ond'ogni coscienza è morsa,
Può l'uomo usare in quei che in lui si fida,
Ed in quel che fidanza non imborsa. 54
Questo modo di retro par che uccida
CANTO XI. 273
Par lo vincol d'amor, che fa Natura:
Onde nel cerchio secondo s'annida. 57
Ipocrisia, lusinghe, e chi affattura,
Falsità, ladroneccio, e simonia,
Ruffian, baratti, e simile lordura. 60
Per l'altro modo quell'amor s'oblia,
Che fa Natura, e quel eh' è poi aggiunto,
Di che la fede speziai si cria: 63
Onde nel cerchio minore ov'è il punto
Dell'universo, in su che Dite siede,
Qualunque trade in eterno è consunto. 66
E io: Maestro assai chiaro procede
La tua ragione, e assai ben distingue
Questo baratro, e '1 popol che il possiede. 69
Ma dimmi: quei della palude pingue,
Che mena il vento, e che batte la pioggia,
E che si scontrati con sì aspre lingue, 72
Perchè non dentro della città roggia
Son ei puniti, se Dio gli ha in ira?
E s'ei non gli ha, perchè sono a tal foggia? 75
Ed egli a me: perchè tanto delira,
Disse, lo ingegno tuo da quel ch'ei suole,
Ower la mente dove altrove mira? 78
Non ti rimembra di quelle parole ,
Con le quai la tua Etica pertratta
Le tre disposizion che '1 Ciel non vuole: 81
Incontinenza, malizia, e la matta
Bestialitade? e come incontinenza
Men Dio offende, e men biasimo accatta? 84
Se tu riguardi ben questa sentenza ,
E rechiti alla mente chi son quelli,
Rambaldi — Voi. 1. 18
274 INIKKNO
Che su di fuor soslengon penitenza, 87
Tu vedrai ben perchè da questi felli
Sien dipartiti, e perchè men cruciata
La divina Giustizia li martelli. 90
0 Sol che sani ogni vista turbata»
Tu mi contenti sì quando tu solvi ,
Che non men che saver, dubbiar, m'aggrata! 93
Ancor un poco indietro ti rivolvi,
Diss'io là dove di', ch'usura offende
La divina bontade, e il groppo svolvi. 96
Filosofia, mi disse, a chi l'attende,
Nota non pure in una sola parte,
Come Natura lo suo corso prende 99
Dal divino intelletto , e da sua arte:
E se tu ben la tua Fisica note,
Tu troverai non dopo molte carte, 1M
Che l'arte vostra quella, quanto puote,
Segue, come il maestro fa il discente,
Sì che vostr' arte a Dio quasi è nipote. 105
Da queste due, se tu ti rechi a mente
Lo Genesi dal principio, conviene
Prender sua vita, e avanzar la gente. 108
E perchè l'usuriere altra via tiene,
Per sé natura , e per la sua seguace.
Dispregia , poi , che in altro pon la spene. 1 1 1
Ma seguimi oramai, che il gir mi piace:
Che i Pesci guizzan su per l'orizzonta,
E il Carro tutto sovra Coro giace,
E il balzo via là oltre si dismonta. H5
canto xi. 275
COMMENTO DI BENVENUTO
Dante descrive i tre cerchi, che restano a percorrersi. Il
canto può dividersi in tre parti generali: nella prima prose-
gue il cammino: nella seconda descrive i cerchi figliol mio
nella terza rischiara due dubbii sulla trattata materia et io
magistro ecc.
Venimo sopra più crudele stipa Virgilio, ed io Dante.
Stipa, come dissi altra volta suona — chiude, calca, addensa:
qualche volta è volgare bolognese equivalente a sia; (quan-
do si voglia per equivalente a sia bisogna leggere sipa) altre
volte è nome di — gabbia — in cui si chiudono i polli, ed in
questo senso si prende qui metaforicamente, imperocché nel
modo stesso che i polli chiudonsi nelle gabbie, così le anime
sono chiuse in questo carcere duro. Insù l estremità di un
alta ripa — che facean gran petre rotte in cerchio sassi
grossi posti in cerchio; anche questo luogo è circolare, come
tutti dell'Inferno, e vuole indicare la difficoltà, e scabrosità
della materia. Dante finge di sentire un gran fetore, e siccome
il nome della virtù dicesi buon odore, così quello de' vizi di-
cesi fetore: il fetore poi proviene dalle molte lagrime versate,
essendo valle bollente Cuna di pece ardente, l'altra piena di
serpenti, una terza ecc. In esse sono castigate le frodi, e le ma-
lizie, e Dante dice della frode ecco colei che tutto l mondo
appuzza — quivi ci raccostamo in dentro chiudendoci le
nari per l horribel soperchio del puzzo per l'eccesso, e so-
prabbondanza del fetore che l profondo abisso gitta appog-
giandoci ad un coperchio d un grande avello Dante vuole
esprimere, che mai non perdette tempo: nel mentre, pel fe-
tore, si era ritirato verso le arche, si appoggiò ad una grande,
non a quella di Epicuro, da cui si era già allontanato, ma a
quella di un altro grande eresiarca Fotino, in cui era sepolto A-
*
276 INFERNO
naslasio papa. E perchè l'autore aveva troppo brevemente trat-
tato la materia dell' eresia , ora crede di ritornare sulla materia
stessa, e parla brevissimamente di Fotino, che tenne l'errore di
Maometto, il quale sosteneva, che Cristo era nato secondo la
carne, e col mezzo di coito da Giuseppe e Maria. Fotino fu un
diacono greco di Tessalonica, e fu vescovo di Smirne patria del
gran poeta Omero. Esso pure sostenne, che Cristo fu concetto
da Giuseppe, e da Maria coi modi ordinari della carne. — A-
nastasio secondo, romano, fu in Costantinopoli al tempo di
Zenone, e quando in Roma comandava Teodorico re de7 Goti
che esiliò, e fece morire Boezio. Molti chierici, e sacerdoti si
allontanarono dalla comunione di Anastasio, perchè in rela-
zione con Fotino, e perchè sosteneva, e difendeva lo slesso
errore; anche il papa pertinace nell'eresia può essere deposto.
Si accorda ad Anastasio una grand' arca, perchè il primo fra
i sacerdoti cristiani, e perchè l'arca doveva contenere i se-
guaci di Fotino; e l'arca aveva un epitafio, come lo hanno
tutti i sepolcri de' grandi : l' epitafio poi inciso nel coperchio
era — Fotino seduttore, ed Anastasio sedotto — ove io vidi
una scripta nel coperchio che dicea scolpito con queste
parole Anastagio Papa guardo chiudo in quest'arca sepol-
crale lo qual trasse Fotin de la via dritta dalla via retta della
fede. In questo verso commette un'anfibologia, cioè una dub-
bia locuzione, imperocché alla retta intelligenza si deve sup-
porre di Fotino una cosa, e di Anastasio un'altra, eia lettera
deve porsi così lo qual quale Anastasio Fotin trasse fuor de
la via dritta e non diversamente. Fotino deve essere l'agente,
Anastasio il paziente, lo nostro scender convien esser tardo
dobbiamo scendere lentamente , e con precauzione si chel
senso l'odorato s ausi prima un poco al tristo fiato al fetore.
Natura sdegna le repentine mutazioni, come lo mostra espe-
CANTO XI. 277
rienza. Chi la prima volta entra nel mare si conturba, esente
destarsi il vomito, ma dopo qualche tempo vi si avvezza, ed
il molo marino gli cresce sempre l'appetito. Così Dante a
poco a poco nella contemplazione crescerà di acutezza e di
energia, e si assuefarà a quell'amara, e puzzolente materia
et poi non fia riguardo e poi non avremo soggezione e ri-
spetti cosi el maestro in tal modo mi parlò Virgilio etto dissi
a lui trova alcun compenso che l tempo non passi perduto
insegnami qualche cosa, dammi qualche istruzione, prima
di entrare più innanzi in città, et elli Virgilio rispose vedi che
penso a ciò vedi che abbiamo lo stesso pensiero. Dante pre-
parava la descrizione dei compartimenti della città, per evi-
tare ogni confusione.
Figliol mio seconda parte generale. L' autore dice, che
la città è ripartita in tre gran cerchi principali, ciascuno dei
quali contiene altri cerchi minori, e particolari. Poi comintio
a dire lo stesso Virgilio figliol mio tre cerchietti tre cerchi
son dentro da cotesti sassi trovansi dentro questa cinta for-
mata di sassi in cerchio, come si disse nel primo canto di
grado in grado gradatamente come quei che lassi sono posti
nello stesso ordine, come i sassi dei cerchi, che finora scor-
resti, e lasciasti, tutti sonpien di spirti maladetli tutti i
cerchi son pieni di perversi viziosi, ma intendi perche et
corno son costretti ma rifletti al perchè, e come questi spirili
vi son carcerati; contempla la colpa, e la pena perche poi le
basti più la vista perchè colla sola vista tu conosca le loro
scelleratezze, e la pena condegna senza bisogno di altra mia
spiegazione. — Ogni colpa, colla quale si offende Dio, si com-
mette in due modi, per violenza cioè, e per frode: il secondo
modo è più detestabile del primo, perchè ha sempre con sé
la fredda premeditazione, ingiuria e il fine d ogni malizia
278 LNFERSO
d'ogni opera cattiva eh acquista odio in celo clic rende
l'uomo odioso a Dio. L'uomo infatti male operando fa ingiu-
ria o a Dio, o a sé , od al prossimo e ogni fin cotale, ed ogni
azione consimile contrista altrui reca altrui tristezza o con
forza o con frode con violenza, o con frode ma frode più
spiace a Dio perclie proprio male del omo essendo la frode,
in cui è malizia, — propria soltanto dell'uomo, mentre la
violenza è propria anche degli altri animali. La frode infatti
non si opera senza calcolo, e deliberazione; ma la violenza è
impetuosa, non calcolata, come veggiamo ne7 bruti, o cau-
sata da impeto naturale e pero slan di sotto li fraudolenti
più verso il centro in più grave supplizio et più dolor li as-
sale. Il primo cerchio generale contiene i violenti in genere,
e si suddivide in altri tre cerchi minori, perchè la violenza è
contro Dio, contro sé, contro il prossimo, il primo cerchio
e tutto di violenti senza nessun fraudolento ma e distincto e
costructo in tre gironi questo primo cerchio generale si sud-
divide in tre cerchi particolari perche si fa forza a tre per-
sone a Dio, a sé, al prossimo. Il primo dei tre punisce le in-
giurie al prossimo, ed é cerchio maggiore, perchè contiene
maggior quantità di anime, ma la pena è minore: — il se-
condo punisce le ingiurie a sé, ed è minore del primo, perchè
contiene minor numero di anime, ma ha pena maggiore: il
terzo è minore del secondo, ma contiene pena anche mag-
giore, forza si paone si può fare a Dio a se al prossimo e
suddistingue la triplice violenza dico in lor et in far cose.
Ciascuna delle tre violenze si può commettere in due manie-
re — nella persona, e nelle cose. La prima ingiuria contro
del prossimo si commette nella persona — colla uccisione —
ferite — percosse — parole ecc. La seconda nelle cose — ru-
bando — o recando danno ne' beni ecc. La seconda violenza
CANTO XI. 979
in sé parimente si commette in due modi, nella persona— uc-
cidendosi— ferendosi ecc. nelle cose — pazzamente dilapidan-
do , e disperdendo le proprie cose. — La terza violenza pure
contro Dio si commette nella persona — bestemmiando, o ne-
gando Iddio — nelle cose disprezzando la bontà divina nella
natura, ed arte come udirai con aperta ragione. Chi offende
il prossimo, viola il precetto di carità, meno stretto per altro
di quello verso di sé morte per forza morte violenta e ferite
dogliose dolorose se danno nel prossimo quanto alla persona
e mine incendi nelle cose e toilette dannose violenti estor-
sioni, rapine 5e danno nel suo avere si commettono nelle
cose.
Lo giron primo tormenta tutti omicidi tutti coloro, che
violentemente uccisero il prossimo et ciascun che mal fere i fe-
ritori guastator devastatori de' beni predon assassini per di-
verse schiere secondo la diversità di tali violenze nella per-
sona, o cose del prossimo.
L omo puote haver man violenta in se et ne suoi beni
nella persona, e beni propri qualunque priva se del vostro
mondo qualunque si uccide, biscazza et fonde la sua faculr
tade dissipa le proprie sostanze piange la dove dia esser gio-
condo rattristandosi, e dolendosi quando poteva esser lieto,
e contento convien che se penta che si punisca nel secondo
giron secondo cerchio de' violenti sanza prò senza profitto,
perchè il pentirsi è troppo tardi.
Puossi far forza nella deitade in Dio nella persona ne-
gando e bestemmiando quella con bestemmie, od eresie che
impugnino la esistenza di Dio; e similmente nelle cose dispre-
giando natura et sua bontade V arte, che procede dalla bontà
della natura e pero lo minor giron il terzo cerchio de' vio-
lenti, che è minore dei tre su-gella Sodoma contiene i Sodo-
280 INFERNO
miti e Caorsa gli usurai. Caorsa è città nelle Gallie piena di
usurai e chi favella col cor spregiando Dio bestemmiando
Dio col segno suo colle fiamme che lor cadono addosso ed im-
primono indelebili cicatrici, come si dirà.
La violenza per frode avviene in due modi. La frode in
genere viola, e rompe il vincolo generale di natura, giacché
ogni uomo è per natura amico dell'uomo. In forza di tal vin-
colo è nato il precetto -- non fare agli altri quello che non
vuoi fatto a te — serba fede a tutti. — Altra frode secondaria
è quella, che viola un vincolo aggiunto al vincolo generale— la
fraude del padrone — del parente — del vicino — del socio
— dell'amico, e questa seconda è peggiore. Ecco perchè i
traditori si puniscono nel più basso fondo. La prima frode è
di minor gravità, e può commettersi in dieci modi, ed il cer-
chio, in cui si punisce, è per conseguenza subdiviso in altre
dieci parti, che Dante chiama bolge.
Il tradimento si commette in quattro modi , e quindi il cer-
chio, in cui si puniscono i traditori, è diviso in quattro parti.
Dalle cose dette puoi rilevare pertanto che sono nove i cerchi
generali, e primari dell'Inferno, cinque fuori della città, uno
dentro, e presso la mura, dove son puniti gli eretici, e gli
altri tre nell' interno, e come sopra suddivisi.
L omo può usar la frode ond ogni conscienza e morsa
non può commettersi frode senza rimorso di coscienza, per-
chè la frode si esercita con appensamento , e non per impeto
in colui eh in lui fida che confida in lui, cioè contro il pa-
dre, la patria, l' amico, il congiunto et in quel che non im-
borsa fidanza in colui che non ebbe fiducia per qualche spe-
ciale motivo, questo modo di retro quest' ultima frode par
eh incida sciolga, rompa più lo vincola amor che fa natura
il vincolo generale di natura, come ingannando lo straniero,
CANTO -XI. 281
cui non ci lega che carità , e pietà naturale. Specifica poi
costoro, e mostra dove son posti ipocresia gì' ipocriti lusin-
ghe adulatori et chi-uffattura i maleficianti, o facitori di ma-
lie, ed incantesimi falsità falsatori di metalli, di merci, od
altro ecc. ladronegio i ladri, assassini et simonia i simoniaci
venditori, e compratori di cose sacre et rufiani mezzani,
lenoni, i corruttori di donne e barati i barattieri, anche del
proprio ufficio e simele lordura e consimili malvagi s an-
nida son posti , e castigati nel secondo cerchio nel secondo
cerchio generale ripartito in dieci bolge. Dante per altro nelle
divisioni non serba ordine alcuno, come vedi»
Quell amor generale, o vincolo generale, cui la fede ag-
giunge altro vincolo di che la fede speciale si cria — s oblia
quando cioè taluno oltre al vincolo generale viola il vincolo
speciale di fede, si oblia per l altro modo per la prima specie
di frode unde qualunche tv ade ogni traditore e consunto in
eterno eternamente, perchè la morte eterna serve alla vita
dell'anima, come l'erba alla vita dell'animale, nel cer-
chio minore nel terzo cerchio generale, eh' è il nono del-
l' Inferno, ed ha forma di pozzo nel centro della terra del-
l universo in su che Dite siede sopra del qual cerchio, o
nel qual centro sta il re dell'Inferno, e dov' è il fondamen-
to della città di Dite.
Ed io maestro terza parte generale. Dante ricerca se nel
riparto su espresso sia compresa ogni malizia, ed ogni altra
colpa; e sembra che no, giacché fuori di questi cerchi tro-
vansi i lussuriosi, i golosi, gli avari, i prodighi, gl'iracondi,
gli accidiosi, i superbi — ; la distinzione adunque non sem-
bra perfetta et io dissi o Maestro la tua ragione procede assai
chiara perchè bene, e chiaramente distinguesti,, e ripartisti
questa città e assai bene distingue questo baratro questa vo-
282 INFERNO
ragine infernale e l popol che l possedè la moltitudine de' pu-
niti in esso ma dimme per far sparire ogni dubbiezza quei dal-
la palude pingue quelli che si castigano nella palude Stige,
grassa, e pantanosa et UH che mena il vento i lussuriosi, che
il vento trasporta così velocemente et che batte la pioggia i
golosi, quali macera continua pioggia et che s incontran con
si aspre lingue e gli avari , e prodighi che mordacemente s' in-
giuriano, questi tutti e simili perche non son puniti dentro
de la citta rogia perchè non son puniti nella città rossa dal
fuoco degli eretici intorno alle mura se Dio li ha in ira se
sono in ira a Dio? ma se non han colpe e perchè si tormen-
tano con vari supplizi? et se non li ha in ira perche sono a
tal foggia perchè sono separati da costoro fuori della città in
più libero campo?
Et etti a me quel Virgilio mi rispose lingegno tuo over
la mente9 la memoria perche tanto delira tanto è alterata da
quel eh e suole ed era solito di far ricerche più gravi dove al-
trove mira? il tuo ingegno che soleva ricercarmi sulle cause
nascoste, e ciò era inchiesta da filosofo. 1 predetti viziosi non
son puniti dentro la città, perchè i lor vizi sono men gravi , es-
sendo la incontinenza, secondo Aristotile, distinta rispetto a co-
stume in malizia, e bestialità. Il solo appetito che non è guasto
e al caso di scegliere buoni cibi, ma non così quando è corrotto.
Quando l'appetito ascolta la ragione, l'incontinenza non sarà
colpevole; ma quando non l'ascolta, anzi l'appetito opprime-
rà la ragione, ed allora l'incontinenza sarà perversa, od al-
meno maliziosa. Se infine l'appetito, e ragione siano perver-
titi, allora si cade in bestialità. All'incontinenza si oppone la
castigatezza, alla malizia la virtù aperta, alla bestialità l'eroi-
smo. L'anima umana è un quid medio fra gli angeli per l' in-
telletto, e fra le bestie pel senso. Siccome poi il senso qualche
CANTO XI, 283
volta nell' uomo vien depravato tanto, eh' è bestialità, così
al contrario la ragione qualche volta si perfeziona, e si rin-
forza a modo da eccedere la propria natura, ed accostasi alla
natura degli angeli, e questa chiamasi virtù divina; il perchè
dai poeti antichi gli uomini eccellenti si convertivano in divi-
nità, come Ercole, Romolo. Perchè poi negli eccellenti rare
volte si trova virtù divina, del pari la bestialità rare volte s'in-
contra negli uomini. E più spesso s'incontra fra coloro, che per
lunga consuetudine, sprezzando ogni legge, o trasportati da
passione, che contrastata trasse il passionato ad alienazione
mentale, e in tale stato violarono la madre, uccisero il servo
mangiandone il fegato, aprirono il ventre di donne per ci-
barsi del portato. Azioni proprie de' barbari, avvezzi nelle sel-
ve, tra le fiere, vicini al Ponto, i quali mangiano crude le
carni, ed anche le membra umane! S. Girolamo scrivendo
contro Gioviano afferma — aver egli veduti barbari mangiare
i nasi de' fanciulli e le pupille delle donne. — Dalle cose dette
risulta adunque, che l'incontinenza è cattiva, la malizia peg-
giore, la bestialità pessima. Chiamasi incontinente chi nell'o-
perare sfugge il giudizio della ragione, non ti rimembra di
quelle parole dice Virgilio a Dante, non ti ricordi di quelle
parole con le quali la tua etica che tu conosci come buon
moralista pertralta tratta perfettamente le tre disposition so-
praddette intorno a costume che l cielo non vuole perchè con-
trarie alla ragione, ed alla virtù incontinenlia , malitia e la
inatta bestialità quali snaturano l'uomo cambiandolo in be-
stia. Non ricordi forse come incontinenza men Dio offende
perchè opera spinta, e poca parte vi ha la elezione. Gl'incon-
tinenti si assomigliano in qualche modo ai dormienti, ed a-
gli ebri; perciò sono più scusabili, e meno offendono Dio e
men biasmo acatta perciò se tu riguardi ben questa sentenza
284 INFERNO
di Aristotile, eh* è buona, e vera et rechiti a la mente e ri-
chiami alla memoria quai son quei che sostengati penitenze
senza effetto però, perchè la penitenza viene imposta invece
di pena qua su di fuor fuori della città , nel luogo più alto tu
vedrai bene facilmente potrai conoscere perche sian dipartiti
da questi felli siano separati da questi, che son puniti dentro
la città et perche la divina vendetta la divina giustizia men
cruciata meno sdegnata li martelli li tormenti.
Tu ponesti l'usuraio fra quelli che offendono Dio, chiese
in secondo luogo Dante a Virgilio, ma sembra a me che of-
fenda piuttosto il prossimo? E per rendersi benevolo Virgilio
che doveva rispondere a questa seconda domanda più fina
della prima incomincia dal lodare la prima risposta così
o sol che sani ogni vista turbata o Virgilio, che scacci o-
gni tenebra dal mio intelletto coi raggi della sapienza tua
al pari del sole , che coi suoi raggi dilegua ogni nube tu
mi contenti si quando tu solvi tanto mi appaghi che du-
biar non men agrata me che saver è a me più grato avere
dubbiezza, che cognizione delle cose, giacché dalle tue rispo-
ste acquisto maggiore certezza. Spesso per altro accade, che
avendo confusa cognizione di una cosa si creda di conoscerla
perfettamente , donde viene che non dubitando, non si do-
manda, e non si schiarisce giammai. Ma se la ricerca viene
da uomo capace, la risposta mette in possesso di certezza, e
di verità, e tanto voleva esprimere Dante a Virgilio dissio an-
cora rivolvi un poco in dreto alle cose già dette nella distin-
zione la ove di che usura offende la divina boutade dove so-
pradicesti Caorsa — et solvi il groppo cioè il dubbio, in che
modo P usuraio offenda la bontà divina, perchè ciò a molti non
sembra ben chiaro.
Si dirà nel primo canto del Paradiso, e nella filosofìa
CANTO XI. 285
s'insegna doversi fissare un solo principio in natura, e che
questo principio coli' arte sua regoli il corso delle cose, qua-
le principio nomasi natura naturante, cioè Dio, da cui tutto
dipende. La natura proviene da Dio come il figlio dal padre,
e può dirsi quasi figlia di Dio: l'arte poi è figlia della natura,
e quegli che opera contro F arte, opera contro natura di lei
madre, e quindi contro Dio padre della natura. Ciò posto,
vuol dire Virgilio — non devi maravigliarti se posi gli usurai
fra quelli che offendono Dio.
Filosofia nota insegna come natura prende il suo corso
dal divino intellecto dalla mente divina e da sua arte dall'ori-
gine sua a chi la intende ai filosofi come sei tu non pur in una
sola parte anzi in molti libri di filosofia et tu troverai non
dopo molte carte al quarto capitolo della Fisica dove si dice
— F arte imita la natura ecc. se noti ben la tua fisica essendo
tu filosofo naturalista che larte nostra umana segue quella
la natura quanto puote perchè l'arte imita la natura in quanto
può come il discente fa il maestro come il discepolo riceve
norma dal precettore; quindi l'arte è l'i magi ne, od imitazio-
ne della natura si che vostr arte e quasi nipote a Dio perchè
natura è figlia di Dio, l'arte figlia della natura; dunque l'arte
nipote a Dio. Il violar l'arte è dunque operar contro Dio. Chi
violò la figlia della figlia mia operò contro di me. Applicando
le esposte verità — l'uomo ha l'essere dalla natura: riceve
dall'arte il ben essere; deve quindi soddisfare all' una , ed al-
l'altra. Dio comandò prima — crescete, e moltiplicate — poi —
col sudore del volto vivrete.
La gente il genere umano convien prendere sua vita il
il suo essere, e gli bisogna avanzar guadagnare il sostenta-
mento da questo dalla natura, e dall'arte, Funa, e l'altra co-
sa confermata da Dio, come nella Genesi se tu ti rechi a mente
286 INFERNO
se richiami alla memoria lo Genesi il primo libro della Bibbia
che parla della creazione dal principio e nel principio di tal
libro si hanno le due suddette verità, o principii et lusurier
dispregia natura per la sua seguace per l'arte che seguita
la natura poichin altro pon la speme in altri oggetti opposti
all' arte perchel tien altra via perse diversa dall' arte. Non è
forse fuori d' arte che il danaro produca danaro? E l'usuraio
fa appunto questo. Se io ti presto il mantello, è ben giusto che
ti dimandi il prezzo dell' uso, perchè il mantello si va consu-
mando coli' uso, e dopo usato non è più il mantello di prima;
ma del danaro non è così, e tu non sei tenuto a restituirmi
lo stesso danaro, ma altro di valore uguale. Le altre cose, e
mercatanzie van soggette a pericoli, a fortune, ma l'usuraio,
o piova, o sia sereno, o infurii il mare, od il cielo, esige
sempre che il suo denaro gli frutti sempre un tanto per cento.
E sia pure, che il gius civile permetta le usure, ma ciò non
toglie il vizio radicale dell'usura: tal gius ha di mira special-
mente, e primamente la pace, e la concordia fra cittadini; e
per giungere a questo scopo tollera molti altri inconvenienti.
Ma -segueme ornai Virgilio termina il canto dicendo a
Dante seguimi, che più oltre non si deve star qui che l gir mi
piace tanto più che il tempo stringe. Già si faceva giorno,
perchè il segno — Pesci — che precede l'Ariete, ascendeva
siili' orizzonte seguito dal sole. L' orizzonte è quel cerchio
che circoscrive la vista, e divide l'emisfero superiore dal-
l' inferiore, che i pesci guizzan nel puro cielo, come per l'ac-
qua. Tal segno indica il termine della prima notte nell' In-
ferno e l carro la costellazione, che chiamasi Carro, od Orsa
giace tutta sopra e l coro quasi dica tende all' occaso, per-
chè coro è vento occidentale, ed in tal modo era vicino il
giorno, giacché il carro discendeva. Infine mostra il luogo
CANTO XI. 287
cui arriveranno e l balzo se desmonta si discende la oltre via
là oltre i grossi sassi posti in giro di cui si parlò al principio
del canto.
CANTO XII.
TBSTO MODERNO
Era lo loco, ove a scender la riva
Venimmo, alpestro, e per quel eh* iv'er'anco
Tal, che ogni visla ne sarebbe schiva. 3
Qual è quella ruina che nel fianco
Di qua da Trento l' Adice percosse,
0 per tremuoto, o per sostegno manco: 0
Che da cima del monte, onde si mosse
Al piano è sì la roccia discoscesa,
Ch'alcuna via darebbe a chi su fosse; 0
Cotal di quel burrato era la scesa:
E 'n su la punta della rotta lacca
L'infamia di Creti era distesa, 12
Che fu concetta nella falsa vacca:
E quando vide noi sé stesso morse,
Sì come quei cui Tira dentro fiacca. 15
Lo savio mio in ver lui gridò: forse
Tu credi, che qui sia '1 duca d'Atene,
Che su nel mondo la morte ti porse? 18
Partiti, bestia, che questi non viene
Ammaestrato dalla tua sorella,
Ma viensi per veder le vostre pene. 21
Qual è quel toro, che si slaccia in quella,
Ch'ha ricevuto già il colpo mortale,
Che gir non sa, ma qua e là saltella; 24
CANTO XII. 289
Vid'io lo Minotauro far cotale,
E quegli accorto gridò; corri al varco
Mentre eh' è in furia è buon che tu ti cale. 27
Cosi prendemmo via giù per lo scarco
Di quelle pietre , che spesso moviensi
Sotto i miei piedi per lo nuovo incarco. 30
lo già pensando; e quei disse: tu pensi
Forse a questa ruina, eh' è guardata
Da quell'ira bestiai, ch'io ora spensi. 33
Or vo', che sappi, che l'altra fiata,
Ch'io discesi quaggiù nel basso inferno,
Questa roccia non era ancor cascata. 36
Ma certo poco pria, se ben discerno,
Che venisse colui , che la gran preda
Levò a Dite del cerchio superno. 39
Da tutte parti l' alta valle feda
Tremò sì, ch'io pensai, che l'universo
Sentisse amor, per lo quale è chi creda 42
Più volte il mondo in càos converso:
Ed in quel punto questa vecchia roccia,
Qui, ed altrove più, fece riverso. 45
Ma ficca gli occhi a valle che s'approccia
La riviera del sangue, in la qual bolle,
Qual che per violenza in altrui noccia. 48
Oh cieca cupidigia! oh ira folle
Che si ci sprona nella vita corta ,
E nell'eterna poi sì mal e' immolle! Si
lo vidi un'ampia fossa in arco torta,
Come quella, che tutto il piano abbraccia,
Secondo eh' avea detto la mia scorta : 84
E tra 'I pie della ripa ed essa, in traccia
Rambaldi — Voi. i. 19
290 INFERNO
Correan Centauri armati di saette,
Che solean nel mondo andare a caccia. 57
Vedendoci calar ciascun ristette,
E della schiera tre si dipartirò
Con archi ed asticciuole prima elette: 60
E Pun gridò da lungi: a qual marti ro
Venite voi, che scendete la costa?
Ditel costinci; se non l'arco tiro. 63
Lo mio Maestro disse: la risposta
Farem noi a Chiron costà di presso;
Mal fu la voglia tua sempre sì tosta. 66
Poi mi tentò, e disse: quegli è Nesso:
Che morì per la bella Dejanira,
E fé' di sé la vendetta egli stesso. 69
E quel di mezzo, eh' il petto si mira,
É il gran Chirone, che nudrio Achille:
Quell'altro è Folo, che fu si pien d' ira. 72
D' intorno al fosso vanno a mille a mille,
Saettando quale anima si svelle
Del sangue più, che sua colpa sortille. 75
Noi ci appressammo a quelle fiere snelle:
Chiron prese uno strale, e con la coeca
Fece la barba indietro alle mascelle. 78
Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,
Disse a' compagni: siete voi accorti,
Che quel di retro move ciò, che tocca? 81
Cosi non soglion fare i pie de' morti.
E '1 mio buon duca, che già gli era al petto,
Ove le due nature son consorti, 84
Rispose: ben è vivo, e sì soletto
Mostrargli mi convien la valle buia:
CANTO XII. 291
Necessità '1 c'induce, e non diletto. 87
Tal si partì dal cantare alleluia ,
Che mi commise quest'ufficio novo:
Non è ladron, né io anima fuia. 90
Ma per quella virtù, per cui io movo
Li passi miei per sì selvaggia strada,
Danne un de' tuoi, a cui noi siamo a pruovo, 95
E che ne mostri là dove si guada,
E che porti costui in su la groppa;
Ch' el non è spirto, che per l'aere vada. 9G
Chiron si vuolse in su la destra poppa,
E disse a Nesso: torna, e sì gli guida
E fa cansar s'altra schiera s'intoppa. 99
Or ci movemmo con la scorta fida
Lungo la proda del color vermiglio,
Ove i bolliti facean alle strida. 102
lo vidi gente sotto infìno al ciglio,
E '1 gran Centauro disse: ei son tiranni
Che dier nel sangue, e nell'aver di piglio. 105
Quivi si piangon gli spietati danni:
Qui v'è Alessandro e Dionisio fero,
Che fé' Cicilia aver dolorosi anni. 108
E quella fronte, eh' ha pel così nero
É Azzolino; e quell'altro, clic è biondo,
É Obizzo da Este, il qual per vero 1 1 1
Fu spento dal figliastro su nel mondo.
Allor mi volsi al Poeta, e quei disse:
Questi ti sia or primo, ed io secondo. 114
Poco più oltre 'I Centauro s'affisse
Sovr' una gente, che 'nfino alla gola
Parea, che di quel bulicame uscisse. 117
292 INFERNO
Mostrocci un'ombra dall' un canto sola,
Dicendo: colui fesse in grembo a Dio
Lo cuor, che in sul Tamigi ancor si cola. 120
Poi vidi gente, che fuori del rio
Tenean la testa, e ancor tutto '1 casso;
E di costoro assai riconobb'io. t23
Così a più, a più si facea basso
Quel sangue sì , che copria pur li piedi :
E quivi fu del fosso il nostro passo. 126
Siccome tu da questa parte vedi
Lo bulicame, che sempre si scema,
Disse '1 Centauro, voglio che tu credi, 129
Che da quest'altra più, e più giù prema
II fondo suo, infin che si raggiunge
Ove la tirannia convien che gema. 152
La divina giustizia di qua punge
Quell'Attila, che fu flagello in terra,
E Pirro, e Sesto; ed in eterno munge 135
Le lagrime, che col bollor disserra
A Rinier da Corneto, e Rinier pazzo,
Che fecer alle strade tanta guerra.
Poi si rivolse, e ripassossi il guazzo. 139
COMMENTO DI BENVENUTO
Dopo avere l' autore divisa la città infernale in cerchi
generali, e speciali , tratta in questo canto del primo cerchio
in cui si puniscono i violenti contro del prossimo. Può di-
vidersi il canto in quattro parti generali: nella prima — in-
gresso al cerchio, e custode del cerchio: nella seconda — pe-
na de' violenti contro del prossimo, e ministri della pena ma
ficha gli occhi ecc. nella terza — guida che li trasporta pel
CANTO xu. 293
fiume veyiendoci calar ecc. nella quarta — descrizione di
alcuni notabili violenti nella persona, e beni del prossimo
or ci movemo ecc.
Era lo luoco aperto per due motivi. Vedesti mai l'Alpe,
ed in essa una discesa sassosa, e scabra, ed incontrasti un cin-
ghiale, un'orsa, od altro animale, che ti facesse credere più
selvaggio il luogo di quel che fosse? Così avvenne a Dante
iti quel luogo aspro, alpestre, e precipitoso, e dove trovò
il Minotauro mostro terribile lo luoco dove venimo a scender
la riva a basso verso la valle era alpestro aspro scabroso et
per quel che v era anco pel Minotauro tal eh ogni vista ne
sarebbe schiva tale, che avrebbe spaventato l'uomo più au-
dace, ed intrepido. La strada ruinosa che doveva battere era
simile alla riva d' Arli fra Trento, e Verona. Fu tal strada
una volta tanto erta d' aversi per inaccessibile; ma per ruina
ora permette che si scenda dall'alto al basso la scesa di quel
baratro di quel cerchio buio, e chiuso era tal qual quella
ruina che percosse l Adìce dì qua di Trento venendo da
Trento a Verona. Il precipizio si chiama dilamo dai villici di
quel d'intorno, ed ivi è un castello nomato Marco, o per tre-
muoio o per sostegno manco la ruina che rese possibile la
discesa avvenne o per terremoto, o per corrosione delle acque
che vi battevano da molti secoli. Di questa maravigliosa ruina
fa menzione Alberto Magno nel libro de' Meta uri, e dice —
che i monti rovinano, o perchè son corrose le falde, o perchè
non han fondamenti, o perchè si spaccano per terremoto, e
che per queste cagioni cadde il gran monte fra Trento, e Ve-
rona in Italia sopra l'Adige, ed oppresse persone, e case pel
tratto di molte miglia che la roccia riva sassosa e si disco-
scesa cosi rotta dalla cima del monte unde se mosse dal punto
in cui cominciò la ruina al piano alla valle, od all'alveo del
294 INFERMO
fiume che darebbe alcuna via a chi su fusse darebbe luogo
a discendere, quantunque con fatica: tale era la discesa di
Dante. La riva dell'Adige era ruinosa, e ruinosa quella di Fle-
getonte: la discesa si cagionò pel terremoto, e quella dell'Au-
tore fu cagionata dal maggiore de' terremoti che mai furono,
o saranno, perchè avvenne al punto della morte di N. Signor
G. Cristo.
Et in su la punta. Descrizione del Minotauro. Secondo
i poeti greci, e latini Minosse re di Creta potentissimo quanto
giusto, ebbe moglie, che macchiò la fama del marito. Tanto
fu sfrenata nella libidine, che volle ad ogni costo soggiacere
ad un toro. Per opera di Dedalo artefice ingegnosissimo di
Atene, entrò dentro un costrutto di legno, che aveva forma
di vacca, e coperto da pelle fresca vaccina , e così il toro in-
gannato la conobbe carnalmente, e restò incinta, e partorì
dessa il Minotauro mezz'uomo, e mezzo toro. Costei ebbe dal
buon Minosse un altro figlio per nome Androgeo somiglian-
tissimo al padre, d' indole dolcissima, e mandato agli studi
in Atene, superò tutti gli altri per ingegno; ma l'eccellenza
della mente gli fu cagione di morte crudele» perchè i com-
pagni invidiosi lo precipitarono da un alto luogo. Il padre
sdegnato sfogò l' ira sua sopra di Atene, imponendo durissi-
me leggi, fra le quali una, che ordinava mandarsi ciascun
anno sette giovani ateniesi al Minotauro per essere divorati.
Il Minotauro poi era custodito in luogo detto Labirinto co-
strutto di tante strade sinuose, ed ingannevoli, che chi en-
trava non ne sapeva o poteva sortire. I sette giovani si estrae-
vano a sorte, e dopo varie estrazioni toccò quel fiero destino
a Teseo figlio di Egeo signore di Atene, e fu mandato a Creta.
Ma visto da Arianna figlia di Pasifae, e Minosse, questa fu
presa da ardente amore per lui, bellissimo, nobilissimo. La
CANTO XII. 295
innamorata fanciulla lo donò di un filo per norma a sortire
dal Labirinto: gì' insegnò come vincere il Minotauro, e volle
per condizione, che scappati ambibue (essa e Teseo) nasco-
stamente, r avrebbe presa in legittima consorte, imponendo
ad Ippolito figlio di Teseo di sposar Fedra che sarebbesi con-
dotta insieme nella fuga. Teseo, legato il Minotauro, l'uccise;
prese le due sorelle con sé, e nascostamente si allontanò da
Creta. Ma nel viaggio abbandonò Arianna addormentata in un
isola deserta, e prese invece per moglie Fedra.
Si vuole da molti, che il racconto sia favoloso; ma la
maggior parte degli eruditi ritengono che contenga una vera
istoria sotto nomi allegorici. Fulgenzio infatti afferma che
quel toro era un cancelliere dello stesso re Minosse, col quale
giacque Pasifae per mediazione, o lenonismo di Dedalo, il quale
condusse la vacca al toro. Io per altro tengo ferma opinione
che fosse un vero toro animale quello con cui giacque Pasifae,
imperocché non saprei trovare ragione perchè i poeti a co-
prire un comune adulterio avessero immaginata così strana
bestialità. Non è certo impossibile trovare nelle storie com-
merci carnali di umani con bestie. Virgilio nelle buccoliche
detesta Pasifae per tale concubito: cosi Dante nel Purgatorio
canto XXVI. Né deve tenersi per incredibile che un toro co-
prisse una vacca di legno, mentre sappiamo da Valerio, che
un toro voleva giacere con una vacca soltanto dipinta, senza
T apparato artificiale di Pasifae. E posto ancora che Pasifae
non giacesse con un toro animale, non fu svergognata sog-
giacendo a toro cancelliere. E quando si dice che da tal coito
nacque il Minotauro parte uomo, e parte toro, si afferma il
vero, imperocché in quanto alla umana figura era uomo, e
quanto ai costumi bestia. I poeti poi scelsero un toro piutto-
sto clic altro animalo, perchè colui fu feroce, violento, colle
296 INFERNO
corna superbe, che irrompeva contro tutti, e si deliziava nel
sangue, e nella strage. Ecco perchè si dice che il Minotauro
divorasse gli uomini: ecco perchè quei di Atene si forzavano
a combattere con lui, che opprimeva Atene di crudeltà. Ecco
perchè Dante pone il Minotauro alla custodia del cerchio so-
pra un fiume di sangue per denotare il vizio generale della
violenza, e crudeltà. Poco fa, che sia generato da toro, o da
uomo: basta che sia venuto da impuro concubito. 11 Labirin-
to, carcere del Minotauro, non fu fabbricato da Dedalo, per
quanto io credo, giacché l' età d' un uomo solo non poteva
bastare a tanto lavoro, secondo l' asserzione di quelli, che lo
videro; ed io vi acconsento, sebbene non abbia visto che il
labirinto presso Vicenza, scavato nel sasso di un monte, per
nulla paragonabile a quel di Creta, senza confronto più gran-
de, e mirabile, formato da camere quadrate ciascuna a quat-
tro porte.
E l infamia di Creta il Minotauro che fu concepto nella
falsa vacca costrutta di legno, e coperta di pelle vaccina era
discesa in su la punta nel principio della discesa de la loca
della rotta costa, come nel canto li del Purgatorio in fianco
de la laca — rotta — per la ridetta ruina prodotta dal gran
terremoto. — Quel Minotauro morse se stesso si morse per rab-
bia quando scorse Virgilio, e Dante, ambidue costumatissimi,
e dolcissimi si come quel cui l ira dentro fiacca rompe: lo sa-
vio mio grido contro il Minotauro tu credi forse che qui sia
l duca d Atene Teseo che ti porse la morte su nel mondo nel
mondo de' viventi; ma egli non è qui. partiti bestia che va
via mostro, perchè questi Dante non viene amacstrato dalla
tua sorella Arianna — non viene con frode di donne, come
Teseo, ma invece per virtù sua: viene per imparare, con-
templando le pene de* violenti, a vincere il vizio della violen-
CANTO XII. 297
za, e perchè gli uomini si astengano da sangue umano, e
dallo rapine, ma vasti per veder le vostre pene onde descri-
vendole imprimer terrore ai viziosi, vid io lo Minotauro far
cotale — quale quel toro fa che si stanza si slancia rompen-
do i lacci in quella nel mentre che ha ricevuto l colpo mortale
la scure, o mazza sul capo et gir non sa ma qua e la saltella.
Bellissima similitudine del toro al Minotauro, toro indomito
senza giogo di legge, cui dice Orosio— bestia disumana! Punse
il Minotauro la parola bestia , che gli ricordò la morte violenta,
eh' ebbe da Teseo, che tradì la sorella, e quasi accorto grido.
Accortosi Virgilio del furore del Minotauro gridò corri al var-
co guardati, fuggi e buon che ti cali nel mentre che n furia
nel frattanto eh' è in furore, giacché allora è tempo oppor-
tuno , prima che il furore si sfoghi: cosi prendemo via giù per
lo scarco per la discesa rotta, e sassosa di quelle petre che
spesso moviensi sotto i mei piedi per lo novo carco move-
vansi sotto i miei piedi pel peso del mio corpo, essendo vivente
ancora e vestito di carne. Può anche allegoricamente ritenersi,
che Dante movesse quelle pietre col suo lavoro , rendendole
veloci e notissime da immobili, od ignote eh' erano.
Io già pensando. Seconda parte generale. — Dante fra
sé diceva — quale strada è mai questa? Fu sempre in questo
luogo fino dalla creazione dell' Inferno, oppure è opera del
caso? e quando ciò avvenne? e quei Virgilio disse tu pensi
forse a questa mina che sembra operata da violenza e non
da natura che guardata da quella ira bestiale da quel Mino-
tauro infuriato va secondo la natura sua feroce e che ora
spensi ossia quietai colle mie parole partite bestia. Virgilio '
aveva conosciuto il dubbio di Dante, ed a chiarirlo incomin-
cia alquanto da lontano or vo che sappi che questa roccia
questa riva non era ancor cascata minata, ma stavasi intatta
298 INFERNO
/ altra fiata eh io discesi qua giù nel basso nferno 1' altra vol-
ta, che scongiurato dalla cruda Eritone scosi all'Inferno, come
al canto IX. Questa ruina si operò da terremoto, che scosse il
mondo intero nel momento, in cui Cristo spirava sulla Croce,
e fu tale che pareva volesse sciogliersi il creato, e tornare nel
caos. Così si sarebbe verificata la opinione di Empedocle,
che sosteneva il mondo corrompersi , e rigenerarsi , e la ma-
teria prima delle cose chiamava caos, nel quale in ultimo il
mondo anderebbe a finire. I principi delle cose voleva che
fossero sei — quattro elementi — amore ed odio — concordia
e lite. — L' amore, e la concordia si avveravano nelle cose in-
corporate, senza forma, in modo, che ciascuna parte di terra
fosse in ciascuna parte d'acqua, ciascuna parte di fuoco in
ciascuna d'aria, ciascuna parte di carne in ciascuna d'osso
ecc. ed al contrario. La lite poi, e 1' odio si avveravano quan-
do le cose restavano distinte, e separate. Dante poi vuol e-
sprimere, che credette tornasse il caos secondo l'opinione
d'Empedocle lalta valle feda valle puzzolente, profonda
tremo si forte da ogni parte in tutto il mondo con ecclissi
del sole, e con altri prodigi eh io pensai che l universo sen-
tisse amore che tutte le cose si congiugnessero per amore in
un sol tutto per lo guai amore e chi creda vi è chi pensa,
come Empedocle el mundo converso il mondo sarebbe per
convertirsi in caos più volte e questo è il caos, che Ovidio
descrive nel principio delle metamorfosi. — Poiché in un cor-
po solo.
Freddo col caldo, il secco insiem coli 'umido
Gol molle il duro fean contrasto ecc.
Poco pria s io bene discerno se io non erro per la lun-
ghezza del tempo scorso che venisse colui N. S. Gesù Cristo
che levo la gran preda le anime dei santi Padri a Dite del-
CANTO XII. 299
l' Inferno del cerchio superno dal limbo poco pria due giorni
prima, perchè nel giorno della morte di Gesù Cristo si sentì
quel gran terremoto, e nel giorno della risurrezione di Cristo
avvenne la liberazione delle anime del limbo questa vecchia
roccia ripa sassosa fece tal riverso tale ruina qui e altrove
nel cerchio degP ipocriti, come si ha nel canto XXII in quel
punto. Ma perchè pone tale ruina in quel luogo? Perchè dopo
la morte di G. Cristo cessarono le violenze, e crudeltà che
erano prima assai maggiori. Perciò scriveva s. Agostino, ed
Orosio — dove si trova ora un altro Alessandro Macedone?
dove un Domiziano, un Nerone? Dopo la venuta di Cristo
per altro nacquero le persecuzioni, e pullularono varie eresie
nella fede. Avverti bene che la ruina è nella parte interna del
cerchio, e non riguarda gli eretici che sono fuori.
Ma ficca gli occhi dell'intelletto a valle dì corso dell' ac-
qua del fiume che perchè la rivera del sangue del fiume rosso,
sanguigno, caldo, e nel quale bollono i violenti s approccia
si avvicina in la qual bolle qual chenocciain altrui per vio-
lentici in cui son puniti coloro, che operarono contro del pros-
simo nelle persone, e nelle cose, o cupidigia cieca la cupidi-
gia di dominare, e di possedere accieca la mente umana; quin-
di spesso vediamo, che per piccolo dominio si fa grand' ef-
fusione di sangue, e per poco oro massacri orrendi, ben e rea
e folle che si ci sprona incita, e spinge all' esterminio de' no-
stri simili nella vita corta nella vita mortale così breve et poi
dopo mortori mal ci molli sommergendoci in questo sangue
bollente nella eterna nella vita eterna nell' Inferno , qual vita
mai non avrà fine! ovvero — i violenti passano il breve tempo
di lor vita spargendo il sangue de'lor simili, e vengono a bol-
lire in questo sangue per V eternità. — Finge V autore, che i
violenti siano sommersi in sangue bollente, e che intorno cor-
500 INFERNO
rano Centauri armati d'arco, e saette, che impediscono, che
i sommersi sortan dal sangue. I centauri, secondo i poeti,
furono mostri in forma di cavallo dal mezzo in giù, d'uomo
dal mezzo in su. in che salia sembravano un corpo solo ca-
vallo, e uomo, e nati dall'utero stesso. Essi ordinariamente
figurano gli stipendiari, e soldati mercenari, o avventurieri,
che in realtà sono parte uomini, e parte bestie. Nella for-
ma del corpo superiore sembrano uomini, ma per costumi
son bestie, e bestialmente corrono, ed incrudeliscono contro
gli uomini, come contro gli altri animali. Si servono del ca-
vallo, animai bellicoso, come strumento alle prede, alle vio-
lenze: il cavallo, è animale veloce, come lo stipendiano sem-
pre in moto, ed in corso a cenni altrui, e vola pronto a dar
morte, od a riceverla. Benché poi il cavallo abbia freno in
bocca, spesso recalcitra, e morde, fugge se si accorge di es-
ser libero, così lo stipendiano è soventi ribelle, contumace,
e fugge quanto più può dalla caserma o dagli accampamenti
— al nostro proposito pertanto i violenti, che qui si puni-
scono, i tiranni che sparsero il sangue umano, o rapirono i
beni altrui col mezzo di mercenari soldati, o sicari, sono tor-
mentati nella valle del bollente sangue, che sparsero. La vita
de' tiranni è difesa da ribaldi, che rivolgono spesso le armi
contro di chi li paga, e si spegne secondo quel detto comune
— un barbiere rade l'altro — un diavolo scaccia l'altro io
vidi un ampia fossa torta in arco il primo cerchio de' vio-
lenti come quella che abbraccia tutto Ipiano l'ampio cerchio,
che contiene in sé gli altri secondo eh avia detto la mia scorta
secondo che mi avea predetto Virgilio con centauri armati
di saette e de' Centauri si dirà nel Purgatorio canto XVI che
correoan tra l pe della ripa et essa per quello spazio di arena
asciutta, di' è tra la riva, e la valle come solean nel mondo
CANTO XII. 501
andare a caccia coni' eran soliti nel mondo a cacciare, e
colle saette ferir di lontano, e fuggire ancora combattendo,
alla maniera degli ungaresi in Italia.
Vegendoci terza parte generale ciascun ristette ciascu-
no fermò il suo corso vegiendoci calare discendere da quella
ruina al piano et tre si dipartirò dalla schiera scelti fra gli
altri — due furiosi — ed un temperato a corregger Tira degli
altri con archi e asticiuole prima ellette postando archi, e sa-
ette, perchè i poeti furono presi per violenti, che andassero al
castigo. Spesso il vizioso travede il vizio negli altri quantun-
que ne sian privi, e vorrebbe che tutti ne fossero macchiati,
e fossero egualmente puniti, e l un di questi tre, cioè Nesso
grido da lungi con voce terribile o voi che scendete la costa
verso la nostra vallea qual martirio venite* qual tormento?
ditel costinci prima di proceder oltre se non l arco tiro se
non rispondete vi saetterò. Ecco come si palesa un violento.
lo mio maestro disse noi farem la risposta a Chiron di co-
sta presso non vogliamo rispondere a te pazzo, ma bensì a
Chirone sapiente, del quale si dirà in seguito. E perchè Nesso
minacciava di saettare, Virgilio gli rende la pariglia rinfac-
ciandogli la morte, che con saetta più forte, Ercole gli diede
— pazzo, perchè minacci di saetta, se ferito da Ercole facesti
la morte de' violenti? mal fu la voglia tua sempre si tosta
subitanea — tuo male, tuo danno: fosti sempre precipitoso
nelle ingiurie, e fosti ucciso di saetta.
Nel nono delle Metamorfosi Ovidio scrive, eh' Ercole il
più forte di tutti gli uomini ebbe singoiar tenzone con Arche-
lao per ottenere Deianira bellissima figlia di Ocneo re di Ca-
ledonia, sorella di Meleagro, e del fortissimo Tideo; ed otte-
nuta vittoria, tornava lieto alla patria colla vergine amata,
quando trovò un ostacolo, che gli rompeva il ritorno. Il fiume
302 INFERNO
Ebono si era per pioggia oltremodo gonfiato, ed egli non ar-
diva tentarne il guado. Nesso Centauro si presentò» e lo per-
suase di tentarlo, mentre egli avrebbe portata sul dorso Deja-
nira. Ercole, nulla temendo, consegnò la vergine tremante al
Centauro Nesso, che nuotando contro l'impeto del fiume, ben
presto giunse all'opposta riva. Ma tosto si sentirono le grida
della Vergine, che mal resisteva alla libidinosa violenza di
Nesso; ed Ercole furente prese l'arco, e saetta, e gridando
— Nesso Nesso non fuggirai, perchè la mia saetta vince la
tua velocità di cavallo; in un baleno lo trafisse con un dardo
da tergo, che, trapassandolo, gli fece da due parti versare
l'anima col sangue. Nesso moriente pensò alla vendetta» e
traendosi di dosso la camicia tutta intrisa di sangue, la diede
come pegno di amore a Dejanira dicendole — prendila, e se
Ercole tuo, te tradendo, amasse qualch'altra donna, potrai
con questo dono richiamarlo all'amore primiero — e spirò.
Stette molto tempo Ercole fedele a Dejanira, ma nella guerra
presso Otta Ha, vide, ed arse d'amore per Iole figlia del re
di quella città. Dejanira lo seppe, e sparsi prima molti so-
spiri, e molte lagrime indarno per richiamare l'amante, e
tutto riuscendo inefficace, alfine pel suo domestico Licca mandò
la veste di Nesso in dono all'amante, che Cavea dimenticata.
Ercole indossò tal veste, e tosto un ardente fuoco ricercandogli
le vene, sentì sciogliersi le membra, e spogliarsi l'ossa di
carne, e dopo alto lamento passato in furore si slanciò nel
fuoco, dal quale fu tosto consunto. Così l'eroe domator de'
Centauri, e degli altri mostri più orrendi, fu domato, e vinto
dal sangue di un Centauro moriente, che per vendetta di De-
janira perduta, gli aveva giuralo odio di morte. Sostengono
alcuni tutto ciò essere storia e non favola, perchè scrive Quinto
Curzio di Alessandro il Macedone, che morì del veleno della
CANTO XII. 503
saelta uguale a quello, che avea infettato il sangue di Nesso.
mi tento poi mi scosse, per rendermi attento a guardare, e
conoscere i Centauri et disse gitegli e Nesso che morì per la
bella Dejanira amata da Ercole, e che tentò stuprare, pas-
sato il fiume et elio stesso fece la vendetta di se perchè prima
di morire per la freccia d'Ercole lasciò la vendetta potenzial-
mente, ma non attualmente. Loda indi Chirone, e con tal
lode significa, che alcune volte anche fra gli stipendi ari si
trova qualcuno buono, prudente, temperato, alieno dalle vio-
lenze, e valoroso. Chirone fu sapiente, domator di cavalli,
amante di musica, conoscitore della virtù dell' erbe , sofferen-
tissimo di stenti, e fatiche, valentissimo cacciatore, anche
contro i leoni, e le altre fiere, molto temperato, che tutto in-
segnò al grande Achille, di cui fu nutritore, e precettore, et
quel di mezzo si pone nel mezzo in segno di onore, e per ra-
gione di nobiltà, di età e di virtù a moderare, ed a rompere
l'ira, ed il furore de' compagni eh al petto si mira segno in-
dicante gravità, e maturità e l gran Chiron grande di corpo,
e di animo il qual nutrio Achille fin da' più teneri anni! Ed
è glorioso per Chirone aver educato un alunno tanto valoroso,
del quale si parlerà nel canto Vili del Purgatorio, quello altro
a Fola che fu si pien d ira Vogliono alcuni per Folo interpre-
tar Capaneo, locchè non può essere, giacché Capaneo si pu-
nisce più abbasso fra i violenti contro Dio. et isti Centauri
vanno d intorno al fosso vegliando quando gli altri dormono
a mille a mille numero esprimente quantità indeterminata di
militi, anzi si dice milite per uno dei mille saettando qualar
nima si svelle tutti quelli che si sollevano, od escono dal
sangue più che sua colpa sortille cioè quelli , che tentano
di partirsi dalla pena loro fissata secondo la gravezza delle
colpe p. e. alcuni sono immersi fino alle ciglia, altri solo fino
504 INFERNO
all'anche, altri lino al ginocchio, e se rispettivamente ciascu-
na volesse alterare, diminuire la sommersione, sarebbe dai
Centauri saettata. E questi stipendiari sono le cagioni , e mezzi
delle stragi, e quando essi non fossero, non sarebbero tante
guerre, tante stragi, tante rapine. Ma oh dolore! Adesso Ita-
lia è piena di costoro, di barbari assoldati di ogni nazione;
degli avidi inglesi, de' furibondi alemanni, de' fieri bretoni,
de' rapaci guasconi, degli sporchi ungaresi e tutti corrono
alla ruina della misera Italia, non solo con armi, ma con frodi,
con tradimenti, devastandola, spogliandola, assassinandola!
Noi ci appressamo a quelle fiere snelle ai Centauri,
che son tanto fieri quanto veloci e Chiron prese uno strale
cioè un massile, o saetta, e fece la barba indietro a le ma-
scelle con la cocca cocca in volgar fiorentino è la estremità del-
la saetta. L'atto di Chirone di mettersi indietro la barba espri-
me, che l'aveva lunga e folta, e gli scendea sino al petto co-
me era costume de' stipendiari: l'atto stesso inoltre fa cono-
scere che voleva parlare più speditamente. Allontanò poi la
barba colla estremità, e non colla punta della saetta per indi-
care che l'uomo sapiente pensa prima di parlare, e volta la
saetta, o discorso alla bocca prima di scoccarla. E difatti la
parola può dirsi saetta, che vola, e penetra, né può richia-
marsi. Chirone sapiente doveva parlare con premeditazione,
e non coli' impeto di Nesso, et Me Chirone disse ai compagni
a Nesso, e Folo siete voi accorti che quel di retro ed era Dante
move ciò eh el tocca? move i sassi coi piedi ìcosi non soglion
fare i pie de morti sembra un vivo, e non un morto: certo
poi è un uomo maraviglioso e tu Nesso dovevi più cautamente
parlare: ebbero ragione di non darti risposta. Ciò disse Chi-
rone quando s ebbe scoperta la gran bocca prima chiusa dalla
densa barba e Imio buon Duca il saggio Virgilio che già gli
CANTO XII. 305
era al pecto del cavallo, e lo toccava dove le due nature e-
quina, ed umana son consorte si uniscono rispose ben e vivo
certo eh' è vivo, e qui viene non per nuocere, ma per gio-
vare a tutti: non fu violento, e non venne al tormento, come
Nesso cercava e si soletto mi li convien mostrar la valle buja
tutto T Inferno, necessita il conduce e non dilecto come si vide
nel canto I. tal si parti da cantar alleluia Beatrice che canta
alleluia nella Chiesa militante, e trionfante, ed alleluia è nome
ebraico, che esprime — canto lodi al Signóre — secondo la
comune interpretazione che mi commise questo officio novo
come nel canto II di soccorrere ai viziosi non e ladron ne io
anima fuja non è violento, né fraudolento. Ladrone dicesi
colui, che con aperta violenza spoglia altrui de' beni: ladro
chi lo fa nascostamente, e con frode, ma Virgilio prega Chi-
rone danne uno de tuoi compagni a cui noi siamo a provo
con cui andremo che ne mostri la dove se guada da qual
parte sia il passo e che porti costui in su la croppa sulla schie-
na del cavallo che non e spirto che per l aier vada perchè non
è spirito, come son io, che possa andare per l'aria. Chironsi
volse in su la destra poppa sulla destra parte, e così è più
chiaro che Chirone era nel mezzo, e Nesso a destra, e Foloa
sinistra et disse a Nesso come al più audace torna verso il
Grane e si li guida perchè hanno grazia da Dio, e niuno può ar-
dire di far loro alcun male e fa campar difendili s altra schie-
ra v intoppa se incontri altra schiera de' Centauri. Successe
un caso consimile a Dante giunto presso di nobile castellano,
dal quale, partendo, chiedeva una seorta, che lo accompa-
gnasse sino ai confini. E l' ottenne, e spesse volte fu onore-
volmente accolto da illustri signori, giacché la virtù si tiene
in massimo conto per tutto.
Or ci movemmo, quarta parte generale, con la scorta
Rambaldi — Voi. 1. 20
30f> INFERNO
•
fida con Nesso, alla cui difesa eravamo consegnati lungo la
proda del bollor vermiglio lungo la riva del fiume sanguigno
dove i bollii i violenti , che bollono nel sangue facean alte stri-
da pel tormento, io vidi gente sotto infino al ciglio nulla era
fuori del sangue, tranne la sommità del capo, e così significa
eh' erano i più gravemente puniti , e l gran Centauro riten-
gono alcuni Chirone, locchè non parrebbe, giacché aveva det-
to— or ci movemmo con la scorta fida — ; sarà dunque stato
altro Centauro disse son tiranni tiranno qualche volta si
prende in buon senso, onde Virgilio — mi fia pegno di pace a-
ver toccata — la destra del tiranno — che dier di piglio che mi-
sero le atroci mani nel sangue e nello haver del prossimo; per-
ciò li spietati danni recati se piange quivi in questo sangue,
ed il pianto consegue la pena. — Qui mostrò Alessandro, e mol-
ti ritengono, che sia diverso da Alessandro il Macedone, loc-
chè è falso. Nominando Alessandro sonz' altro aggiunto è forza
ritenere, che fosse Alessandro Magno, che fu il più violento
di tutti, imperocché usò violenza contro Dio, contro sé stesso,
contro del prossimo, contro de' suoi congiunti. Contro Dio,
perchè volle esser tenuto per figlio di Dio, e comandare alle
menti, e lingue degli uomini. Tanto si alzò in superbia, che
vincitore de' persiani , volle farsi adorare come Dio , e Calistene
condiscepolo sotto Aristotile, che azzardò rimproverargli tale
follia, fu fatto crudelmente morire ne' tormenti dopo il barba-
ro ludibrio del taglio delle orecchie, delle narici , e delle lab-
bra. Aristotile aveva insegnato a Calistene di non parlare mai
in cospetto di Alessandro, se non di cose gradite, e mostrò di
conoscere assai bene quel terribile scolaro: si vuole anzi che
Aristotile lo correggesse qualche volta di tal vizio, se credia-
mo a Plinio. Fu violento in sé, perchè tentò di uccidersi, se
noi tratteneva Calistene dopo di avere nell'ira ed ubbriachezza
CANTO XII. 307
ammazzato Ci ito fratello della sua nutrice, e suo carissimo a-
mico, perchè lo aveva ripreso di porsi dinanzi e maggiore di
suo padre. In tutto l'Oriente usò violenze, e sevizie. Orosio
afferma, che Alessandro fu il gorgo delle miserie, il turbine
dell'Oriente, la fiera sitibonda di sangue umano. — Fu vio-
lento contro natura, perchè non contento di sfogar la libidine
colle innumerevoli donne, che aveva in potere, la rivolse al
sesso maschile, come si dirà nel canto XXII, e ne attesta Quinto
Curzio, sebbene sia lodatore di Alessandro, lo non nego, che
Alessandro possedesse grandi virtù, ma bisogna anche con-
venire, che nelle cose magnanime, e grandi da lui operate
ebbe gran parte la fortuna. Concluderò con Lucano — felice
ladrone, e vincitore del mondo fu vinto dall' ebrietà — Giu-
stino fa il paraleilo tra Filippo padre, ed Alessandro figlio, e
dice, che Filippo ebro infieriva contro i nemici, ma invece
Alessandro ebro infieriva contro de' suoi. Va dunque a pre-
ferire Alessandro a Cesare, se ti regge l' animo, come alcuni
pretendono, e chiedi a Dante, perchè non pose qui Cesare, che,
oltre le grandi virtù ch'ebbe, fu il più sobrio degli uomini,
del che faceva testimonianza il suo più fiero nemico, lo stesso
Catone, che gridava — Cesare sobrio rovesciò la repubblica —
Alessandro regnò dodici anni, ne visse trentatrè, ed un mese.
Ebbe dunque l'autore ragione di porlo qui, come principe
de' violenti specialmente contro del prossimo, e castigarlo pel
vizio in lui predominante quivi e Alessandro e non mettendo
altro aggiunto, indica Alessandro Magno; e perchè di Alessan-
dro la violenza fu somma, così il solo nomarlo indicai! prin-
cipe de'violenti. Lucano voleva, che ledi lui membra fossero
sparse pel mondo.
E Dionisio di Siracusa. Scrive Tullio nel quinto delle
Tuscolane, che fu uomo di vitto temperatissimo all'opposto
308 INFERNO
di Alessandro. Fu anche sagace, e valente, e secondo Giustino
nel libro XXII operò grandi guerre nella Sicilia contro di Amil-
care cartaginese. Preso l'impero dell' isola, e temendo l'ozio
del suo numeroso esercito, lo condusse in Italia per eserci-
zio, e per ampliare l' impero suo. Primamente fece guerra ai
greci nelle Calabrie, ed i greci allora occupavano gran parte
d' Italia detta Magna-Grecia. Prese vari luoghi , e fu richiamato
in Sicilia, perchè riparato l'esercito, i cartaginesi rinnova-
vano la guerra. Dopo poco tempo rotto, e vinto in molle bat-
taglie, per frode fu scannato da' suoi. Dionisio, quantunque
grande, fu malefico, violento; non si fidava di alcuno fra i
molti suoi giovani amici, e preferiva farsi difendere da bar-
bari e feroci stipendiati. Si chiudeva di per sé in una carcere,
cingendola di un ampio fosso, cui accedeva per un ponte di
legno, che, chiusa la porta, alzava egli stesso. Spesso par-
lava da un' alta torre, perchè non ardiva sedere in pubblico
cogli altri. Ebbe due mogli, una di Siracusa, l'altra di Locri
di Calabria, e non entrava mai nelle loro camere, se prima
non erano desse diligentemente frugate, per timore che na-
scondessero un ferro. Insegnò alle proprie figlie di radergli
la barba non fidandosi del barbiere; ma quando le figlie creb-
bero in età, non si fidò neppure di esse, e prescelse bruciarsi
la barba, e capelli con carboni ardenti. Giocando alla palla, co-
me pel solito, un giorno si tolse la clamide, e la consegnò insie-
me colla spada ad un giovane sommamente a lui caro. Allora
un domestico disse scherzando — abbandoni così a costui la
tua vita? — Il giovane rise dello scherzo, ma Dionisio tosto
comandò, che l'uno e l'altro fossero scannati, l'uno perchè
mostrò la maniera di ucciderlo, l' altro perchè l' approvò col
riso. Di tale violenza ebbe per tutta la sua vita cordoglio, ma
non imitò Alessandro, tentando di uccidersi, perchè regnò
CANTO XII. 509
58 anni, e ne aveva 25 quando prese V impero. Così visse al
doppio di Alessandro, commettendo altre violenze anche con-
tro gli Dei, come scrivono Tullio, e Valerio. Fu di color san-
guigno con viso lentiginoso e Dionisio fero — che fé Cicilia
aver dolorosi anni che per tanti anni afflisse la Sicilia. Ed
intenderai di Dionisio padre sebbene anche il di lui primo-
genito affliggesse la stessa Sicilia, e parte delle Calabrie con
violenze maggiori del padre, perchè ammazzò fratelli, e pa-
renti, empì di strage cittadina Siracusa, quando il padre l'a-
veva riempiuta solo di carcerati. Non fu né grande, né tem-
perato come il padre, anzi goloso, ed cbro tanto, che dive-
nulo insopportabile a tutti fu espulso dal regno, e si rifugiò
a Corinto, dove condusse vita coi lenoni, e colle meretrici,
sebbene di quando in quando insegnasse le lettere ai fanciulli.
Ezzelino fu crudelissimo tiranno al tempo di Federico II,
signore del castello di Romano in quel di Treviso, potente
nella Marca Tri vigiana, in cui esercitò la massima violenza, e
crudeltà, ed alcuni voglion che facesse morire cinquanta mila
persone. Ma la massima crudeltà esercitò, perduta Padova, per-
chè acciecato dall' ira, fece morire dodici mila padovani, che
teneva presso di sé, per fame, per ferro, e per fuoco. Regnò Ez-
zelino in Verona trenlaquattro anni , e si dirà di lui nel canto IX
del Paradiso, et quella fronte che ha pel cosi nero negro. Ez-
zelino fu di corpo mediocre, nero, peloso tutto: aveva un pelo
lungo sopra del naso, che gli si arricciava quando montava
in ira, ed allora bisognava fuggire e Azzolino Dante usa del
volgare toscano nel nomarlo, perchè aveva nome — Ecerino —
come assicura Musatto padovano nella sua tragedia di tal no-
me, ed in cui finge, che fosse generato dal diavolo.
E quellaltro Opizzone marchese d'Estc: aveva un oc-
chio solo, non per natura, ma per caso perduto in un torneo,
510 INFERIVO
e quindi nominato marchese Opizzone da un occhio solo. La
casa estense ebbe i suoi bellissimi di corpo, come Azzooel si-
gnore di Verona, di cui si parlerà nel canto VI del Purgato-
rio, ed Azzone li che tolse Padova ad Ezzelino, e lo sconfisse
presso Abdua fiume di Lombardia. Vinse anche Federico 11
presso Parma, come si dirà altrove. Opizzone da un occhio
solo, nipote di Opizzone 11 nacque da Rainaldo tenuto in car-
cere da Federico li nella Puglia, che il padre gli aveva man-
dato in ostaggio. E quantunque Federico spesso si offrisse di
restituirglielo, giammai non volle il padre dipartirsi dalla
Chiesa per ricuperare P unico figlio suo. Opizzone favori Carlo
primo contro Manfredi figlio di Federico in vendetta del pa-
dre. Ebbe costui tre magnifici figli — un Azzone primogenito
magnificentissimo detto Azzone 111 di cui si parlerà, e Fran-
cesco, ed Aldobrandino, da cui nacque queir Obizzo che
tenne il comando a giorni nostri, padre di Niccolò ora reg-
gente, e di Rainaldo. Nomina poi Dante Opizzone dall'occhio
solo, ed Azzone HI di lui figlio, perchè V uno, e I' altro fu-
rono violenti alla volta loro, imperocché Opizzone non con-
tento del suo dominio circoscritto dal Po, occupò Reggio, e
Mantova, e tenne il dominio in Ferrara 28 anni, dove mori
nel 1293; cosicché Opizzone, ed Azzone figlio regnarono al
tempo del nostro Dante. Azzone poi afflisse Bologna, e Parma
con molte guerre, ma non valse ad ottenere né 1' una né l'altra.
Avrebbe potuto soggiogare la Lombardia, presa in moglie la
figlia di Carlo secondo sorella del re Roberto, ma perdute
in poco tempo Mantova e Reggio, in due giornate di malattia
spirò senza prole, ed il dominio fu cagione di lite fra ni-
poti e fratelli. Mori Azzone HI nell'anno 1308 avendo regnato
15 anni ecc. che biondo e Opizo da Z&teRicobaldoCronicista
ferrarese reputatissimo, allora vivente , attesta che Azzone
CANTO XII. 511
mori nel castello d'Este temendo la morie dai suoi, com' era
accaduto ad Opizzone padre. Ecco perchè Dante aggiunge et
quel per vero fu spento dal figliastro su nel mondo chiama
figliastro il vero figlio, quasi voglia significare non essere
possibile, che un figlio attenti alla vita del padre.
Il Centauro quando si fosse trattenuto nella riva, avreb-
be accennati, e mostrati i tiranni più noti che si tormentava-
no nel sangue, ma cominciò ad entrare dentro del sangue, e
Dante si rivolse a Virgilio chiedendo cosa fare doveva.
Attor conosciuti i sunnominati mi volsi alpoeta Virgilio,
chiedendo, abbiam visto abbastanza di costoro? ed ora come
debbo fare? Virgilio gli comanda di montare sul dorso del
Centauro e quei Virgilio disse questi Nesso te sia or primo,
et io secondo. Il Centauro era il primo, Virgilio secondo, e
Dante seguiva terzo. Ma nell'atto di montare sul Centauro, ed
entrare nel sangue, Virgilio pose Dante nel mezzo, ed egli si
mise dopo di lui per sorreggerlo, e salvarlo e l centauro s af-
fisse. Nesso si fermò sopra una gente che parea eh uscisse
di quel bulicame sopra anime che pareano uscir da quel san-
gue bollente. É un bulicame lago di acqua rossa, calda, sul-
furea presso Viterbo, e di questo si parlerà nel canto XIV. in
fino alla gola locchè significava, che quelle anime non furo-
no de' primi violenti, e perciò meno si tormentavano, perchè
soltanto immersi sino alla gola.
Mostrocci Enrico re d'Inghilterra terzo di questo nome,
dilapidatore delle regali sostanze, e sommamente prodigo
ebbe ribelli i baroni, coir opera de' quali il re di Francia man-
dò in Inghilterra Simone conte di Monforte personaggio va-
lorosissimo; e capacissimo di regno, che mise in ceppi En-
rico re, e Riccardo di lui fratello, ed i figli dello stesso re. Ma
Edoardo primogenito, uomo d* inclita virtù, scappò per la ve-
512 INFERNO
locilà del suo cavallo, e poscia sconfìsse il detto Simone già
reso insopportabile ai baroni, perchè sfacciatamente aspirava
al soglio. Edoardo lo fece squartare, facendogli prima met-
tere in bocca i proprii testicoli strappati. Così Edoardo liberò
il padre, lo zio, i fratelli; indi successe al padre nel regno.
Ma della insultante morte di Simone pagò il fio un parente di
Edoardo cioè Enrico figlio di Riccardo. Imperocché quando
Filippo re di Francia, figlio di Lodovico il santo, tornava da
Tunisi con Carlo re di Sicilia, e giunse a Viterbo città d'Italia,
Guido di Monforte figlio di Simone uccise lo stesso Enrico, e
trascinatolo pel fango, lo fece squartare nell'anno 1370. E-
doardo da Tunisi passava ad Ocon in sussidio di Terra santa,
dove si trattenne tre anni, e questo Enrico tornava con altri
re per restituirsi in Inghilterra, giacché il di lui padre Ric-
cardo era stato eletto re de* romani, deposto Federico secon-
do. Guido scomunicato dal Papa Gregorio X finalmente si pre-
sentò, e fu tradotto in carcere, ma fuggì sulle terre di Carlo:
in ultimo cessò di vivere di mala morte.
Guido di Monforte fu del partito di Carlo fratello del re
Lodovico di Francia, ed in breve gli divenne carissimo, per-
chè uomo di alto cuore, di gran consiglio, e probità. Allor-
ché Carlo fu chiamato dalla Chiesa in Italia contro Manfredi,
e voleva portarsi a Roma per mare, al papa, Carlo affidò la
condotta a Guido, ed a lui consegnò moglie, e tutti i suoi, e
T intero esercito da guidarsi per terra, mentre egli teneva la
via di mare. Guido adempì esattamente all'incarico, e fu poi
con Carlo in tutte le guerre, e pericoli, ed ebbe gran parte
nelle vittorie. Fu per questo che Carlo già vincitore del regno
di Puglia, e Sicilia nominò Guido vicario suo in Toscana, qual
vicariato Carlo aveva avuto dalla Chiesa. Carlo si trovò in Vi-
terbo città d'Italia tornando da Tunisi dov' era morto suo
CANTO XII. 315
fratello Lodovico; e fra gli altri re vi era Filippo figlio del
predetto Lodovico, che raccolte le ossa paterne, le portava
alla patria in Francia: vi era anche Enrico figlio del re Riccar-
do. Essendo in quel tempo vacante la santa sede, quei re in-
calzavano i cardinali discordanti, a sciegliere un nuovo papa.
Trovandosi i predetti re, e cardinali, e gli altri nella Chiesa
primaria di Viterbo, e nell'atto che si alzava il preziosissimo
corpo di N. S. Gesù Cristo, Guido di Montarle allora vicario
di Carlo, di mano propria, con un pugnale improvvisamente
e presso l'altare, trafisse il predetto Enrico. Gli chiese uno
de* suoi che avesse fatto? — le mie vendette — rispose — e
l'altro replicò — Come faceste le vostre vendette quando vo-
stro padre fu trascinato pei capegli? Bastò questo, perchè Gui-
do tornasse in Chiesa a prendere per la chioma Enrico mo-
riente, e trascinarlo fuori della Chiesa, rendendo stupidi i cir-
costanti per l'enorme sacrilegio. Indi fuggì inosservato per
mare nelle terre del conte Russi suo suocero. Da tale avveni-
mento la corte romana fu sommamente turbata , addebitan-
dolo a Carlo. E di fatto, o fu conscio, ed operò iniquamente,
o f u ignaro, e perchè lasciò impunito tanto sacrilego attenta-
to? Il corpo di Enrico fu portato in Londra, e sepolto in Went-
rnister nella capella dei re contornata dai ritratti sovrani. Sul-
la di lui tomba fu posta una statua dorata , che nella mano de-
stra tiene un calice d'oro, in cui è il cuore di Enrico imbal-
samato, e sopra il cuore un pugnale nudo, strumento di sua
morte: nella sinistra stringe una carta con questa iscrizione
— cuor ferito da pugnale dò a chi mi è legato per sangue —
volendo esprimere che lo dava ad Eduardo, il quale non fu
mai più amico di Carlo, né della casa di Francia. Dante lo
pone in questo luogo, non perchè Guido avesse sparso molto
sangue nelle guerre in compagnia di Carlo, ma per l'ornici-
514 INFERNO
dio, barbaro per ragione di luogo, perchè nelle Chiese di Dio,
ed in faccia alla corte romana, benché vacante la sede; bar-
baro per ragione di persona, perchè l'ucciso era figlio di re;
barbaro perchè omicidio per causa ingiusta in quanto, che il
re d'Inghilterra fece morire il padre di Guido come colpevole
di lesa maestà, mentre Enrico non avea colpa alcuna, mo-
strocci un ombra l'anima di Guido di Monforte dal un canto
sola per la enorme e singolare scelleratezza commessa dicen-
do colui fesse in grembo a Dio ferì dinanzi a queir altare,
in cui si alzava il preziosissimo corpo di N. S. G. Cristo con-
sacrato lo cor che su Tamisi ancor si cola si venera. Cosi
denota Londra pel fiume, perchè il Tamigi è il fiume, che
scorre in mezzo a Londra città regale, che una volta chiama-
vasi Trinovanto al dir di Giulio Celso. Giulio Cesare passò a
nuoto questo fiume coir esercito tenendo la sola testa fuori
dell' acqua, poi vidi gente — tenian la testa e ancor tutto
l casso la testa, e il ventre di fuor del rio fuori del sangue,
e ciò indica che meno peccarono, e meno sono puniti, essen-
do scarsa la lor sommersione et io riconobbi assai di costoro
perchè trovansi da per tutto in gran numero, cosi quel sangue
acqua sanguigna se facea basso a più a più si faceva minore
«
a poco, a poco, e quanto più si andava innanzi si che cocea
pur li piedi e quindi minore la pena e l nostro passo del fosso
fu quivi e qui trovammo il passo.
Parte di cerchio è presso la riva, dove primamente Vir-
gilio, e Dante entrarono nel sangue, ed ivi il sangue è pro-
fondo assai, ma procedendo verso la riva opposta il sangue
a poco, a poco cala, e resta quasi nullo disse l Centauro Nesso
voltandosi si come tu vedi el bulicame che sempre si scema
sempre cala da questa parte sinistra misi voglio che tu credi
che l fondo suo a più giù prema più si abbassi de guest altra
CANTO XII. 315
parte destra infin che l si raggiunge — ove la tirannia con-
vien che gema ove piangono i tiranni pel tormento che sof-
frono.
La divina. Scrive Paolo Diacono nelle gesta de' longo-
bardi del 442 che Attila re degli unni aveva il dominio della
Dalmazia, dell'Ungheria, della Macedonia, della Mesia, del-
l' Àcaja , e della Tracia, e conduceva seco molti re, e prin-
cipi dipendenti, con innumerevole popolazione settentrionale.
Così entrò in Italia, e per primo tentò Aquileia, la quale per
tre anni fu dai cittadini valorosamente difesa, ma finalmente
dovette cedere e fu col ferrò, e col fuoco, e con barbara strage
distrutta. Fu allora, che una donna degna di nome eterno, si
precipitò dall'alta rocca nel fiume, piuttosto che cadere nelle
mani nemiche. Attila in seguito distrusse Concordia, Aitino,
Padova , e passò senza alcuna resistenza per Vicenza, Verona,
Brescia, e Bergamo. Saccheggiò Pavia, e Milano, ma senza
fuoco, e senza strage. Devastò le cittadella Romagna, e Lom-
bardia, ed in ultimo giunse dove il Mincio entra nel Po. Men-
tre stava in dubbio se dovesse andar difilato a Roma , soprag-
giunse il papa Leone , che lo placò, ed ottenne frale altre
cose la liberazione di Roma, e dell'Italia. Fermato così per
miracolo, Attila tornò in Ungheria, ed ivi prese in moglie Ono-
ria sorella dell'imperatore Valentiniano. Nei conviti smodati,
e lussuriosi un giorno oltrepassato ogni limite, con molto
sangue sgorgatogli dal naso l'anima vomitò. Tal fine ebbe
l'uomo sanguinario, ed è falso che fosse ucciso in Rimini,
come molti pretendono. — Giunto Attila in Modena s. Gemi-
niano vescovo di quella città gli chiese chi era? ed ei rispose
— sono Attila flagello di Dio — cui il vescovo — ed io sono il
servo di Dio, — ed Attila passò per mezzo della città senza offen-
dere alcuno. La divina iusticia punge di qua da questa parte,
3 Iti INFERNO
ove sono i tiranni quello Attila die fu flagello in terra — e Pir-
ro. Ritengono molti, chequi si accenni Pirro figlio di Achille,
violento, che fece parte della ruìna di Troia, uccise Priamo,
immolò Polissena, e rapì la moglie di Oreste. Ma l'autore non
può aver avuto di mira quel Pirro, che fu violento soltanto
contro nemici. Credo, che invece volesse dir Pirro re degli
epiroti, che fu valentissimo, e violentissimo: altro Alessandro,
ma più furente, e più somigliò a Pirro di Achille: era cugino
di Alessandro Magno. Così quasi uguali furono tre capitani
valorosissimi in armi, Alessandro, Pirro, Annibale. Pirro di
cui parliamo, secondo Giustino, ebbe a prima passione, e di-
letto la guerra. Venne in Italia in soccorso de' tarantini con-
tro i romani, e per quattro anni affaticò il loro valore. Poi
abbandonò l' Italia, passò in Sicilia, e creato re di quell'isola
operò molte guerre contro i cartaginesi , ma poco dopo per-
dette la Sicilia anche più presto che non l'aveva ottenuta.
Tornato ne' suoi stati assalì Antigono di Macedonia, e vinto
che l'ebbe ne occupò il regno: Antigono rifugiò ad Argo. In-
saziabile Pirro di guerra, e di regni, non contento dell' Epiro,
e Macedonia, ma furente per la Grecia, e l'Asia, invase i la-
cedemoni i più bellicosi dopo i romani. Respinto, ma non
avvilito, volse contro Argo per opprimere Antigono ivi na-
scosto; ma nel massimo ardore della pugna, un sasso gel-
tato da mano femminea a caso lo colpì, e stramazzò sul ter-
reno. Così per mano di donna quel terribile morì: troncatogli
il capo fu presentato ad Antigono, che pietoso, scordate le in-
giurie , rese il capo ed il resto della salma ad Eleno figlio, per-
chè lo seppellisse in patria, liberando il figlio del suo nemico
dalla schiavitù. Dalle predette cose è dunque chiaro, che Dante
parla di questo re. — Con Pirro poi l'autore nomina un altro
— Sesto di Pompeo — che fu gran pirala. Pirro e Sesto Sesto
CANTO XII. 317
glio del gran Pompeo, dopo le vittorie di Cesare, raccolse
olti pirati, occupò la Sicilia, e cominciò ad infestare Augu-
Lo con battaglie navali, con gravissimi danni, e specialmente
olla fame di Roma, e d'Italia. Vinto finalmente, nell'atto di
ggire in Asia, fu ucciso dai parlitanti di Antonio. L'autore
a seguito Lucano nel chiamar Sesto un gran pirata, perchè
el mare stesso dove il padre aveva disfatta la pirateria, egli
a esercitò. Né io lo direi violento, perchè ebbe fortuna con-
raria: mi sembra invece magnanimo, perchè seppe della ne-
essità far virtù. Che poteva mai fare quel Sesto dopo vinti,
«d uccisi padre, e fratelli? Non aveva consiglio, non aiuto:
l'Oriente occupato da Antonio: l'Occidente da Augusto. Si ar-
mò, come gli fu possibile, contro di Augusto erede di Cesare,
uccisor di suo padre, e valorosamente gli tenne guerra sino
alla morte.
Et in eterno in ultimo Dante ricorda due famosi ladroni
privati, i Rainieri l'uno di Corneto, l'altro di Aricia di Val-
darno. Quella divina giustizia in eterno munge dissecca , o
spreme le lagrime che le quali disserra fa versare col bolor
col sangue che bolle a Rinier da Corneto aggressore sulla
strada romana e Rainer pazzo assassino della strada toscana.
ille Nesso se rivolse poi tornò sulla sua strada e ripasso il
guazzo ripassò il fiume sanguigno.
CANTO XIII.
TESTO MODKRNO
Non era ancor di là Nesso arrivato,
Quando noi ci mettemmo per un bosco,
Che a niun sentiero era segnato. 3
Non fronda verde, ma di color fosco;
Non rami schietti, ma nodosi e involti;
Non pomi v'eran, ma stecchi con tosco. 6
Non han sì aspri sterpi , né sì folti
Quelle fiere selvaggie, che in odio hanno
Tra Cecina e Corneto i luoghi colti. 9
Quivi le brutte Arpie lor nido fanno,
Che cacciar delle Strofade i Troiani,
Con tristo annunzio di futuro danno. 12
Ale hanno late, e colli e visi umani,
Pie con artigli, e pennuto il gran ventre:
Fanno lamenti in su gli alberi strani. 15
E il buon Maestro: prima che più entre,
Sappi , che sei nel secondo girone ,
Mi cominciò a dire, e sarai, mentre 18
Che tu verrai all'orribil sabbione.
Però riguarda bene, e sì vedrai
Cose, che daran fede al mio sermone. 21
lo sentia già d'ogni parte trar guai,
E non vedea persona, che il facesse:
Per eh* io tulio smarrito m'arrestai. 24
CANTO XIII 319
Io credo, ch'ei credette, ch'io credesse,
Che tante voci uscisser tra que' bronchi
Da gente, che per noi si nascondesse: 27
Però, disse il Maestro, se tu tronchi
Qualche fraschetta d'una d'este piante,
Li pensier ch'hai si faran tutti monchi. 30
Allor porsi la mano un poco avante ,
E colsi un ramuscel da un gran pruno,
E il tronco suo gridò: perchè mi schiante? 33
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
Ricominciò a gridar: perchè mi scerpi?
Non hai tu spirto di pietate alcuno? 36
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
Ben dovrebb' esser la tua man più pia,
Se state fossimo anime di serpi. 39
Come d'un stizzo verde, ch'arso sia
Dall' un de' capi, che dall'altro geme,
E cigola per vento, che va via; 42
Sì della scheggia rotta usciva insieme
Parole e sangue; ond'io lasciai la cima
Cadere, e stetti come l'uom che teme. 45
S'egli avesse potuto creder prima,
Rispose il Savio mio, anima lesa,
Ciò, ch'ha veduto pur con la mia rima, 48
Non averebbe in te la man distesa;
Ma la cosa incredibile mi fece
Indurlo ad ovra, eh' a me stesso pesa. 51
Ma dilli chi tu fosti, sì che, in vece
D'alcuna ammenda, tua fama rinfreschi
Nel mondo suo, dove tornar gii lece, 54
E il tronco: sì col dolce dir mi adeschi,
320 INFERNO
Ch'io non posso lacere; e voi non gravi
Perch'io un poco a ragionar m'inveschi. 57
lo son colui, che tenni ambo le chiavi
Del cor di Federigo, e che le volsi,
Serrando e disserrando, sì soavi, 60
Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi:
Fede portai al glorioso ufizio,
Tanto, ch'io ne perdei le vene e i polsi- 63
La meretrice, che mai dall'ospizio
Di Cesare non torse gli occhi putti,
Morte comune, e delle Corti vizio, 66
Infiammò contra me gli animi tutti,
E gì' infiammati infiammar sì Augusto,
Che i lieti onor tornaro in tristi lutti. 69
L'animo mio per disdegnoso gusto,
Credendo col morir fuggir disdegno,
Ingiusto fece me contra me giusto. 72
Per le nuove radici d'esto legno
Vi giuro, che giammai non ruppi fede
Al mio signor, che fu d'onor sì degno: 75
E se di voi alcun nel mondo riede,
Conforti la memoria mia, che giace
Ancor del colpo che invidia le diede. 78
Un poco attese, e poi: da ch'ei si tace,
Disse il Poeta a me, non perder l'ora;
Ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace. 81
Ond'io a lui : dimandai tu ancora
Di quel che credi, che a me soddisfaccia;
Ch'io non potrei, tanta pietà m'accora. 84
Però ricominciò: se l'uom ti faccia
Liberamente ciò, che il tuo dir prega,
CANTO XI11. 321
Spirito incarceralo, ancor ti piaccia 87
Di dirne come l'anima si lega
In questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
S' alcuna mai da tai membra si spiega. 90
Allor soffiò lo tronco forte, e poi
Si convertì quel vento in cotal voce:
Brevemente sarà risposto a voi. 93
Quando si parte l'anima feroce
Dal corpo, ond'ella stessa s'è disvelta,
Minos la manda alla settima foce. 96
Cade in la selva, e non l'è parte scelta;
Ma là dove fortuna la balestra,
Quivi germoglia, come gran di spelta. 99
Surge in vermena, e in pianta silvestra:
Le Arpie, pascendo poi delle sue foglie,
Fanno dolore, e al dolor finestra. 102
Come l'altre verrem per nostre spoglie:
Ma non però ch'alcuna sen rivesta;
Che non è giusto aver ciò, eh' uom si toglie. 105
Qui le strascineremo, e per la mesta
Selva saranno i nostri tiorpi appesi,
Ciascuno al prun dell'ombra sua molesta. 108
Noi eravamo ancora al tronco attesi ,
Credendo ch'altro ne volesse dire,
Quando noi fummo d' un rumor sorpresi ; 111
Similemente a colui, che venire
Sente il porco e la caccia alla sua posta ,
Ch'ode le bestie e le frasche stormire. IH
Ed ecco duo dalla sinistra costa
Nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
Che della selva rompieno ogni rosta. # 117
Kambw.di — Voi. i. 21
322 INFERNO
Quel dinanzi: ora accorri, accorri, Morte;
E l'altro, a cui pareva tardar troppo,
Gridava: Lano, sì non furo accorte 120
Le gambe tue alle giostre del Toppo.
E poi che forse gli fallia la lena,
Di sé e d'un cespuglio fé' un groppo. 123
Diretro a loro era la selva piena
Di nere cagne bramose e correnti ,
Come veltri che uscisser di catena. 126
In quel, che s'appiattò, miser li denti,
E quel dilacerare) a brano a brano,
Poi sen portar quelle membra dolenti. 129
Presemi allor la mia scorta per mano,
E menommi al cespuglio, che piangea,
Per le rotture sanguinenti, invano. 132
0 Jacopo, dicea, da sant'Andrea,
Che t' è giovato di me fare schermo?
Che colpa ho io della tua vita rea? 135
Quando il Maestro fu sovr'esso fermo,
Disse: chi fusti, che per tante punte
Soffi col sangue doloroso sermo? 138
E quegli a noi: o anime, che giunte
Siete a veder lo strazio disonesto,
Che le mie frondi ha sì da me disgiunte, Ut
Raccoglietele al pie del tristo cesto:
Io fui della città, che nel Battista
Cangiò il primo padrone, ond'ei per questo 144
Sempre con l' arte sua la farà trista :
E se non fosse, che in sul passo d'Arno
Rimane ancor di lui alcuna vista, 147
Quei cittadin, che poi la rifondamo
CANTO XIII. 323
Sovra il cener, che d'Attila rimase,
Avrebber fatto lavorare indarno.
Io fei gibetto a me delle mie case. 151
COMMENTO DI BENVENUTO
Seconda specie de' violenti contro sé stessi , che si castiga
nella seconda bolgia. Il canto può dividersi in quattro parti
generali , — pena de' violenti in sé stessi , e ministri della pena
nella prima; — spirito moderno violento in sé — nella seconda
io sentia ecc. ricerche al detto spirito nella terza un poco at-
tese ecc. violenti contro i beni, e loro pena nella quarta noi
eravamo ecc.
Le anime di questi disperati sono chiuse in piante sel-
vaggie, dure, aspre, senza foglie, e senza frutto: le arpie,
rapacissimi animali, ne troncano le cime, per cui dalle rot-
ture emana sangue. L'anima ha tre facoltà — razionale — sen-
sitiva— e vegetativa. Costoro, non può dirsi, che avessero
anima razionale, perchè la ragione allontana, e rifugge dalla
morte, che toglie ogni possibilità di pentimento: — non anima
sensitiva, perche il senso naturalmente abborre dalla morte,
come vediamo negli animali, che mettono ogni sforzo per di-
fendere la loro esistenza, e perfino i vegetabili cercano la lor
conservazione. Dunque non possono aver avuta che la vege-
tativa, perchè uccidendosi, non ebbero senso maggiore di
una pianta, quando però sia secca o prossima a seccarsi. Le
arpie, che troncano le cime, e spargono il sangue di costoro
figurano l'avari zia e la prodigalità, le quali riducono l'uomo
alla disperazione. Nesso non era ancor a arrivato di la all' ^al-
tra riva , che si mise a correre velocissimamente perchè non
andava contro corso, come aveva fatto nel venire quando noi
ci mettemmo per un bosco nella seconda bolgia tutta bosco ,
324 INFERNO
e gremita d'alberi selvaggi che da nessun sentier era se-
gnato per mostrare, che non vi ò mai ragione di ridursi a
disperazione. Niuna verdura, non odore, non fiore, non frutto;
ma solo turpi uccelli non frondi verdi perchè i disperati non
ebber mai vera vita ma di color fosco ma vita d' infamia non
rami schietti ma nodosi e involti membra scomposte da per-
verse passioni che accelerarono la morte non pomi v eran
ni un frutto, ed il disperato non ha mai prodotto frutto alcuno
ma stecchi con tosco ma succhi, e spini velenosi. Le fiere,
che fuggono il consorzio degli uomini non hanno luoghi tanto
aspri, come questi, quelle fiere selvaggie orsi , cinghiali .esi-
mili che anno in odio i luoghi colti che fuggono dai luoghi
coltivati, e dai domestici tetti tra Cecina e Corneto due parli
vicine al mare: Corneto è un castello sopra il mar di Toscana
circondato da triplice muro, nel quale, si vuole, abitasse Dar-
dano primo fondatore di Roma non an si aspri sterpi ne si
folti come queste anime hanno le piante aspre, spesse, e pun-
genti. Le fiere hanno fra le piante le loro caverne, delle quali
si piacciono e fan uso, e liberamente, e sicuramente: le ani-
me di costoro air incontro hanno nelle piante un duro carcere,
nel quale forzatamente son chiuse, e vengono ad ogni momen-
to lacerale, e tormentate, quivi — abbiamo da Virgilio nel
HI dell'Eneide, che le arpie sono uccelli rapacissimi , col viso
di vergine, il ventre gonfio, bocca fetente, pallide per fame,
con mani adunche, e che stercorizzavano sulle mense di Fi-
neo, reso cieco per avere uccisi ifigli. Le arpie, come si disse,
figurano P avarizia, e vengono così chiamate dal rapire, llor
nomi sono — Aello — Occipito e — Celeno — che esprìmono
gli attributi dell' avaro. L' appetito della roba altrui si figura
in Aello, che suona appetente l'altrui — l'accumulare si figura
in Occipito, che suona — occupante l'altrui: — il nascondere,
CANTO XUI. 325
custodire, e difendere le cose apprese si figura in Colono che
suona — nascondente P altrui. Qncst' ultima è peggiore, e più
vile delle altre, perchè seppellendo i beni non servono né al
possessore, né ad alcun altro. A tali uccelli si attribuisce il
potere di guastare ogni vivanda , come fecero a Fineo celebre
avaro, usuraio, e tanto vile, che non ebbe azione, senza che
fosse macchiata di sordidezza: si finge cieco, ed è voce che
uccidesse i propri figli — Enea partendo da Troia, poi da
Creta, giunse alle Strofadi, isole greche nelPJonio, ed abitate
da tai mostri. Ivi i troiani, arrostiti i bovi che trovarono e mi-
nistrate le mense, erano sul punto di mangiare, quando giun-
sero le arpie con istrepito d'ali, calando da quei monti, e
sporcarono tutte le vivande colP immondo lor tocco. I troiani
allora cambiarono posto, e si ritirarono in luogo remoto sotto
un sasso arcuato, ed ecco, poste le mense, tornar le arpie , e
rapire i cibi, e renderli polluti. Enea comandò che si assalis-
sero col ferro, ma fuggendo esse velocissimamente, reser va-
no lo sforzo de'troiani. Celeno posandosi su quelP alto sasso
cosi parlò — troiani, fissate in mente quanto vi predice la
massima tra le furie; giungerete in Italia sospirata, ma prima
di fondar ivi la gran città, triterete coi denti, e mangerete le
proprie vostre mense — spaventati dal tristo, ed oscuro au-
gurio, deposte le armi i troiani si volsero alle preci, ed An-
chise padre di Enea scongiurò gli Dei, perchè allontanassero
tanta sventura. Ma essendo Enea giunto in Italia sulle spiau-
gie tiberine, e stando a mensa cogli altri duci , sotto i rami , e
P ombra di albero altissimo, furono apprestati i cibi sopra fo-
caccic, che servivano di piatto e mensa, e consunti i cibi, spez-
zarono, e mangiarono anche le stesse focaccie. Allora Giulio
figlio di Enea si mise a gridare — abbiam mangialo le nostre
mense- ed Enea prese la voce in buon senso, e si allietò,
526 INFERNO
pensando essere quella la terra tante volte promessagli dal
destino. Quanto bene il racconto di Enea tien dietro a quanto
si disse delle arpie! Enea magnanimo parte da Troia , terra di
voluttà, e piega verso Italia terra di virtù. Insorge F avarizia
contro di lui per rompergli il proponimento di fondare l' im-
pero romano: ha un augurio di dover prima mangiare le men-
se quasi — tutto consumerai — soffrirai ogni stento, passe-
rai tua vita peregrinando , e scorrendo mari — ma Enea co' suoi
combatte Celeno, la mette in fuga, la discaccia, ride degF in-
fortuni, converte in buono il pessimo augurio, le brutte ar-
pie perchè guastano quanto toccano fanno lor nidi quivi in
queste piante, che cacciarono i trojani delle Strofade isole
della Grecia in Epiro, chiamate Echinadi, ed una volta Plotoe
con tristo annunzio di futuro danno che non pertanto, come
si disse, fu convertito in buon augurio. Avviene spesso nel
mondo, che quando F uomo si crede all'estrema infelicità,
trovi la felicità.
Ale anno late ampie, perchè volano per l'universo offuscan-
do, e colli e visi fiumani cioè viso di femmina: secondo Orazio.
— Se un pittor scimunito a capo umano — Giunger volesse
una cervice equina. — La faccia loro di vergine significa Fallet-
tamento: la rapina piace, perchè è dolce vivere di altrui fatiche.
La vergine finché mantiensi tale, è sterile, e non produce al-
cun frutto come F avarizia, pie con artigli s\ dice, che ab-
biano i piedi di gallo d' india. Il gallo non si contenta delF e-
sca offerta se non raspa, e del pari F avaro non si contenta
dello stato suo, se continuamente non rapisce. Virgilio le de-
scrive con mani adunche, per mostrare che la mano delF a-
varo è curva pel continuo uso di rapire pennuto il gran ven-
tre perchè nel ventre tutto conservano, e seppelliscono. Han
faccia pallida per fame, giacché l'avarìzia dopo l pasto ha
CANTO XIII. 327
più fame che pria — fanno lamenti sugli arbori strani can-
tano lamentosamente su que' rami tanto strani, o forzano ai
lamenti le anime lacerando le foglie e troncando le cime.
E l buon maestro seconda parte generale. Virgilio che
bramava istruirmi di questo luogo, e di queste pene mi co-
mineio a dir — pria che più entri prima che t' inoltri in
questo bosco sappi che sei nel secondo girone nel secondo
cerchio de' violenti. Il cerchio de' violenti è diviso in tre; nel
primo è la valle sanguinosa in cui son puniti i violenti in al-
trui— nel secondo è selva selvaggia, ed aspra, e forte, in
cui sono puniti i violenti in sé — nel terzo è arena arida, e
sterile in cui son puniti i violenti in Dio. Ora si tratta del se-
condo e sarai mentre che tu verrai nell orribil sabione ncl-
T arena spaventosa e pero guarda bene e si vedrai — cose
che torrian fede al mio sermone vedrai non credibili cose,
se non le scorgessi cogli occhi tuoi, io sentia d ogni parte
trarre guai perchè in ogni pianta era un'anima chiusa e non
vedea persona che l facesse e non appariva anima alcuna per-
che io tutto smarrito m arrestai per lo stupore, e spavento:
temeva insidie più facili ne'boschi. Virgilio, scorgendolo dub-
bioso, non potendolo persuadere, volle col fatto farlo maravi-
gliare credo eh l credea eh i credessi ed era vero, perchè
Virgilio scorgeva il timore di Dante per tali voci , giacché rite-
neva che tante voci uscisser di que bronchi tronchi, o rami
da gente che per noi si nascondesse per ispogliarci; pero disse
l maestro Virgilio, per togliermi la falsa credenza li pensier
eh hai si faran tutti monchi si troncheranno, si toglieranno
dalla tua mente se tu tronchi qualche fraschetta duna deste
piante qualche cima, o ramu scello di queste piante. aUor
porsi la mano un poco avanti e colsi un ramicelo dun
gran pruno ruppi un ramuscello d'un albero spinoso, ed a-
328 INFERNO
spro, come un pruno. Quivi era chiusa l'anima <T un gran-
d' uomo, e P albero era grande. Era P anima di Pietro Dalle
Vigne, gran cancelliere di Federico secondo, ottimo scrittore,
di cui si disse con ragione — qui torna al nulla chi prima fu
nulla. — Nato da bassi genitori, da padre ignoto, e da madre
abbietta, quale la propria, e la vita del figlio sostenne nella
miseria, finché dopo lo studio di belle lettere, miserabile però
anche allora, fu condotto dinanzi alP imperatore, ed impie-
gato in corte divenne ricco per ingegno, e fortuna, e tanto
avanzò nel favore imperiale per capacità nel dettare, e per
cognizioni di civile diritto, che non ebbe alcuno che lo arri-
vasse. Entrato così nella stima del regnante, e addivenutogli
caro, lo nominò protonotario della gran curia, consigliere, e
giudice, e divenne consapevole di tutti gli arcani politici. La
famigliarità col suo sovrano giunse a tal segno, che in Napoli
vedevasi la effigie dell' imperatore accanto a quella di Pietro,
Puna in soglio, P altra in una sedia appresso. 11 popolo caden-
do ai piedi imperiali dimandava, che gli si facesse giustizia
con questi versi.
Cesare , amor di leggi , o Federico
Di tutti i Regi , che mai fur più pio ,
L nostri lai deb rompi, e la intricala
Tela dispiega de' nostri lamenti !
Sembrava poi che la risposta dell'imperatore fosse la seguente
A sopir vostre liti , i gran responsi
Udite del Censor: questi daralli,
0 pregherà pereti' io li dia per lui :
11 nome è Pier, cognome Dalle Vigne.
In tale altezza di favore la invidia gli tramò un tradi-
mento. L'imperatore lo fece carcerare : cavatigli con ferro ro-
vente ambid uè gli occhi , ei mal soffrendo i tormenti si uccise.
E siccome fu pubblica la opinione del tradimento; così l'au-
tore finge in questo luogo, che Pietro chiegga che gli venga
CANTO XIII. 329
restituita la fama. Dante rompe un ramuscello piccolissimo
per fare all'albero il minore possibile danno; non pertanto il
dolore dovette esser grande, perchè il paziente tosto mise il
lagno seguente e l tronco suo grido perche me schianti? e ri-
pete ad espressione di maggior dolore e comintio a gridar
perche me sterpi? perchè mi laceri, mi strappi? se fui vio-
lento, lo fui soltanto in me stesso : e dalla rottura tosto si vide
scorrere il sangue e la voce con esso da che facto fu bruno di
sangue: invita Dante alla compassione così non hai tu spirto
di pietate alcuno* non sai tu che homini fummo noi tutti,
qui chiusi, in queste piante, siamo stati uomini come te, e
dice noi9 perchè le pubbliche persone parlano in plurale; or
siam fatti sterpi alberi, e piante dure — o anima crudele,
non pensi tu che fui un composto di anima, e di corpo, e
quantunque violentemente mi togliessi la esistenza, perche
vuoi tu or togliermene parte? la tua man ben dovrebbe esser
più pia se fossimo state anime di serpi non già d'uomini.
E le anime di questi disperati furono più crude dei serpenti,
i quali non infieriscono contro sé stessi, parole e sangue si
uscia dalla rotta scheggia dal rotto ramo come esce l'umore,
e lo stridore dun stizzo verde che sia arso dal un de capi
che geme stride, ed emette goccie, come quest'anime lagnatisi,
e versali sangue dall altro dall'altro capo. L'umido nel legno
verde pel calore del fuoco si risolve in aria, e trovando osta-
colo nell'umido non risoluto, lo spinge fuori stridendo. Non
potrebbe la similitudine essere più propria! da ramo a ramo,
da umore a sangue , da stridore a lamento, dalla violenza del
fuoco alla violenza del dolore! e cigola per vento che va via
per vento, che stridendo sorte. Siccome dal tizzone pel calore
esce l'umore a goccia a goccia stridendo, e poi svanisce, così
il ramo di Pietro emise sangue a goccia a goccia insieme col
550 inkeb.no
lamento, ina presto cessò, ed ebbe posa e l savio mio rispose
Virgilio rispose a Pietro o anima lesa offesa ora dalla mano
di Dante e l non avrebbe distesa la mano in te non avrebbe
troncato il ramuscello s egli avesse potuto veder prima pri-
ma di rompere pur con la mia rima coi miei versi, e Vir-
gilio finse altrettanto di Polidoro figlio di Priamo ciò eh a ve-
duto che le anime fossero chiuse dentro queste piante; ma la
cosa incredibile eppur vera mi fece indurlo ad opra eh a me
stesso pesa così mi scusa la necessità. Virgilio a compenso
persuade Pietro, che si manifesti a Dante, perchè gli restitui-
sca il buon nome fra i viventi ma dilli chi tu fusti si che rin-
freschi tua fama nel mondo su mondo de' vivi dove tornar
li lece essendo lecito a lui quanto non è lecito a te, né agli
altri disperati ; ovvero — può rivendicare la tua fama nel mon-
do, perchè tuttora vive, e presto sarà di ritorno fra i viventi.
in vice d alcuna mercede in luogo di ammenda, e compenso
di offesa, che ti si fece sebbene senza colpa: e l tronco — ri-
spose — tu m adeschi mi prendi, mi leghi con dolce dire es-
sendo dolce, e caro all'uomo ricuperare la fama dopo un in-
giusto giudizio eh io non posso tacere e se debbo parlare non
posso dir poco ; perciò e voi non gravi perch io un poco m in-
veschi a ragionar m'impegni in lungo racconto. Pietro ebbe
un poco il difetto di prolissità.
Io son — Pietro dalle Vigne fu il famoso cancelliere di
Federico 11, gran dottore nell' uno, e nell'altro diritto, dettato-
re sommo in lingua cortigiana. Fu diligentissimo nell' ufficio
suo, ch'esercitò inoltre con molta prudenza, e si guadagnò
il cuore del suo imperatore a modo di saperne i secreti, che
poteva confermare, o cambiare ad arbitrio: insomma poteva
tutto che voleva. La troppa felicità gli suscitò contro l'invi-
dia, e l'odio degli altri cortigiani, i quali ritenevano, che la di
CANTO XIII. 331
lui esaltazione si convertisse in loro depressione, e disprezzo.
Congiurarono, e l'accusarono di falsi delitti, spargendo che
si era fatto più ricco dello stesso suo sovrano; che ascriveva
a sé solo, ed al suo ingegno ogni felice risultato; che rivelava
i secreti di Stato al Pontefice Romano. Federico sospettoso, e
naturalmente crudele, cambiando l'amore in odio, gli fece
cavare ambidue gli occhi, e gettare in un carcere profondo.
Ma Pietro sdegnando di soffrire così barbara, ed ingrata in-
giustizia, nel carcere si uccise da per sé stesso. Scrivono altri,
che si frangesse il capo nel muro in vicinanza di Pesaro, quando
Federico andava in Toscana. Altri vogliono, che si gettasse da
un'altissima fenestra diCapua sua patria, nel mentre passava
l'imperatore. Ma io sono di ferma opinione, che si uccidesse
nella carcere, perchè non è verosimile che l'imperatore sei
conducesse seco dopo averlo acciecato. Non avendogli tolta
la mente, avrebbe potuto molto nuocergli, come Appio sapien-
tissimo fra i romani, che quantunque cieco tanto nocque a Pir-
ro infestissimo nemico. / animo mio fece me iniusto contro me
justo perchè laddove era innocente, per impazienza mi resi col-
pevole. Quanto meglio operò Boezio, che consolatosi di per sé
e con molta fermezza sostenne la sua indegna, ed ingiusta
fortuna: per disdegno justo per giusto sdegno del tradimento
credendo fuggir disdegno col morir molti uccidendosi cre-
dono fuggire al dolore, alla vergogna, alla pena, e ad altri
mali. Disgraziati, che incappano in peggio! Senza ricorrere
alle sacre carte, Virgilio poeta pagano dice nel VI dell' Eneide
quanti or vorrian fra vivi — or povertade, or sopportar
sventura. Pietro assicura che fu innocente io vi giuro per le
nove radici d esto legno vi giuro per l'anima mia, che fu,
non è molto, anima chiara nel mondo che giammai non ruppi
fede al mio Signor che fu d onor si degno a Federico. Ma Pie-
532 INFERNO
tro slesso in alcune sue lettere» oppongono alcuni, si confessa
colpevole. Rispondo io, che tali lettere benché scritte nel mo-
do, e stile suo, non furono sue, e posto che fossero, non
provano che fosse reo, giacché le avrebbe scritte solo per con-
ciliarsi nuovamente l'amore del suo sovrano. Ma perchè dice
che fu donor si degno quando invece fu eretico, epicureo,
e scomunicato, come nel canto X? Perchè, rispondo io, come
sovrano meritava onore, giacché secondo l'Apostolo — o servi,
state soggetti ai padroni quantunque discoli — Federico poi
fu veramente glorioso, e da Carlo Magno in poi non vi fu im-
peratore più magnifico , e più potente di lui : imperatore de' ro-
mani, re di Alemagna, re di Sicilia, e di Puglia, re di Geru-
salemme, duca di Svezia , e di gran parte della Siria fu temuto
dai cristiani, e dai saraceni in mare, ed in terra. Ebbe inclita
figliolanza, Enrico primogenito, che fu zoppo, ma dritto di
mente; il bellissimo Corrado, il libéralissimo Manfredi, il
valorosissimo Enzio. Eresse grandi castelli specialmente nella
Puglia. Di statura comune, di viso lieto, di colore mezzano,
di membra quadre; il suo fisico nulla toglieva alla dignità del
grado: prudente, erudito, adatto ad ogni cosa: perito nelle
arti meccaniche, dotto in molte lingue parlò il latino, il tede-
sco, il francese, il greco, il saraceno: coraggioso in anni,
spesso liberale, severo punitore: si dilettò della caccia del
falcone, ed anche più degli amplessi femminili .'teneva presso
di sé molte donne bellissime, e per dir tutto in poco fu tutto
terreno , avido dell' impero mondano più che del regno del
cielo: imperò trent'anni, e morì di anni cinquantasette.
E se alcun di voi mai riede nel mondo e ciò riguardava
Dante ancor vivo conforti la memoria mia che giace prostrata
ancor del colpo che nvidia le diede. Pietro non poteva di-
mandare cosa più desiderabile, la vera medicina del suo male.
CANTO XI11. 333
E di vero la invidia lo aveva colpito nella parte più sensibile,
nella fama, imputandolo di tradimento contro del suo signore,
che tanto lo amava. Ma Dante serbò la promessa a Pietro in
questo libro, purgandolo da ogni macchia, e finché il libro
vivrà, il mondo riterrà che Pietro fu ingiustamente infamato,
ed ingiustamente punito. L'autore poi non ha operato contro
coscienza, perchè oltre la fama, e gli scritti di autori rispet-
tabili a favore di Pietro, aveva argomenti in Federico stesso,
che fece morire in carcere il figlio suo egualmente innocente,
ed imputato di tradimento. Enrico di lui primogenito infatti,
eletto re de' romani con paterno consenso, si credette in do-
vere di pregare con tutto rispetto il padre suo, a cessare le
persecuzioni alla Chiesa romana cui doveva la più alta grati-
tudine per averlo educato fanciullo, e messo nel più alto gra-
do di regno. Non valsero le preghiere, ed Enrico passò al più
aperto rimprovero. Bastò questo a Federico per sospettarlo un
congiurato della Chiesa contro di lui, e col pretesto, che vo-
leva usurparsi il regno di Sicilia, mentre egli trovavasi in Si-
ria, lo fece chiudere in duro carcere insieme con due suoi fi-
glioletti, ed ivi gravato di catene, e dopo molti stenti cessò di
vivere. Altri pretendono, che Federico pentito mandasse am-
basciatori al figlio per riconciliarselo," ma Enrico conoscendo
il padre suo, e temendo che volesse aggiungere altre crudel-
tà, si precipitò insieme col cavallo da un ponte, e così mise-
ramente morì. Che se ciò fosse vero, Enrico insieme con Pie-
tro dovrebb' esser chiuso in una pianta in questa selva. Se poi
Federico fu capace di condannare un figlio innocente, quanto
più facilmente un suo amico, ma sempre suo servo? E bene
stette a Federico di trovare un altro figlio crudele contro di
lui, che ad esempio di Mitridate era stato tanto barbaro col
primogenito!
334 INPERNO
Un pocq attese terza parte generale et poi disse il poeta
a me non perder l ora da che l se tace che perder tempo a
chi più sa più spiace. Ma parla e chiedi a lui se più te
piace sembra, che Pietro abbia risposto air inchiesta quanto
basta. Ma tu dimanda se brami sapere altre cose ondio alui
risposi a Virgilio dimandai tu ancor di quel die credi come
soddisfaccia tu conosci la mia intenzione, come la conosco io
stesso, perciò ricercalo a seconda del mio desiderio eh io non
potrei non sarei al caso di farlo tanta pietà meteora tanto sono
commosso a pietà! Dante era vivamente commosso sul riflesso
che tanti uomini illustri si ridussero alla stessa disperazione
di Pietro Dalle Vigne; pero ricomincio Virgilio se / hom se
questo vivente ti faccia liberamente ciò eh il tuo dir prega
ti restituisca alla fama o spirto incarcerato nella pianta an-
cor ti piaccia di dirne e non adontarti come l anima del di-
sperato si lega in questi nochi in questi alberi nodosi e din-
ne se tu puoi se ti è dato dirlo o conoscerlo se alcuna mai si
spiega si cava, o si scioglie dalla pianta da lai membra da
tai rami. Con questa dimanda cerca in sostanza, se le anime
di tai disperati rivestiranno la umana carne, come gli altri
morti .
Allor lo tronco soffio forte die un alto sospiro, perchè
era un ricordare la sua condanna et poi quel vento si con-
verti in cotal voce cioè brevemente sarà risposto a voi non
userò di lungo racconto, quando l anima feroce veramente
crudele se parte dal corpo ond ella stessa s e disvelta si strap-
pò per violenza, giacché l'amore dell' anima al corpo è som-
mo Minos giudice come al canto V la manda alla settima
foce al settimo cerchio — de' violenti — cade in la selva in
questa selva e non gli è parte scelta destinata ma germo-
glia qui tra gli altri alberi la dove la fortuna la balestrami
CANTO XIII. 335
essendovi stata elezione come gran di spelta cresce in tanti
steli come il grano di spelta sorge in vermena in tenero vir-
gulto prima , e poscia in pianta silvestra in albero aspro ,
e duro. Questa arborificazione è proprissima. L'anima nel
corpo esercita diverse facoltà col mezzo delle membra, e così
avviene neir albero pei rami, poi le arpie pascendo de lor
foglie fanno dolor strappando le foglie di quelle piante ad-
dolorano le anime ivi chiuse et al dolor fenestra il forame
per T escita del lamento, e del sangue. Qui P autore pone le
arpie che figurano P avarizia, perchè P avarizia, è una delle
principali cagioni della disperazione degli uomini, noi ver-
rem per le nostre spoglie per riassumere la nostra carne ma
non pero eh alcuna anima — se n rivesta quelle spoglie che
perchè non e licito haver do eh hom si toglie P uomo non
ha diritto a ricuperare quanto spontaneamente abbandonò: qui
le strascineremo violentemente trarremo i nostri corpi per
la selva e i nostri corpi saran apesi, sospesi , e pendenti
ciascuno al pruno alP albero spinoso dell' ombra sua mole-
sta alP ombra dell' albero funesto. Questo passo è molto ar-
duo, giacché sarebbe contro la fede, che costoro non rivestis-
sero la loro carne nel giorno del giudizio; e Dante cristiano
non potrebbe scusarsi col dire , che ciò affermò per più spa-
ventare, ed allontanare dalla disperazione. Sembra piuttosto
che potesse spiegarsi col riflesso, che Pautore parla d' Inferno
morale, e le anime degli altri viziosi siano sempre nella pos-
sibilità di emenda; ma pei disperati non sia più luogo a pe-
nitenza , e cosi per mezzo della morte reale P autore vo-
glia significare la morte morale, e per la resurrezione, non
de* corpi , ma degli spiriti. Anche questa interpretazione,
quantunque ingegnosa, non sarebbe della mente dell'autore,
lo quindi son persuaso che Dante finga, che il disperato dica
336 INPERNO
così, perchè così credette, imperocché se avesse avuta fede
nella resurrezione, non si sarebbe ucciso: anzi se avesse po-
tuto sospettare che l'anima immortale dovesse patire dopo la
separazione dal corpo, non avrebbe scelto il suicidio come
termine del suo patire. Così Dante resta giustificato, egli cat-
tolico fino all'entusiasmo, e che non può supporsi, che igno-
rasse, quanto sanno anche le donnicciuole del contado.
Noi eravamo. Quarta, ed ultima parte generale. Violenti
contro i beni, e loro pena. Un nuovo rumore tolse Virgilio,
e Dante dal più oltre ascoltare Pietro Dalle Vigne, e il spinse
a vedere altri tormenti, ed altri tormentati, noi eravamo an-
cora attesi intenti al tronco di Pietro dalle Vigne credendo
eh altro ci volesse dire specialmente a schiarire il falso asserto
quando noi fummo dun romor sorpresi colpiti da un nuovo
rumore similemente a colui al cacciatore che sente l porco al
la caccia venire alla sua posta al passo cui fu spinto dai cani
che ode le bestie il cinghiale, il cervo e le frasche le frondi
degli alberi stormire risuonare per la foresta. Dante finge, che
i violenti contro i beni corrano sempre spaventati per la sel-
va fuggendo con tant' impeto, che rompoòo tutti gì' inciampi,
e siano inseguiti da cani affamati e rabbiosi, che arrivandoli,
coi denti lacerano, e sbranano, e non arrivandoli spaventano e
fan fuggire, finché si dileguino. Pel cacciatore qui si figura il
creditore, che perseguita il debitore sempre fuggente; ed una
volta il debitore insolvibile si consegnava al creditore, che po-
teva tenerlo in carcere; narra Tito Livio , che un nobile romano
fu orribilmente percosso, perchè era fuggito dal carcere del
suo creditore, eccitando tumulto nel popolo. Pei cani rabbiosi
si figurano la fame, la sete, la nudità, e simili, che circondano
il violento dilapidatore. E qui potrebbe taluno obbiettare, che
Dante altrove trattò de' prodighi, che punì insieme agli avari.
CANTO XIII. 337
e che non pareva che qui dovesse ripetere lo stesso vizio. Ma
io rispondo, che allora trattò de' prodighi in genere, mentre
qui tratta de* prodighi violenti, e furiosi che formano una
classe speciale et ecco due Giano senese , e Giacomo padovano
da la sinistra costa sinistra riva; e nel!' Inferno sempre si
va alla sinistra nudi violentemente prodighi, che giunsero
alla totale nudità e graffiati dai cani che della selva rom-
peano ogni rosta ogni ostacolo, ogni siepe, ogni sterpo, ed
allegoricamente rompendo la folla che incontrano, od a lei
opponendosi.
Nel 1278 i fiorentini, ed altri Guelfi di Toscana seppero che
Guglielmo degli libertini vescovo aretino, valorosissimo, facea
capo in Aricia coi seguaci Ghibellini di Toscana , della Roma-
gnuola, della Marca, e del ducato. Adunata la gente a cavallo, ed
i fanti, voltava la guerra sopra Fiorenza e Siena. I fiorentini de-
liberarono di rompere tanta audacia, e raccolsero tante forze,
che la parte guelfa non ebbe mai maggiore: 2600 cavalieri:
12000 di fanteria volsero contro di Arezzo, e tutto devastando ,
presero vari castelli, fra i quali Laterina, in cui trovavasi Lupo
degli liberti 9 il quale vedendo, che i nemici gli scavavano un
fosso d'intorno, cedette, e rimproverato di tanta viltà, rispon-
deva ridendo, che il lupo non era disposto per natura a star
chiuso. Si aggiunsero quei di Siena con 400 cavalli, e 4000
pedoni a devastare la terra di Aricia. Ma nella vigilia di s. Gio.
Battista il cielo si fece nero in un momento; pioggia, vento,
grandine, fulmini spaventarono l'esercito, perchè strappa-
vano, rompevano e portavano in aria tende, baracche, ed at-
trezzi guerreschi, locchè si prese per cattivo augurio di pros-
sima sconfitta. Ed il terzo giorno i fiorentini levavano infatti
gli accampamenti, e persuadevano i senesi anche più spaven-
tati, a stare uniti, perchè sarebbero più sicuri. Ma i senesi
Rami; aldi — Voi. i. 22
338 INFERNO
superbi, e vili nel tempo stesso, scelsero di andar soli, e per
la strada dritta con a capo il conte Alessandro da Romena.
Allora quei di Arezzo, valorosi tutti, Buoncompagno figlio del
conte Guido di Montefeitro, e Guglielmo de' Pazzi, avuta di
ciò notizia, misero 300 cavalli, e 2000 pedoni in imboscata
al passo della Pieve del Topo, i quali si scagliarono contro
de' senesi che spensieratamente, e senza ordine procedevano,
e li dispersero, trucidando più di 300 de' migliori. In tal mo-
do gli aretini guastati dai senesi nelle cose guastarono i se-
nesi nelle persone. La letizia de' Ghibellini di Arezzo fu per
altro corta, perchè nell' anno dopo gli aretini ebbero la ter-
ribile sconfìtta presso Bibiena, e nella quale morirono i due
predetti lor capi , il vescovo aretino, e Buonconte, de' quali
si parlerà nel canto V del Purgatorio. In tale conflitto La no
nobile di Siena, che violentemente aveva gettato il suo ricchis-
simo patrimonio, mischiatosi fra i combattenti, gloriosamente
perì nella zuffa, quel dinanzi Lano gridava accorri accorri
morte perchè reso mendico, temeva che i cani lo inseguisse-
ro, e tentava sparir loro e l altro Giacomo padovano che lo
seguiva, ed avrebbe voluto sorpassarlo gridava anch' esso cui
parea tardar troppo gridava o Lano le gambe tue non far
cosi accorte leste nel correre alle giostre del Toppo tu non
fuggisti così veloce dalla strage della Pieve del Topo distante
da Arezzo quattro miglia. Nota bene, che i cani non arrivarono
Lano, perchè la morte lo soccorse, arrivarono invece Giaco-
mo, il quale entrò dentro di un cespo occupato dall' anima
di altro fiorentino poi fece un groppo di se e d un cespuglio
così esprimendo che s' implicò, e nascose dentro di un roveto
che perchè forse li fallia la lena forse più non poteva re-
spirare, la selva era piena dietro a loro di cagne nere di ca-
gne, perchè le femmine sono più rabbiose, e più crudeli dei
CANTO XIII. 339
maschi — nere — per fame bramose avide di preda e cur-
renti per trovar pasto come veltri cani da caccia che uscis-
ser di catena che allora sono più avidi, e più snelli e veloci.
Le stesse cagne poi miser li denti in quel che s appiatto
in Giacomo padovano et dilacerar quel a brano a brano a
membro, a membro.
La mia scorta Virgilio mi prese allor per la mano per
scemarmi lo spavento provato per la rottura della pianta di
Pietro Dalle Vigne, e del cespuglio di Giacomo, che nell'atto
di esser lacerato esso stesso, faceva lacerare anche lo spirito,
eh' era prima nel cespuglio nascosto et menommi al cespu-
glio che piangeva invano invano, perchè le lagrime non to-
glievano le ferite o Jacopo de saneto Andrea che t e giovato
di far schermo di me così gridava quello spirito da prima rac-
chiuso nel cespuglio che colpa o io de la tua vita rea? io
gettai la vita, e tu i beni, e perchè povero ricorri a me pove-
rissimo? Giacomo fu di Padova , nobile , della cappella di s. An-
drea, da cui prese nome, il più ricco per campi, ville, de-
naro, armenti. Tanta ricchezza pazzamente sperdette per fri-
voli motivi, secondo quanto mi raccontarono alcuni suoi con-
cittadini degni di fede. Non potendo egli dormire, una volta
ordinò che fossero portate molle pezze di tela di ceperano, che
acquistano durezza dalla colla od amido che le rende lucide,
e fossero stracciate finamente per conciliarsi il sonno collo
stridore della stracciatura. Forse per questo l'autore lo fa
lacerare dai cani. Un'altra volta, andando a Venezia perla
Brenta nella barca corriera con altri compagni suonatori, e
cantanti, costui, per non parere egli solo inutile, si cavò di
tasca molti danari, e ad uno ad uno li gettò nel canale. Final-
mente, trovandosi in villa, ebbe avviso, che un altro signore
con molti nobili andava a pranzo da lui, e colto alla sprov-
340 INFERNO
vista, né potendo ripiegare sul momento in modo degno di
sua pazza prodigalità fece appiccar fuoco ad ogni abitato della
sua villa, composto, come si suole, di paglia, cannuccie, e
stoppie, e venendo incontro ai commensali disse aver loro
fatta festa ed allegria per degnamente onorarli. In ciò più
violento di Nerone che fece incendiare le case di Roma non
sue, ma costui le proprie: e Nerone, secondo Svetonio,
temeva la strettezza delle strade di Roma per insidie, mentre
costui nulla poteva temere dagli abituri de' suoi contadini.
E l Maestro Virgilio disse o tu che soffi spingi fuori doloro-
so sermo doloroso sermone col sangue insieme col sangue per
tante punte per tante ferite dei denti canini chi fosti nel mondo
de' viventi? quando fu fermo sovr esso quando Virgilio si fer-
mò sopra il cespuglio, et etti anoi rispose a noi o anime che
siete giunte arrivate a veder lo strazio disonesto il crudele
ludibrio eh a così disgiunte separate le mie fronde da me dal
mio cespo raccoglietele perchè non gi disperdino al pie del
tristo cesto presso del cespo così deformemente spogliato.
Ma perchè cerca questo spirito di riaver le sue frondi? Perchè
i disperati spesso mutan pensiero, e sempre poi vorrebbero
restituirsi allo stato di prima: così anche i dannati nell'In-
ferno sogliono imprecare ai loro peccati, io fui della citta cioè
di Fiorenza. E non si può congetturare chi fosse, perchè molti
furono quei di Firenze che si appiccarono per la gola, come
costui: Rucco, o Ruco de' Modi, Lotto degli Àgli, che dopo
aver data un'ingiusta sentenza, andò a casa, e s'appese ad un
laccio, e molti altri, de' quali non ricordo il nome. Forse l'au-
tore tacque il nome, perchè tutti i violenti di Fiorenza avessero
tale infamia, io fui della citta che muto il primo padrone il
primo padrone era Marte nel Battista s. Giovanni Battista è
oggi il patrono, o protettore di Fiorenza. Una volta Fiorenza
CANTO XIII. 341
ebbe Marte per Dio protettore. Stette essa sotto gF imperatori
romani, e con legge del Paganesimo 301 anni. I pochi cri-
stiani vissero nascosti fino a Costantino, che assicurò la li-
bertà della Chiesa, e diffuse la fede cristiana. Allora i fioren-
tini tolsero dal tempio la statua di Marte, e vi sostituirono
S. Giovanni Battista, lasciando intatta però la forma del pri-
mo tempio. Quel Marte si collocò sopra di alta torre, perchè
vi era il pregiudizio, che alterata minimamente la statua di
Marte, sarebbe corso gran pericolo alla città, e sarebbe avve-
nuta gran mutazione, e tal pregiudizio durò lungo tempo. Il
Marte per altro si dice perduto, quando Fiorenza fu distrutta
da Attila: riedificata però la città, si rinvenne, e si pose in
cima ad un pilastro in testa a ponte vecchio, ove stette fino ai
tempi di Dante, anzi fino all' innondazione dell' anno del 1335
quale atterrò il ponte, e trasportò la statua, e cagionò altri
gravissimi danni. Finché però stette la statua, durò il pregiudi-
zio caparbio nella mente di molti cittadini, e perciò Boccaccio
da Certaldo mi raccontava averlo spesse volte udito dai vec-
chi, e che quando un fanciullo gettava fango, o sassi contro
la statua gli si diceva — farai cattivo fine — e la predizione
si avverò in un tale che si affogò nell'Arno, ed in altroché si
appiccò per la gola, onde per questo perchè cessarono di a-
dorar Marte e adorarono invece S. Giovanni Battista sempre
la farà trista con latte sua sempre sventurata nelle guerre
— E nota, o lettore, quanto il canto presente sia artificiosa-
mente oscuro. Dante pare, che dica un'eresia nel mostrare Fio-
renza decaduta, perchè si convertì al cristianesimo; ma la
mente di Dante è tutt' altra, e vuole ridersi di Fiorenza signi-
ficando, che dopo Marte perdette la forza nell'armi ed adorò il
Battista, non il santo, ma il Fiorino in cui è scolpito s. Gio-
vanni Battista. Edi veroi fiorentini un giorno intesi alleguer-
542 INFERNO
re, ed alle fatiche riuscirono valorosi, e vittoriosi; ma dopo
che si cambiarono in arpie rapaci, intente ai cumuli dell'oro,
sebbene avessero nome di ricchi e polenti, furono poco ono-
rati e gloriosi, e molte volte sconfitti ed oppressi, quei cit-
m
tadin che poi la rifondarno sovra l dner che d Attila rimase
la ricostrussero sulle ruine di Attila avrebber fatto lavorare
indarno perchè sarebbe stata nuovamente distrutta e minata
se non fosse che alcuna vista di lui qualche vestigio dello
stesso Marte rimane ancor in sul passo dArno in testa al
ponte vecchio. E questa interpretazione concorda col pensiero
dell'autore, che cioè non abbia rapporto coli' idolo, come
pare suonare la lettera. Vuol dire invece, che se non vi fosse
ancora qualche poco di probità, e virtù antica, Fiorenza sa-
rebbe stata le tante volte distrutta. Se la virtù, e prudenza di
pochi non difendessero le città dall' ira degli Dei, e del cielo,
son tanti i mali , che spesso le città minerebbero. Così s. Ago-
stino. Nell'anno 440, seppur è vero, distrutte molte terre lom-
barde, Attila passò in Toscana, ed assediò Fiorenza. Ma dopo
vari tentativi, sembrandogli inespugnabile, usò della frode,
e tradimento. Avendo saputo che Pistoia era sempre stata ne-
mica a Fiorenza, promise ai fiorentini distrugger Pistoia, ed
accordare ai fiorentini stessi ogni indennità, e libertà, come
ad amici. Troppo creduli questi gli aprirono le porte; ma ap-
pena dentro la città con tutte le sue forze, adunò in apparen-
za di consiglio i più notabili della città, i quali mentre ad uno
ad uno passavano da certo luogo erano scannati, e si caccia-
vano in un acquedotto sotterraneo al palazzo. Tanta scellerata
strage sarebbe stata per qualche tempo nascosta, se l'acqua
del condotto non si fosse mostrata piena di sangue scarican-
dosi in Arno. Fu allora scoperta la frode, ma troppo tardi.
Attila aveva già dato l'ordine ai suoi soldati, che saccheggias-
CANTO XIII. 343
sero, abbruciassero, abbattessero , minassero tutto. Molti cit-
tadini fuggirono nascondendosi in castelli, e perfino nelle ca-
verne, e ne' boschi. Fatta orrenda strage, i soldati di Attila ro-
vesciarono la città fino dai fondamenti , e fino lo stesso tem-
pio di Marte, che si aveva per non distruggibile. Avvenne tanto
eccidio li 25 giugno del 450, e cioè 515 anni dopo la sua e-
dificazione. Ma io non posso convenire su tale racconto, per-
chè a seconda di quanto dissi di Attila nel canto precedente,
non sembra che Attila abbia mai passati gli Apennini, né Paolo
Diacono, né altri lo affermano. Dante forse volle seguire le
cronache della sua patria , che molte altre favole contengono,
come si vedrà nel canto XV. Potrebbe anche aver visto au-
tentico documento a me sconosciuto — Ma qualunque cosa si
dica, io rimango fermo a non crederlo.
In ultimo lo spirito fiorentino incognito tocca la maniera
di sua morte miseranda dicendo io fei gibeih a me de le mie
case mi misi un laccio al collo nelle mie case. Gibet in lin-
gua francese vuol dir forca, ossia quello strumento con cui
i ladri sono appiccati per la gola.
CANTO XIV.
TESTO MODERNO
Poi che la carità del «natio loco
Mi strinse, ratinai le fronde sparte,
E rende'le a colui, eh' era già roco. 3
Indi venimmo al fine, onde si parte
Lo secondo giron dal terzo, e dove
Si vede di giustizia orribil' arte. 6
A ben manifestar le cose nuove,
Dico che arrivammo ad una landa,
Che dal suo letto ogni pianta rimove. 9
La dolorosa selva V è ghirlanda
Intorno, come il fosso tristo ad essa:
Quivi fermammo i piedi a randa a randa. 12
Lo spazzo era un'arena arida e spessa,
Non di altra foggia fatta, che colei,
Che da' pie' di Caton già fu soppressa. 15
0 vendetta di Dio, quanto tu dei
Esser temuta da ciascun , che legge
Ciò che fu manifesto agli occhi miei ! 18
D'anime nude vidi molte gregge,
Che piangean tutte assai miseramente,
E parea posta lor diversa legge. 2 1
Supin giaceva in terra alcuna gente;
Alcuna si sedea tutta raccolta,
E altra andava continuamente. 24
CANTO XIV. 345
Quella, che giva intorno, era più molla,
E quella men, che giaceva al tormento;
Ma più al duolo avca la lingua sciolta. 27
Sovra tutto il sabbion d'un cader lento
Piovean di fuoco dilatate falde ,
Come di neve in alpe senza vento. 30
Quali Alessandro in quelle parti calde
D' India vide sovra lo suo stuolo
Fiamme cadere infino a terra salde, 33
Per eh' ei provvide a scalpitar lo suolo
Con le sue schiere, per ciò che il vapore
Me' si stingueva mentre ch'era solo; 36
Tale scendeva l'eternale ardore:
Onde l'arena s' accendea, com'esca
Sotto il focile, a raddoppiar dolore. 39
Senza riposo mai era la tresca
Delle misere mani, or quindi or quinci
Iscotendo da sé l'arsura fresca. 42
lo cominciai: Maestro, tu che vinci
Tutte le cose, fuor che i Dimon duri,
Ch'ali' entrar della porta incontro uscinci, 45
Chi è quel grande, che non par che curi
Lo incendio , e giace dispettoso e torto
Sì, che la pioggia non par che il maturi? 48
E quel medesmo, che si fue accorto,
Ch'io dimandava il mio duca di lui,
Gridò: qual io fui vivo, tal son morto. 51
Se Giove stanchi i suoi fabbri, da cui
Crucciato prese la folgore acuta,
Onde T ultimo di percosso fui : . 54
0 s'egli stanchi gli altri a muta a muta
546 INFERNO
In Mongibello alla fucina negra,
Chiamando: buon Vulcano, aiuta, aiuta; 57
Sì com' ei fece alla pugna di Flegra,
E me saetti di tutta sua forza,
Non ne potrebbe aver vendetta allegra. 60
Allora il duca mio parlò di forza
Tanto, eh' io non Y avea sì forte udito :
0 Capaneo in ciò, che non s' ammorza 63
La tua superbia, sei tu più punito:
Nullo martirio, fuor che la tua rabbia ,
Sarebbe al tuo furor dolor compito. 66
Poi si rivolse a me con miglior labbia ,
Dicendo : quel fu 1' un de' sette regi
Ch' assiser Tebe, ed ebbe, e par eh' egli abbia 69
Dio in disdegno, e poco par che '1 pregi :
Ma, come io dissi lui, li suoi dispetti
Sono al suo petto assai debiti fregi. 72
Or mi vien detro, e guarda, che non metti
Ancor li piedi nell' arena arsiccia;
Ma sempre al bosco sì li tieni stretti. 75
Tacendo divenimmo là, ove spiccia
Fuor della selva un picciol fiumicello,
Lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 78
Quale del bulicame esce il ruscello,
Che parton poi tra lor le peccatrici ;
Tal per l' arena giù sen giva quello. 81
Lo fondo suo e ambo le pendici
Fatt' eran pietra, e i margini da lato:
Per eh' io m' accorsi, che il passo era liei. 84
Tra tutto l'altro ch'io t'ho dimostrato,
Poscia che noi entrammo per la porta.
CANTO XIV . 347
Lo cui sogliare a nessuno è negalo, 87
Cosa non fu dagli occhi tuoi scoria
Notabile, com'è il presente rio,
Che sopra sé tutte fiammelle ammorta. 90
Queste parole fur del duca mio:
Perch'io pregai, che mi largisse il pasto,
Di cui largito m'aveva il desio. 93
In mezzo il mar siede un paese guasto,
Diss'egli allora, che s'appella Creta,
Sotto il cui rege fu già il mondo casto. 96
Una montagna v'è, che già fu lieta
D'acque e di fronde, che si chiama Ida;
Ora è deserta come cosa vieta. 99
Rea la scelse già per cuna fida
Del suo figliuolo; e per celarlo meglro,
Quando piangea, vi facea far le grida. 102
Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
Che tien volte le spalle inver Damiata,
E Roma guarda sì come suo speglio. 105
La sua testa è di fin' oro formata,
E puro argento son le braccia e il petto ,
Poi è di rame infino alla forcata: 108
Da indi in giuso è tutto ferro eletto;
Salvo che il destro piede è terra cotta ,
E sta in su quel, più che in su l'altro, eretto. Ili
Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rotta
D'una fessura che lagrime goccia,
Le quali accolte foran quella grotta. 114
Lor corso in questa valle si diroccia:
Fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
Poi sen van giù per questa stretta doccia 117
348 INFERNO
Infln là, ove più non si dismonta:
Fanno Cocito; e qual sia quello stagno,
Tu il vederai; però qui non si conta. 120
E io a lui: se il presente rigaglie
Si deriva così dal nostro mondo ,
Perchè ci appar pur a questo vivagno? 123
Ed egli a me: tu sai, che il luogo è tondo ;
E tutto che tu sii venuto molto
Pur a sinistra giù calando al fondo, 126
Non sei ancor per tutto il cerchio vólto;
Per che, se cosa n'apparisce nuova,
Non dee addur maraviglia al tuo volto. 129
E io ancor: Maestro, ove si trova
Flegetonte e Lete, che dell' un taci,
E T altro di' che si fa d' està piova? 132
In tutte tue question certo mi piaci,
Rispose; ma il bollor dell'acqua rossa
Dovea ben solver l'una che tu faci. 135
Lete vedrai, ma fuor di questa fossa,
Là ove vanno l'anime a lavarsi,
Quando la colpa pentuta è rimossa. 138
Poi disse: ornai è tempo da scostarsi
Dal bosco; fa che diretro a me vegne:
Li margini fan via, che non son arsi,
E sopra loro ogni vapor si spegne. 152
COMMENTO DI BENVENUTO
Violenti contro Dio in natura, ed arte che son puniti nella
terza bolgia. Il canto può dividersi in quattro parti generali:
nella prima — luogo, e pena in genere de' violenti: nella se-
conda— spirilo antico sommamente violento contro Dio io
CANTO XIV. 349
cominciai ecc. nella terza — origine de* fiumi infernali or mi
vien dicto ecc. nella quarta Dante fa due ricerche a Virgilio
et io a lui ecc.
Come aveva desiderato lo spirito così crudelmente lace-
rato dai cani ragunai le fronde sparte dai cani et rendali a
colui allo spirito fiorentino chiuso nel cespuglio eh era già
fiocho lasso dal gridare poiché la carità del natio loco — mi
strinse il naturale amore di patria mi mosse a pietà, indi ve-
nimmo lasciando la selva al fine all' estremità dove se parte
il secondo girone dove si divide il secondo cerchio, o bolgia
dal terzo di cui orasi parlerà e dove dal qual secondo cerchio
si vede horribile arte dijusticia perchè orribili sono le col-
pe. Quelli che stanno all' estremità della selva possono scor-
gere le pene de' violenti contro Dio nell'arena dico che arri-
vammo ad una landa ad una pianura che rimuove ogni
pianta dal suo letto perchè non vi è pianta, non erba, non
verdura a ben manifestar le cose nove a ben descrivere quanto
non si è ancora trattato, la dolorosa selva di que' disperati
della seconda bolgia gli è ghirlanda la cinge intorno a guisa
di ghirlanda come l tristo fosso il rio di sangue ad essa se\\a
cinge: quivi — feriano i passi volgeano i passi a randa a
randa rasente rasente la selva. Dante finge, che i violenti con-
tro Dio stiano in mezzo ad arena secca, arida, ardente, e che
sui detti violenti cadano dal cielo fiamme, le quali, trovando
il suolo arsiccio, raddoppiano P ardore, e quindi la pena di
quelle anime dannate. L' arena sterile figura la violenza con-
tro Dio che non produce alcun frutto. 11 bestemmiatore semi-
na nell'arena sterile, cosi il sodomita, e I' usurajo; ed è giu-
sto , che costoro siano castigati in luogo privo d'erba e di
piante, sterile, arsiccio, ardente. Il calore delle fiamme deve
raddoppiarsi , per figurare, che V ira divina è più terribile della
350 INFERNO
mondana lo spazio la pianura era un arena arida, espessa.
Secondo Lucano Catone J uni ore dopo la battaglia di Tessalo
raccolse gli avanzi dell'esercito di Pompeo dispersi per la Gre-
cia; e per mare coir esercito adunato giunse ai lidi affricani,
tentando di passare nel regno di Giuba, amico di Pompeo.
Gli fu dunque forza di traversare le sirti, ed incontrò naufra-
gio. Lasciate allora le navi a Gneo figlio di Pompeo, prescelse
di passare i deserti di arena, non potendo tollerare gli ozi
de' quartieri d* inverno, né perdere il tempo inutilmente. Anzi
la stagione invernale doveva, secondo lui, temperare il calore
eccessivo di que' luoghi. Prima per altro di mettersi in cosi
pericoloso cammino, volle prevenire i compagni degl' immensi
pericoli ai quali andavasi incontro, e li animò colla promessa,
che egli sarebbe sempre stato il primo a soffrirli.
Che i serpenti, la sete, e dell'arena
L'immenso ardor, eran disagi amati
Dal marziale valor. La sofferenza
Del contrario destin sempre si piace.
Incontrò il primo disastro nel vento d'Austro, che tanto
forte soffiava da strappar gli elmi di testa, e gli scudi dalle
braccia, e di alzare P uomo sebbene armato, e trasportarlo
per Paria. I soldati non avevano altro scampo che di gettarsi
boccone per terra, ma spesso cumuli di arena coprivano, e
soffocavano i giacenti. Tal vento esercita in que' luoghi Te-
stremo suo sforzo, cui non resistono né selve né monti. L' a-
rena africana vicina alla Zona torrida è tutta piana, spaziosa,
sterile, senza un albero, uno sterpo, una foglia ; orribile, inabi-
tabile. E Catone non aveva scorta che il dirigesse, ma vagava,
secondando il corso delle stelle. E deviavano i compagni, an-
che per la smania di trovar acqua, che temprasse P ardore
della insoffribile sete. Un giorno, scoperta da un soldato pic-
cola quantità d'acqua, la raccolse, e la offerse a Catone, il
CANTO XIV. 351
quale anziché usarne, e ringraziarlo, rimproverò il trovatore,
e la sparse in presenza di tutti sul terreno. Egli ricusò di bere,
perchè tutti bere non potevano, ed era innanzi ad ogni pedo-
ne, e portava Tasta, come il gregario, ed esortando gli altri,
pel primo offriva l'esempio di tolleranza: molto vegliava : be-
veva per ultimo al rinvenirsi dell' acqua. Lucano lodandolo
dice di lui — che vorrebbe piuttosto condurre il trionfo per
quell'arena una volta sola, di quello che per tre volte ascen-
dere al Campidoglio trionfante come Pompeo, o trascinando
Giugurta come Mario. Catone sempre inoltrando, più soffriva
la sete, perchè P arena facevasi sempre più ardente, quan-
d'ecco gli si mostra un lago abbondantissimo, che avrebbe
sedato ogni bisogno; ma dentro del lago guizzavano innume-
revoli serpenti, e se Catone non vinceva lo spavento affer-
mando, che i serpenti nell'acqua non han forza di offendere,
e non avesse pel primo bevuto, forse tutti cadevano per sete.
Superato anche questo disastro, ne incontrò altro assai peg-
giore nell'infinito numero di serpenti fuori di acqua, de' quali
si parlerà nel castigo dei ladri, harena dico non fatta d altra
foggia in altro modo, o diversa che colei da queir arena che
fu già sopressa calcata dal pie di Caton nella Libia. Arena
estesissima, sterile, secca, calda. Catone sapiente per le li-
biche arene soffrì gravi disagi, come Dante gravi fatiche nel
descrivere questa: Catone trovò serpenti, e Dante trova orri-
bili colpe, e colpevoli: Catone ha più gloria pel cammino di
quei deserti, e Dante ha più fama per aver corsa mentalmente
quest' arena infernale. Lucano ha lode per aver descritta l'a-
rena superata da Catone: Dante ha lode assai maggiore per
aver descritta l' arena infernale.
O vendetta di Dio terribile! quanto tu dei — esser te-
muta da ciascun che legge ciò che fu manifesto agli occhi
352 INFERNO
miei ai mici occhi intellettuali! vidi molti gregi d anime mol-
le schiere gnude spogliate che piangean tutte assai misera-
mente tutte piangevano lamentando e diversa legge diversa
pena parca posta a loro sembrava imposta a ciascuna schie-
ra: alcuna gente parea supin perierra ecco la prima schiera
di quelli che negano, e bestemmiano Dio: alcuna si sedea
tutta raccolta altra schiera — gli usurai e altra andava con-
tinuamente i sodomiti. QueHi che negano, o bestemmiano Id-
dio, stan bène supini perchè fulminati. Corrono i sodomiti:
per esprimere che la libidine li trasporta in ogni luogo. Stan-
no a sedere gli usurai , perchè il loro costume è quello di se-
dere per far conti, per custodire, e difendere il tesoro; quella
che già intorno i sodomiti era più molta di maggior numero
e quella men che giaceva al tormento gli sprezzatori di Dio.
Così gli usurai tengono il mezzo ma più avea la lingua sciolta
al duolo al dolore; perchè giacendo avevano maggior tormen-
to de' seduti, e più i seduti di quelli che correvano Falde di
fuoco dilatate ampie , e roventi piovean sopra tutto l sabbion
d un cader lento piovean dal cielo nella sabbia lentamente
come le falde di neve piovono sulle Alpi sanza vento ed allora
le falde sono più ampie perchè non rotte dal vento. La simi-
litudine conviene in parte, e disconviene in altra: disconviene
nel colore, bianca la neve , rosso il fuoco: caldo il fuoco, fred-
da la neve: cade la neve sui monti, il fuoco nella pianura:
poco danneggia il cader della neve, molto il cader del fuoco,
che arde , e distrugge. / eternale ardore scendeva tale così no-
ccnte quali fiamme Alessandro vide cader salde insino a
terra sovra l suo stuolo sopra il suo esercito in quelle parti
calde de India dove allora trovavasi Alessandro dopo aver
soggiogato T Oriente perche l provide a calpestar lo suolo a
calcare P arena con le sue schiere col suo esercito accioche
CANTO XIV. 353
/ vapor l'ardenza mei s stinguisse mentre eh era solo affin-
chè non sopraggiungesse altra fiamma che accrescesse, o rad-
doppiasse l'ardore — molti si maravigliano di Dante, che az-
zardò dir tali cose di Alessandro, mentre Quinto Curzio, Giu-
stino, e Gallieno, che tanto scrissero di Alessandro, non danno
un cenno solo di questo. Ma io risponderò, che lo stesso Ales:
sandro scriveva ad Aristotile così. — In India nubi ignite ca-
devano dall' alto a guisa di neve. Io comandai a' miei soldati
di calcarle col piede — ed Alberto Magno spiega il fenomeno:
onde l arena s accendea com esca sotto l fucile perchè arida,
secca, e quindi facilmente accendibile a dopiar lo dolore a
raddoppiar la pena. — Come nell' India caldissima cadevano
fiamme sopra l'esercito d'uomini violenti, così in questo
luogo ardente cadevano falde infuocate sui violenti contro Dio,
e gli uni e gli altri correndo a diversi luoghi tentavano di
mitigare l'arsura. E queir Alessandro insegnava di comprime-
re l' ardore delle fiamme, ma non seppe estinguere in sé le
fiamme dell' ira, e della libidine! Abbiamo da Quinto Curzio,
che un gran principe di Persia — Orzine — si presentò ad
Alessandro con magnifici, e superbissimi doni, e ne fece parte
anche agli altri di corte, sprezzando Bazor che passava per
concubino del re, dicendo — intendo far onore agli amici del
re, non alle meretrici — Bazor in vendetta lo accusò di ava-
rizia, e di tradimento, allorché stava in secreto colloquio con
Alessandro, e tosto fu preso, e condannato a morte. Bazor volle
avere il contento di far parte della esecuzione della sentenza, ed
Orzine moriente diceva — nonavea mai saputo che in Asia re-
gnassero le femmine, ma orami accorgo che vi regnano i ca-
strati. — Così Alessandro si privò di un innocente alleato, e di
un libéralissimo principe, la tresca delle misere mani il di-
menar che faceano era senza riposo mai perchè sempre ten-
Rambaldi - Voi. 1. 23
354 INFERNO
lavano di allontanare le fiamme cadentfe scoiendo da se l ar-
sura fresca cioè le fiamme che sopravenivano, or quindi or
quinci or da questo, or da quel lato. Tresca è una danza spe-
ciale, che si esercita in Napoli ad espressione di tripudio, con-
sistendo in un giuoco molto intricato: si mettono in due linee
gli uni opposti agli altri: alza uno la mano, o tutte due le
mani e così fanno gli altri, seguendole direzioni tutte del
primo esempio. Ecco perchè queste anime dannate facevano la
tresca suesposta per allontanare le fiamme d'intorno ad esse.
Io cominciai seconda parte generale. Abbiamo da Stazio
nella Tebaide, che sette furono i re che si adunarono in Argo
per la guerra di Tebe, e solo si aspettava il responso di An-
fiarao augure temuto. Capaneo uno dei re, superbo sprezza-
tola degli Dei, intollerante di ogni ritardo, rideva di Anfiarao,
e gridava improperii contro dell' augure — quale viltà, che
tanti valorosi, dipendano dalla voce di un solo? le deità sono
la mia spada, il mio coraggio: esca una volta quest' augure, che
si copre di sua viltà con sogni , e con frode. — Anfiarao sortì a
questi detti, e sgridando Capaneo del sacrilego ardire tentava di
allontanare il popolo da una guerra contrariata dai destini ; ma
il popolo credette più a Capaneo, che all'augure, e movendo
verso Tebe coli' esercito Capaneo replicò — resta Augure vile
entro tua casa, custode de' luoghi che abbandoniamo, e ti
segua il destino, che a noi predicesti. Restati colla moglie, e
co' figli, creduto dai timidi, ma sprezzato dagli animosi. Lo
spavento creò nel mondo i tuoi Dei — e pose a Tebe V asse-
dio. Perirono in poco tempo quattro re per morti diverse, ma
Capaneo non perdeva coraggio, e sdegnando le insidie, e
r ombre notturne, così parlava all' esercito — greci fin qui
gli occulti modi: ora è tempo di agire all'aperto: il valor mio,
il valor vostro si mostrino di giorno, ed il sole illuminile no-
L
CANTO XIV. 358
stre vittorie — e tosto guidò i soldati all' assalto. Ma i tebani
corsero alle mura con ogni genere d' armi, che lo spavento
loro ministrava. Capaneo furente si arrampicava alle mura , e
tutto abbatteva, e struggeva: pareva che solo avesse animo di
espugnare la città: rotta la spada impugnò una grand'asta , con
fuoco all'estremità di essa, e salendo le mura gridava , che per
quella strada dovevasi entrare in Tebe. Quasi inchiodato sui
muri della città rompeva i sassi , e li slanciava contro i nemici,
e mentre fulminava col braccio, vi aggiungeva la voce teme-
raria, con che sfidava Ercole e Bacco a singolare certame.
Epentendosi di provocare gli Dei minori, a Giove stesso vol-
geva il furore, e lo sfidava coi fulmini, perchè solo degno di
pugnare con lui. Giove, secondo Stazio, rise del nuovo atten-
tato dopo la battaglia di Flegra; quand'ecco un rumor di
tuoni, un'improvvisa oscurità universale, rotta dai rossi, e fre-
quenti fulmini che fendeano il cielo, e Capaneo tentava colla
mano di prenderli, ancor pendente dai muri, e diceva che
avrebbe con essi riaccesa la estinta sua trave , e con essi
incendiata la città. In quel dire un fulmine lo colse nel ca-
po, e gli arse criniera, elmo e scudo, e molte parti delle
membra, e non potendo più reggersi, mezzo arso, precipi-
tò nella fossa. Vogliono alcuni, che invece di un fulmine,
Capaneo fosse percosso da uno strumento militare nemico,
ma io ritengo, che fosse percosso dal cielo: anche Tulio Osti-
lio terzo re de' romani fu colto da fulmine al dire di Livio, e
perchè non potè esserlo quest'empio bestemmiatore, e provo-
catore degli Dei? Anche gli Dei de' gentili , volendo stare agli
storici , vendicarono spesse volte la empietà de' soggetti .
Io cominciai a dire o tu maestro che vinci tutte le cose
tutti gli ostacoli fuorché i demon duri che ti fecero tanto
cruda opposizione che uscirci ncontro ali intrar de la porta
356 INFERNO
della città di Dite. E non è senza perchè tale ricordo, volendo
l'autore esprimere, che dubitava che Virgilio potesse entrare
nel gran sabbione senz'altro divino aiuto scorgendo un demone
furente in mezzo alle fiamme, chi e quel grande? Capaneo fu di
forme gigantesche , e di alta superbia , e per questo abbiamo da
Stazio, che quando ascese le mura, spaventò i cittadini col-
l'ombra, che presero per un alta torre ch^ non par che curi lo
incendio non sembra addarsi dell' ardor delle fiamme e giace
dispectoso e torto colla faccia incontro al cielo siche non par
che la pioggia il martiri non sembra che il fuoco che gli ca-
de sopra lo pieghi. La violenza contro Dio si esercita in tre
maniere semplicemente bestemmiandolo, contro arte colle
usure, e contro natura soddomizzando. Rispetto a Capaneo
l' autore ha di mira la prima maniera e quel medesmo che si
fu accorto eh io dimandava il mio duca di lui grido io son
tal morto qual fui vivo Capaneo accortosi che io ricercava
Virgilio chi fosse, spontaneo gridò — sono io quello sprezza-
tore degli uomini, e degli Dei, e come fui in vita lo son in
morte, sebbene per mia superbia fulminato. Così anche pro-
strato mostrossi altero, e superbo. Ed aggiunse — se Giove
oltre le fiamme colle quali mi copre, lanciasse i fulmini di
Flegra sul mio capo, sarei non pertanto lo stesso — I gi-
ganti nati dalla terra, secondo tutti i poeti, pensarono di far
guerra al cielo, per togliere il regno a Giove. Posero monti
sopra alti monti, de' quali farsi sgabello a salire; ma Giove
sdegnato li fulminò, precipitandoli morti sul piano di Flegra.
Sia poi questa una favola, o non sia, è certo per altro che in
essi figuransi i superbi potenti, che giustamente si ritengono
figli della terra perchè nulla sanno, nulla cercano, nulla
curano , se non le cose terrene. Quel sovrapporre monte a
monte niente altro esprime, se non se che aggiungono pò-
CANTO XIV. 357
lenza a potenza e regno a regno, e giunti a sommo grado
presumono contro Dio negandolo, bestemmiandolo, sprez-
zandolo. Perciò Macrobio scrive — che altro crediamo fos-
sero i giganti, se non potenti della terra, che negavano
Iddio? — ed il profeta — nou è Dio nel cuore dell'igno-
rante. Giove li fulminò^ essendo il fulmine simbolo di su-
perbia, e Dio punisce qui la superbia colla superbia. Jove
non potrebbe avere vendetta allegra di me se elio stanchi
Isuo fabro Vulcano, che si chiama dai poeti il Dio del fuo-
co, e che fabbrica i fulmini a Giove nelT Etna monte di Si-
cilia sempre ardente. Il fulmine è materia ignea , cioè di caldo
vapore, come altrove si dirà; dunque — se Giove scagliasse
contro di me i fulmini tutti, che gli fabbricasse Vulcano da
cui dal quale Vulcano Giove crucciato sdegnato prese la fol-
gore acuta che penetrò la mia armatura onde dal qual ful-
mine io percosso fui l ultimo di di mia vita quando precipitai
dalle mura di Tebe o s egli lo stesso Giove stanchi gli altri
gli altri fabbri compagni di Vulcano — Bronte — Sterope —
Piracmone — nel fabbricare i fulmini. Questi tutti chiamansi
con nome generico Ciclopi, de' quali parla Ovidio ne' Fasti, a
muta a muta alternativamente, a vicenda in mongibello nel-
T Etna monte di Sicilia , che vomita fuoco. Si dice volgarmente
Mongibello dalla fucina negra — perchè nero il luogo dove i
fabbri lavorano il ferro chiamando o buon Vulcano buon fab-
bricatore aiuta aiuta soccorri colle acute saette si com el fece
alla pugna di Flegra. Vulcano , e gli altri Ciclopi avevano
fabbricato que' fulmini, che precipitarono morti i giganti in
Flegra di Tessaglia s el saetti me di tutta sua forza quan-
d' anche mi colpisse con tutti i suoi fulmini. Parole di super-
bo sprezzatore de1 Numi che prostrato in terra alzava la testa
sdegnosa contro del cielo! lo conobbi un empio, che irato
358 INFERNO
gridava battendosi il petto — tu, o Dio, con tutto il tuo potere
non avrai parte di quest' anima.
Allora il duca mio parlo di forza disse a Capaneo per
rendergli la pariglia tanto eh io non l avea si forte udito parlò
con forza minore a Plutone, a Flegia, al Minotauro o Capaneo
tu se più punito in ciò che non s amor za la tua superbia
sei punito più che se la tua superbia fosse estinta. Nullo mar-
tiro niun supplizio quantunque grande fuorché la tua rabbia
colla quale ti tormenti sarebbe dolor compito bastante al tuo
furor: il superbo punito non può avere maggior tormento della
sua rabbia, anche nel mondo de* viventi, poi poscia Virgilio
se rivolse a me con miglior labia con volto più quieto di-
cendo quel fu un de septi regi fu uno de'sette re di Tebe —
Adrasto, Anfiarao, Partanopeo, Ippomedonte, Tideo, Capaneo,
Polinice che ctssiser Tebe che assediarono Tebe et ebbe in vita
e pare eh egli abbia anche dopo morte Dio in disdegno in
isprezzo sdegnoso e poco par eh el preghi e non mai pre-
ga ma i suoi dispecti sono assai debiti fregi al suo pecto
gli servono di condegno tormento al cuore: i fregi sono or-
namenti per lo più posti sul petto dove trovasi il cuore: e lo
sdegno, la rabbia, il furore sono i fregi del cuor del superbo
sprezzatore di Dio.
Or mi vien dreto terza parte generale. Dicemmo quanto
basta dell'empio Capaneo, e della pena de' violenti contro Dio,
ed ora mi segui , disse Virgilio et guarda che non metti li piedi
ancora nella rena arsiccia guardati dall'entrare nuovamente
nell'arido sabbione per non esser bruciato dalle fiamme che
cadon dall'alto, e dall'ardore del suolo; dunque finora stet-
tero all'estremità della selva ma sempre tien li piedi stretti
al bosco alla selva predetta, sulla quale non cade fuoco, dive-
nimmo tacendo giungemmo senza parlare, e meditando la
CANTO XIV. 389
ove tifi piccol fiumicello spiccia si mostra, vien fuori, sgorga.
Terzo fiume infernale — Flegetonte — che forma la bolgia,
in cui sono puniti i violenti contro del prossimo. Questo fiu-
me ha origine dalla valle sanguigna, e scorre a guisa di ca-
nale per la selva e poscia per questo sabbione. Flegetonte
suona — ardente — lo cui ruscello ancor mi raccapriccia
mi fa orrore. L'acqua è rossa, calda, puzzolente di zolfo. Così
presso Viterbo scorre un'acqua calda, rossa, sulfurea, pro-
fonda, della quale si forma un rigagnolo, che bagna le case
delle pubbliche donne, ossia delle meretrici, che se ne ser-
vono a lavacri, quello sen giva su per l'arena tal quale l ru-
scello esce del bulicame dall' aduno di acqua bollente cAiqual
ruscello le peccatrici partonpoi tra loro si dividono fra loro:
ed il Flegetonte bollente bagna le arene scorrendo fra le ani-
me dannate. La meretrice a ragione nomasi peccatrice, per-
chè manca alla fede dello sposo N. S. Gesù Cristo, lo fondo
suo e ambe le pendici l'alveo, e le sponde e i margini da
lato ambo le rive eran facte di petra l'acqua di Flegetonte è
tale , che petrifica tutto su cui passa perch io m accorsi che l
passo era liei per quegli argini. Non potevasi passare il sab-
bione con sicurezza in altro luogo, fuorché battendo le rive
suddette.
Dal sopraesposto l'autore coglie occasione di parlare del-
l'origine de' fiumi infernali, e primamente finge, che il suo
maestro lo renda ben attento alla difficile materia cosa nobile
non fu scorta dagli occhi tuoi non fu da te vista , e notata
tra tutte l altre eh io to dimostrato fra le cose maravigliose
che hai per mio mezzo sin qui vedute posciache noi entram-
mo per la porta dopo P ingresso primo dell'Inferno lo cui so-
gliar a ninno e negato essendo sempre aperto quell'ingresso
com e lo presente rio cioè il ruscello di Flegetonte queste pa-
360 INFERO
rote fur del duca mio di Virgilio perche l pregai che mi lar-
gisse l pasto per lo che lo pregai d' istruirmi largamente di
cui m avea largito l desio dacché m'avea destato tanto de-
siderio. Il cibo o naturale, od artificiato non diletta tanto, né
riempie il ventre, come la dottrina conforta l'animo.
Insegna Virgilio, che i fiumi infernali provengono da mo-
struosa statua dell'isola di Creta. Fu quest'isola una volta in
floridissimo stato, ed aveva dominio sulle altre isole adiacenti,
e vicine. Aristotile scrive che la politica de' cretesi, se non era
del tutto perfetta, copriva almeno i difetti col potere; ma nulla
ostante la guerra vi si era introdotta — aveva soggette cento
altre isole ed il primo suo re fu Saturno giustissimo, sotto cui,
si finge da' poeti, scorresse 1' età dell'oro. Saturno poi fu
sventurato nella prole, e da Rea consorte ebbe un figlio, che
secondo gli oracoli, lo avrebbe scacciato dal soglio; ordinò
quindi che qualunque bambino appena nascesse, fosse scan-
nalo. E Rea partorì Giove; e per sottrarlo alla cruda legge del
padre, lo mandò in Ida. Giove adulto avverò gli oracoli, e
violentemente scacciò dal regno il proprio padre. Di Saturno
si parlerà nel canto XVI del Paradiso, diss egli allora Virgilio
un paese guasto che s appella Creta lo chiama guasto avendo
<di mira ai tempi d'oggi, perchè Creta è adesso sotto dominio
di Venezia, oppressa da schiavitù, desolata: oggi mutò nome,
e chiamasi Candia sotto il cui regefo sotto Saturno già l mondo
casto l'età dell'oro, cioè gli uomini vissero castamente, ed
onestamente sede in mezzo mare in mezzo alle acque marine.
una montagna v e fra le altre notabile, e singolare, essendo
Creta cinta all'intorno di monti, e montuosa, e selvosa nell'in-
terno che s appella Ida ed ha ritenuto il nome suo che fu già
lieta d acqua e di (rondi cioè fertile, ed amena. Oggi giorno
corre opinione fra il volgo, che l'erba d'Ida faccia i denti d'oro
CANTO XIV. 361
agii animali che la divorano ore deserta disabitata come cosa
meta inutile per vetustà. Ovvero potrebbe significare l'espres-
sione cosa vieta che un giorno nutrì colui, che diede il pes-
simo esempio di scacciare il padre per usurparne il regno.
Rea moglie di Saturno, con altro nome Cibele, ed anche Be-
recinzia, ed Opi per una fida per mezzo di ancella fedele del
suo figlio Giove lo spedì in Creta ordinando che al vagito
del figlio si fosse alzato alto schiamazzo con cembali, ed altri
musicali strumenti, perchè non apparisse indizio di fanciullo
cui facea far le grida dai sacerdoti particolarmente, che avea-
no debito di battere i timpani in onor di Cibele per celarlo
meglio all'ira paterna. Così da Ovidio ne' Fasti. Coli' isola di
Creta Dante figura l'origine della terra abitabile: cinta dal
mare, e distante da terra più delle altre isole trovasi quasi
nel mezzo del mondo, perchè ogni lido volge, e termina verso
Creta, e da lei, secondo i poeti, ebbero origine i regni.
La statua sul monte Ida figura un gran vecchio, che vol-
ge il tergo a Babilonia in oriente, e drizza la faccia a Roma
in occidente. E vuole con ciò significare tutte le età, perchè
dall' uomo si trascorrono le età nel mondo, ed i filosofi chia-
mano l'uomo mondo minore. Vecchio poi, perchè grave di
molti secoli. Col tergo rivolto a Babilonia significa la distru-
zione del potente regno degli Assiri, e colla faccia indica l'im-
pero della Chiesa romana un gran veio gran vecchio, perchè
rappresenta il mondo eh' è grande sta dricto ed è maravi-
glia dentro del monte d' Ida che tien volte le spalle in ver Da-
miata verso Oriente: quando cominciò a ruinare il regno de-
gli Assiri sorse il regno de' romani, come si dirà nel canto IV
del Paradiso. Anche qui sembra che l'autore abbia preso Ba-
bilonia di Egitto per la grande antica Babilonia, essendo certo,
che Damiata è nell'Egitto, nomata un giorno Menfi dai prò-
562 INFERNO
feti, e dai poeti. Fu presa dai cristiani, e perchè non servisse
più di rifugio fu distrutta poscia dai saraceni. Ma Dante con
Damiata volle significare la Babilonia degli Assiri sotto la po-
testà del Soldano e guarda Roma come suo specchio spec-
chiandosi in Roma, matrona avvenente, e decorosa , e più gio-
vane di Babilonia ora deserta, e desolata la sua testa era for-
mata di fino oro il capo di quel gran vecchio era d'oro fino,
esprimendo così la prima età, che si disse età dell' oro, cioè
pura, perfetta, preziosa, nella quale, sotlo Saturno, gli uo-
mini vissero sobrii, casti, e senza amor di guadagno, ed ebbero
stato tanto eccellente in confronto degli altri, come Toro è il
più prezioso in confronto degli altri metalli, e le braccia e
Ipecto sono di puro argento esprimendo così la seconda età,
sotto Giove, incominciando gli uomini a conoscere il diritto
di proprietà, età tanto meno perfetta della prima, quanto l'ar-
gento è men perfetto dell' oro poi e di rame fino alla far-
cala cioè avea il ventre di rame fino alle coscie, ove l'uomo
s'inforca. Così vien significata la terza età di avarizia , che
fu tanto più vile in confronto della prima, e seconda età,
quanto il rame è più vile dell' argento, e dell' oro. Era di rame
perchè il denaro primamente si formò col rame da inde in
giuso dall'inforcata in giù, per le coscie, gambe, e piedi e
tutto ferro ellecto ferro puro. Così è mostrata la quarta età
d'uomini duri, violenti, dediti solo alle armi, spargitori di
sangue umano, e pronti ad ogni scelleratezza salvo che l de-
stro pede e terra cotta. In tal modo vien figurala la Chiesa
romana, prima terra umile, e povera, poi ricca, forte, ornata
e splendiente per la dote di Costantino e sta in su quello ere-
cto il gran vecchio sta più posato, e dritto su quello cioè so-
pra il piede di terra cotta che su l altro che sopra il sinistro
di ferro. Così l'autore significa, che da molti secoli è più io
CANTO XIV. 363
vigore la Chiesa, che non è l'impero: anzi questo sempre
scemò, ma la Chiesa fu più esaltata dopo di Costantino. Ora
da tutte parti della statua del vecchio, meno che del capo ,
trasudono goccie, che si uniscono, e penetrano nella terra,
e formano così i fiumi dell'Inferno, ossia allegoricamente da
ogni età del mondo corrotto emanarono le prave passioni, i
vizi tutti, ciascuna parte fuorché V oro e rotta ogni età fuori
di quella dell'oro è viziata. L'autore non intende già figurare
la statua veduta in sogno da Nabucodònosor, della quale si
parlerà nel canto IV del Paradiso, sebbene quella di Dante
abbia con l'altra molta somiglianza', tranne la parte dell'oro.
d una fessura che lagrime goccia da una fessura escono la-
grime le quali accolte insieme unite foran quella grotta fo-
rano la montagna d' Ida e lor corso si diroccia e il loro corso
serpeggia, e cade per diversi fori in questo vallo in questa
valle d'Inferno, al pari de' fiumi che si formano da'rii ne'
monti, che poi uniti scendono nelle valli, fanno Acheronte
prima formano Acheronte, passo generale dell'Inferno, poi
formano Stige, secondo fiume ma lento, e quasi palude, e
Flegetonte terzo fiume già descritto, poi sen va giudi cerchio
in cerchio: Flegetonte scorre per la selva, e l'arena per que-
sta strecta doccia per questo stretto canale infin la dove più
non si dismonta fino al centro, dove non si può più discen-
dere, perchè naturalmente ogni grave tendendo al centro non
può passare tal punto senza ascendere. Moralmente può spie-
garsi che essendo Giuda nel centro, non può peccarsi di più
eh' egli fece, tradendo il proprio Signore Iddio. Perchè poi
le acque non possono oltrepassare il centro, ivi stagnano e
formano il lago di ghiaccio nomato Caina, del quale si par-
lerà in fine del libro, fanno Oocito in cui si puniscono i tra-
ditori e qual sia quel stagno quell'acqua ferma, e ghiacciata
564 INFERNO
tu lo vedrai a suo luogo, e tempo pero qui non si conta per
non narrarlo inutilmente due volte.
Ed io a lui quarta parte generale. Dimanda l'autore a
Virgilio perchè abbia veduto soltanto Flegetonte? e l presente
rigagno da rigare perche ci appare pure a questo vivagno
perchè si mostra a questa estremità, sei si deriva cosi dal
nostro mondo se vien dal mondo de* viventi! Virgilio rispon-
de che non si vide sempre il corso di Flegetonte perla figura
circolare del luogo, avendo tenuta la sinistra nel discendere,
mentre dalla parte opposta poteva trovarsi l'acqua cercata, o
diversa, et elli a me Virgilio rispose tu sai che lloco e tondo
sferico et non s e ancor volto per tutto l cerchio non bai an-
cora scorso il cerchio intorno intorno tutto che sii venuto
molto quantunque molto abbi frugato pur a sinistra qui ca-
lando al fondo discendendo sempre verso del centro perche
se cosa n apparisce nuova non per anche da te osservata non
de adur maraviglia al tuo volto non devi maravigliarti. Dante
aveva veduto il Flegetonte dove si puniscono i violenti contro
del prossimo, ma non aveva potuto scorgere, come da esso
derivasse il ruscello, perchè non seguì il fiume per la selva,
e lo trova poi nella sabbia. Io potrei vedere il lagodiBenaco,
poi il Mincio, senza conoscere che nasce da quello presso Pe-
schiera, et io dissi o maestro o Virgilio che mi spiegasti l'ori-
gine de' fiumi, insegnami ove si trova Flegetonte e Lete per-
chè dell un taci di Lete non parli e l altro Flegetonte di tu
dici che se fa d està piova si forma dalle lagrime, eh' e-
manano dalla statua del gran vecchio. Ogni poeta greco,
o latino ritiene che cinque siano i fiumi infernali, cioè Ache-
ronte — Stige — Flegetonte — Cocito — e Lete; ma Dante non
parla di Lete , ed esso era dubbioso sopra Flegetonte veduto
bensì, ma non riconosciuto, quando scorse il ruscello sangui-.
CANTO XIV. 365
gno, che derivava da quello, etille Virgilio rispuose certo tu
mi piaci in tutte tue quistioni nelle ricerche ingegnose ma
l bollor dell acqua rossa dovia ben solver l una che tu faci do-
vevi congetturare da segni evidenti , che il Flegetonte mostra-
vasi di nuovo, quando rivedesti le acque sanguigne, e bol-
lenti, giacché sapevi che Flegetonte significa ardente. E la fin-
zione di Dante per queste ricerche, e dubbiezze serve mira-
bilmente alla più precisa cognizione della trattata materia. Lete
il fiume Lete che qui non nominai vederai troverai, scorge-
rai ma fuor di questa fossa fuori dell' Inferno, o di questa
fossa infernale. Bisogna però notare, che l' autore, non segue
gli altri poeti, in quanto che non pone il fiume Lete nel nu-
mero de' fiumi infernali, ma sibbene nel Purgatorio, ed a ra-
gione; imperocché Lete esprime l'oblio del passato, e nel detto
luogo, dopo la purgazione delle colpe, adempie all'ufficio
suo. Inoltre Dante parla cattolicamente, e moralmente risguar-
dandolo, non si allontana dagli altri poeti la ove vanno la-
nime a lavarsi dalle colpe colla penitenza, e castigo quan-
do la colpa pentola nel Purgatorio e rimessa è perdonata.
Poi disse Virgilio ornai e tempo da scostarsi dal bosco
ed entrare nell'arena, o sabbione. Stando sul confine della
selVa vide i violenti contro Dio, e senza progredire nel cam-
mino dell' arena non avrebbe potuto scorgere i violenti con-
tro natura fa che vegna dreto a me sieguimi , disse Virgilio ,
e gli mostrò un sentieruccio rasente V arena li margini fan
via che non son arsi perchè le fiamme si estinguono dai va-
pori dell' acqua e sopra loro ogni vapor si spegne ogni ar-
denza si ammorza su quel sentiero.
CANTO XV.
TR8TO MODERNO
Ora cen porta l' un de' duri margini ,
E il fumo del ruscel di sopra aduggia
Sì, che dal fuoco salva l' acquagli argini. 3
Quale i Fiamminghi tra Guzzante e Br uggia,
Temendo il fiotto che inver lor s' avventa ,
Fanno lo schermo, perchè il mar si f uggia; 6
E quale i Padovan lungo la Brenta,
Per difender lor ville e lor castelli ,
Anzi che Chiarentana il caldo senta; 9
A tale imagine eran fatti quelli,
Tutto che né sì alti né sì grossi ,
Qual che si fosse, lo maestro felli. 12
Già eravam dalla selva rimossi
Tanto, ch'io non avrei visto dov'era,
Perch' io indietro rivolto mi fossi, ' IS
Quando incontrammo d'anime una schiera,
Che venia n lungo l'argine; e ciascuna
Ci riguardava, come suol da sera 18
Guardar l'un l'altro sotto nuova luna;
E sì ver noi aguzzavan le ciglia ,
Come vecchio sartor fa nella cruna. 21
Così adocchiato da cotal famiglia
Fui conosciuto da un , che mi prese
Per lo lembo, e gridò: qual maraviglia? 44
CANTO XV. 367
Ed io, quando il suo braccio a me distese,
Ficcai gli occhi per lo cotto aspetto,
Sì che il viso abbruciato non difese 27
La conoscenza sua al mio intelletto:
E chinando la mia alla sua faccia.
Risposi: siete voi qui, ser Brunetto? 30
E quegli: o figliuol mio, non ti dispiaccia
Se Brunetto Latini un poco teco
Ritorna indietro, e lascia andar la traccia. 33
Io dissi a lui: quanto posso ven preco;
E se volete che con voi m'asseggia,
Faról, se piace a costui, che vo seco. 36
0 figliuol, disse, qual di questa greggia
S'arresta punto, giace poi cent'anni
Senza arrostarsi quando il fuoco il feggia. 39
Però va oltre: io ti verrò a' panni,
E poi rigiugnerò la mia masnada,
Che va piangendo i suoi eterni danni. 42
lo non osava scender della strada
Per andar par di lui; ma il capo chino
Tenea, com'uom che riverente vada. 45
Ei cominciò: qual fortuna o destino,
Anzi P ultimo dì quaggiù ti mena?
E chi è questi che mostra il cammino? 48
Lassù di sopra in la vita serena,
Mi smarrii, gli risposi, in una valle,
Avanti che l'età mia fosse piena. SI
Pur ier mattina le volsi le spalle:
Questi m'apparve, tornando io in quella,
E riducèmi a ca per questo calle. 54
Ed egli a me: se tu segui tua stella.
368 INFERNO
Non puoi fallire a glorioso porto,
Se ben m'accorsi nella vita bella. 57
E s'io non fossi sì per tempo morto,
Veggendo il Cielo a te così benigno,
Dato t'avrei all'opera conforto. 60
Ma quello ingrato popolo maligno, •
Che discese di Fiesole ab antico,
E tiene ancor del monte, e del macigno, 63
Ti si farà per tuo ben far, nimico:
Ed è ragion ; che tra gli lazzi sorbi
Si disconvien fruttare al dolce fico. 66
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi ,
Gente avara, invidiosa, e superba:
Dai lor costumi fa che tu ti forbi. 69
La tua fortuna tanto onor ti serba,
Che l'una parte, e l'altra avranno fame
Di te; ma lungi fia dal becco l'erba. 72
Faccian le bestie Fiesolane strame
Di lor medesme, e non tocchin la pianta,
S' alcuna surge ancor nel lor letame, 75
In cui riviva la sementa santa
Di quei Roman, che vi rimaser, quando
Fu fatto il nido di malizia tanta. 78
Se fosse pieno tutto 'I mio dimando,
Risposi lui , voi non sareste ancora
Dall'umana natura posto in bando: ' 81
Che in la mente m'è fitta, e or m'accora
La cara, buona imagine paterna
Di voi , quando nel mondo ad ora ad ora 84
M'insegnavate come l'uom s'eterna:
E quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo.
CANTO XV. 369
Convien che nella mia lingua si scerna. 87
Ciò che narrate di mio corso scrivo,
E serbolo a chiosar con altro testo
A donna, che il saprà, se a lei arrivo. 90
Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
Pur che mia coscienza non mi garra,
Che alla fortuna, come vuol, son presto. 93
Non è nuova agli orecchi miei tale arra:
Però giri fortuna la sua rota,
Come le piace, e il villan la sua marra. 96
Lo mio Maestro allora in sulla gota
Destra si volse indietro, e riguardommi;
Poi disse: bene ascolta chi la nota: 99
Né per tanto di men parlando vommi
Con ser Brunetto, e dimando chi sono
Li suoi compagni più noti e più sommi. 102
Ed egli a me: saper d' alcuno è buono;
Degli altri fia laudabile il tacerci,
Che il tempo saria corto a tanto suono. 105
In somma sappi, che tutti fur cherci,
E letterati grandi e di gran fama ,
D' un medesmo peccato al mondo lerci. 108
Priscian sen va con quella turba grama,
E Francesco d' Accorso; anco vedervi,
S' avessi avuto di tal tigna brama, 1 1 1
Colui potei, che dal Servo de* servi
Fu trasmutato d' Arno in Bacchigliene,
Ove lasciò li mal protesi nervi. 1 14
Di più direi; ma il venir e il sermone
Più lungo esser non può, però eh1 io veggio
Là surger nuovo fumo dal sabbione. 1 17
Uambaldi — Voi. !. 24
370 INFERNO
Gente vien con la quale esser non deggio:
Sieti raccomandato il mio Tesoro,
Nel quale io vivo ancora; e più non cheggio. 120
Poi si rivolse, e parve di coloro,
Che corrono a Verona il drappo verde
Per la campagna; e parve di costoro
Quegli che vince e non colui che perde. 124
COMMENTO DI BENVENUTO
Pena de' violenti contro Dio per natura. H canto può di-
vidersi in quattro parti generali: nella prima — descrizione
dell'entrata nella bolgia, e moltitudine dei dannati, fra i
quali Dante ravvisa un conoscente: nella seconda — lo stesso
spirito parla a Dante sullo stato della patria, e predice a lui
il futuro destino ei comintio ecc. nella terza — colloquio, ed
apertura d' animo con detto spirito se fosse ecc. nella quarta,
ed ultima descrive alcuni sodomiti del primo gregge che in-
contrò ne pertanto ecc.
Per evitare P ardore delle fiamme che cadevano dal
ciclo, Dante immaginò, che sui margini, od estremità del-
l'arena fosse uri sentiero, sul quale cadendo le fiamme,
perdessero P ardore smorzato dagli umori del ruscello pres-
so al margine stesso l un de margini duri perchè formato
da sassi, come si disse nel canto precedente ora cen porta ci
guida el fumo del ruscello P umore o nebbia che sorge dal
ruscello aduggia di sopra estingue superiormente siche sal-
va l acqua e gli argini li fa illesi, ed intatti dal foco foli' ar-
dore delle fiamme che cadono. Tali argini somigliano quelli
che sono vicini alla città di Burge, e che resistono all' impeto
del mare, od a quelli di Padova presso la città per far fronte
all' impeto del fiume Brenta. E qui Dante introduce la teoria
del flusso, e riflusso del mare, cosi dicendo — la luna chia-
CANTO XV. 371
mala dall'autore regina dell' Inferno move, per sua natura,
due volte il mare in ogni giorno, e cagiona il detto fenomeno
in vcntiquatlr' ore, come nel canto XVI del Paradiso. La luna
madre degli umori come il sole padre del calore, attrae l'acqua
di lontano nel modo che la calamita attrae il ferro. L' attra-
zione dell' acqua cagiona il movimento in Occidente, quando
la luna è quintadecima, del che fanno le maraviglie anche i
più esperti marinari, perchè non accade altrettanto in Orien-
te, e nel Mediterraneo. L'acqua cresce in Occidente alcune
volte tanto, che fa retrocedere i fiumi, in Londra nell'Oceano
occidentale il Tamigi spesso sorpassa i più alti ponti. Ed al
proposito nostro, nelle Fiandre presso l'Oceano, il Set-
tentrione, scopre qualche volta il lido per cinque miglia, q
lo ricopre a sua volta con tanta velocità pel riflusso, che un
cavallo correndo velocissimamente non potrebbe scappare a-
sciutto. Il fenomeno tanto grande si mostra più spesso nelle
Fiandre, perchè terreno di basso fondo, e d'aria sempre pregna
di vapori: piove qualche volta per sei mesi continui. Gli abi-
tanti più presso al mare costruiscono argini altissimi per difen-
dersi dalle inondazioni del flusso, e non pertanto spessissimo le
acque marine inondano le provincie. Questo disastro, cui non
snpeano riparare, determinò molti abitanti ad abbandonare
quei luoghi, e venire in Italia. Ma sono inutili gli esempi anti-
chi, mentre, al tempo nostro, uno straordinario riflusso affogò
più di quindici mila persone. I padovani incitarono spesso i
fiandresi nel riparare l'impeto della Brenta, quelli argini del-
l'una, ed altra parte di Flegctonte eran fatti a tale imagine
cioè consimili quali i Fiaminghi una volta nomati cimbri te-
mendo il fiotto che ver lor s aventa il flusso del mare Oceano
grande e repentino fanno lo schermo perche l mar si fuggia
mclton ripari all' impeto marino tra Guizante porto di Fian-
372 INFERNO
dra. e Bruggia città famosa come Venezia, e dove concorre-
vano d'ogni parte le merci d'Occidente, e quindi le navi
molto vi si fermavano perche l mar si fuggia si riparava
l'impeto del mare e quale riparo i Padoani fanno lungo la
Brenta, fiume che deriva dalla Carinzia, e perciò alcuni si-
gnori vengono nomati duchi di Carinzia. La Brenta, in pri-
mavera ed allo sciogliersi delle nevi si gonfia anzi che Chia-
rentana il caldo senta. I padovani proveggono al riparo, al-
zando gli argini prima dello sciogliersi delle nevi per difender
lor ville e lor castelli dall' inondazione. Altrettanto fanno i
ferraresi per ripararsi dalle inondazioni del Po. E resto ben
sorpreso, come Dante non facesse confronto cogli argini del
Po, fiume il più nobile d'Italia, del quale tante volte Virgilio
fa menzione, e lode al par di Lucano. Forse gli argini del Po
per la diversa maniera di lor costruzione, o perchè troppo alti
non servivano al caso, e Dante aveva già espresso, che gli ar-
gini dell'Inferno non erano alti, e forli neppure come quei
di Fiandra, e di Padova tutti sebbene ne si alti ne si grossi
lo maestro felli non li costrusse come i predetti quale che si
fosse quasi dicendo — non so chi li abbia fatti — ma qualun-
que fosse l'autore fu gran maestro — ossia Dio. Gli argini di
Fiandra, e Padova dovevano impedire P impelo del flusso del
mare, o le acque del Brenta, e questi riparare l'ardore delle
fiamme, che piovevan dal cielo.
Già eravam rimossi da la selva di que' disperati et era-
vamo allungati tanto che non havia visto dov era non avea
visto dove mi trovava perche io mi fossi rivolto indreto quan-
tunque mi fossi voltato indietro, non avrei potuto più scorgere
la selva, dalla quale era partilo. Le anime de' violenti contro
Dio Irovavansi nel principio dell' arena, prostrati e si potevano
vedere dall' estremità della selva. E non avevamo fatta lunga
CANTO XV. 373
strada por vedere le altre anime de'violenti contro natura quan-
do incontrammo una schiera una quantità grande di anime che
venian lungo l argine rasente l'argine da noi battuto ciascuna
si guardava ciascuno ci guardava maravigliato nello scorgere
due senza pena, andar lentamente, mentre essi correvano
movendo celermente le mani per iscansare le fiamme come
luno suol guardar l altro da sera sotto nova luna come
quando 1' uno guarda un altro a luna nuova, che fa poco lu-
me, air apposto di quando è piena, che getta lume quasi di-
urno, e si aguzzavan le ciglia ver noi per conoscerci come
l vecchio sartor fa nella cruna il sartore vecchio, e di vista
debole, stringe le ciglia per rendere la vista più intensa a
cogliere col filo nel piccol forame dell' ago. Aristotile nel libro
de'Problemi ricerca la ragione di ciò, e risolve, chela ragione
è simile a quella de' balestrieri, che nelP atto di scagliare il
dardo, e per più sicura direzione raccolgono la virtù visiva
stringendo le ciglia.
Fra quelle anime l'autore trova un suo amico compatrio-
ta. Era questi ser Brunetto Latini , che fiorì al tempo di Dante:
uomo di sommo ingegno, e di rara eloquenza, ma troppo
pieno di sé medesimo. Notaro di gran nome in Fiorenza, a-
vendo commesso uno sbaglio, che facilmente poteva emen-
dare, volle piuttosto essere accusato di falso, di quello che
sottoporsi ad una ricredenza ed emenda volontaria, avendole
per dimostrazioni d' ignoranza. Fu cacciato perciò da Fiorenza
col bando del fuoco; ma quel fuoco che scansò vivente, Io
colse in questo luogo, e di più rinnovò la infamia del suo
vizio violento contro natura, cosi adocchiato io Dante tanto
fisamente guardato da cotal famiglia da quella moltitudine
fui conosciuto da un fui riconosciuto da un tele che mi prese
pel lembo per l'estremità della veste in segno d' amicizia e
574 INFERNO
grido qual maraviglia oli chi veggio mai! Brunetto oltre
la maraviglia di veder Dante vivo ancora , e senza pena in
quel luogo, ne provava un'altra, di vederlo cioè alzato a tanta
grazia e gloria, da tentare nel mezzo del cammino della vita
la discesa air Inferno per così nobile oggetto, e fine diverso
dallo scopo del tesoro di esso Brunetto, et io ficcai l oc-
chio fissai lo sguardo in lui per ravvisarlo per aspetto cotto
benché fosse tutto bruciato quand elio distese l suo brac-
cio a me per tirarmi pel lembo della guarnaccia, essendo io
alto suir argine, ed egli basso nella sabbia si che l viso ab-
brusciato noi difese il volto abbruciato non m' impedì la
conoscenza sua al mio intellecto Dante lo riconobbe coir oc-
chio dell'intelletto per insegnare, che l'uomo il quale ha
singolari virtù sebbene macchiato di altri vizi, deve cono-
scersi e rispettarsi e chinando la mano alla sua faccia al-
zandogli la fronte rispuosi con maraviglia sete voi qui ser
Brunetto? come in luogo tanto infame voi Brunetto? Voi vi
siete maravigliato di veder me vivo, e senza pena nelT Infer-
no, ma io più mi stupisco di veder voi sapiente dannato qui
per vizio tanto infame! Usa del — voi — in segno di rispetto,
come a maggiore.
E quei Brunetto risponde captivandosi benevolenza o fi-
glio mio ser Brunetto Latini non ti dispiaccia un poco teco
non ti dispiaccia che sia con te un poco — quantunque sia
tutto deformato, ed in luogo di pena, pure non ti sia noioso
di parlare con me alcun poco, dacché tanto tempo solevi meco
in vita trattenerti: ritorna in dreto gli altri correvano tanto ve-
locemente, che volendo Brunetto parlare a Dante, non avrebbe
potuto raggiungerli e lascia andar la traccia de' tuoi com-
pagni , e camminiamo noi pari passo, io dissi a lui io ve prego
quanto posso invece di camminare insieme mi fermerò anche,
CANTO XV. 375
se vi piace e se volete che con voi mi seggio, farollo volente-
rissimamente se piace a costui che vo seco se piace a Virgilio,
in compagnia dei quale vado, ossia s' è ragionevole il farlo,
dovendo parlare con uno spirito dannato, ma sapiente, e di
tanto oscena materia, o figliuolo disse Brunetto a Dante quale
qualunque di questa greggia di questi sodomiti s arresta
punto, giace cent anni senza arostarsi senza che possa colle
mani allontanare le fiamme quando il fuoco il fregia lo ab-
brucia. Il vizioso che ha contratto l'abito difficilmente, e con
gran fatica recede, ed io conobbi anche uomini attempati, e
vecchi che sentivano al vivo tal fatta di libidine. Così quelli
che si fermano sono assai più tormentati : pero va oltre dac-
ché non posso sedermi conte io ti verro ai panni ti verrò
dietro vicino all'argine, tanto sotto di te da sfiorarti P abito
colla testa et poi e quando avrò teco alcun poco parlato rag-
giungerò la mia masnada la mia schiera che va piangendo
i suoi eterni danni eterni, perchè eternalmente peccarono, e
rimasero nel vizio ostinati. Secondo i riguardi doveva prece-
dere Brunetto sull'argine, e Dante venir dopo nelP arena; ma
perchè Dante era impedito dalle fiamme suppliva cogli spessi
inchini, io non osava scender de la strada scendere dall' ar-
gine per andar par di lui insieme con lui nella sabbia ma
tenia il capo chino come homo che vada riverente dobbia-
mo sempre onorar la virtù, ma trattar di corto cogP infami,
per non contrar macchia dal loro consorzio.
Ei comincio seconda parte generale, qual fortuna o de-
stino quale costellazione, o predestinazione ti mena qua giù
nelP Inferno anzi l ultimo di prima di morire et chi e questi
che mostra il camino e deve essere virtuoso e valente, se
ti conduce quaggiù senza pena fra tanti dannati, rispuos io a
lui io Dante risposi a Brunetto io mi smarrii in una valle
376 INFERNO
cioè nella selva, come nel 1° canto quando dice che la diritta
via era smarrita ma non perduta la su di sopra nel mondo
de' viventi in la vita serena in confronto a questa vita sul-
l'arena ardente avanti che l età mia fosse piena prima del
mezzo del cammin della vita, ovvero nella mia prima gioventù
pur her mattina nella prima ora del giorno, quando il sole
entrava in Ariete come nel primo canto tempo era dai prin-
cipio del mattino: ti è forza dunque ritenere che Dante stesse
un giorno solo nell'Inferno li volsi le spalle alla detta selva,
o valle, perchè cioè fuggì dai vizi questi Virgilio m apparse
tornando in quella mentre tornava alla \a\leereducemi a ca
alla patria celeste per questo calle per questa contemplazione.
et elli a me Brunetto mi disse tu non puoi fallare al glorioso
porto tu arriverai certo alla beatitudine se tu segui tua stella
Dante nacque sotto Gemini nell'atto che il sole s'alzava, e
quindi in buon punto, come si dirà nel Paradiso canto XXII.
se ben m accorsi nella vita bella. E qui sembra dare giudizio
astrologico, e veramente Brunetto ebbe qualche cognizione
anche di astrologia; ma parla dubitativamente, perchè voleva
esser cauto, e prudente, lo credo per altro, che i giudici astro-
logici fossero meglio fondati sulla fisonomia, la quale non
pertanto è spesso fallace; Brunetto aveva conosciuto l' indole
buona di Dante ancora fanciullo, e poteva preconizzare bene
di lui et arrei dato conforto ali opra veggendo il Cielo cosi
benigno a te se fossi più a lungo vissuto ti avrei incoraggilo
a questa grand' opera scorgendoti così ben influenzato dal
cielo s io non fossi si per tempo morto prima che l' avessi
intrapresa.
Ma quello Brunetto preconizza a Dante l'avversa fortuna,
che spesso si mostra tale ai virtuosi: cosi Roma verso Scipio-
ne, cosi Atene verso di Teseo. Molti sostengono, che questo
CANTO XV. 377
canto sia facile, e piano, ed a me sembra l'opposto; perchè
seguendo le cronache fiorentine si corre in errori, come si
vede nelle cronache delle altre città, di Ravenna, di Genova,
di Venezia, e di Napoli. Molto più indurranno in errore le
cronache fiorentine stese da uomini innamoratissimi della pa-
tria, ed eloquentissimi. Asseriscono infatti, che Fiesole si fon-
dò da Atlante, il quale, secondo i suggerimenti del suo grande
astronomo Apollo, volle fondare una nobilissima città, in ot-
timo luogo d'Italia, e fu per questo, che Fiesole fu sempre a-
mica de' romani; del pari scrivono, che di Fiesole fu Dardano,
il primo fondatore di Troja, e così molte altre cose immaginate,
e non vere, imperocché Atlante non fu che grande astronomo,
e si finge che portasse il cielo sulle spalle per questo; ma Er-
cole lo superò. Atlante non è mai stato in Italia, non trovan-
dosi in alcuna storia, e molto meno Apollo. La città di Fiesole
poi non fu mai né nobile, né famosa, anzi di lei è fatta
scarsa menzione. Tutto dunque fu immaginato per magnificare
la origine di Fiorenza. Livio scrive, che Annibale tra Fiesole,
ed Arezzo soffrì terribile tempesta, ed il sito era alpestre, a-
spro, sterile; onde Radagaso re de/ goti perì di fame, e di fred-
do insieme cogl' innumerevoli suoi barbari ne' monti di Fie-
sole. Ma perchè mi perdo nel cercare antichi argomenti? Scrive
il moderno poeta Boccaccio da Certaldo, che i sassi del monte
di Fiesole color di piombo, quando si rompono, con nuovi
incrementi si riuniscono, e si restaurano da per sé stessi. E
se ciò è vero, appare chiaro di qual natura siano que' fiori di
gentilezza, che germogliano da simile radice. Dardano poi
non fu di Fiesole, ma di Corinto, come altrove si disse. Rispetto
all' amicizia ed inimicizia coi romani scrive Floro — Trionfam-
mo de'fiesolani — , per esprimere i deboli trionfi de' romani.
Ed al tempo di Catilina quei di Fiesole ebbero parte nelP ini-
378 INFERNO
quissima congiura. Ad onta di tulio ciò non può negarsi, che
Fiesole non sia mollo antica. Ritengon alcuni, che non avesse
fondatore, e che si chiami Fiesole da Fie-sola, cioè fallasi da
sé. É una soperchieria trarre argomento di antichità, e po-
tenza dall' ignoranza di chi la fondasse, ed inqual tempo fosse
fondata. Quante origini di nobili città sono ignorate? lo tengo
per fermo, che se Fiesole fosse stala tanto nobile, come si
pretende, gli antichi scrittori, e storici non l'avrebbero cer-
tamente dimenticata. Vogliono anche, che Cesare, con dodici
condottieri romani, tenesse l'assedio a Fiesole persene anni,
e, finalmente presala, la rovesciasse dai fondamenti, e colle
macerie incominciasse a costruire Fiorenza coll'ajuto de'ro-
manij e fiesolani, come avvenne di Roma, per cui Fiorenza
sia slata rispettata da Cesare nelle guerre civili. Ma il più ri-
dicolo si è V affermare, che Lucano facendo menzione di Sarno
abbia parlato d' Arno. Come allora avrebbe potuto Cesare per-
dere il tempo nella costruzione di Fiorenza, quel tempo della
pestifera congiura, se accusato, se ne purgò per la testimo-
nianza di Quinto Cicerone fratello di M.Tullio Cicerone allora
console? E come mai i romani avrebbero speso tanto tempo
neir espugnare Fiesole piccola città nell'epoca in cui Roma
aveva tanto potere, che soggiogò in quattro anni, colla guerra
sociale, tutti i popoli dell' Italia, sottoponendoli al giogo ro-
mano? E come Fiorenza, che appena nasceva potè poi trovarsi
nel partito di Cesare? Sarno è cosa diversa dall'Arno come
altrove si dirà. Chi edificasse Fiorenza lo ignoro; ma non ere-
do che fosse così nomata da Fiorentino nobile cittadino di Ro-
ma, uè pei floridi campi, come altri vogliono. Plinio afferma,
che Fiorenza una volta si chiamò Fluenzia. Dante non vuole
che abbia avuto origine da Fiesole, ma quando, in che modo,
o per mezzo di chi fosse edificata, confesso di non saperlo.
CANTO XIV. 379
Ma quello — popolo fiorentino ingrato eonlro di Dante,
perchè non conoscendo la costui virtù, lo tenne ingiustamente
in perpetuo esilio maligno perchè malignamente eccitatoci
discese dà Fiesole ab antiquo che venne da Fiesole antica-
mente; ed avverti che P autore non parla qui -storicamente,
ma allegoricamente in altro senso. Leggiamo nella storia del
beato Romolo, che Pretro mandò a predicare ai fiesolani uo-
mini maligni, e distrutta la città dai romani sorse Fiorenza, e
così vuole significare 1* autore, Otte i fiorentini conservano
ancora gli aitimi, e costumi di tali, equindi aggiunge e tiene
ancor del monte e del macigno e così allegoricamente signi-
fica, che i fiorentini tuttora conservano la durezza, l'audacia,
la malizia, e rapacità montane, come per Io più sogliono es-
sere i montanari, che poco diversificano dai loro orsi, o ci-
gnali. I pianeggiarli all' incontro hanno sangue di rana o di
biscia. Il macigno è sasso arido, e liscio, e figura la invidia,
come nel Purgatorio canto XIX ti si farà per tuo ben far ne-
micó'in mercede de'mferiti tuoi ti scaccierà dalla patria et e
ragion che perchè al dolce fico se disconvien fructare pro-
durre, fruttificare tra lazzi sorbi tra sorbi acerbi.
Abbiamo dalle cronache fiorentine che nell' anno 1117 i
pisani, in quel tempo molto poteriti nel* mare, allestissero
molte navi pel conquisto dell' isola di Maiorica posseduta dai
saraceni; ma mentre erano ih cammino, ecco presentarsi quei
di Lucca ed assalire i pisani: l'armata credette quindi di far
ritorno sollecito, perché fa città non fosse dai lucchesi di-
strutta. Ma non volendo recedere dal fissato disegno , anche
per non pèrdere nome, e la immensa spesa incontrata, tenuto
consiglio alla presta spedirono messi ai fiorentini loro amici,
perchè assumessero la custodia della città. I fiorentini di buon
grado assunsero di difendere Pisa, e tosto spedirono cavalli,
580 INFERNO
e pedoni, e si piantarono gli accampamenti due miglia lungi
dalla città. Prudente, e cauto il podestà di Pisa ordinò, che
nessuno de* fiorentini entrasse in città, ed un tale, che volle
sprezzare il comando, fu tratto alla morte. Ma i più vecchi di
Pisa pregavano il podestà di rimettere la pena a quel misera-
bile, od almeno che non fosse ucciso dentro del loro territorio.
Sospesa per poco la esecuzione, il podestà fece occultamente
comprare un campo fuori del territorio a nome de' fiorentini,
ed ivi fece appiccar per la gola il condannato. Tornati i pisani
dal glorioso conquisto di Maiorica resero grazie ai fiorentini
pel prestato liberale servigio, e loro offersero di scegliere tra
gli oggetti della vittoria quanto avessero creduto, o le porte
di bronzo, o le colonne di porfido trasportate dall' isola. I
fiorentini addimandarono le colonne, ma i pisani per invidia
le bruciarono, e fasciate di scarlatto, sotto pretesto di onore,
e di maggior pompa, le consegnarono ai fiorentini. Questi alla
presenza di molti, svestendo il dono, e scoperta la frode, si
dice che gridassero. — Quanto siam stati ciechi nel confidare
in volpi pisane, che non conoscono che la frode! — Di qui il
ditterio di fiorentini ciechi, e le colonne furono collocate a-
vanti la porta di s. Giovanni, dove sono tuttora. Ma io non
sono persuaso del racconto a giustificare quel ciechi imperoc-
ché se furono ingannati da coloro in cui avevano ragione di
fidare, e cui resero tanto segnalato servigio, non veggo qual
cecità sia questa. — Altri vogliono, che sian chiamati ciechi,
perchè Annibale, nella inondazione dell'Arno, perdette un oc-
chio, come scrive Boccaccio nel suo libro de'Monti, e de'Fiumi.
Ma questa non è la mente di Dante, perchè parla di Fiorenza
più male che può. lo riterrei che i fiorentini si mostrassero
ciechi allora solo, che credettero ad Attila, secondo quanto
si disse al canto XII. Colle orecchie mie udii un fiorentino e-
CANTO XV. 381
spormi una bella interpretazione di quel ciechi, sebbene fuori
della intenzione dell'autore: disse costui essere i fiorentini cie-
chi attivamente» perchè rendono gli altri ciechi, vecchia fa-
ma li chiama orbi nel mondo allegoricamente ciechi di
mente, perchè al contrario di virtù operarono gente avara
invidiosa e superba tre vizi accennati da Dante nel canto VI
fa che tu ti forbì dai lor costumi ti purghi dai costumi vergo-
gnosi di tal popolo maligno.
La tua fortuna costellazione, influsso di cielo tanto
honor ti serba che l una parte e l altra scacciarne, e scacciata,
o bianca e nera avrà fame di te desiderio di averti per lei ;
Ma ciò non avverrà, perchè tu farai parte da te solo, come
nel Paradiso canto XVIII ma lungi fia dal becco l herba ma
quelle arpie rapaci macchieranno la tua fama, e dopo si or-
neranno, e si glorieranno di te facciano. Brunetto dalle dette
cose preconizza, che le parti si strazieranno a vicenda, fuori
di Dan le, ch'ebbe un'origine ben diversa da Fiesole. Scrive
Boccaccio nella vita, e costumi di Dante che dopo la puma di
Fiorenza cagionata da Attila, alcuni antichi nobili Fiorentini
radunati a consiglio spedirono ambasciatori a Carlo Magno al-
lora in Roma, perchè aiutasse la riedificazione di Fiorenza, e
mandasse armi, ed armali contro quei di Fiesole loro nemici.
Così fu fatto. E vennero di Roma alcuni dell' antica nobilissi-
ma stirpe Frangipane, da cui discesero gli Elisoi , e dagli Elisei
gli Aldighieri, de' quali fu Dante, come si dirà nel canto XV
del Paradiso. Dunque l'autore proveniva da sangue romano.
le bestie fiesolane i fiorentini bestiali per loro costumi bru-
tali facciano strame sterco et ledo di lor medesimi e si op-
primano, e si calchino, e si strazino da loro stessi e lancino
star la pianta romana la nobile progenie di Roma s alcuna
buona pianta surga ancora nel lor letame si alzi ancora dal
382 INFERNO
lor carname in cui nella qual pianta reviva ripulluli la se-
menza saera od alma, perchè Roma dicesi alma città di quei
romani die vi rimason quando fu facto l nido di malitia
tanta di quelli mandati perla riedificazione di Fiorenza. E di
vero i fiorentini si ritengono più maligni, che lussuriosi, eia
malizia è peggiore pel freddo calcolo con cui si opera: avvero
prendi malizia, come la prende il volgo per frode. -i
Se fossi tutto terza parte generale: dice Dante a Brunetto
voi non saresti ancora posto in bando della fiumana na-
tura non saresti per anche morto se l mio domando fosse tutto
pien se il mio pregare fosse del tutlo esaudito. Il sapiente si
duole della mancanza di altri sapienti , sapendo quanto costi
l'addivenir tale. Ecco perchè il filosofo Teofrasto morendo,
accusava la natura che accordò lunga vita alle bestie, e ne
diede una tanto corta all'uomo, mentre la vita di questi è
tanto agli altri vantaggiosa, che la imagine paterna di voi
bona et cara m e fitta nella mente mi ricordo ancora del vo-
stro paterno affetto et or m accora mi contrista la vostra fac-
cia che veggo tanto arsa, e bruciata quando m insegnavate
al mondo a hora a hora di quando in quando. Brunetto non
solo a Dante, ma insegnava a molti altri giovani, alcuni dei
quali divennero per eloquenza chiarissimi come Ihuom se-
terna. L'uomo colla scienza si eterna in due maniere, nell'una
in questo mondo per fama, onde Ovidio — L'uomo si fa Dio
non mancandogli fama — nell'altra, entrando nella patria ce-
leste dove la gloria è eterna: la gloria mondana dovrebbe dirsi
piuttosto perpetua, di quello che eterna. Dante vorrebbe per
gratitudine redimere la infamia di Brunetto: conviencìie nella
mia lingua si cerna nell' opera mia si contenga la vostra lode
mentre io vivo durante la mia vita nel mondo quanto l ab-
bia in grato finché durerà la mia gratitudine, et io scrivo
CANTO XV. 383
nella mia memoria per poi eternarlo ne!P opere do che nar-
rate di mio corso della mia fortuna e Servolo con l altro testo
con quanto mi disse Ciacco e Farinata. Perciò a glossar a
spiegarlo con donna con Beatrice che Isappia — glossar — a
sa lei arrivo se Dio mi darà grazia di sortir da questo Infer-
no, e dal Purgatorio giunga al Paradiso, farò allora menzione
della mia fortuna. E difatti nel canto X.YII del Paradiso intro-
duce uno spirito abitatole dj Marte, e della sua schiatta, che
gli manifesta apertamente il corso di fortuna per mezzodì
Beatrice, quale predizione era stata oscura negli altri, tanto
voglio che sia manifesto >.per vostro contento eh alla fortuna
alle vicendee colpi, di fortuna son presto come vuol. Edi vero
egli fece come disse, perchè coraggiosamente sopportò le
sventure — V esiglio — la povertà— ria mancanza di libri —
la perdita degli amici — la peregri naziwie — la cura delle cose
domestiche — la detrazione degli, emuli, purghe conscienza
non mi garra pur<?bè non abbia rimorsa di coscienza per ille-
cite azioni tale arra tale caparra non, e nova alle orecchie mie
caparra è pegno di contratto da farsi, come il vaticinio avviso
di quantaavyerrà pwagirì fortuna la sua rota come li piace
faccia fortuna quanto vuole. o quanto, può di peggio, contro di
me, dicendo essa . . . , ;.
Quella son io Fortuna, e sola il mondo
. Reggo, e miei donj reco, ola sventura.
Inalzando il mortale, o A suol premendo.
• • • . • ' -
Come regina siede- sul la ruota, e stringe lo scettro, ed e-
sercita il poter suo sulle cose tutte del mondo, ma nulla può
suir animo del sapiente e Ivillan la sita marra e lo stesso
villano gli è dipendente movendo la marra. Ovvero allegorica-
mente— ciascuno faccia, il debito suo, (Cambi il cielo, cam-
bino gli uomini; io non cambierò ; imperocché P uomo sapiente
384 INFERNO
secondo Seneca*è simile al mare, che non muta né sapore,
né colore, sebbene prenda nel suo seno le acque de' laghi,
de' fiumi, e de' fonli.
Lo mio maestro si volse allora in dreto su la gota de-
stra Virgilio, che mi precedeva si volse indietro dalla parte
destra, perchè era sull'argine destro ad ascoltar Dante tanto
magnanimo contro l'avversa fortuna e riguardami con occhi
di contento, e di plauso: poi disse bene ascolla chi la nota
non parlasti a sordi: avrai lode se farai quanto dicesti: il sa-
piente al dir di Tolomeo è dominato dagli astri — : perchè poi
i sapienti sono pochissimi, e gì' ignoranti senza numero, così
sono pochissimi quelli che la possano contro de] cielo, e della
fortuna.
Non pertanto quarta, ed ultima parte generale non
pertanto di meno sebbene Virgilio si fosse voltato indietro
per lusingarmi, non pertanto io tralasciai di discorrere con
Brunetto parlando vommi con ser Brunetto omesso l'argo-
mento di mia fortuna et dimando chi sono li suoi compagni
più noti e più sommi più macchiati notevolmente da questa
turpitudine, et elli a me Brunetto mi rispose elle borio saper
d alcuno, e tacer degli altri sia laudabile è indegno infamare
di sì vii colpa che l tempo siria corto a tanto suono e sarebbe
corto il tempo per tanta descrizione in somma — sappi che
tutti fuor cherci tutti furono chierici , o letterati grandi e di
gran fama sommi, e famosi. Non ritenere, che ogni letterato
sia chierico, perchè Dante tosto soggiunge e letterati. Né ri-
tenere egualmente che tutti i pederasti siano chierici tutti fuor
cherci e letterati. Dante voleva sapere de' compagni di Bru-
netto, che fu gran letterato famoso del tempo suo, e li distin-
gue da altri violenti contro natura, e de' quali parlerà nel
canto seguente. I ricercati da Dante avevano colpe men gravi
CANTO XV. 385
cherci, e letterati dico lerci e macchiati dxm medesimo pec-
cato contro natura al mondo in vita loro. Meglio per costoro
se avessero presa moglie» o più mogli, secondo la legge di
Maometto !
Ecco alcuni speciali pederasti. Prisciano monaco, che
addivenne apostata per maggior fama, e gloria, come accade y
di molti , che bestemmiano la fede per farsi nome di filosofi.
Gallieno disse , che fra i cristiani non vi erano sapienti — Pri-
sciano fu anche distinto per eloquenza: era dottore, stese una
grammatica, e corrèsse le grammatiche anteriori: fu orato-
re e storico molto reputato. Priscian sen va correndo co-
gli altri sotto la pioggia di fiamme con quella turba grama
coi grammatici , o tristi pedagoghi. Gramo fra i lombardi
suona tristo. Si ritengono poi più degli altri macchiati da tale
laidezza quelli che sono oziosi, divoratori di cibi i più ecci-
tanti, e senza moglie: anche i letterati, e per lo più gl'istrut-
tori della gioventù, e fra questi Accursio fiorentino, ma che
lesse in Bologna la maggior parte di sua vita. Del pari Odo-
fredo degli Odofredi bolognese, chiarissimo dottore. Accursio
fingendosi malato per febbre, e facendosi ogni di visitare dal
medico, si chiuse in casa, e si diede a corpo morto a com-
mentare il corpo del diritto romano. Odofredo scoperto l'in*
ganno, ed altamente dolendosi, scrisse molto più di lui, ma
troppo tardi. Il figlio di Accursio — Francesco ebbe febbre
più laida del padre, e Francesco d Accorso anco. Lagnansi mol-
ti, che Dante abbia in questo canto infamati tanti illustri perso-
naggi, e confesso che la prima volta, leggendo il canto, io pure */
fui preso da sdegno. Ma Dante conosceva, che il vizio aveva /^
presa troppa radice, e nel 1375 mentre io in Bologna leggeva
questo libro m'accorsi, che tra miei uditori sorgevano faville
dalle ceneri di Sodoma, e non sapendo più tollerare l'ardenza
Kambildi — Voi. i. ss
X
386 INFERNO
che minacciava ogni pudore non senza mio grave pericolo ri-
corsi air Eminentissimo sig. Cardinale Pietro Biturcense, al-
lora Legato di Bologna, il quale detestando, come tutti i buo-
ni, quella brutale passione, comandò, che si procedesse con-
tro i più noti, e più sfacciati, come avvenne, e molti spaven-
tati si sottrassero al meritato castigo. Se il processo affidato ad
un sacerdote macchiato del vizio stesso , contro cui doveva pro-
cedere, non fosse stato viziato, anzi falsato, molti colpevoli si
sarebbesi consegnati alle fiamme. Per questo incorsi nell'o-
dio di molti, ma la divina giustizia sin qui mi protesse.
Brunetto nomina Andrea de' Modi vescovo di Fiorenza,
uomo il più imbecille, o pazzo che fosse» il quale predicando
al popolo > diceva tali ridicolaggini da farsi zimbello alla ple-
baglia— p. e. — La provvidenza di Dio è come il sorcio, che
nascosto nella trave, vede quanto si fa nella casa, e non è
veduto da alcuno — la grazia di Dio è come lo sterco delle
capre, che cadendo dall'alto, si sparge in molte parti — La
potenza di Dio è come il seme di questa rapa (e toglie va si di
sotto il manto una rapa grossissima) piccolissimo il seme,
grandissimo il frutto. Un imbecille di tal fatta fu non pertanto
un pederaste et potei vedervi in quella turba d'anime che velo-
cemente correvano colui il vescovo Andrea che fu trasmutato
damo in bacchiglione da vescovo fiorentino fu traslata lo alla
sede di Vicenza. L'Arno fiume passa per Fiorenza, il Bacchi-
glione per Vicenza. Accenna Dante questa traslazione per far
nota un' altra indegnità di Andrea, il quale predicando nella
vecchia chiesa disse — signori, e signore vi raccomando monna
Tessa mia cognata che presto va a Roma: fu dessa per verità
molto carnale, e lussuriosa» ma ora è pentita, e va ad acqui-
starsi indulgenza. — Tommaso fratello di Andrea, giurista ce-
lebre, vergognando non solo della fraterna ignoranza , ma ben
CANTO XV. 387
anche dell'impudente vizio di sodomia che tanto lo infamava,
si adoperò con Nicolò degli Ursini allora papa, ohe lo al*
lontanò sino a Vicenza che dal servo de servi dal papa, che
così si chiama, dopo che s. Gregorio fu il primo a darsi tale
titolo dove nella qual città di Vicenza lascio li mal protesi
nervi i nervi che male si stesero a sodomia. Altri spiegano,
che i nervi tendendosi nell'atto di morte, malamente costui
morì, come malamente visse; o perchè fu podagroso, mala-
mente stese i suoi nervi morendo. Ma io tengo per fermo, che
l'autore guardasse alla corporea disposizione air infame vizio
nel quale malamente visse, e malamente morì, se avessi avuto
di tal tigna brama se avessi avuta smania di sapere più oltre
in tanto infame materia di più direi di molti altri chierici,
e letterati sodomiti ma il venire e l sermone non può esser
più longo ma mi è forza tornare al mio corso pero eh io veg-
gio novo fumo surger dal sabione veggo sorgere nuovo fuoco,
essendo il fumo indizio certo di fuoco: per fumo può inten*
dersi anche il puzzo di sodomia la lontano. E sopraggiungeva
di fatti altra schiera, che più gravemente peccò, e quindi era
più crudelmente tormentata, come si dirà nel canto seguente;
gente vien con le quali esser non deggio perché di setta di*
versa. Brunetto Latini aveva fatta un' opera in prosa, in lingua
francese che divise in tre libri, e nel primo trattò delle 0096
operate nell'antico, e nuovo Testamento — delle età del mOO*
do — dei regni — delle genti — de' profeti — degli apostoli
— della dotazione delle chiese, — della traslazione dell'im-
pero romano — de* galli — degli alemanni — della posizione ,
e confini delle provincie — degli elementi — de' pesci — degli
uccelli, — de' serpenti — degli animali in genere: nel secondo
trattò dell'etica di Aristotile, delle virtù, e de' vizi: nel terzo
della rettorica di Tullio — e dell' eloquenza secondo Parte, e
388 INFERNO
del modo di reggere, e governare le città, e regni. La prima
parte nomò moneta d uso: la seconda pietra preziosa: la ter-
za purissimoro. Compose anche un altro libretto, che chiamò
piccolo Tesoro, o Tesoretto, in volgare italiano e ritmico — de?
costumi — dei casi — della mobilità della fortuna, e stato uma-
no. Ora Brunetto nel partire raccomanda a Dante siati racco-
mandato il mio tesoro V opera prima, maggiore, che noma
Tesoro, quasi unione di molte cose preziose; e nel proemio
di tal libro somiglia l'opera ad un favo composto dal meglio
de' fiori, poi si rivolse dette tali parole verso i compagni che
velocemente gli vennero incontro et parve di coloro del nu-
mero di quelli che corrono a Verona l drappo verde. Nella
prima domenica di quaresima in Verona ogni anno uomini a
piedi corrono verso di un pallio verde, premio a chi corre di
più. Come a quel pallio in Verona si corre velocemente in mez-
zo allo schiamazzo, ed eccitamento degli spettatori coll'avidità
del premio, cosi corrono i sodomiti nell'arena per timore di es-
sere colti dalle fiamme che cadono sopra di essi e parve quei
che vince quello che arriva al premio non colui che perde Bru-
netto doveva molto più correre per arrivare i compagni, che
erano di molto sorpassati. Avrà avuta maggior pena nel trat-
tenersi con Dante per la maggior quantità di fiamme, che gli
caddero addosso, ma ne fu compensato dal giocondo e lusin-
ghiero conversare.
CANTO XVI.
FUSTO NODKRNO
Già era in loco onde s'udia il rimbombo
Dell'acqua, che cadea nell'altro giro,
Simile a quel che l'arnie fanno rombo; 3
Quando tre ombre insieme si partirò,
Correndo, d'una torma che passava
Sotto la pioggia dell'aspro martiro. 6
Venien vèr noi; e ciascuna gridava:
Sostati tu , che all' abito ne sembri
Essere alcun di nostra terra prava. 9
Aimè, che piaghe vidi ne'lor membri,
Recenti e vecchie dalle fiamme incese!
Ancor men duol, pur ch'io me ne rimembri. 12
Alle lor grida il mio Dottor s'attese;
Volse il viso vèr me, e: ora aspetta,
Disse; a costor si vuole esser cortese: 15
E se non fosse il fuoco, che saetta
La natura del luogo, io dicerei,
Che meglio stesse a te, eh' a lor, la fretta. 18
Ricominciar, come noi ristemmo, ei
L'antico verso; e quando a noi fur giunti,
Fenno una ruota di sé tutti e trei. 91
Qual sogliono i campion far nudi ed unti,
Avvisando lor presa e lor vantaggio,
Prima che sien tra lor battuti e punti; 94
390 INFERMO
Cosi rotando ciascuno il visaggio
Drizzava a me; si che contrario il collo
Faceva a' pie continuo viaggio. 57
Deb, se miseria d'esto loco sollo
Rende in dispetto noi e i nostri preghi,
Cominciò l'uno, e il tristo aspetto e b rollo, 30
La fama nostra il tuo animo pieghi
A dime chi tu sei, che i vivi piedi
Così sicuro per lo Inferno freghi. 33
Questi, Torme di cui pestar mi vedi,
Tutto che nudo e dipelato vada ,
Fu di grado maggior che tu non credi: 36
Nepote fu della buona Gualdrada:
Guidoguerra ebbe nome, ed in sua vita
Fece col sénno assai, e con la spada. 39
L'altro, che appresso me la rena trita,
É Tegghiaio Aldobrandi la cui voce
Nel mondo su dovrebbe esser gradita. 42
E io, che posto son con loro in croce,
Jacopo Rusticucci fui ; e certo
La fiera moglie, più ch'altro, mi nuoce. 45
S'io fussi stato dal fuoco coverto,
Gittato mi sarei tra lor disotto,
E credo, che il Dottor l'avria sofferto. 48
Ma perch'io mi sarei bruciato e cotto,
Vinse paura la mia buona voglia,
Che di loro abbracciar mi facea ghiotto. 51
Poi cominciai: non dispetto, ma doglia
La vostra condizion dentro mi fisse
Tanto, che tardi tutta si dispoglia, 54
Tosto che questo mio Signor mi disse
CANTO XVI. 391
Parole, per le quali io mi pensai,
Che qual voi siete, tal gente venisse. 57
Di vostra terra sono; e sempre mai
L'ovra di voi e gli onorati nomi
Con affezion ritrassi ed ascoltai. 60
Lascio lo fele, e vo per dolci pomi
Promessi a me per lo verace Duca;
Ma fino al centro pria convien ch'io tomi. 63
Se lungamente l'anima conduca
Le membra tue, rispose quegli allora,
E se la fama tua dopo te luca , . 66
Cortesia e valor, di', se dimora
Nella nostra città, sì come suole,
0 se del tutto se n'è gito fuora? 69
Che Guglielmo Borsiere, il qual si duole
Con noi per poco, e va là coi compagni,
Assai ne cruccia con le sue parole. 72
La gente nuova e i subiti guadagni,
Orgoglio, e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni. 75
Così gridai con la faccia levata:
E i tre, che ciò in tese r per risposta,
Guatar l'un l'altro, come al ver si guata. 78
Se l'altre volte sì poco ti costa,
Risposar tutti, il soddisfare altrui,
Felice te, che sì parli a tua posta! 81
Però, se campi d'esti luoghi bui,
E torni a riveder le belle stelle,
Quando ti gioverà dicere: io fui: 84
Fa che di noi alla gente favelle.
'Indi rupper la ruota, e a fuggirsi
392 INFERNO
Ali sembiaron le lor gambe snelle. 87
Un amen non saria potuto dirsi
Tosto così, com'ei fur dispariti:
Per che al Maestro parve di partirsi. 90
lo lo seguiva, e poco eravam iti,
Che il suon dell'acqua n'era sì vicino,
Che per parlar saremmo appena uditi. 93
Come quel fiume, ch'ha proprio cammino
Prima da monte Veso in vèr levante,
Dalla sinistra costa d'Apennino, 96
Che si chiama Acquacheta suso, avante
Che si divalli giù nel basso letto,
E a Forlì di quel nome è vacante, 99
Rimbomba là sovra san Benedetto
Dall'Alpe, per cadere a una scesa,
Dove dovea per mille esser ricetto; 102
Così, giù d'una ripa discoscesa,
Trovammo risonar quell'acqua tinta,
Sì che in poc'ora avria. l'orecchia offesa. 105
lo aveva una corda intorno cinta,
E con essa pensai alcuna volta
Prender la lonza alla pelle dipinta. 108
Poscia che l' ebbi tutta da me sciolta ,
Sì come il Duca m'avea comandato,
Porsila a lui aggroppala e ravvolta. Ili
Ond'ei si volse inver lo destro lato,
E alquanto di lungi dalla sponda
La giltò giù in quell'alto burraio. 114
E pur convien che novità risponda,
Dicea fra me medesmo, al nuovo cenno,
Che il Maestro con l'occhio sì seconda. ' 117
CANTO XVI. 393
Ahi quanto cauti gli uomini esser denno
Presso a color, che non veggon pur l'opra,
Ma per entro i pensier miran col senno! 120
Ei disse a me: tosto verrà di sopra
Ciò ch'io attendo; e che il tuo pensier sogna,
Tosto convien che al tuo viso si scopra. 123
Sempre a quel ver, che ha faccia di menzogna
Dee l'uom chiuder le labbra quant'ei puote
Però che senza colpa fa vergogna: 126
Ma qui tacer noi posso; e per le note
Di questa Commedia , lettor, ti giuro,
S'elle non sien di lunga grazia vote, 129
Ch'io vidi per queir aer grosso e scuro
Venir notando una figura in suso,
Meravigliosa ad ogni cor sicuro; 132
Sì come torna colui, che va giuso
Talvolta a sciogliere àncora, che aggrappa
A scoglio o altro che nel mare è chiuso,
Che in su si stende, e da pie si rattrappa. 136
COMMENTO DI BENVENUTO
Pena di coloro che avendo donne furono con esse violenti
contro natura, come lo furono coi maschi. — 11 canto si divide
in quattro parti generali: nella prima — tre spiriti moderni
vengono incontro a Dante: nella seconda uno de' tre predetti
ricerca chi sia Dante, e narra chi sono essi tre: deh se mise-
ria ecc. nella terza — Dante soddisfa all' inchiesta, e narra i
cambiamenti della patria se fossi stato ecc. nella quarta ed ul-
tima— Dante si dispone a trattare de' fraudolenti et io li se-
guia.
Già era in loco io Dante già era arrivato con Virgilio ad
394 INKEKM)
un luogo ove sudia Irimhombo dove s' udiva un gran suono
de l acqua del fiume che cadea nell altro girone nel cerchio
de' fraudolenti simile a quel rombo a quel gran suono che
l arne le api fanno le api infatti quando voglion mover guerra
fanno uno strepito grande: le più animose emettono uno stri-
dor rauco, come tromba eh' ecciti l'ardor alla pugna. Si strin-
gono esse d'intorno al re, ed operano le maraviglie descritte
da Virgilio nel IV delle Georgiche. Ed al proposito nostro l' ac-
qua cadendo dal settimo nell'ottavo cerchio faceva suono
qual fanno le api in guerra, quando tre ombre si partiron
da una torma da una turba che passava sotto la pioggia
dell altro martiro. Neil' Inferno cadono diverse pioggie — di
neve, e grandine sopra i golosi — e di fuoco sopra i violenti
contro natura, e la prima è rugiada rispetto alla seconda.
Quelle tre anime venian ver noi et ciascuna ognuna gridava
la stessa cosa , e cioè sostati tu fermati che ne sembri che
sembri esser uno di nostra terra prava uno di Fiorenza pie-
na di malvagi ali abito per foggia di vestire.
Ahimè! dir non posso senza dolore che piaghe vid io in
lor membra quali piaghe scorsi nelle membra loro per arro-
stimento, scarnificazione, e lacerazione di ferri roventi, re-
centi et vecchie nuove , ed antiche , allegoricamente estinta una
fiamma di lussuria, altra rinasce incese dalle fiamme ardenti
e rosolate dalle fiamme: ancor men duol pur eh io mene ri-
membri anche adesso ne ho orrore se le rammento. Virgilio
sentendo, che queste anime non conosciute da Dante, e che
esse noi conoscevano, pure lochiamavan per nome, persuase
lo stesso a fare quanto cercavano, giacché furono distinte per
probità, e prudenza nel mondo, el mio doclor Virgilio s ai-
tese allor si fermò. Dante girava con Brunetto sempre par-
lando di lieve argomento r ma ora si ferma con costoro, perche
CANTO XVI. 395
la materia è più grave, e volse il viso ver me giacché Virgilio
mi era dinanzi et disse or aspecta el se vuol esser cortesi con
costoro che sono ingegnosi, e valenti, et io dicerei che la
fretta stesse meglio a te che a loro sarebbe più conveniente
che tu scendessi dall'argine, e andassi loro incontro per mo-
strar così maggiore onoranza se non fosse il fuoco che la na-
tura del loco saetta se non fossero le fiamme che cadono so-
pra costoro, quasi altrettanti dardi, e saette in questo luogo.
Le anime non potevano camminare pari passo con Dante, co-
me fece ser Brunetto, che anzi si era fermato. Avevano esse
minor tormento correndo, e fermandosi, per cent'anni perde-
vano il sollievo di respingere la fiamma. Trovarono quindi
un'artificiosa maniera di parlare con Dante, col minor danno
possibile, e si misero a correre velocemente in giro presso
dell'argine. Dante finge, che facessero quasi una ruota, che
meglio figura la loro bestialità, la quale non viene da natura,
né pone nella natura il suo fine: non vien da natura, perché
vi è contraria, e s- Girolamo accerta, che costoro saran muti
nel dì del giudizio, perchè senza scusa, giacché la natura non
li aveva inclinati, al pari di quelli che agiscono per istinto,
e per conservazione della specie. Non secondano poi il fine
della natura, perchè distruggono il mezzo di procreazione , e
propagazione del genere umano. Scrisse a ragione Svetonio,
che l' impurissimo Nerone teneva un ragazzo continuamente
fra le meretrici, e che se Dionigi avesse avuto tal moglie, sa-
rebbe staio neir ordine, che non fosse nato Nerone il quale
fu ingiuria, e vitupero della natura, avendo preso invece di
moglie il ragazzo Sporo. Ecco perchè erano figurati ottima-
mente nella ruota che non ha principio, e fine, non comin-
ciando essi da natura, né facendo in essa fine. Crescete, e
moltiplicale disse Iddio, ed essi fecero al contrario et quei tre
396 INFERNO
ricominciar l antiquo verso ahi! esclamazione di dolore, an-
tico, per I* antica pena, e verso equivale a suono dicendosi
comunemente — il tale ha fatto un verso doloroso come noi
risiamo quando ci fermammo e tutti tre feno una rota disc
un ballo in giro quando fur giunti a noi arrivarono pres-
so alla riva dove noi eravamo.
In Grecia nella solennità degli Dei, e presso il monte
Olimpo si ordinavano spettacoli, ai quali concorreva infinita
moltitudine. E nella lotta , i lottatori si spogliavano affinchè
le vesti non fossero loro d' impedimento , e si ungevano con
olio le membra, onde più facilmente scorressero le mani ne-
miche, che quanto più un membro si unge, tanto più facil-
mente sfugge a chi lo afferra. Ed anche oggi nelle feste cam-
pestri i lottatori si spogliano, e si piantano in posizioni da
essére altrui maggiormente infesti, e meglio difesi e ciascuno
drizzava il visaggio la vista a me andando circolarmente
volgeva sempre la faccia a Dante si che l collo così che il collo
facia viaggio contrario al pie il collo volge vasi in modo con-
trario al piede continuo non già che tutti tre continuamente
tenessero la faccia rivolta, ma ciascuno alla volta sua, quan-
do cioè nel giro volgeva il tergo a Dante, e piegava nel tem-
po stesso la faccia verso di lui rotandosi girando in cerchio
qual campione lottatore nudo, ed unto. Così fece Ercole nel
punto di lottare con Anteo, che gettò la pelle del lione, e si
unse con olio al dir di Lucano soleno far avvisando lor pre-
sa, e lor vantaggio — prima che siano battuti e punti tra
loro prima che incominci la lotta. E non avéano ferro quei
lottatori, come i due Regoli, che al cospetto di Scipione io
Cartagine combattevano, e come i tre Orazi contro de'Cu-
riazi, ma erano nudi, unti, e combatteva n solo coi pugni, a
miravano a scansare le percosse del nemico: del pari questa
CANTO XVI. 397
anime colle palme combattevano le fiamme tentando di evi-
tare l'arsura loro: e come i lottatori, e pugilatori nell'arena,
queste anime del pari combattevano colle fiamme dentro Par-
dente sabbione.
Deh se miseria! seconda parte generale. Dante intro-
duce uno di essi a parlare. Era questi ser Giacomo Rustie ucci,
che bellamente persuade Dante a manifestarsi loro, non avuto
riguardo alla pena, ma soltanto alla fama di loro virtù. I un
Rusticucci comincio a dirmi deprecativamente de la fama no-
stra abbastanza chiara nella patria pieghi l animo tuo a dirne
chi tu sie tutte tre quelle anime smaniavano di sapere chi fosse
che cosi sicuro sprezzando l'ardore delle fiamme fregi i vivi
piedi per l Inferno vivente ancora vai girando per l'Inferno
a tuo bell'agio, mentre noi trepidanti, e sotto tremendo ca-
stigo corriamo velocemente per l'ardente sabbione se miseria
d esto loco solo di questo sabbione che brucia el tristo aspecto
il fumo caliginoso, o la faccia arsa e brolo spoglia, e nuda di
capelli, e barba rende in dispecto noi e 4 nostri prieghi le
tante volte il luogo, e l'abito meschino rendono l'uomo spre-
gevole.
Qui Dante fa menzione di Guido Guerra, e meravigliano
molti della modestia dell' autore, che da costui, e dalla di lui
moglie tragga l'origine sua, mentre poteva derivarla da più no-
bile fonte. Ma io in tale modestia trovo merito maggiore, per-
chè non volle mancare di gratitudine affettuosa a quella — Gual-
drada — stipite suo — dandole nome e tramandandola quasi
all'eternità, mentre per sé stessa sarebbe forse rimasta sco-
nosciuta. Ottone IV calato in Italia passò qualche giorno in
Fiorenza, allora veramente in fiore, e città dell'impero. Cad-
de in quel tempo la festa di s. Gio. Battista, festa maggiore
di tutte le altre in Fiorenza, e mentre contemplava le giovi-
598 INFERNO
nette per la strada , eccoti fra le altre una di elegantissime for-
me passargli dinanzi. Stupefatto l' imperatore di tanta maravi-
glila bellezza si volse a ser Bellincione, uomo probo, e di
specchiata virtù, e padre di quell'unica avvenentissima figlia,
e gli chiese chi fosse la vaga donzella. Il Bellincione rispose
— Sire, è figlia di un tale, che volendolo, anche adesso, po-
trebbe farvela baciare. — E la fanciulla sorpassata, ma colle
orecchie tese, udita la risposta del padre, a lui si volse e
francamente ma con modestia soggiunse — perdonatemi , pa-
dre mio, nessuno mi bacierà quando non -sia mio legittimo
sposo. — L'imperatore sorpreso della nobile risposta della
vergine la fece venire dinanzi a sé insieme col padre, e chia-
mato pure un valorosissimo capitano del suo seguito per no-
me Guido, a lei presentò un anello, e la uni con Guido in
matrimonio, dandole per dote il Casentino, che per lungo
tempo stette in dominio de1 conti Guido. Da questo Guido di-
scesero tutti gli altri conti Guido, che divisero in molte parti
il dominio bensì, ma non pertanto formarono una famiglia
assai famosa, e potente, posseditrice di molli castelli nelle Alpi,
e nella Romagna.
Questi l orme di cui mi vedi pestar questi cui vado die-
tro fu di grado maggior che tu non credi fu nobile, conte,
valoroso guerriero, tutto che nudo e dispelato vada era sen-
za capelli, e senza barba: nipote fu della buona Gualdrada
Guido seniore ebbe da Gualdrada molti figli, uno de' quali
per nome Guillelmo, dal quale venne Guido Novello, che ab-
bracciò la parte ghibellina, che fu valoroso, e molto vantag-
giò la propria parte, e del quale spesso in quest' opera si fa
ricordo. Un altro figlio di Gualdrada si nomò Ruggero, e da
lui venne Guido Guerra ; così Novello, e Guerra le eran nipoti.
Dapprima il nome fu Inghirdrada, ma Dante lo specifica col
CANTO XVI. 399
nome comune, e sincopato, all' uso di quel tempo special-
mente tra donne. Conobbi un mio amico, che volendo chia-
mare Lucrezia sua figlia correttamente la diceva — Alegrina.
et iste Guido Guerra ebbe nome. Quando Carlo primo di
Francia venne in Italia questo Guido con quattrocento cavalli
fiorentini esiliati, andò incontro a Guido di Mon forte, che co-
mandava per terra l'esercito di Carlo fino a Mantova e con lui
passò per Bologna, per la Romagna, per le Marche, e pel
ducato. Non poterono passare per la Toscana perchè tutta ghi-
bellina e sotto il dominio di Manfredi: dopo molto tempo — fi-
nalmente giunse a Roma dove trovavasi lo stesso Carlo. In-
tervenne all' assedio di s. Germano, e nella guerra contro
Manfredi a Benevento, e fu allora che scorgendolo Manfredi,
si dice, che esclamasse — dove sono i Ghibellini pei quali
incontrai tante spese, e fatiche? — Ah tal gente, soggiunse,
non potrà perdere giammai ! Ed aveva ragione , perchè se
Carlo avesse vinto erano vincitori con lui; se avesse vinto
Manfredi» era l'amico loro. E di fatto Guido Guerra, disfatto
Manfredi, colle genti di Carlo tornò a Fiorenza, e poco dopo
scacciò i Ghibellini, e usua vita fece col senno assai e con la
spada. Non è picco! vanto, perchè i guerrieri sono per lo più
senza senno, e prudenza; ma questi fu valoroso in armi, e
prudente ne 'pericoli, al pari di Annibale , stando agli scritti
di Livio.
L altro Tegghiaio nobile degli Adiraari, uomo di sano, e
grave consiglio nella repubblica, cui se i fiorentini avessero
creduto, avrebbero scansata la fatale strage di Monteaperto.
Nel pubblico consiglio si quistionò di andar contro i senesi
per sostener Montalcino, e Tegghiaio pel primo si oppose,
travedendo un tradimento, tanto più che i nemici non avreb-
bero potuto a lungo sostenere le spese de' tedeschi, che ave-
400 INFERNO
vano avuti da Manfredi. Furono di tal parere Guido Guerra,
e Deco de1 Gherardini che sostennero pertinacemente la opi-
nione di Giacomo. Finalmente il consiglio impose silenzio sotto
pena del capo. Contro il parere di tanti esperti, e valorosi,
andarono i fiorentini, e furono sconfitti l altro che trita l a-
rena presso a me che corre a me vicino e Tegghiaio Aldo-
brandi nome aggiunto, non di origine, perchè come dissi fu
degli Adimari famiglia assai chiara la cui voce la cui fama
dovria esser gradita su nel mondo dovrebbe esser grata ri-
cordandola nel mondo.
Et io Giacomo Rusticucci, uomo popolare, valente po-
litico, molto ricco, prudente, placido, e liberale. Poteva
ritenersi felice, se non avesse avuta un'iniqua moglie, e
tanto irrequieta da non passare un momento in pace: fu
questo un motivo per cui cercò sollievo in altra turpitu-
dine. Si narra, che avendo Giacomo introdotto un ragazzo
nella propria camera, la moglie furibonda corse alla fenestra
gridando ad alta voce — al fuoco al fuoco — E tutto, il vici-
nato accorse, e Giacomo fu costretto a sortire dalla camera
mostrando chi aveva in compagnia, e sdegnato colla moglie,
minacciava di ucciderla. Costei riaffacciatasi al balcone tornò
a gridare — non serve che corriate perchè il fuoco è smor-
zato. É pena d'infèrno una perfida moglie, che nulla ha di
buono nel giorno, nulla nella notte, et io che posto son con
loro in croce nello stesso tormento fui Jacopo Rusticucci e
certo la fera moglie mi noce più eh altro stolta scusa! Co-
stui fece come Orfeo, che perduta la moglie si mise ad odiare
le donne, le quali in ultimo lo fecero in brani.
S io fossi stato terza parte generale. Dante narra il
cambiamento di stato di Fiorenza, io mi sarei gittato di sotto
da loro sarei saltato dall'argine nell'arena a congratularmi
CANTO XVI. 401
con essi s io fossi stato coperto dal fuoco se non fossi stato
toccato dalle fiamme, come non lo era sulla riva e credo che
l dottor l avvia sofferto che Virgilio me lo avrebbe concesso,
ma paura vinse la mia buona voglia che mi faeia ghiotto
mi faceva avido di loro abbracciare. Dante vuol significare,
che avrebbe volentieri trattato con famigliarità tali perso-
naggi, quando non avesse temuto derivargli dalla loro infa-
mia un pregiudizio nel nome, poi poscia disse Dante la vostra
conditione sebbene miserabile non mi fisse dentro dispecto
ma doglia non mi destò nel cuore disprezzo, ma compas-
sione tanto che tardi tutta si dispoglia tanto grande, che a
slento mi lascia, e spesso la ricordo. Oppongono alcuni, che
Dante, così parlando, faccia dubitare di essere stato inclinato
alla turpitudine che qui si punisce, giacché mostra di tanto
compatirli. La opposizione per altro è irragionevole, giacché
se la compassione mostrata dall'autore ne' vari incontri di
quest'opera fosse ragione di sospettare di essere affetto dai
vizi compassionati, non vi sarebbe un vizioso peggiore di lui
nell' Inferno. Dante fu amoroso, ed amatore delle donne,
come si disse trattando de' lussuriosi, ma qui compatisce a
costoro, non per ragione dell'infame loro vizio, che sempre
aborrì, ma per le grandi virtù che possedettero e che furono
sporcate da tanta turpitudine Tosto che questo mio signore
subito che Virgilio mi disse parole queste parole a costor
si voi esser cortese bisogna mostrarsi cortese con costoro per
le quali per le quali parole io mi pensai che tal gente ritenni
che tal gente fosse veramente nobile, e degna di onore qual
voi siete. Aveva detto superiormente che ne sembri alcun di
nostra terra prava e risponde di vostra terra sono cioè 'di
Fiorenza et sempre mai ritrassi et ascoltai raccontai , ed udii
con affetto / opra di voi le opere vostre e gli onorati nomi
Rambaldi — Voi. 1. 20
402 INFERNO
ed il vostro nome onorato. Lo spirito aveva detto superior-
mente che i vivi piedi così sicuro per lo inferno freghi ed ora
aggiunge lascio lo fele i vizi amari come i\ {eie et vo per dolci
pomi pel frutto della virtù, ossia per la vera felicità, come dice
al canto XXII del Purgatorio que dolci pomi promessi a me
per lo verace duca da Virgilio, che mi promise la vera feli-
cità: ma pria convien eh io tomi fino al centro che io scenda
fino al centro, perchè non basta avere cominciata la contem-
plazione de' vizi , e delle pene infernali, se non si compie l'o-
pera, secondo il ditterio. non chi comincia, ma ecc. Era
necessario infatti a chi tentava di arrivare alla beatitudine di
discendere prima air Inferno, poscia alla purgazione nel Pur-
gatorio, per finalmente giungere alla verace gloria del Para-
diso: tomi cada, discenda sino al centro dell'Inferno, dove ar-
rivato, volgerò il capo dove prima ebbi i piedi, quelli Rusti-
cucci rispuose ancora nuovamente chiedendo di racconta a
noi se cortesia et valor dimora nella nostra citta in Fiorenza
*t come suole come prima, e si trovavano molti che nobil-
mente, liberalmente, anzi magnificamente vivevano. La lar-
ghezza, o liberalità chiamavasi — cortegianismo, o curialità
in quanto che si traeva dal modo di vita della curia, o corte
del principe. Chi fu nella vita largo e liberale, non può a
meno di non avere fatto opere virtuose o se del tutto se gita
via o si estinse, o fu scacciata? E se l anima conduca lun-
gamente modo di augurio — se abbia lunga vitaese la fama
tua luca dopo te splenda dopo tua morte. Vuol dire in so-
stanza. — Non maravigliarti se ricerco e dimando tante cose
giacché un nuovo qui disceso riferì molte sventure di nostra
patria — Guillelmo Borsari — fabbricatore di borse, piacevole,
e liberale essendosi arricchito, lasciò il mestiere, e si diede a
frequentare le case de* gran signori. Trasferitosi a Genova fu
CANTO XVI. 403
per vari giorni trattenuto, ed onorevolmente trattato, dai no-
bili più distinti di quella città. Ed in Genova si trovava allora
ser Ernio de* Grimaldi, che per ricchezza superava non solo i
ricchissimi genovesi, ma anche gli altri italiani. Ma quanto era
più ricco, tanto era tirchio, avaro, senza civiltà, ed onoranza
ospitale, vestendo con turpitudine, quando air incontro quei
di Genova , se sono parchi nel cibo vogliono comparire splen-
didi nel vestire. Ernio, avuta notizia che Guillelmo di cui tanta
fama si alzava, era già in città, mandò in cerca di lui, e lo
introdusse in una camera, che allora stava costruendo di nuo-
vo, e punto da superbia disse — ser Guillelmo, voi che vede-
ste tante cose, sapreste suggerirmi qualche idea peregrina da
far dipingere in questa camera? — Guillelmo rispose — male
v' indirizzaste, perchè io non saprei suggerire che cose da nul-
la; ma se così volete suggerirò cosa non più veduta da alcuno —
deh, soggiunse Ernio, vi prego, ditela! — e Guillelmo — Fate
dipingere in questa camera la liberalità — Sentì Ernio al vivo
la frizzante allusione, e con viso infiammato soggiunse — farò
dipingere un tale che né voi, né altri potranno asserire d'aver
visto giammai -—e da quel giorno in poi si mostrò il più libe-
rale di tutti — non divenne per altro un prodigo, come ac-
cadde a ser Grimaldi, che, gettato il ricco patrimonio, corse,
pirata valorosissimo i mari , e piantò sua sede presso il mara-
viglioso Castello di Monaco, temuto da mercatanti , e da prin-
cipi. Con quant'arte l'autore introduce il Borsari a piangere
sulla civile ospitalità perduta in Fiorenza, se fu tanto nemico
dell'avarizia fra suoi, e fra gli strani! che perchè Guielmo Bor-
sieri il quale se dolse con noi punito qui con eguale martirio
perpoco tempo,giacchè era poco tempo scorso dalla sua morte,
e questa è la vera interpretazione, non già come vogliono al-
cuni, che avesse poche colpe. I dannati non sanno quanto ac-
406 INFERNO
monte Ida, e scorre pei cerchi de' lussuriosi e violenti, poscia
rumoroso cade ne* cerchi de' fraudolenti , e finalmente costitui-
sce Cocito, mutando nome perchè muta luogo. Può dirsi che
anche nel basso Inferno scorra per luoghi montani, giacché
i cerchi infernali sono rispettivamente uno più basso dell'altro.
Così la similitudine appare propriissima in quanto lo stesso fiu-
me dapprima Acheronte, poscia Flegetonte, somiglia al fiume di
acqua quieta, che poscia viene nomato Montone, noi trovamo
risonar quel acqua tinta in rosso per una ripa discoscesa
dirupata si che avria offesa l orechia in poca ora per l'ecces-
sivo rombo cosi come quel fiume che ha pria proprio camino
come quel fiume che nel proprio corso va direttamente al mare
de la sinistra costa d apennino tutti i fiumi della sinistra d' A-
penninosi scaricano nell'Adriatico; quelli della destra nel Me-
diterraneo da monte Vexolo da monte Vesolo. Alcuni vorreb-
bero che tal fiume nascesse da Vesolo, locchè sarebbe impos-
sibile perchè vi sono più di duecento miglia da Vesolo da cui
nasce il Po, al Montone che viene dalle alpi della Romagna
sopra Forlì. Alcuni anche storpiano la lezione dicendo — Mon-
tenito — invece di Montone — che qual fiume si chiama oc-
qua queta forse perchè nasce, e scorre senza rumore, come
olio suso ne' monti avanti che divalli prima che cada giù nel
basso ledo nella Romagna ed e vacante di quel nome a Forlì
non si chiamapiù acqua quieta, ma presso a Forlì Montone, for-
se perchè cadendo impetuosamente rimbomba e fa un alto rom-
bo la sopra san Benedetto dal alpe. Vi è di fatti un convento di
monaci Benedtttini nelle alpi tra Romagna e Toscana per cade-
re a una scesa nel precipitare da un dirupo, ove quel luogo di
s. Benedetto dovia esser recepto ospizio capace di molte per-
sone. E difatti un Conte di que' luoghi aveva fissato di costru-
irsi un castello fortissimo, nel quale ridurre tutti gli abitanti
CANTO XVI. 407
del dintorno, che avevano case, e capanne sparse, e distanti.
Io havea una corda la corda figura la frode; ed essendo com-
posta di molti filamenti, esprimono questi le malizie, ed i tra-
nelli che ne formano il corredo intorno cinta perchè Dante
se n' era servito nelle cose d' amore, e l'aveva intorno ai lombi,
e vicina così alle regioni della libidine; pensai alcuna volta
prender la lonza qualche vaga donna olla pelle dipinta la
lussuria viene figurata nella lonza di pelle dipinta, come nel
canto primo con essa colla corda, e colla frode: porsila a lui
a Virgilio agropata e rivolta nodata, ed avvolta, ossia com-
posta di molti lacciuoli e tranelli per ingannare poscia che
lebbi tutta sciolta da me dopo avergli confessato l'uso che ne
aveva fatto si come l duca m avea comandato come m'aveva
comandato Virgilio, perchè la maniera di trar profitto della
contemplazione in genere di frodi, comincia dalla investiga-
zione della propria: ond'ei se volse in su el destro lato era
nel destro lato della riva e la gitto guso in quel altro bara-
tro nell'altra bolgia oscura più bassa alquanto di lungi dalla
sponda lontano dalla riva, io dicea fra me medesmo in mente
mia el pur convien è forza che novità risponda scorgendo
Virgilio stare attento, e fisso al nuovo cenno al nuovo segno
che appariva, dopo aver gittata la corda che l maestro si se-
conda che Virgilio tanto costantemente segue con l occhio.
Ah quanto gli homini deano esser cauti circospetti
presso color presso i sapienti che non veghon pur lopra non
guardano solo all'esterno, ma anche al pensiero ma miran col
senno ma penetrano acutamente per entro i pensieri dentro le
intenzioni. E Virgilio infatti conobbe l'Inferno pensiero di Dan-
te, e lo avvisò che bisogna guardarsi non solo da quel che si
dice e si opera all'esterno, ma anche da quello che si pensa,
trovandosi al cospetto de'sapienti, che penetrano sino nell'ani-
408 INFERNO
mo. ei Virgilio disse a me do eh io attendo aspetto nel mio
pensiero e che l tuo parlar della mente segue va macchinando
congetturando tosto conven che se scopra al tuo viso si sveli,
e si scopra. Ed ecco un precetto dell'autore Ihomo dee sempre
chiuder le labra sempre tacere fin eh el puote finché noi forzi
necessità essendo l'uomo spinto più a dir le incredibili, che
le credibili cose a quel ver che ha faccia di menzogna che
ha l'apparenza d'incredibilità pero che senza colpa fa ver-
gogna giacché il narratore si ritiene bugiardo, ma qui noi
posso tacere non posso astenermi dal palesare una cosa incre-
dibile, ed apostrofa il lettore con giuramento io lector tei giuro
per le note te lo giuro per le parole di questa comedia Dante
chiama quest'opera commedia non tanto per la materia, quanto
per lo stile volgare, e piano s elle non sian vuote di lunga
gratta di un lungo favore degli uomini: e Dante giura per
quanto ha di più caro, ossia per la sua fama, che tanto amò
anteponendola nel mondo ad ogni altra cosa eh io vidi una
figura mar avigliosa ad ogni cor sicuro io vidi un mostro che
avrebbe messa paura anche al più coraggioso venir notando
in suso nuotando apparire sulla superficie dell' acqua per quel
aer grosso e scuro aria grossa, grassa, caliginosa. Il mostro
nuotava si come torna nuotando in su colui che va giuso ta-
lora a scioglier l ancora piantata nell'arena per fermare la
nave che agrappa s' attacca o scoglio o altro che e giuso nel
mare che n su si stende agli scogli , od altro che trovi sotto
l'acque e vien sopra colle braccia et se rattrappa e si racco-
glie dai pie si raccorcia dai piedi, come fanno i palombari,
che vanno sott'acqua, e vengono sulla superficie col mezzodì
una corda. Bellissima similitudine! Gerione nascosto sotto
quelle acque appare sulla superficie con faccia scoperta , brac-
cia stese, e piedi raccolti, ovvero colla coda di scorpione con-
tratta, alla guisa de' palombari.
CANTO XVII,
TESTO MODERNO
Ecco la fiera con la coda aguzza,
Che passa i monti, e rompe muri e armi:
Ecco colei, che tutto il mondo appuzza. 3
Sì cominciò lo mio duca a parlarmi,
E accennolle che venisse a proda,
Vicino al fin de* passeggiati marmi. 6
E quella sozza imagine di froda
Sen venne, e arrivò la testa e il busto;
Ma in su la riva non trasse la coda. 9
La faccia sua era faccia d'uom giusto,
Tanto benigna avea di fuor la pelle;
E d'un serpente tutto l'altro fusto. 12
Duo branche avea pilose infin l'ascelle:
Lo dosso e il petto ed amendue le coste
Dipinte avea di nodi e di rotelle. 15
Con più color sommesse e sovrapposte
Non fer mai drappo Tartari né Turchi,
Né fur tai tele per Aragne imposte. 18
Come tal volta stanno a riva i burchi,
Che parte sono in acqua e parte in terra,
E come là tra li Tedeschi lurchi 21
Lo bevero s'asselta a far sua guerra:
Così la fiera pessima si stava
Su l'orlo che, di pietra, il sabbion serra. 24
410 INFERNO
Nei vano tutta sua coda guizzava ,
Torcendo in su la venenosa forca,
Che a guisa di scorpion la punta armava. 27
Lo duca disse: or convien che si torca
La nostra via un poco, infino a quella
Bestia malvagia che colà si corca. 30
Però scendemmo alla destra mammella,
E dieci passi femmo in su lo stremo,
Per ben cessar la rena e la fiammella : 33
E quando noi a lei venuti semo,
Poco più oltre veggio in su la rena
Gente seder propinqua al luogo scemo. 36
Quivi il Maestro: a ciò che tutta piena
Esperienza d'esto giron porti,
Mi disse, or va, e vedi la lor mena. 39
Li tuoi ragionamenti sien là corti :
Mentre che torni parlerò con questa,
Che ne conceda i suoi omeri forti. 42
Così ancor su per la strema testa
Di quel settimo cerchio, tutto solo
Andai , ove sedea la gente mesta. 45
Per gli occhi fuori scoppiava lor duolo:
Di qua, di là soccorrean con le mani,
Quando a' vapori e quando al caldo suolo. 48
Non altrimenti fan di state i cani,
Or col ceffo or col pie, quando son morsi
0 da pulci o da mosche o da tafani, 51
Poi che nel viso a certi gli occhi porsi ,
Ne' quali il doloroso fuoco casca,
Non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi, 54
Che dal collo a ciascun pendea una tasca,
CANTO XVII. 411
Ch'avea certo colore e certo segno,
E quindi par che il loro occhio si pasca. 57
E com'io riguardando tra lor vegno,
In una borsa gialla vidi azzurro,
Che di lione avea faccia e contegno. 60
Poi procedendo di mio sguardo il curro,
Vidine un' altra più che sangue rossa
Mostrare un'oca bianca più che burro. 63
E un , che d' una scrofa azzurra e grossa
Segnato avea lo suo sacchetto bianco,
Mi disse: che fai tu in questa fossa? 69
Or te ne va; e perchè sei viv'anco,
Sappi che il mio vicin Vitaliano
Sederà qui dal mio sinistro fianco. 69
Con questi Fiorentin son Padovano:
Spesse fiate m'intruonan gli orecchi,
Gridando: vegna il cavalier sovrano, 72
Che recherà la tasca coi tre becchi.
Quindi storse la bocca, e di fuor trasse
La lingua, come bue che il naso lecchi. 75
E io temendo no'l più star crucciasse
Lui, che di poco star m'avea ammonito,
Tornai indietro dall'anime lasse. 78
Trovai lo Duca mio, ch'era salito
Già su la groppa del fiero animale,
E disse a me: or sie forte e ardito. 81
Ornai si scende per sì fatte scale :
Monta dinanzi, ch'io voglio esser mezzo,
Sì che la coda non possa far male. 84
Qual è colui , eh' ha sì presso il ribrezzo
Della quartana , eh' ha già P unghie smorte ,
412 INFERNO
E trema tutto pur guardando il rezzo; 87
Tal diventilo alle parole porte:
Ma vergogna mi fer le sue minacce,
Che innanzi a buon signor fa servo forte. 90
lo m'assettai in su quelle spallacce:
Sì volli dir, ma la voce non venne
Com'io credetti: fa che tu m'abbracce. 93
Ma esso ch'altra volta ini sovvenne
Ad altro forte, tosto ch'io montai,
Con le braccia m'avvinse e mi sostenne; 96
E disse: Gerion, moviti ornai:
Le ruote larghe e lo scender sia poco :
Pensa la nuova soma che tu hai. 99
Come la navicella esce di loco
In dietro in dietro, sì quindi si tolse:
E poi che al tutto si sentì a giuoco, 102
Là ov'era il petto, la coda rivolse,
E quella tesa, com' anguilla, mosse,
E con le branche l'aer a sé raccolse. 105
Maggior paura non credo che fosse,
Quando Fetonte abbandonò gli freni,
Per che il Ciel, come appar ancor, si cosse; 108
Né quando Icaro misero le reni
Sentì spennar per la scaldata cera,
Gridando il padre a lui: mala via tieni; 1 1 1
Che fu la mia, quando vidi, ch'io era
Nell'aer d'ogni parte, e vidi spenta
Ogni veduta, fuor che della fiera. 11*
Ella sen va notando lenta lenta;
Ruota, e discende, ma non me n'accorgo,
Se non che al viso e di sotto mi venta. 1 17
CANTO XVII. 413
lo sentia già dalla man destra il gorgo
Far sotto noi un mirabile stroscio:
Per che con gli occhi in giù la testa sporgo. 120
Allor io fui più timido allo scoscio:
Però eh' io vidi fuochi e sentii pianti ;
Ond' io tremando tutto mi raccoscio. 123
E vidi poi, che non l' udia davanti
Lo scendere, il girar, per tanti mali,
Che s' appressa van da diversi canti. 126
Come il falcon, ch'è stato assai su l' ali,
Che senza veder logoro o uccello
Fa dire al falconiere: oimè tu cali : 129
Discende lasso, onde si move snello
Per cento ruote, e da lungi si pone
Dal suo maestro, disdegnoso e fello: 132
Così ne pose al fondo Gerione
A pie da pie della stagliata rocca:
E discarcate le nostre persone,
Si dileguò, come da corda cocca. 136
COMMENTO DI BENVENUTO
Descrizione di Gerione. 11 canto può dividersi in tre parti
generali: nella prima — descrizione del suddetto mostro: nella
seconda — pena speciale degli usurai e quando noi ecc. nella
terza — salita sulla schiena di Gerione, che porta i poeti al
cerchio de' fraudolenti et io taccendo ecc.
Dante non senza perchè nell'atto di discendere al cerchio
de' fraudolenti ci presenta una figura maravigliosa, colla fac-
cia d' uomo benigno, e col corpo di serpente meno la coda,
eh' era di scorpione: tale figura mostruosa nomasi Gerione,
e cosi vien chiamato da altri poeti. E poeticamente parlando
414 INFERNO
Gerione fu un re di Spagna, eh' ebbe tre corpi , e Ire anime.
Fu vinto da Ercole in tutte tre le vite, e da lui spogliato di nu-
merosissimo armento. Storicamente parlando poi, e secondo
Giustino, furono i Gerioni tre fratelli di tanta concordia, ed
unanimità, che sembravano avere un'anima sola in tre corpi.
Rodorigo Vescovo di Toledo nella cronaca di Spagna dice —
che Gerione ebbe tre regni — laLusitania, la Galizia, e la Be-
tica. Altri diversamente scrivono, ed io sono con questi ulti-
mi, che Gerione ebbe nella Spagna tre regni — le due Isole
Maiorica, e Minorica, e Valenza capitale della Spagna. Ercole
primo domatore delle Spagne, tolse a Gerione i tre regni, e
la vita. Gerione per avere avuto tre regni nomavasi Tergemi-
no. Ma Dante con Gerione intende figurare la frode eh' è tri-
plice, giacché si fa frode colle parole, e poiché la parola è
propria dell'uomo, così gli si accorda faccia umana, e beni-
gna. — La frode si commette nelle cose, nelle arti, nelle mer-
cature, e quindi gli compone il corpo di serpente, che ha di-
versi colori, ed è il più astuto degli altri animali. La frode si
commette colle opere, e quindi mostra la coda di scorpione
biforcuta, velenosa, perforante, e mortale — volendo così dar
a conoscere gli assassini, i barattieri, i simoniaci, i traditori.
melio duca comincio si a parlarmi Virgilio appena vide
Gerione comparire si mise a gridare ecco la fera ecco la fiera
il mostro, ecco la frode che rende Y uomo somigliante alla vol-
pe, ed al serpente con la coda aguzza colla coda di scorpione
che passa i monti pel commercio di scienze, arti , e mercato n-
zie. Pei monti poi allegoricamente si possono intendere i sa-
pienti, i virtuosi, gli uomini distinti per potenza , e sapere, che
spesso sono vinti dalla frode e rompe muri come lo mostrò il
tradimento di Si none, che col finto dono di Minerva, ossia col
cavallo di legno prese Troja. Per muri puoi anche interpretare
CANTO XVII. 415
gli uomini forti, ed immutabili e larmi le armate: la frode
senz' armi vince guerriero armato; povera vince i ricchi, pic-
cola vince i grandi. Annibale ebbe colla frode le più grandi
vittorie. Trovandosi stretto da Fabio Massimo, radunò tutti
i buoi che aveva nel campo, quasi due mila, ed alle corna
legò fasci di stoppia che si accesero nella notte, facendoli cor-
rere verso del monte presoda Fabio: la stoppia accesa arriva-
ta alla pelle degli animali, e dalla pelle al cervello, divennero
furenti, e si misero a correre tanto, che Paria sembrava, che
ardesse; ed i romani temendo di esser circondati dalle armi di
Annibale, gittarono le proprie e si diedero a fuga precipitosa.
Così Annibale potè liberarsi dalle mani nemiche, che di certo
lo avrebbero preso fra quei monti , ne'quali incautamente erasi
chiuso. Ecco dunque la frode vincer le armate senza far uso
delle armi ecco colei che tutto il mondo appuzza appesta col
puzzo suo l' intero mondo, e quella sozza imagine di fro-
da Gerione mostro triforme sen venne comparve e arrivo la
testa la testa di sembianza umana e l busto il corpo di serpente
ma non trasse la coda ma non mostrò la coda di scorpione
su la ripa perchè la frode ha sempre con sé qualche cosa di
occulto per esser certa di riuscire: la faccia sua era faccia
duom giusto volendo comparir tale in tutte le operazioni, e
protestandosi sempre tale; di fuor la pelle tutta benigna Te-
sterna apparenza dolce e tutto l altro fusto tutto il resto del
corpo era duno serpente i serpenti hanno il cuore pieno di
veleno, e le altre membra sordide, e fetenti. Aveva due chele
le quali figurano due maniere di frodi — perchè colla frode
si rompono i vincoli di natura e di fede canto XI ; ovvero due
branche delle quali Gerione faceva uso. Da ciò s' impara, che
P opre del fraudolento son sempre doppie, perchè mostra di
far una cosa, e ne fa veramente un'altra diversa, ed opposta.
416 INFERNO
due branche avea pelose infin l ascelle le branche che ter-
minavano alle ascelle eran tutte coperte da pelo; perciò Dante
nel canto XXVII dice de* fraudolenti gli accorgimenti , eie
coperte vie — havia dipinte colorati el dosso el pedo et am-
bedue le coste quasi l'intero corpo di nodi e di rotelle di grup-
pi, e di macchine a ruote, essendo le frodi di forme innume-
rabili, ed infinite, tartari ne turchi — non fer non fecero mai
drappi con più colori commessi e sopraposte con colori cosi
vari, e sovraposti Puno sulP altro, com' erano i colori del
serpente ne tali tele furono imposte per oragne, Pretendono
alcuni che Dante in questo luogo parli del ragno animale, che
veramente tesse colla sua bava una tela maravigliosa; ma altri
vogliono, che Dante parli di Àracne, che fu ingegnosissima,
della quale si dirà nel canto XII del Purgatorio o folle Aragne
che più seconda la mente dell' autore, in quanto che la tela
artificiale di diversi colori più conviene a frode artificiosa, ed
a pelle colorata, di quel che la debole tela dell'animale —
Gerione poi viveva parte in terra, e parte in acqua, come le
navi tirate in riva, e come il bivaro, o castoro. Il bivaro è
animale piccolo, grosso, corto come un tasso. Ha i piedi di
dietro della forma delle oche, che gli servono a nuotare, ed
i due davanti a guisa di quelli del cane: la pelle cenerina ten-
dente al nero: il pelo spesso, e corto: coda larga come lingua
di bue, pingue, squammosa: nel capo un testicolo caldo e
secco, animatore de' nervi, e quindi creduto giovevole a se-
darne il tremore. É quest' animaletto sagace, ed ingegnoso
nel fabbricarsi la propria casa. Coi denti acuti rode gli alberi
altissimi, ed i rami più grossi, e li atterra: si serve de' legni
atterrati per fabbricarsi case a vari piani a traverso le correnti
de' fiumi, e nel tempo di gonfiamento d' acqua vive ne'piani
superiori, come vive negli inferiori quando 1' acqua è abbas-
CANTO XVII. 417
sata. Si dice anche, che il bivaro chiuda i girovaghi , e ponga
gì' infingardi colla schiena a terra, e li carichi sulla pancia di
legna con molt'arte accatastata, e li trascini per la coda al
luogo dove si costruisce la casa. In essa nascosto lascia sem-
pre la coda nella corrente, ed i pesci avidissimi si fermano
sulla coda, ch'egli velocemente rilira, e così li prende, e se
ne ciba. Si pasce anche di melga, e delle scorze degli alberi.
La coda sua serve nell'acqua, come il timone alla nave. Quanto
mai fu ingegnoso l'autore in questa similitudine! Plinio ci
avvisa, che il bivaro somiglia molto alla lontra, la quale se
arriva a prendere un uomo in qualche parte noi lascia, se non
le si frangon le ossa. Il bivaro è animale biforme, coi piedi di
dietro come le oche, animali vigilanti, finamente audienti , e
quei davanti da cane per correr veloce: tiene la coda sott'ac-
qua per prendere con astuzia i pesci : Gerione è mostro tri-
forme, con testa umana, corpo di serpe, coda di scorpio-
ne, e con questa nuota, e con quella si regge, ed inganna
colla faccia gli uomini di buona fede, ed ingenui. Il bivaro ri-
duce i girovaghi in servitù, e carica di pesi gì' infingardi : vive
in terra, ed in acqua: atterra gli alberi, taglia i rami: ha un
testicolo nel capo che giova a sanare la debolezza, e tremore
de' nervi: si costruisce case a molti piani. — Gerione vince
ogni frode, e li volge a proprio vantaggio: egli vive nell'ac-
qua, come in terra, e si pasce de' pesci, o de' prodotti di ter-
ra:— abbassai potenti, ed i deboli: si costruisce in mente pro-
getti più intricati del labirinto di Creta: quelli eh' entrano in
essi di rado, o giammai possono uscirne, la fiera pessima Ge-
rione o la frode si stava sul orlo all'estremo della vw^chedi
petra il sabion serra la riva di pietre chiude la sabbia ar-
dente cosi come stanno i burchi a riva talvolta che parte
sono in terra i burchielli tirali alla riva han la propria testa,
Rambaldi — Voi. 1. 27
418 INFERNO
ossia la prora fuori d'acqua, ed il restante sott'acqua parte
in aqua la poppa, eh' è qual coda del burchiello et come lo
9 bivaro in greco fiber in italiano castoro così detto non per-
chè sia da castrarsi, ma perchè non si lagna della castrazione.
Alberto Magno nega l'asserzione d'Isidoro, che il castoro in-
seguito dai cacciatori si strappi coi denti il didimo, o castorio
ed alzandosi sulle gambe di dietro mostri di non più averlo.
Ed è più credibile Alberto Magno, perchè gran naturalista, e
perchè acuto sperimentatore per la gran quantità de' castori
^che si propagano nel di lui paese. — Anche Dioscoride con-
viene con Alberto, perchè non potè leggere alcun testimonio
dell' asserzione d' Isidoro s assetta a fare sua guerra contro i
pesci la tra li todeschi turchi golosi, voraci. 1 castori abbon-
[ dano specialmente in Alemagna sulle rive del Danubio, e presso
» il Ponto nel mar maggiore. Trovansi anche nelle terre de'mar-
chesi d'Este sul Ferrarese e guizza tutta sua coda nel vano
nel vuoto torcendo insù la venenosa forca lo scorpione ha il
veleno nella coda a guisa di forca che qual coda armava la
punta a guisa di scorpione in tal modo ti viene incontro colle
zanne aperte, e colla coda di dietro occultamente ti punge.
Lo duca Virgilio disse or convien che la nostra via si
torca un poco Gerione tirato colla corda non approdò diret-
tamente al punto, a cui era tirato fino a quella bestia mal-
vaggia fino a Gerione che se corca si ferma, siede cola. Vir-
gilio mostrava a Dante il punto non molto lontano dall' argine
destro in cui Gerione approdò: poi discendemo discesero più
basso nella riva alla mammella destra in sulla destra e femmo
dieci passi forse volendo significare le dieci bolgie in cui son
puniti dieci generi di frodisi lo stremo sull'estremità del cer-
chio per ben causar la rena e la fiammella per evitare l' ar-
dor dell'arena, che cuoceva i piedi, e Pardor delle fiamme
CANTO XVII. 419
che cadevano di sopra. Tal riva è senza fiamme, come lo sono
gli. argini del canale, per la stessa ragione, che gli umori,
eh' esalano, estinguono le fiamme prima che arrivino a terra.
E quando seconda parte generale e veggio poco più oltre
poco più in là da Gerione gente propinqua a luogo scemo
gente vicina ad un luogo scavato, in cui era Gerione sedere
in su l arena ed è grave pena sedere sopra del fuoco quando
noisemo venuti a lei quando giungemmo a Gerione. Mara-
vigliano alcuni, che Dante abbia messi gli usurai fra i violenti,
ed ora ne descriva la pena; ma costoro non arrivano alla gran-
d'arte dell'autore. Qui li pone di nuovo per far conoscere, che
gli usurai sono colpevoli di violenza contr'arte non solo, ma
ben anche sono colpevoli di frode, perchè negano le dilazioni,
il denaro ricevuto, i patti o verbali, o scritti, o se non li ne-
gano del tutto, li alterano, e modificano. Partecipando adun-
que dell'uno, o dell'altro vizio, Dante a ragione li mette nella
sabbia ardente vicini a Gerione. il maestro Virgilio me disse
qui nel luogo dov' era Gerione va et vedi la lor mena la loro
pena speciale, ossia il continuo dimenar delle mani accioche
porti tutta piena esperienza de sto giron sabbione, nel quale
non avea distinti gli usurai, li tuoi ragionamenti sien corti la
sbrigati presto con costoro, perchè di loro trattasti altrove , e
la materia è nota et io parlerò con questa fiera di Gerione che
ne conceda i suoi omeri forti che ci presti i suoi omeri
vigorosi, e saran tali, se tutto il mondo è basato sulla frode
mentre che tu torni finché tornerai, cosi andai ancor tutto
solo senza Virgilio, e ciò finge l'autore per non perdere inu-
tilmente il tempo, essendo la materia già stata discussa super
la stretta testa per P estremità della riva ove la gente mesta
sedea gli usurai che Dante chiama mesti per la doppia pena,
e perchè Pusurajo è sempre pensieroso, e cogitabondo sulle
420 INFERNO
sue cose, che mai non lo appagano, il duol scopiava fuor
degli occhi loro si dolgono, e piangono appena perdono un
soldo e soccorrevan con le mani quando ai vapori ora con-
tro V ardor delle fiamme quando al caldo solo ora contro V a-
rena, o sabbia ardente. Così gli usurai operano nel mondo
sempre contando denari o prestando, o ricevendo, ora scri-
vendo, ora notando, e quanto più cresce Toro, tanto più
crescon le cure, i cani non fanno altrimenti — distate nella
stagion estiva or col ceffo or col muso or col piede — quanr
do son morsi oda pulci o da tafani. E gli usurai somigliano
ai cani per vigilanza, e malizia. I cani frangendo le ossa suc-
chiano il midollo, non han pietà de' poveri, anzi li mordono,
e lacerano, ed altrettanto fanno gli usurai. Dice il Profeta — 1
cani fan guerra con tutte le membra alle mosche, alle pulci ,
ai tafani nati da corruzione: e gli usurai per gli stimoli d'a-
varizia nati dalla corruzione della mente fan guerra ai loro si-
mili. Quindi a ragione il proverbio chi si coliga con i cani hi
alza con le pulci e tanto ti stimoleranno che non potrai più a-
ver pace, nonne conosco alcuno di costoro niuno era in rino-
manza ond' essere dall'autore conosciuto, egli usurai non
sono mai distinti per qualche virtù. E se taluno, benché raro,
si trovi virtuoso fra gli usurai , dirò che in genere sta il mio
vero, e che una rondine non fa primavera, poiché porsi gli
occhi dacché fissai lo sguardo nel viso a certi nella faccia di
taluno ne quali il doloroso foco casca sopra de* quali piovon
le fiamme ma io m accorsi che una tasca una borsa pendea
dal collo di ciascuno pendea dal collo di quegli usurai eh a-
vea certo colore e certo segno avea un'arma, o stemma e par
che lor occhio pasca quindi che contenti l'occhio loro, te-
nendovi fisso lo sguardo, ed il pensiero, essendo l'oro il loro
Dio, e la loro felicità.
CANTO XVII. 421
Danle scorge alcuni usurai fiorentini, e fra questi uno
de' Gianfigliacci che aveva nello stemma un leone azzurro in
campo giallognolo e vidi azurro vidi un colore azzurro che di
leon avea faccia e contegno apparenza , e posa in una borsa
gialla in campo giallognolo della stessa borsa com io vegno
riguardando fra loro per distinguere fra gli usurai qualche
persona a me nota, poi il curro del mio sguardo poi il corso di
mia contemplazione procedendo vidine un altra borsa rossa
come sangue in cui era un'oca che beveva il sangue mostrando
un oca bianca più che burro più bianca del butirro, secondo
il volgare di Apuleio. Et uno altro usuraio padovano — ser
Rainaldo degli Scrovigni immensamente ricco. Gli Scrovigni
hanno una scrofa azzurra in campo bianco, e quindi sopra-
nomati scrofa, come alcuni nobili romani eh avea segnato
l suo sachetto bianco la sua borsa duna scroffa azzurra, e
gravida: mi disse che fai tu in questa fossa? perchè vivo, e
senza castigo sei qua venuto? or te ne va sono infiniti gli u-
surai, ma pure te ne indicherò due de' principali e perche sei
vivo ancor e sei per tornare al mondo de' viventi sappi che
l miovicin Vitaliano il mio vicino di Padova sedera qui starà
nel tormento con me dal mio sinistro fianco. Vitaliano fu un
nobile della stirpe del Dente che vivente ancora fu posto da
Dante nelF Inferno, perchè riteneva che sarebbe dannato fra
gli usurai, con questi fiorentin son padovano in compagnia
di questi fiorentini aspetto un altro padovano. In ultimo Scro-
vigni palesa un fiorentino — Ser Giovanni Baiamonte che sor-
passò nelle usure tutti de'tempi suoi, e per questo gli usurai
lo chiamavano il gran capo, o principe della setta questi usu-
rai spesse fiate mintronan l'orecchi mi assordano gridan-
do vegna il Cavalier Sovrano. Ser Baiamonte, e ser Vitaliano
del Dente vivevano ancora, ma Danieli pose all' Inferno, per-
422 INFERNO
che ritenne certa la loro dannazione fra gli usurai. Chia-
mano poi Baiamonte per coprire in qualche modo il loro vi-
zio, e perchè si ama di aver compagni nelle pene. I tristi
poi si fan gloria di avere fra loro qualche eccellente» che
amano ed onorano. Dante lo distingue dallo stemma in cam-
po d' oro che recherà la tasca coi tre becchi che avrà tre bec-
chi nel campo d' oro della borsa.
Questi usurai si vantano di avere concorso al pubblico
bene col prestito del denaro, perchè sovvennero air indi-
genza; ma nel vanto loro tacciono le usure eccessive spre-
mute in misura tanto maggiore, quanto più grande era il
bisogno. Oggidì gli usurai non istanno più occulti , ma si mo-
strano apertamente, e tengono banco pubblico, e ne spie-
gano le insegne, come di un'arte nobilissima. L'usura passò
a tutte le classi, ai contadini, ai mercanti, agli artieri, anche
(vergogna a dirsi) ai sacerdoti, ai prelati, ed ai frati, gwt po-
sto fine a' suoi delti trasse di fuor la lingua mise fuori la
lingua come l bo che l naso lecchi. Baiamonte aveva il vizio
di sporgere bestialmente la lingua verso il naso, quando par-
lava con alcuno.
Et io temendo terza parte generale. Dante temendo noi
più star crucciasse il più lungo trattenersi spiacesse a Virgi-
lio che m avea ammonito di star poco come si vide tornami
indreto dall anime lasse dagli usurai lassi dalle fatiche delle
mani, trovai Iduca mio trovai Virgilio eh era salito già sulla
groppa del fiero animale sulla schiena di Gerione di cui neH
l'Inferno non è mostro peggiore, non Caronte, non Flegia.
Gerione fu re violento, e fraudolento, e perciò Dante lo fa
trascinare i violenti al castigo. Che se Ercole lo vinse , e lo
privò de' regni, e della vita, ciò mostra che la virtù, e la sa-
pienza vincono, ed abbattono anche le frodi, e disse a me:
CANTO XVII. 425
or sie forte e ardito. La fortezza, e P ardire giovano assai
contro gli oggetti terribili, e non vi è nell'Inferno mostro più
terribile di Gerione, non Cerbero dalle tre teste, non Mino-
tauro che ha due corpi : Gerione ha tre teste, ed offende colla
coda più che gli altri animali, colle unghie, e coi denti, ornai
si scende per si fatte scale non per nave, come per due volte
facesti, ma per nuova scala di tre diversi gradi, cioè uomo ,
serpente, e scorpione, monta dinanti avanti a me, nel posto
della sella per esser più sicuro, non sapendo cavalcare tal
fiera, ed io starò alla coda perchè conosco la bestia, che so-
miglia al mulo, il quale sta lungo tempo senza dar calci,
ma uno che ne dia è mortale; si che la coda non possa far
male. Il sapiente avvisa di star sempre in guardia contro della
frode. Dante invitato a montare sulle spalle di quel mostro co-
minciò a tremare in tutto il corpo come preso dalla quartana
io divenni tale alle parole porte cioè all' invito di montare
su quel mostro quale diviene colui eh a si presso l riprezzo
quando arriva il giorno, ed il freddo della quartana della
febbre che si rinnova ogni quattro dì eh a già l i+nghie smorte
incominciando il pallore dall' estremità e trema tutto pur
guardando il rezzo il freddo, o brivido febbrile. Ottima simi-
litudine! Chi aspetta la quartana comincia dal tremare, come
Dante prima di montare quel mostro. Aveva egli avuto timore
nell'ingresso dell'Inferno, maggiore nell'ingresso di Dite,
spavento nell' accedere a questo cerchio: in tal modo cresce
la profondità, e difficoltà della materia, imperocché la vio-
lenza si manifesta di per sé stessa, ma la frode è occulta, né
si trattò mai da alcun poeta; qui dunque abbisognava uno
sforzo d'ingegno ma le sue minacce mi fecer vergogna e si
noli, che Virgilio per dileguare i timori di Dante altra volta
usò di lodi, di consigli, di avvertimenti, ma qui sgrida, e mi-
424 INFERNO
naccia. — Ahi misero, pusillanime, vile; non avrai un nome
giammai, non fama duratura, non gloria! Ache tante vigìlie,
e fatiche se non ti crebbero animo, e coraggio per tentare la
meta, che ti prefiggesti? Perchè ti si para un mostro vorresti
volgere il tergo? Ma egli ti arriverebbe colla lingua, ti punge-
rebbe colla coda di scorpione. — Animo dunque: non ti sca-
valcherà, non sarai affogato in queste acque quantunque pro-
fonde: monta su nella schiena del mostro: io ti terrò fra le
mie braccia. — Ed ecco espressa la lotta della mente nella
trattazione del difficile tema, ma la vinse vergogna la quale
fa servo forte nanti a suo signore rende il servo coraggioso
dinanzi al suo padrone. La vergogna è stimolo forte per con-
vertire i timidi in audaci, in vincitori. Scrive Giulio Celso, che
nelle Gallie Cesare, scorgendo un soldato che fuggiva dalla
guerra, lo prese pel naso , e riconducendolo al campo gli disse
— là sono i nemici. — Lo stesso accadde in Ispagna combat-
tendo contro i figli di Pompeo. Cesare vedendo fuggire i suoi
veterani discese da cavallo e si mise alla testa della prima fila
a combattere. La vergogna fermò i fuggenti, quali Cesare non
aveva potuto arrestare colle preghiere, e così tolse la vittoria
ai nemici. La vergogna operò ugualmente in Dante, io m as-
settai su quelle spallacele sulle spalle di Gerione. Le grandi
spalle di Gerione esprimono che ognuno vive nel mondo se-
condo le apparenze, e se un calzolajo dicesse, che la tomaia
è debole, la suola mal concia, se il mereiaio avvisasse del co-
tone misto alla lana nel panno, o del falso colore, ridurreb-
bersi presto in miseria, e morirebber di fame in ogni parte del
mondo. Perciò venne il ditterio — chi commette fraudi andrà
air Inferno, chi non ne commette andrà all' elemosina, et si
volli dire : fa che tu m abbracci ma perchè non aveva ancora
deposto il timore la voce non venne mancò la voce, ma esso
CANTO XVII. 425
che mi sovenne ad altro forse in altra simile dubitazione mi
avvinse mi cinse e sostenne con le braccia perchè non vacil-
lassi, o cadessi tosto che io montai appena salii sul dorso della
fiera. o Gerion portatore moveti ornai moviti, nuota, allonta-
nati dalla riva: le rote i movimenti del nuoto sien larghe et
l ascender sia poco sian larghi e lenti, esprimendo così, che
conviene andar cauti contro la frode; pensa la nova soma che
tu hai perchè hai un corpo vivo, e grave, insolita cosa a te
portatore di anime. Allegoricamente poi è un precetto, che
Dante dà a sé medesimo, di procedere lentamente, e di fare
larghi giri nel trattato di questa materia.
Gerione si allontanò dalla riva come nave, che allontanan-
dosi dal lido, o dal porto, volge la prora dove prima teneva la
poppa. Gerione che prima aveva la faccia alla terra, e la coda
all'acquasi rivoltò, se tolse quindi siccome la navicella esce
di loco in terra dietro si allontanò dal luogo in cui era ferma
e rivolse la coda la ove era Ipecto voltò la coda dove aveva
il petto poiché tutto si senti a gioco dopo che tutto si som-
merse neir acqua, e si mise a nuotare a guisa di pesce. Ge-
rione trasporta le anime, come la nave gli uomini da luogo
a luogo, e movesi senza gomene, o timone: i remi erano due
chele anteriori aperte, e per timone serviva la coda ei mosse
quella testa come vela e come anguilla V anguilla è molto so-
migliante al serpente: quanto più si stringe tanto più sfugge
dalle mani: così il fraudolento quando credi tenerlo pel capo
lo hai per la coda e raccolse l aiere a se con le branche alto
del nuotare, gettando le branche sopra le acque.
Fetonte, secondo Ovidio, Omero, e Platone, figlio del sole,
caldamente pregò il padre suo, che lo lasciasse almeno per
un giorno reggere il carro solare. Lo concedette il padre; ma
il figlio mal reggendo i corsieri passò (ulti i confini prescritti,
426 INFERNO
e cagionò l' incendio della terra. Sotto di questa favola sono
indicati vari fenomeni naturali , giacché secondo Aristotile è in
natura che accada un diluvio, ed un incendio. Fetonte signi-
fica l'ardenza del sole, che dopo il giro de' secoli natural-
mente esce dai primi confini, e cuoce la terra: è questa V o-
pinione anche di Alberto Magno sulla favola di Fetonte; que-
sti poi affogò nel Po, perchè in Italia tutti i fiumi si disecca-
rono, meno di questo fiume, che al dir di Lucano, colle pro-
prie abbondantissime onde potè resistere, e paralizzare P ar-
denza solare — anche Dedalo, secondo il VI dell' Eneide, fug-
ga ndo da Creta, e dall' ira di Minosse per aver sottoposta Pa-
sifaeal toro da lui artefatto, costruì per sé, e pel figlio Icaro,
due ali, fermando le penne con cera, e prescrivendo al figlio
di non volare né troppo alto né troppo basso, ma di tenere
la via di mezzo. Ma Icaro spinto dall' ardore giovanile volò
troppo vicino al sole per cui, liquefatta la cera, caddero le
penne, ed affogò nel mare. Storicamente parlando poi, Dedalo
fuggì da Creta con mani intrise nella pegola, ossia con barca,
che può dirsi uccello di legno, con vele che somigliano alle
ali e con remi , che formano i piedi ; ma il figlio eh' era in
altra nave molto essendosi allontanato dal padre urtò negli
scogli e si sommerse. Allegoricamente poi Dedalo ingegnoso
figura il sapiente, che istruisce a non mirare troppo in alto,
ossia a cose superiori alle proprie forze , e parimenti ad al-
lontanarsi dalle cose vili e spregevoli. Dante figlio del sole
come sapiente, e figlio di Dedalo ingegnoso temendo, dell'in-
domito mostro, pensava di cadere, e di affogare in quelle
acque profonde, sozze, ed oscure, non credo che fosse mag-
gior paura in Fetonte — quando abbandono li freni le bri-
glie de' cavalli del sole perchè Idei si cosse come pare anco-
ra secondo hh\ oh allora nel cielo apparve la Galasia — via
CANTO XVII. 427
lucida — o Lattea— ed in molte parti d' Italia —via di s. Gia-
como. — Si dice ancora che gli etiopi secondo la favola allora
.divennero neri, ne fu maggiore il timore d' Icaro quando senti
spennar le reni sciogliersi la cera che fermava l^penne, o
lacerarsi le vele, e frangersi negli scogli la nave gridando
Ipadre a lui mala via tieni perchè troppo si allontanava che
fu la mia la mia paura superò quella d' Icaro , e Fetonte, vi-
di eh era nel aere dogni parte sedendo sulla schiena del mo-
stro et vidi spenta ogni veduta fuor che della fiera era tanto
lontano da terra, che non vedeva che il mostro su cui era. Si
suol dire al giovane presuntuoso — figlio non volare prima di
aver messe le ali; e messe che le abbia non tentare alto volo,
ma segui i vestigi de tuoi maggiori , e perciò Dante non ar-
diva stendere il volo oltre quello del suo maestro Virgilio — .
Pur non ostante vincendo ogni ritrosia sciolse il freno alla fan-
tasia, e distinse il cerchio ottavo in dieci bolgie, imaginando
nuove forme di castighi non mai trovate da altri, ed allora gli
sovvennero icasi di Fetonte, ed Icaro, che gli destarono spa-
vento, e se non avesse potuto il riflesso, che que'due giovani
operarono contro i precetti paterni, mentr'egli all'incontro
li seguiva, forse avrebbe abbandonata 1' impresa, le rote lar-
ghe e lo scender sia poco comandò Virgilio , ed ella la fiera
sen va notando lenta lenta nuota adagio , adagio rota si vol-
ge in giro e discende verso l'altro cerchio, ma non me ne ac-
corgo non m' avvedo di nulla se non che al viso, e di sotto
maventa non mi accorgo che all'ondular della schiena ed al
passaggio di luogo a luogo, io sentia già l gorgo l'acqua pro-
fonda far sotto noi un horribile scroscio un romore terribile,
giacché il mostro col petto rompeva l'acqua, e l'agitava colle
chele da la man destra dalla parte destra perche sporgo la
testa in giù con gli occhi chino lo sguardo in giù nell'acqua.
428 INFERNO
allor fu io più timido allo scoscio al molo poiché io vidi
fuochi nel cerchio degli astuti i quali son puniti, chiusi nel
fuoco e senti pianti versali pel tormento, ond io tremando
tutto mi r accoscio tutto mi strinsi colle coscie alla fiera, giac-
ché dapprima soltanto temeva Gerione, ed ora paventava
de' fuochi, e dei pianti. Così quel cavaliere, che modta per
la prima volta un poledro poco teme nella via piana, e sgom-
bra; ma quando passar deve in mezzo ad oggetti non comuni,
in mezzo a suoni, e schiamazzi, più temendo, più si stringe
al dorso delF animale, e vidi poi el scender el girar i giri
larghi nel discendere per li gran mali per le bolgie in cui
si puniscono le frodi, gran materia di mali, una sotto dell' al-
tra gradatamente andando al basso che s appressavan da di-
versi canti diversi lati che noi vedea davanti prima d' avvi-
cinarmi. In tal modo cominciò a scorgere le dieci bolge, nelle
quali son puniti dieci generi di frodi.
Dopo che il falcone ha fatti molti giri in cerca di preda, las-
so discende a terra bensì, ma lontano dal luogo da cui si mos-
se: così fece Gerione, che dopo molti giri per l'acqua, e nulla
potendo ottenere di vantaggio, corse alla riva di quel cerchio
cui mirava, e disparve. Gerione ne pose al fondo a pie a pie
della statata rocca ci depose presso la riva ruinosa, alta,
e forte qual rocca cosi come el falcone che stato assai in su
l ale fa dire al falconiere oime tu cali ahimè tu cali senza
preda senza veder logoro il logoro è quello strumento con cui
si richiama V uccello; descende lasso senza forza onde si mosse
snello fiacco dove prima si mosse veloce, o forte per cento rote
per cento giri e disdegnoso e fello sdegnato, e malvagio perchè
non trovò preda se pone da lunga del suo maestro dal falco-
niere el se dilegua come cocca de corda come saetta dalla
corda dell'arco, e la cocca è T estremità della saetta. Spe-
rava Gerione portar Dante al castigo dev fraudolenti e fu del uso.
CANTO XVIII.
tf.sto MonKRmo
Luogo è in Inferno detto Malebolge,
Tutto di pietra e di color ferrigno,
Come la cerchia, che d' intorno il volge. 5
Nel dritto mezzo del campo maligno
Vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
Di cui sua forma conterà F ordigno. 6
Quel cinghio che rimane adunque è tondo
Tra il pozzo e il pie dell' alta ripa dura,
E ha distinto in dieci valli il fondo. 9
Quale dove per guardia delle mura
Più e più fossi cingon li castelli,
La parte dov' ei son rende figura: 12
Tale imagine quivi facean quelli:
E come a tai fortezze da' lor sogli
Alla ripa di fuor son ponticelli; 13
Così da imo della roccia scogli
Movean, che ricedean gli argini e i fossi
Infino al pozzo, che i tronca e raccogli. 18
In questo luogo, dalla schiena scossi
Di Gerion, trovammoci; e il Poeta
Tenne a sinistra, ed io dietro mi mossi. 21
Alla man destra vidi nuova pietà ;
Nuovi tormenti e nuovi frustatori,
Di che la prima bolgia era repleta. 24
430 INFERNO
Nel fondo erano nudi i peccatori:
Dal mezzo in qua ci venian verso il volto;
Di là con noi, ma con passi maggiori: 27
Come i Roman, per P esercito molto,
L' anno del Giubbileo, su per lo ponte
Hanno a passar la gente modo tolto; 30
Che dall' un lato tutti hanno la fronte
Verso il Castello, e vanno a Santo Pietro,
Dall' altra sponda vanno verso il monte. 33
Di qua, di là su per lo sasso tetro
Vidi dimon cornuti con gran ferze,
Che li battean crudelmente di retro. 36
Ahi come facean lor levar le berze
Alle prime percosse! e già nessuno
Le seconde aspettava né le terze. 39
Mentr' io andava, gli occhi miei in uno
Furo scontrati; e io sì tosto dissi:
Già di veder costui non son digiuno. 42
Perciò a figurarlo i piedi affissi;
E il dolce Duca meco si ristette,
E assentì eh' alquanto indietro gissi. 45
E quel frustato celar si credette
Bassando il viso; ma poco gli valse,
Ch' io dissi : 0 tu , che l' occhio a terra gette, 48
Se le fazion che porti non son false,
Venedico se' tu Caccianimico;
Ma che ti mena a sì pungenti salse ! 51
Ed egli a me : Mal volontier lo dico ,
Ma sforzami la tua chiara favella,
Che mi fa sovvenir del mondo antico. 54
lo fui colui , che la Ghisola bella
CANTO XVIII. 431
Condussi a far la voglia del Marchese,
Come che suoni la sconcia novella. 57
E non pur io qui piango Bolognese ;
Anzi n' è questo luogo tanto pieno,
Che tante lingue non son ora apprese 60
A dicer sipa tra Savena e il Reno:
E se di ciò vuoi fede o testimonio,
Recati a mente il nostro avaro seno. 63
Così parlando il percosse un demonio
Della sua scuriada, e disse: Via,
Ruffian, qui non son femmine da conio. 66
10 mi raggiunsi con la Scorta mia :
Poscia con pochi passi divenimmo
Dove uno scoglio della ripa uscia. 69
Assai leggieremente quel salimmo,
E volti a destra su per la sua scheggia ,
Da quelle cerchie eterne ci partimmo. 72
Quando noi fummo là , dov' ei vaneggia
Di sotto, per dar passo agli sferzati,
Lo Duca disse: Attienti, e fa che feggia 75
Lo viso in te di questi altri mal nati,
A' quali ancor non vedesti la faccia,
Però che son con noi insieme andati. 78
Dal vecchio ponte guardavam la traccia,
Che venia verso noi dall' altra banda,
E che la ferza similmente scaccia. 81
11 buon Maestro, senza mia dimanda,
Mi disse: Guarda quel grande che viene,
E per dolor non par lagrima spanda : 84
Quanto aspelto reale ancor ritiene !
Quelli è Jason, che per core e per senno
432 INFERNO
Li Colcbi del monton privati fene. 87
Elio passò per F isola di Lenno,
Poi che le ardite femmine spietate
Tutti li maschi loro a morte dienno. 90
Ivi con segni e con parole ornate
Isifìle ingannò, la giovinetta,
Che prima F altre avea tutte ingannate. 95
Lasciolla quivi gravida e soletta:
Tal colpa a tal martirio lui condanna;
E anche di Medea si fa vendetta. 96
Con lui sen va chi da tal parte inganna:
E questo basti della prima valle
Sapere, e di color che in sé assanna. 99
Già eravam ove lo stretto calle
Con F argine secondo s* incrocicchia,
E fa di quello ad un altr' arco spalle. 102
Quindi sentimmo gente, che si annicchia
NelF altra bolgia, e che col muso sbuffa,
E sé raedesma con le palme picchia. 105
Le ripe eran grommate d' una muffa,
Per F alito di giù, che vi si appasta ,
Che con gli occhi e col naso facea zuffa. 108
Lo fondo è cupo sì , che non ci basta
L* occhio a veder senza montare al dosso
DelF arco, ove lo scoglio più sovrasta. 1 1 1
Quivi venimmo: e quindi giù nel fosso
Vidi gente attuffata in uno sterco,
Che dagli uman privati parea mosso: 114
E mentre eh' io laggiù con F occhio cerco,
Vidi un col capo sì di merda lordo,
Che non parea s' era laico o cherco. 1 17
canto xvjii 433
Quei mi sgridò: perchè se' tu sì ingordo
Di riguardar più me, che gli altri brutti?
E io a lui: perchè, se ben ricordo, 120
Già t* ho veduto coi capelli asciutti,
E sei Alessio hiterminei da Lucca:
Però t' adocchio più che gli altri tutti. 123
Ed egli allor, battendosi' la zucca:
Quaggiù m* hanno sommerso le lusinghe,
Ond' io non ebbi mai la lingua stucca. 126
Appresso ciò lo Duca: fa che pinghe,
Mi disse, un poco il viso più avante,
Sì che la faccia ben con gli occhi attinghe 129
Di quella sozza scapigliata fante,
Che là si graffia con l' unghie merdose,
Ed or s' accoscia, e ora è in piede stante. 132
Taida è, la puttana, che rispose
Al drudo suo, quando disse : ho io grazie
Grandi appo te? anzi meravigliose.
E quinci sien le nostre viste sazie. 136
COMMENTO DI BENVENUTO
Dopo la frode figurata da Gerione, ora Dante descrive il
cerchio de'fraudolenti , e due bolge principali di questo cer-
chio. In quattro parti generali dividesi il canto: nella prima —
descrizione di tutto il cerchio - luogo -e pena della prima spe-
cie di frodi cioè lenocinlo, che si punisce nella prima bolgia :
nella seconda — menzione di uno spirito moderno mentr io gri-
dava ecc. nella terza — menzione di uno spirito antico io mi
ravinsi ecc. nella quarta ed ultima — descrizione di altre fro-
di— dell* adulazione punita nella seconda bolgia già erava-
mo ecc.
RAMB\M)I — Voi. 1. 28
kAK inferno
Luogo e in inferno detto malebolge bolgia in volgare fio-
rentino suona valle concava, ed il cerchio contiene in sé mol-
te valli. Sebbene ogni valle d' Inferno sia cattiva, queste però
si posson dire per eccellenza tali tutte di pietra e di color
ferrigno simile al ferro, e così vuol indicare più duro castigo
come la ripa che d' intorno l cinge qual riva è pure di pietra
di color ferrigno, un pozzo assai largo nel quale sono casti-
gati quattro traditori e profondo perchè nel più basso dell' In-
ferno di cui del qual pozzo l ordegno V ordine del libro di-
cera tratterà a suo luogo, cioè alla fine di questo libro va-
neggia è scavato, nel dritto mezzo precisamente nel centro
del capo maligno. Il pozzo è sferico , e tutte le bolge sono sfe-
riche, adunche quel cierchio che rimane tra l pozzo e l pie
dell alta ripa dura di cui si è parlato e tondo è rotondo et il
fondo la gran pianura e destinto in dieci valli che si chia-
mano bolge. Fingi in tua mente un castello di forma sferica
in mezzo a gran pianura, che abbia intorno più fosse di e-
gual forma del castello, e vicino all' ingresso, edalla riva più
bassa sorga una volta di pietre od un ponte, che copra la pri-
ma fossa fino alla riva opposta, e la seconda volta o ponte co-
minci dalla seconda riva, e coprala fossa fino alla terza riva,
e così successivamente per tutte le dieci a modo che dieci ar-
chi contigui coprano le dieci bolge : ivi si trovi un ponte rotto.
Il pozzo poi abbia intorno sei fosse, e dieci porte, quelle
valli facean qui in tale pianura tale imagine quale figura
rende la parte dove sono li castelli qual' è V aspetto , o la
figura della fossa d' un castello dove più e più fossi cingon
quelli castelli per guardia delle mura per difesa e scogli e
ponti di pietra che ricidean tagliavano gli argini le rive e i
fossi e le valli , o bolge infino al pozzo predetto che tronca
termina e raccoglie: tutte le cose tendono al centro, così tutte
CANTO XVIII. 435
le ncque qui si raccolgono e stagnano, non potendo discen-
dere ulteriormente movean avevano principio da uno de la
rocca dalla più bassa riva, come vediamo nel ponte a Fiorenza
sopra T Arno, in quello di Roma sul Tevere, in quello di Avi-
gnone sul Rodano cosi come ponticelli sono a tali fortezze
sono come ponti dai lor sogli delle porte alla ripa di fuori
alla ripa esterna della fossata. L'autore insegna così, che sco-
perta una frode facilmente si arriva alla scoperta delle altre ,
essendo esse per così dire fra loro tessute, e concatenate a gui-
sa di maglia, nella quale, una rotta, serve a scioglierle tutte.
noi scossi scaricati de la schiena di Gerione ci trovammo in
questo loco ci trovammo nell'ottavo cerchio e l Poeta Virgilio
ascendendo il primo ponte tene a sinistra et io mi mossi die-
•
tro seguendo le di lui pedate — La prima bolgia è maggiore
delle altre, più lontana dal centro, ed ha in sé pena minore.
Come superiormente l'autore cominciò dalla lussuria vizio me-
no grave, ma di molta infamia, così ora comincia dai frau-
dolenti, per lussuria, di minore gravezza, ma d'infamia
maggiore. I seduttori delle donne sono di due sorla sedut-
tori per guadagno, od altro vantaggio, e sono i più vili, e
seduttori con promesse di conjugio, o fede, cui mancano.
E costoro corrono velocemente per quella valle colla fac-
cia voltata all'opposto, parte dal mezzo in qua, parte dal
mezzo in là. La prima parte si compone di quelli, che ingan-
narono le donne per rispetto a vantaggio altrui ; l'altra di quelli
che ingannarono le donne con adulazioni, e promesse, e che
abbandonarono, ottenuto l'intento, vidi a la man destra nova
pietà nuova pena e nuovi frustatori nuovi tormentatori, cioè
demoni con fruste che percuotono duramente di che la pri-
ma bolgia era repleta perchè è innumerevole la moltitudine
de'ruffiani et li peccatori eran gnndi nudi nel fondo (Vi que-
436 INFKRNO
sta prima bolgia verso l volto e questi eran lenoni et di tool-
tre il mezzo della bolgia andavano con noi perchè tenevano
le spalle voltate a noi, e questi erano gl'ingannatori delle
donne ma con passi maiori perchè noi andavamo lenti sul
ponte, ma quelli correvano frettolosamente per la valle, spin-
ti dalle frustate dei demoni.
Nell'anno 1300, e quando Dante cominciò quest' opera,
Bonifacio Vili allora sedente sulla Cattedra di S. Pietro, ac-
cordò generale indulgenza in Roma, cui, siccome vedemmo,
corse immensa moltitudine di genti da tutte le nazioni obbe-
dienti alla Chiesa romana. Il ponte sul Tevere era poco capa-
ce della folla concorrente, e per evitare che passando il pon-
te non cadesse nel Tevere ed affogasse, si divise il ponte in
due parti pel lungo, e quelli che andavano a S. Pietro volges-
sero la faccia al Castello, e quelli che venivano da S. Pietro
avessero la faccia volta al monte tenendo la rispettiva metà
del ponte. Del pari alcuni de' frustatori andavano a sinistra
contro il pozzo ed altri a destra verso il settimo cerchio, da cui
erano partiti Virgilio e Dante. La similitudine è propria, ma i
pellegrini andavano a Roma per indulgenza, e per l'assoluzio-
ne di loro colpe, mentre costoro corrono al castigo delle colpe
commesse, come i roman hanno colto modo e conservano tal
modo anche adesso se il concorso è grande a passar la gente
super lo ponte del Tevere per lo esercito molto per la gran mol-
titudine di pellegrini tanno del lubileo ossia della universale
indulgenza. Giubileo significa remissione, ed è nome ebraico:
il giubileo corre ogni cinquant' anni. Giubileo è anche un
canto di letizia, multiforme per allegrezza. E quando cor-
reva il giubileo si facevano feste per molti giorni annunziati
con squilli di tromba, e si assolvevano i debitori, si con-
fermavano le libertà, si restituivano i beni. Ritengono al-
CANTO XVIII. 437
cimi, che il giubileo avesse origine dalla vittoria di Abramo,
quando redense Loth nipote dalle mani dei tre re. tutti han-
no la fronte da un lato verso il castello di S. Angelo. Fu tal
castello la sepoltura dell' imperatore Adriano, essendo costu-
me che i principi fossero in alto sepolti, e Giulio Cesare eb-
be le ceneri sopra di alta colonna di sasso numidico: Augusto
però fu sepolto al disotto di una torre. Castel S. Angelo air in-
contro, alta , e maravigliosa sepoltura fu da Adriano costrutta
sopra il muro della città, e fu nomato per molti secoli se-
polcro di Adriano. Al tempo di Gregorio I , si racconta, che
sulla sommità di tal mole apparisse un angelo colla spada in
mano, e dopo fu sempre detto costei S. Angelo. Oh sventura !
Quest' opera sontuosa fu distrutta nell' anno 1389 dal popolo
romano, perchè fu per poco posseduta da quel Roberto car-
dinale, il quale, dai scismatici era stalo fatto antipapa con-
tro di Urbano VI e vanno a santo Pietro per indulgenze van-
no verso il monte dall altra sponda dair altra parte del ponte,
come aveva notato Dante, allorché nel giubileo egli pure era
corso a Roma a prendere le indulgenze. Dante parla d' Inferno
morale, che s' incontra anche in questo mondo, perchè i ruffia-
ni spesso sono percossi, e flagellati; ed ecco perchè nelP In-
ferno i demoni frustano tali anime vidi dimoni che li battean
crudelmente di retro ed i frustati erano nudi con gran ferze
isterie su per lo sasso che chiude detta bolgia tetro scuro, fer-
rigno di qua di la di qua dal mezzo, ed oltre il mezzo, oh come
quei demoni facean loro a quei frustati levar le berze alzare
i calcagni, e correre velocemente, alle prime percosse alle
prime frustate : già nessuno aspettava le seconde ne le terze
i demoni ripeteano cosi spesso le frustate, che i miseri non
avean campo di dir parola, o non potevano udirsi.
Mentre seconda parte generale. Dante descrive un sin-
458 INFERNO
golare lenone del tempo suo. Fu questi Caccianemici bolo-
gnese, uomo largo, nobile, piacevole, molto potente, che si
prestò pel marchese d' Este Azzone IH allora che facea guerra
ai bolognesi, come si dirà nel Purgatorio canto V. Procurò al
marchese molti fautori in Bologna, ed allora quella parte fu
nomata Marchesana. Caccianemici aveva nome Venedico, ed
ebbe bellissima sorella, che, per meritarsi maggior grazia con-
dusse a servire della propria persona il marchese, gli occhi
miei furori scontrati in uno scontrai un tale mentr io an-
dava andava, meditando, dietro Virgilio. Quando P autore
tratta di cosa lieve finge di andar sempre girando: se poi
di cosa grave, ed ignota, finge fermarsi, ed allora è segno
che ivi deve farsi maggiore attenzione, et io si tosto dissi ed
io subito dissi non son già digiuno di veder costui V ho visto
tante altre volte, e lo conosco ; pero fissi ipiedi mi fermai per
a/figurarlo per riconoscerlo e Iduca Virgilio stette et assenti
che alquanto gisse in dretro perchè così tornava conto, impe-
rocché Venedico correva velocemente dinauzi al demonio,
che lo perseguitava colla frusta e Dante al contrario andava
lentamente, e quel frustato si credette celare chinando Iviso
credette nascondersi, chinando il viso per vergogna ma pò-
co li valse che non pertanto lo riconobbi. Non basta l' arte
a nasondere tal vizio, per la molta infamia, che lo segue eh io
dissi o tu che gieti l occhio a terra per vergogna tu se Vene-
tico Caccianemici ma non puoi nascondere la infamia tua
se le fazion i lineamenti della faccia, altrimenti detti fattez-
ze— che porti non son false io ti conosco senza equivoco a-
vendo presente le tue fattezze. E mi fu detto, che Venedico
concepì per questo tant' odio contro Dante che le molte volte
gli tentò la vita. Così Dante non la perdonava ad alcuno, o
vivente, o morto, non a parenti, non a patria, non a prin-
CANTO XVIII. 439
cipi , non a re, non a pontefici: ma chi ti mena a si pungenti
salse9 Col nome di salse in Bologna viene indicato certo luogo
declive fuori di città, e vicino a santa Maria in Monte, in cui
solevano gettarsi le morte salme dei disperati, degli usurai,
e degli altri infami. I fanciulli stizziti fra loro soleano rimpro-
verarsi cosi — tuo padre fu gitlato alle salse — Cosi Dante
vuol esprimere — chi ti conduce a luogo tanto infame, come
le salse della tua patria? — Quasi tutti, malamente interpre-
tando questo passo, ritengono salse per. condimento saporito,
e non sarebbe metafora al proposito, et etti a me Venedico mi
disse mal volontieri il dico essendo ignominioso ma la
tua chiara favella mostrandoti vivo che mi fa savenire del
mondo antico quando gli uomini erano liberali, e virtuosi
— quasi — tu mi sembri un buon antico romano da cui avesti
origine mi sforza a dire quanto più converrebbe tacere: io son
colui che condusse la Ghisola bella la sorella mia Ghisola
bellissima fra le altre a far la voglia del marchese di Azzone
III d' Este. Dante usa della parola sola marchese a denotare
Azzone terzo d' Este, perchè i chiarissimi per qualche virtù
vengono indicali con un sol nome senza altra aggiunzione di
parole; ed Azzone fu magnifico, e bellissimo, come che suoni
la sconcia novella in qualunque modo venga contata la sto-
ria; perchè ritengono alcuni che tal bellissima donna fosse se-
dotta, e rapita senza consenso fraterno; ed altri vogliono, che
il marchese sotto mentite vesti, e di notte s'introducesse in
Bologna, ed entrato nella casa dell' amico, gli manifestasse il
perchè erasi colà portato ; e Venedico non seppe opporsi ad
uomo cosi potente, e non pur io non io solo qui piango Bo-
lognese sono punito per tal colpa, anzi n e questo luoco questa
prima bolgia tanto pieno che tante lingue non son ora ap-
prese non sono ora intese a dicer sipa tra Savena e l Reno
440 INFERNO
quasi dica — molti bolognesi sono qui puniti per tal vizio, e
maggiori di numero di quelli, che ora trovansi in Bologna.
Altri vogliono che significhi un piccol numero, in quanto ora
pochi bolognesi usan del sipa. Allora bisognerebbe interpre-
tare, che i ruffiani fossero pochi. Ma questa non è la mente di
Dante. Quell'arrese mostra l' attitudine, e non Tatto, e Dante
vuol significare, che non tutte le lingue sono disposte a dir
sipa, e così ha di mira alle lingue tutte. Le lingue de' bambini
naturalmente, e potenzialmente sono disposte a dirlo, quan-
tunque in realtà ancora noi dicano. Ned è un iperbole dire
che tanti sono ivi i puniti per tal colpa, quanto i viventi in Bolo-
gna, giacché non vi è terra piccola quanto vuoi, che non ab-
bia ruffiani di numero pari ai viventi bolognesi , o che parlano
il dialetto di Bologna. Oggigiorno per altro a lode del vero,
Bologna ha molto scemalo tale infamia, mentre in Italia tutta
ha gettate estese, e profonde radici, per tacere di Parigi, e
della intera Francia. I bolognesi usano del sipa in luogo di
sia usato dai lombardi. Bologna ha verso occidente il fiume
Reno, diverso dal gran Reno, che divide Germania dalle Gal-
lie. 11 Renodi Bologna ha acque potabili, mulini bellissimi
per macinare il frumento, e per altri usi e comodi di vita.
Dalla parte orientale ha il fiume Savena, verso Romagna: ha
pure un torrente nomato Ansa, che la taglia in molte parti:
un monte fertile ed ameno la copre dal mezzodì, riparo al
vento d'austro, e che Dante accennò facendo menzione del
luogo delle salse , eh' è un precipizio dello stesso monte.
Queste poche cose bastino a descriverti tal città, e territorio, la
cui fertilità, e bontà di tutte cose tralascio, perchè troppo mi
allontanerei dal proposilo mio, e perchè è nota a tutte le genti,
e Io stesso nome lo accerta Bono ni a - bona per omnia buo-
na per lutto, recati a mente l nostro avaro seno avarizia, e
CANTO XVIII. 441
cupidigia. Ma qui Dante prende 1' avarizia in senso lato; im-
perocché i bolognesi non sono avari, invece prodighi pel lus-
so oltre le forze, ed ecco il perchè vanno in traccia di gua-
dagni siano pur turpi, giochi, furti, lenocini, esponendo le
figlie, le sorelle, le mogli per soddisfare alla gola, ed alle al-
tre vergognose passioni e se di ciò vuoi fede e testimonio se
vuoi esserne certo rammenta 1' esperienza che tu ne facesti.
Dante fu in Bologna vari anni per oggetto di studi, ed avea vi-
ste, e notate tutte le sopradette cose. Forse anch' egli trafficò
in tal merce come spesso usano gli scolari. Venedico pertanto
intende significare — tu devi bene sapere tutto ciò perchè lo
hai sperimentato, un dimonio il percosse de la sua scuriada
un demonio gli scagliò una frustata così parlando mentre così
Venedico parlava e disse via ruffian e quel demonio disse
— via di qua in malora ruffiano, che non puoi guadagnare
dal tuo discorso, se non colpi di frusta qui non son femine
da conio qui non son donne da traffico, non son meretrici.
iNola che Dante fa menzione de' bolognesi macchiandoli de'vi-
zi minori, giacché per vero i bolognesi non conobbero mai
le frodi serpentine, né le violenze crudeli, delle quali Dante
fa colpa alle altre nazioni. 1 bolognesi sono dolci, cortesi,
gentili, e primi fra gì' italiani per 1' ospitalità: accolgono con
famigliarità, ed onorano i forestieri. Userò dell'argomento di
Dante — non cerco altra prova che l' esperienza perchè stetti
in Bologna per ben dieci anni.
Io mi ragiunsi terza parte generale — Dante tratta de-
gl' ingannatori delle donne io mi raggiunsi con la scorta
mia con Virgilio che aspettava poscia divenissimo con pochi
passi dove uno scoglio un arco di ponte usciva de la riva
sorgeva dal basso della riva e si estendeva all'altra riva, sic-
ché copriva la bolgia e salimmo quello quel primo ponte assai
442 INFERNO
leggeramente non essendo né allo, né arduo come la riva per
cui erau vernili et noi volti a destra super la sua scheggia pel
sasso ci partimmo da quelle cerchie eterne ci allontanammo
da quel cerchio, che chiude tutte le bolge, cioè ci togliemmo
dalla riva esteriore del cerchio. Erano a mezzo del ponte,
quando Virgilio disse — aspetta , rivolgiti , e mira altri miseri,
che non hai per anche distinto lo duca disse attienti fermati
in mezzo del ponte e fa che Iviso di questi malnati di questi
fraudolenti ai quali non vedesti ancora la faccia perchè pc-
roche sono andati insieme con noi portavano la faccia nello
stesso modo, che la portiam noi feggia ferisca, affinchè l'oc-
chio tuo sia colpito dai loro volti quando noi fummo la dov et
vaneggia dove quel ponte è vuoto, e vacuo di sotto per dar
passo agli sferzati perchè gli sferzati vi passino sotto.
Noi guardavam nel vecchio ponte, lo Dante, e Virgilio
in questo ponte più vecchio di quel d' Arno in Fiorenza osser-
vavamo la traccia la nuova turba che venia verso noi, e
che qual traccia la sferza una verga similmente scaccia u-
gualmente fa correre questa turba bastonata, come l'altra fru-
stala e l mio maestro disse sanza mia domanda Virgilio
mi prevenne dicendo guarda quel grande che viene grande
di corpo, e maggiore d'animo e non par che per dolore
spanda lagrime atto d'uomo forte, perchè disdice il pianto
ad un eroe quant aspecto regale ancor ritiene. Fu Giasone di
stirpe regia, figlio è nipote di re: spogliato del regno, op-
presso dalle avversità, divenne probo, come si dirà: elio e
Jason è Giasone che fene li Colchi popoli della Colchide nel
Settentrione. I Colchi erano all'estremità del Ponto, o mar
maggiore in una terra, non isola, come alcuni malamente so-
stengono; imperocché nel mar maggiore non trovasi isola al-
cuna, e Giasone passò lo stretto fra Troia, e Grecia. Tolse il
CANTO XVIII. 443
vello ai colchi privati del montone ossia vello d'oro, del
quale si parlerà nel canto II del Paradiso per cuore e per
senno cori ardire e prudenza. Secondo Stazio, Lenno è Isola
nel mar di Grecia, una delle Cicladi dell' Arcipelago, i cui a-
bitanli anticamente mossero contro la Tracia con armata na-
vale. Stettero per tre auni ostinati in tal guerra, ne valsero a
distorli le preghiere, le carezze, ed i pianti delle mogli. Sde-
gnate allora le donne presero la fiera determinazione di ucci-
dere lutti i loro mariti, e tutti i maschi. Ciò è storicamente
vero secondo Orosio, sebbene i poeti vogliono, che Venere
infondesse tal furore in quelle donne di Lenno, perchè i ma-
schi non facevano sagrifizi a lai Dea, eh' essi non adoravano,
ma solo a Marte, locchè equivale a non essere servi di lussuria,
ma dediti alla guerra. In senso storico poi tali donne ardenti
di libidine, ed ira, perchè i mariti o non le curavano, o non
rispondevano alle loro inchieste amorose, convertirono l' a-
more in odio il più crudele, e sentendo che i mariti loro final-
mente tornavano colla vittoria, e forse conducevano belle
schiave delle vinte città, fatta congiura, e dopo i più tremendi
giuramenti, accolsero i mariti e gli altri maschi simulando
gioia, e trasporto; e giunta la notte, lutti li scannarono, men-
tre stanchi , ed oppressi dal vino erano sepolti nel sonno, lsi-
pile sola, figlia del re Toante, vinta da pietà, non uccise il
vecchio suo padre, re di quell'isola, e postolo di nascosto in
una barchetta lo raccomandò agli Dei, ed alla fortuna. Fece
per altro alzare un gran rogo, e compiè tulli i riti di un regio
funerale. Così queir Isola distinta per campi colti, per ric-
chezze, per forze, e poco prima chiara per trionfi, perdette
in un punto solo tutti i maschi, che l'avevano alzata a tale
stato. Ed in quel mentre, ecco comparire neir isola una nave
grandissima, nomata PArgo che portava Giasone, ed i gio-
444 INFERNO
vani animosi compagni suoi, diretti a Coleo in cerca del vello
d' oro. Le donne di Lenno maravigliate di tal mole, e degli
uomini che la governavano, sospettarono che fosse mandata
dagli Dei a fare vendetta delle loro scelleratezze, e corsero
alle mura, e munirono di grossi sassi le torri, e vestendo le
armi degli uccisi mariti, ancora calde del lor sangue, si ac-
cingevano alla difesa; e già scagliavano dardi sul naviglio di-
stante un tratto d' arco, dei quali dardi ridevano Ercole, Te-
lamone, Nestore, Castore e Polluce, ed altri fortissimi com-
pagni argonauti. Allora Giasone alzando un ramo di olivo, e
con fronte serena, chiesta brevissima tregua, narrò il motivo
delP arrivo in quella parte, e pregò di corta ospitalità. Com-
mosse le donne al discorso di Giasone, aprirono le porte della
città a lui, ed ai compagni e li accolsero con trasporto, e in
luogo de' scannati mariti. Gli argonauti avendo trovato ivi un
doppio cibo, sorpassarono d* assai il termine fissato alla tre-
gua, fermandosi per più di un anno, nel qual tempo Isipile
gravida di Giasone partorì due gemelli. L' onore, e la gloria
non pertanto stimolando gli argonauti si determinarono di
proseguire nell* impresa, abbandonando P isola incantevole,
promettendo Giasone con giuramento ad Isifile, che sarebbe
tornato in breve, e l'avrebbe presa per unica, e legittima
moglie, quando avesse compiuti e sciolti i suoi voti. Ma Gia-
sone arse in quel tempo di nuovo amore per Medea , e scordò
le promesse d' Isifile, e volse nel ritorno a tuff altra parte
fuori che a Lenno. Alla tradita Isifile avvenne altra sventura,
perchè fu scoperto, che nella notte fatale, aveva salvalo il
padre , e fu costretta a fuggire V ira dell' altre donne e rico-
vrarsi presso del padre, che allora regnava nell'Isola di Chio;
ma nel tragitto di mare fu presa dai pirati della Tessaglia,
della cui maravigliosa fortuna si dirà nel canto XXVI del Pur-
camo xviu. 445
gatorio. etti quel Giasone passo per l isola di Lenno mentre
andava al conquisto del vello d' oro poiché le femmine spie-
tate ed osesse dienno a morte tutti i maschi loro et inganno
ivi in queir isola ingannò con ingratitudine, ed empietà /ti-
file la giovinetta con segni e con parole ornate con segni di
amore, e con dolci parole, e lusinghe che pria avea ingan-
nate tutte l altre salvando il proprio padre aveva ingannate
le altre che uccisero gli altri maschi, e mariti, lasciolla quivi
gravida e soletta senza padre, e fratelli, in odio alle altre
femmine, e perciò tal colpa tanta viltà condanna lui a tal
martirio a tal pena et anche di Medea si fa vendetta quasi
dica — non solo per Isifile tradita vien punito, ma anche per
Medea che più crudamente ingannò. E ciò è vero storicamente,
e se Giasone crudelmente tradì Medea, essa crudelmente gli
uccise i figli, ed esso fu crudelmente da seguaci suoi truci-
dalo. Giasone vincitore, riportando il vello d'oro, tornò con
Medea in patria; ma stancatosi di lei, preso d'amore per un'al-
tra , la scacciò. Ma fu scacciato esso pure dai figli di Pellia
re, e si riconciliò con Medea, e tornato in Coleo con valore, e
fortuna riacquistò il regno allo suocero, dal quale era stato
espulso. Lo suocero trovavasi esule, e ramingo, ma Giasone
gP ingrandì il regno ricuperato, al dir di Giustino, col con-
quisto di molte altre città. Ciò fece per compenso delle ingiu-
rie, che gli aveva recato. Infine, mentre combatteva coi per-
siani in Oriente, incontrò la estrema sua sorte. Scrive Valerio
che un giovane conoscente di Giasone fu percosso nel ginna-
sio da vari scolari col flagello della scuola composto di molte
verghetle: il percosso ricorse a Giasone, perchè gì' indicasse
una riparazione conveniente. Giasone suggerì — o tu riceve-
rai trenta denari da ciascuno, che ti ha percosso, o darai a
ciascuno de' percuotitori dieci bastonate. — Il percosso, più
448 INFERNO
tina: quel Alessio mi sguardo col suo viso fetido pieno di sterco
perche se tu si ingordo avido di riguardar più me che gli
altri brulliì gli altri sporcali da merda ? Qui son tant'altri, di
cui puoi fare menzione et io a lui io gli risposi perche già
tho veduto con i capelli asciutti ti conobbi sovente onorato,
e compito cavaliere pero t adocchio più che gli altri tutti Così
abbiam prova che vivesse ai tempi di Dante, et elli Alessio
rispose battendosi la zucca percuotendosi il capo colle mani
in segno di dolore le lusinghe ond io delle quali io non ebbi
mai la lingua sciolta della quale non ebbi mai la lingua sa-
zia, o stanca furon cagione di mie pene.
Taide fu bellissima, e famosa meretrice di Atene, la qua-
le, adulando, coglieva nella rete i personaggi i più illustri ,
e li forzava ad amarla. Scrive Valerio che Demostene il più
eloquente fra i greci, come Gicerone fra i latini, entrò un gior-
no nelle di lei case, e sentendo che il prezzo di libidine era
da lei fissato cento talenti, disse non voglio spendere tanto in
un pentimento Demostene conosceva cìie P atto venereo con-
ducea a dolore, e pentimento, e quindi non corrispondeva il
piacere al costo. Ma se Demostene seppe scapparne, non Io
seppero tanti altri come scrive Terenzio nella commedia —
P Eunuco. — Narra pure, che costei amava un ateniese per no-
me Fedria — ; ma vide altro per nome Trasso, che le fece mag-
giore impressione, e cominciò a trascurar quello per pelar
questo. Trasso, per sempre più interessarla a lasciare il pri-
mo amante, le promise in dono una cameriera vergine, che
servisse di mezzo perchè Fedria perdesse P amore di Taide;
e di fatto la mandò per mezzo del mezzano Gnatone, esper-
tissimo adulatore, che andava ripetendo — quanto più s'in-
ganna si ha maggiore trionfo — Ed è il fine degli adulatori in-
gannare, come è dei medici il risanare, de' retori il persuadere.
CANTO XVIII. 449
Trassone gli dimandò, se Taide aveva ringraziato del dono» e
rispose Gnatone con isfacciata iperbole, che massimi, maravi-
gliosi, immensi erano stali i ringraziamenti, e l duca Virgilio
mi disse appresso do dopo quanto disse Alessio fa che pinghe
che spinga ulteriormente il viso la vista intellettuale un poco
più avanti al di là di queir Alessio si che attinghe arrivi a
conoscere con gli occhi la faccia di quella sozza fante sca-
pigliata di Taide così bella., e vezzosa mentre viveva, ed ora
così deformata, e coperta da sterco. Ella stracciavasi iterine,
e si lacerava coir unghie le gote eh ella si graffia con l unghie
merdose. Dante gai viene taccialo di sozzura, ma non poteva,
meglio trattare simile materia, né con maggiore evidenza. I
santi dottori usano pure di simili pitture, e non avranno tal
facoltà i poeti ? Come poteva Dante parlare diversamente di
una meretrice tanto rinomata, se dice Salomone — tutti gli
atti di fornicazione sono sterco calcato sulla strada — mere-
trice suona — meritamente trita — Essa non riposa mai, e
muta luogo, ed atto ad ogni ora et or s accoscia et ora e in
piedi stante Salomone dice — ecco la donna ornata pronta ad
opera meretricia: garrula, vaga, impaziente di quiete; non
può tenere fermi in casa i piedi: bacia il giovane che incon-
tra, e carezzandolo gli dice: vieni, V inebria delle mie poppe:
vieni a deliziarli ne'miei amplessi: sana la piaga, che mi apri-
sti nel cuore — cosi diceva, e facea Taide col giovane nomato.
Taide e la puttana come lo fu altea famosa meretrice di Ales-
sandro Magno, la quale, mettendo, esso già ebro, il fuoco alla
regia di Persia , come nel canto Xll che rispose al drudo suo al
suo amante, al suo proco che la ingannava e le chiedeva o io
grazie grande appo te? rispose antimeravigliose grandissi-
me, inesplicabili. Oppongono alcuni, negando che Taide ris-
pondesse in tal modo a Trassone, ma invece rispodesse a Gna-
iumbaldi — Voi. i. *iy
450 INFERNO
toDe;ma la opposizione è ridicola , imperocché se i ringrazia-
menti iperbolici esternò a Gnatone è lo stesso che li rendes-
se a Trassone, essendo il primo mandato da quest' ultimo e
quinci sian le nostre viste saccie siamo stati quanto basta sul-
P alto del ponte ad osservare questo fondaco di farmacia. Lode-
vole anche in questo l'autore, che tanto presto siasi sbrigato
della materia delle prime due bolge; e siccome il senso abbor-
re da tale materia, perciò il leggitore chiuda le narici, e torca la
faccia, come fa Dante, che passa a trattare di altro argomento.
CANTO XIX
TP.STO MODRRNO
0 SimoD mago, o miseri seguaci ,
Che le cose di Dio, che di bontate
Deano essere spose, e voi rapaci 3
Per oro e per argento adulterate;
Or convien che per voi suoni la tromba ,
Però che nella terza bolgia state. 6
Già eravamo alla seguente tomba
Montati dello scoglio in quella parte ,
Che appunto sovra il mezzo fosso piomba. 9
0 somma Sapienza, quanta è l' arte,
Che mostri in Cielo, in Terra e nel mal Mondo;
Quanta giustizia tua virtù comparte ! 12
Io vidi per le coste e per lo fondo
Fessa la pietra livida di fori
D' un largo tutti, e ciascuno era tondo. 15
Non mi parean meno ampj né maggiori,
Che quei, che son nel mio bel San Giovanni
Fatti per luoghi de' battezzatori; 18
L' uno de' quali, ancor non è molt' anni,
Rupp' io per un che dentro vi annegava :
E questo fia suggel, eh' ogni uomo sganni. 21
Fuor della bocca a ciascun soperchiava
D' un peccatore i piedi, e delle gambe
In fino al grosso, e l'altro dentro stava. 24
452 INFERNO
Le piante erano a lutti accese entrambe;
Per che sì forte guizzavan le giunte,
Che spezzate averian ritorte e strambe. 27
Qual suole il fiammeggiar delle cose unte
Muoversi pur su per l' estrema buccia;
Tal era lì da' calcagni alle punte. 30
Chi è colui, Maestro, che si cruccia,
Guizzando più che gli altri suoi consorti,
Diss' io, e cui più rossa fiamma succia ? 33
Ed egli a me : se tu vuoi, eh' io ti porti
Laggiù per quella ripa che più giace ,
Da lui saprai di sé e de1 suoi torti. 36
Ed io: tanto m'è bel quanto a te piace:
Tu sei signore, e sai eh' io non mi parlo
Dal tuo volere, e sai quel che si tace. 39
Allor venimmo in su l' argine quarto:
Volgemmo, e discendemmo a mano stanca
Laggiù nel fondo foracchiato ed arto. 42
E il buon Maestro ancor dalla sua anca
Non mi dipose, sii) mi giunse al rotto
Di quei che sì piangeva con la zanca. 45
0 qual che sei , che il di su tien di sotto ,
Anima trista, come pai commessa,
Cominciai io a dir, se puoi, fa motto. 48
lo stava, come il frate, che confessa
Lo perfido a s sassi n che, poi eh' è fitto,
Richiama lui , perchè la morte cessa. 51
Ed ei gridò: sei tu già costì ritto,
Sei tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto. 54
Sei tu sì tosto di queir aver sazio,
CANTO XIX. 453
Per lo qual uon temesti torre a inganno
La bella Donna, e di poi farne strazio ? 57
Tal mi fec' io quai son color che stanno,
Per non intender ciò eh' èlor risposto,
Quasi scornati, e risponder non sanno. 60
Allor Virgilio disse: dilli tosto,
Non son colui , non son colui che credi :
E io risposi come a me fu imposto. 63
Per che lo spirto tutti storse i piedi :
Poi sospirando, e con voce di pianto,
Mi disse : dunque che a me richiedi ? 66
Se di saper chi io sia ti cai cotanto ,
Che tu abbi però la ripa scorsa,
Sappi eh' io fui vestito del gran manto: 69
E veramente fui figliuol dell' orsa,
Cupido sì, per avanzar gli órsatti,
Che su l'avere, e qui me misi in borsa. 72
Di sotto al capo mio son gli altri tratti ,
Che precedetter me simoneggiando ,
Per le fessure della pietra piatti. 75
Laggiù cascherò io altresì, quando
Verrà colui, eh' io credea che tu fossi,
Allor eh' io feci il subito dimando. 78
Ma più è il tempo già, che i pie mi cossi,
E eh' io son stato così sottosopra,
Ch' ei non starà piantato co' pie rossi ; 81
Che dopo lui verrà di più laida opra,
Di ver ponente, un Pastor senza legge,
Tal che convien che lui e me ricopra. 84
Nuovo Jason sarà, di cui si legge
Ne' Maccabei ; e come a quel fu molle
454 INFERNO
Suo re, così fia a lui chi Francia regge. 87
lo non so s' io mi fui qui troppo folle,
Ch' io pur risposi lui a questo metro:
Deh or mi di' quanto tesoro volle 90
Nostro Signore in prima da San Pietro,
Che ponesse le chiavi in sua balia ?
Certo non chiese, se non: viemmi dietro. 93
Né Pier né gli altri tolsero a Mattia
Oro o argento, quando fu sortito
Nel luogo, che perde F anima ria. 96
Però ti sta, che tu se' ben punito ;
E guarda ben la mal tolta moneta,
Ch' esser ti fece contro a Carlo ardito. 99
E se non fosse che ancor lo mi vieta
La riverenza delle somme chiavi,
Che tu tenesti nella vita lieta, 102
lo userei parole ancor più gravi;
Che la vostra avarizia il mondo attrista,
Calcando i buoni e sollevando i pravi. 105
Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
Quando colei, che siede sovra F acque,
Puttaneggiar coi Regi a lui fu vista : 108
Quella, che con le sette teste nacque,
E dalle dieci corna ebbe argomento,
Fin che virtute al suo marito piacque. 1 1 1
Fatto v' avete Dio d' oro e d' argento :
E che altro è da voi all' idolatre,
Se non eh' egli uno, e voi n' orate cento ? 114
Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
Non la tua conversion , ma quella dote
Che da te prese il primo ricco patre ! 117
CANTO XIX. 455
E mentre io gli cantava coiai note,
0 ira o coscienza che il mordesse ,
Forte spingava con ambo le piote. 130
lo credo ben che al mio duca piacesse,
Con sì contenta labbia sempre attese
Lo suon delle parole vere espresse. 133
Però con ambo le braccia mi prese;
E poi che tutto su mi s' ebbe al petto ,
Rimontò per la via onde discese: 126
Né si stancò d' avermi a sé ristretto,
Sin mi portò sovra il colmo dell' arco,
Che dal quarto al quinto argine è tragetto. 129
Quivi soavemente pose il carco,
Soave per lo scoglio sconcio e erto,
Che sarebbe alle capre duro varco:
Indi un altro vallon mi fu scoverto. 133
COMMENTO DI BENVENUTO
simonia, e simoniaci castigati nella terza bolgia. In quat-
tro parti generali può dividersi il canto: nella prima — pena
de' simoniaci: nella seconda — un pontefice simoniaco chi e
maestro ecc. nella terza—*, il detto pontefice nomina altri si-
moniaci sedi sapere ecc. nella quarta ed ultima, imprecazione
contro la simonia pervertitrice del mondo io non so ecc.
Simon mago giudeo, fin dalla prima gioventù fu istruito
in filosofia, astrologia, e negromanzia. Avendo visto s. Pietro,
e gli altri Apostoli operare cose maravigliose, e resuscitare i
morti , e non potendo col suo sapere ed arte giungere a tanto,
avido di fama, pensò di ottenere consimili poteri per grazia,
e recatosi con molto denaro dimandò a s. Pietro, che gli ven-
desse la grazia dello Spirito Santo. San Pietro arretrandosi ris-
456 INFERNO
pose — tienti il tuo denaro io perdizione dell' anima tua —
Simon mago d'allora in poi denigrava s. Pietro, finché av-
vilito, ed oppresso si piegò, e venerò gli Apostoli. Fu dunque
Simon mago il primo del nuovo Testamento che tentasse com-
prare le cose sacre ad oggetto anche di rivenderle altrui o Si-
mon mago così chiamato perchè esercitava negromanzia o mi-
seri seguaci simoniaci che le cose di Dio le cose sacre, e re-
ligiose che detto esser spose di bontate che debbono appar-
tenere solo ai buoni, e virtuosi, il perchè si vieta al bigamo
addivenir sacerdote, in quanto Gesù Cristo ebbe una sposa
sola la Chiesa e voi rapaci e voi rapite adulterate e commet-
tete adulterii, dandole a uomini indegni, e viziosi per oro e per
argento non al merito della persona, ma al possessor del de-
naro. Chi marita una donna, suol darle una dote; questi air in-
contro mal maritando la Chiesa ricevono regali, e denaro or
convien che la tromba soni per voi ora i miei carmi parle-
ranno di voi pero che nella terza bolgia state.
Già eravamo smontati de lo scoglio alla seguente tomba
alla terza bolgia che dicesi a ragione tomba, perchè in essa
sono sepolti i simoniaci in quella parte che a punto piomba
sopra il mezzo fosso la metà del ponte corrisponde esatta-
mente e perpendicolarmente alla meta della valle, o Stimma
Sapienza o sapienza divina quanta e larte maravigliosa che
mostri in Cielo nei diversi gradi di gloria degli angeli, e
beati in terra enei mal mondo nell'inferno de' viventi, e
nelP inferno dei morti e quanto giusto quanta giustizia tua
virtù comparte distribuisce, dando equamente a ciascuno
quanto si merita! La pena de' simoniaci consiste nelP essere
sepolti in buchi rotondi scavati nel suolo o riva colla testa in
giù, e i piedi insù. Essendole piante de' piedi continuamente
bruciate dal fuoco, essi agitano furiosamente le gambe, ed i
CANTO XIX. 457
piedi fuori del sepolcro. Pena condegna, perchè costoro avreb-
bero dovuto contemplare il cielo, e meditare sulla legge di
Cristo che professarono, ed essi al contrario s'immersero to-
talmente nelle cose terrene; quindi stan bene col capo sot-
terra, ed i piedi al cielo che sprezzarono: va bene che cer-
chino sotterra Toro, eie gemme, dacché non vollero tesoriz-
zare in cielo. I piedi figurano le affezioni, che per V ardenza
loro continuamente si agitano, io vidi la petra livida piena
di fori — tutti dun largo i fori erano tutti rotondi, e capaci
di un uomo soltanto e ciascun era tondo per le coste per gli
argini, o rive e per lo fondo di quella terza bolgia. In Fio-
renza, nella Chiesa di s. Giovanni Battista patrono, e presso
al fonte battesimale erano alcuni pozzetti scavati nel marmo,
rotondi, posti in giro, e capaci soltanto di una persona, e ne'
quali solevano mettersi colle gambe i sacerdoti nell' atto di
battezzare i bambini, per più liberamente esercitare l'uffi-
cio loro in tempo di concorrenza, non avendo la popolosa
Fiorenza che un solo battistero, come uno solo ne ha Bolo-
gna, non mi parean meno ampli ne maggiori — che quei che
son nel mio bel san Giovanni giacché al dire de1 fiorentini
era una volta il tempio di Marte, ed anche ora non mostra di
essere un tempio cristiano, perchè rotondo, angolato, ottagono.
Non so per altro, se questo sia argomento di verità, perchè
un tempio cristiano simile si trova in Parma città lombarda
fatti per luoghi de battezzatori Dante per incidenza fa men-
zione di un caso singolare accaduto in questo luogo. Alcuni
ragazzi facevan bordello nella piazza di san Giovanni presso
del battistero, ed uno d' essi entrò in uno di que' pozzetti di
marmo: ma entrato che fu, rimase tanto chiuso e stretto nelle
membra, che non valeva né arte, né trovato per cavamelo.
Si mise il ragazzo a gridare, e lo stesso facondo i compagni
458 INFERNO
ben presto accorse un'immensità di persone. Niuno potendo,
o sapendo soccorrere quel meschino, sopravenne Dante, uno
de' priori reggenti , che veduto il grave pericolo del fanciullo,
ordinò che gli fosse portata una mannaia, colla quale egli slesso
battendo nel marmo, lo ruppe a modo di liberarne quel mise-
ro, che si era nel pozzetto cacciato l un di quali Y uno de'quali
fori , o pozzetti rupp io per un che v anegava dentro come
superiormente si è detto, et questo sia suggello sia prova, e
dimostrazione eh ogni uomo sganni che disinganni ognuno,
perchè fu rotto da me a buon fine, cioè per liberare il fan-
ciullo che dentro vi sarebbe morto, ma non mai per disprezzo,
o violazione di sacra cosa. In san Giovanni di Fiorenza esistono
ancora que'fori nel marmo ed in detti fori si mettono i sacer-
doti nel ministrare il battesimo, come ne' fori infernali sono
quelli, che trafficarono sulle cose sacre i primi coi piedi in
giù, questi co' piedi in su.
Li piedi et de le gambe infino al grosso le gambe fino alla
polpa soperchiava stava fuori fuor de la bocca a ciascun fuori
della bocca di ciascun foro e l altro il resto del corpo stavo den-
tro nascosto, e sotto terra dentro del foro e le piante entrambi e-
rano accese a tutti cioè arse da fiduntneperche le giunte le giun-
ture t/utezavan si forte così si agitavano che arian spezzate
ritorte ritorte sono que'vinchi che servono al tiro de'carri et
strambe corde composte di virgulti, o paglie, colle quali si
stringono i corami in Barberia. Come i violenti superiormen-
te descritti agilavan le braccia, così i simoniaci agitavan le
gambe, il fiammeggiar le fiamme eccitate dai venti era li da
calcagni a le punte scorrevano per tutte le piante de' piedi
qual sole come avviene nella fiamma de le cose unte moversi
pur per la buccia estrema per la scorza tutta. Il fuoco corre
canto xix. 459
sempre verso il suo maggior nutrimento, e la fiamma correva
quindi per tutta la pianta dei piedi di que' pingui simoniaci.
Chi e maestro seconda parte generale, chi e colui che se cru-
cia chiesi a Virgilio, chi è colui che si tormenta guizzando più
che gli altri suoi consorti, che si agita più degli altri? Era
infatti Nicolò degli Orsini papa , ritenuto dall'autore simoniaco
e cui fiamma più rossa succia fiamma più ardente dissecca, ed
abbrustolisce le piante? et elli a me Virgilio mi rispose tu sa-
perai da lui di se saprai da lui stesso chi egli sia et de suoi torti
e delle sue colpe se tu vuoi che ti porti la giù da questo ponte
alto a quella bassa pianura per quella ripa che più giace per
la costa meno ripida, et io a lui dissi tanto m e bello volen-
tieri acconsento a quanto a te piace perchè tu signore devi
comandare, non curando se, o no mi piaccia e sai eh io non
mi parto dal tuo volere il mio volere sai eh' è voler tuo et
sai quello che si tace e conosci anche i miei interni pensieri.
Virgilio si offriva portar Dante vicino a que' simoniaci, per-
chè nella loro situazione non avrebbero potuto farsi sentire,
parlando, se non se a quelli cui fossero stati sopra, e vicinis-
simi, allor venimmo sul argine quarto alla fine del ponte
della terza bolgia, e che vien rotto dall'argine quarto, e di-
scesero per la riva interna più abbasso: volgemmo e discen-
demmo a mano stanca alla sinistra laggiù nel fondo forac-
chiato et arto nel piano foracchiato dai pozzi sudescritti. lo
buon maestro non mi dispuose ancora de la sua anclia dagli
omeri suoi, sui quali mi portava sin me giunse al rotto foro,
o pozzo di quel che si piangea con la zanca i simoniaci pian-
gono con le zanche, ossia colle gambe, perchè nella loro po-
sizione non hanno libero altro movimento per esprimere il
dolore, io cominciai a dire o quel che sie qualunque tu sia
die tieni l in su di sotto che tieni il capo sotterra, ed i piedi
460 INFERNO
volti al cielo — tu che corresti dietro alle cose terrene, sprez-
zando il cielo anima trista come palo commessa piantata
come un palo, e non sarai svelta giammai, ma ti torrai di luo-
go, quando un altro palo ti spingerà oltre fa motto s tu puoi
parla se puoi, dubitando che il potesse per la terra, che do-
veva chiudergli la bocca. Quando un malfattore è condannato
ad essere sepolto vivo, e si è fatto discendere col capo in giù
nella fossa scava la, se mai richiamasse il confessore per dirgli
altro peccato, o rivelargli un secreto, il confessore inchine-
rebbe il suo orecchio alla fossa per ascoltarlo; e cosi Dante
stava inchinato sul foro aspettando una risposta, e non respi-
rava quasi pel timore di non udirla io stava coir orecchio
presso la bocca del foro come l frate confessore che confessa
il perfido assassino il malfattore condannato ad esser sepolto
vivo che richiama lui richiama il confessore allontanatosi
dalla fossa dopo gli ultimi conforti poiché fido dopo esser
quasi sepolto perche la morte cessa perchè di poco ritarda la
morte, stando pronto l'esecutore a riempire di terra la fossa
— ovvero perche la morte la morte dell'anima cessa dopo la
confessione del peccato. — E questa seconda è migliore inter-
pretazione. Nicolò degli Orsini papa aveva letto in una pro-
fezia, od aveva saputo per rivelazione, che Bonifacio V4I1 a-
vrebbe tenuto il papato otto anni, e nove mesi.
E perchè Bonifacio vien supposto il secondo simoniaco,
cosi Dante finge che l'Orsini sentendo parlare Dante credesse in-
vece che fosse Bonifacio, tanto più che in quella bolgia non tro-
vansi che simoniaci, et ei papa Nicolò grido stupefatto o Boni-
facio se tu già costi ritto sei già venuto in questo luogo , a que-
sto castigo? e lo ripete due volte secondo il costume di quelli
che si maravigliano lo scritto la scritta profezìa che lessi mi
menti fu menzognera di parecchi anni. Bonifacio infatti morì
CANTO XIX. 46*
nel 1303, e Dante finge avere avuta questa visione nel 1300 , di
parecchi anni mi mentì di vari anni. L'autore, ritenendo Boni-
facio qual simoniaco, lo pone ancor vivente in questa bolgia, ed
ingegnosamente da un altro papa stimato anch'ei simoniaco gli
fa predire la pena. Bonifacio veramente non fu il papa, che
immediatamente successe a Nicolò, ma dall'autore creduto il
secondo simoniaco. Furono di mezzo due altri pontefici — Pa-
pa Martino di Tours — di coscienza illibata, e Celestino di
santa vita, e del quale già si parlò, se tu si tosto come sei ve-
nuto tanto presto! — Nell'anno 1294 radunati i cardinali in
Perugia, e molto pressati all'elezione del papa, perchè la
Santa Sede era stata vacante due anni, e non potendo combi-
narsi gli animi ad eleggere un cardinale del Collegio, final-
mente si determinarano di scegliere un sant'uomo. Pietro di
Morone, dell'Abruzzo, che aveva raccolti vari monaci , ed erasi
con essi ritirato sul monte Morone sopra Sulmona per menar
vita di rigida penitenza. Si chiamò Celestino V: creò dodici
cardinali nel mese di settembre, per la maggior parte oltre-
montani, ad istanza di Carlo II, locchè operalo, andò insieme
colla sua corte a Napoli. Era uomo semplice, illetterato, e cre-
devasi incapace a tanto incarico; tentava quindi ogni mezzo
per deporlo. E fra i cardinali, cui si apriva, trovavasi Bene-
detto d'Anagni città della Campania uomo astutissimo, pe-
rito d'affari, e conoscitore delle altre corti: affettava un con-
tegno il più umile, e riservato. Nascostamente esplorò il sen-
timento di Carlo, e degli altri cardinali, ed avuta certezza che
tutti bramavano di cambiare un tal pastore, tanto si adoprò
con Celestino, che lo persuase a firmare una decretale, in forza
della quale, ogni papa, sull'esempio di Clemente I, potesse
rinunciare al papato. Dopo del che Celestino nel dì della fe-
sta di santa Lucia, in presenza de' cardinali, spogliandosi de*
462 IftFBRNO
gli abiti pontificali, rinunciò solennemente al papato, dopo un
regno di cinque mesi, ed otto giorni , e corse frettoloso alla pe-
nitenza dell' eremo suo. Bla Bonifacio lo forzò a restare in quel
ritiro, e secretamante tradurre nella rocca di Sulmona, affin-
chè vivente non fosse d'ostacolo alla propria elezione. Molti
fra i cristiani difatto sostenevano che Celestino fosse tuttora il
vero e legittimo Pontefice non ostante la fatta rinuncia, per-
suasi che una tal dignità come direttamente venuta da Dio,
non possa dall' uomo rinunciarsi, e sebbene Clemente I avesse
fatto altrettanto, nulladimeno dai fedeli fu sempre tenuto per
papa, e dopo la morie dell'eletto, fatta la rinuncia, gli fu for-
za riassumere la tiara. Celestino dopo tale disastro poco visse,
e fu sepolto in piccola chiesa dell'ordine suo, e meschina-
mente posto sotterra oltre dieci braccia, perchè le di lui re-
liquie non potessero trovarsi. Nello slesso anno poi Bonifa-
cio, coli' aiuto di Carlo II, che aveva dodici cardinali da lui
dipendenti, i dodici creati da Celestino, fu eletto papa. Cor-
re voce che prima avesse tenuto a Carlo questo discorso —Mae-
stà, se Celestino papa ebbe il volere di giovarti nella guerra
di Sicilia, non ebbe però la capacità di farlo; ma se tu
vorrai che i cardinali tuoi amici eleggono me papa, io ti
servirò meglio, promettendoti con giuramento quanto sarà in
poter mio. — In seguito del che Carlo comandò ai cardinali
di dare il voto a Bonifacio. Così nella città di Napoli, e nella
vigilia del s. Natale fu eletto papa Bonifacio Vili. Tosto dopo
abbandonò Napoli, e si trasferì a Roma coi cardinali suoi, e
molto si adoprò per Carlo al conquisto della Sicilia. Bonifa-
cio era nobile di schiatta, grande di animo forse più che a sa-
cerdote convenga, imperioso, amante di decoro, dello stato,
e ricchezze della chiesa. Fu molto temuto per saga e ita, e po-
tere: molto denaroso agognando al guadagno, sempre dicen-
CANTO XIX. 465
do ch'era lecito, quanto risguardava la esaltazione della Chie-
sa. Fece i suoi parenti ricchissimi, e magnifici — 0 Bonifa-
cio se tu si tosto di quel aver sazio di quel gran tesoro per
lo qual per acquistare il quale non temesti di torre angarino
di togliere per frode la Chiesa dalle mani di Celestino la bella
donna la Chiesa bellissima sposa di Cristo e di poi farne stra-
zio disonestamente trattandola, e prostituendola. Alcuni vo-
gliono, che invece della Chiesa debba qui intendersi dalla Con-
tessa Margherita che Bonifacio diede in moglie ad un suo ni-
pote ; ma abbia egli , o no fatto tal matrimonio, Dante fuor di
dubbio parla della Chiesa a danno della quale Bonifacio acqui-
stò un immenso tesoro.
L' autore restò smarrito, e confuso a tale risposta io mi
fei tale quai son color che stanno quasi scornati quali resta-
no i delusi nelle più forti aspettative per non intender ciò eh e
lor risposto essendo la risposta strana alla dimanda, e per-
ciò risponder non sanno. Allora Virgilio vedendomi stare sos-
peso, e dubbioso disse dille tosto prestamente non son colui
non son colui che credi non son Bonifacio, che non è ancor
morto : sono un vivente, ma non simoniaco. Ed avendogli sug-
gerito Virgilio di rispondere nel modo di Niccolò, cioè ripe-
tendo due volte la inchiesta ed io risposi come a me fu im-
posto cioè che non era Bonifacio, perche lo spirto torse tutti
i piedi in segno d' ira, e di dolore poi mi disse sospirando
con voce di pianto dunche che a me richiedi dunque cosa
vuoi ? che ho io a fare con te ?
Se di saper terza parte generale. Dante avea prima detto
se puoi fa motto ed ecco la risposta sappi eh io fui vestito
del gan manto del manto di San Pietro Apostolo se te cale co-
tanto chio sia se hai tanto desiderio di conoscermi che tu ab-
bi pero la ripa corsa se per questo dalla costa difficile veni-
464 INFERNO
sti a questo fondo, e fui figlimi dell orsa Orsino figlio dell'orsa
veramente non sol di nome ma di fatti. L' orsa è animale fe-
roce , ed avido, così detta da urgendo di imo torti avido si
avido tanto per avanzar gli orsatti per guadagnar gli Or-
sini obbligandoli a me, e per arricchirli di beni e potere che
misi l avere in borsa su misi i beni in borsa su nel mondo et
misi me qui e mi condanna; in questo pozzo — ovvero — in
questo pozzo posi me nella borsa. Dante allude air esaltazio-
ne degli Orsini che avvenne neir anno 1286 quando fu eletto
papa Niccolò III degli Orsini di Roma, nomato prima Giovanni.
Costui chierico, e cardinale fu di buona vita, ma eletto papa
fu larghissimo per la sola propria casa. Creò sette cardinali
la maggior parte suoi attinenti , e fra questi ser Giacomo Co-
lonna, affinchè i Colonnesinon si mettessero nella parte degli
Amibaleschi suoi nemici, e fu creduta gran cosa, imperocché
i Colonnesi erano stati spogliati d' ogni benefizio ecclesiastico
da Alessandro III perchè favorirono le parli di Federico 1 con-
tro della Chiesa. Egli fece erigere nobili , e vasti palazzi vi-
cino a s. Pietro. Si fece donare il dominio della città di Bolo-
gna, e del contado della Romagna da Rodolfo re de' romani ,
perchè non era passato in Italia, come aveva promesso; qual
donazione non si ritenne poi valida, imperocché Rodolfo fu
impedito da altre brighe, e guerre proprie, e non potè ve-
nire a Roma per ricevere la benedizione papale. Creò suo
nipote Bertoldo conte della Romagna e nominò legato il car-
dinal Latino figlio di sua sorella, gli altri e non nomina al-
cuno, perchè niuno fu tanto macchiate prima di lui che pre-
cedette? me simonizzando mercanteggiando le cose sacre
sono tratti di sotto al mio capo più non lasciano traccia ,
o memoria di loro macchia dacché io venni piatti per la
fessura della petra nascosti in terra più di Celestino, il
CANTO XIX. 465
cui corpo si mise dieci braccia sotterra, mentre l'anima Vo-
lava al Cielo, all'incontro di costoro, che nell'Inferno son
piantati come pali, mentre nel mondo hanno magnifici se-
polcri io altresì cercherò la giù sotto terra sopra gli altri quan-
do verrà colui Bonifacio cui io credea che fossi allor eh io feci
il subito dimando quando maravigliato per la novità della cosa
subito chiesi — sei tu già qui Bonifacio? E con ciò vuol Dante
significare, che, a norma che cresce l'avarizia, cresce anche
la simonia; dopo un simoniaco ne viene altro, il quale copre
la infamia del primo. Finge pertanto, che Niccolò copra ogni
suo predecessore, perchè al di lui arrivo spariva la memoria
degli antecessori, e spariva la propria al comparire di Boni-
facio, e dopo Bonifacio verrà un francese che coprirà la si-
monia di tutti gli altri. Del pari poi che ogni eresia ha un'arca
che contiene il capo, e tutti i seguaci, così i simoniaci, che
hanno tanto rapporto cogli eretici, hanno il foro, o pozzo
proprio, e dopo un simoniaco altro venendo, il primo vada
sempre più innanzi. Dante non fece menzione che di Anasta-
sio, e di pochi altri pontefici, ad oggetto specialmente di
mostrare quanto sia grande il potere dell' avarizia , se som-
merte perfino qualche rettore del mondo.
Dopo la morte di Bonifacio fu eletto papa Benedetto XI
di Treviso, fatto cardinale dallo stesso Bonifacio, che lo a-
veva conosciuto dotto e virtuoso. Ma visse, e regnò soltanto
otto mesi e mezzo, e morì di veleno, come pretendono alcuni.
Morto Benedetto, e sepolto in Perugia, sorse gran disparere
fra i cardinali divisi in due parli quasi uguali nel potere. Capo
dell' una era ser Matteo Rosso degli Orsini con ser Francesco
Guaitano nipote di Bonifazio: capo dell'altra era ser Napo-
leone degli Orsini, ed il cardinal Nicola del Prato, frate pre-
dicatore, uomo erudito e prudente, che tentava rimettere i
Rambaldi — Voi. i. so
466 INFERNO
Colonnesi. Stettero i cardinali otto mesi in conclave, e non
potendo convenire ed accordarsi, il cardinal Pratese sagacis-
simo segretamente persuase ser Francesco Guaitano di eleg-
gere papa Raimondo de Gott arcivescovo di Bourges, nemico
del re di Francia per le offese che la propria famiglia avea
ricevute da Carlo di Valois fratello dello stesso re nella guerra
di Guascogna , giacché allora il cardinal Matteo degli Orsini
avrebbe acconsentito, ed il re di Francia Filippo il Bello era
amico de' Colonnesi, coli' aiuto de' quali si era disfatto di Bo-
nifazio. Locchè eseguito il cardinal Pratese col suo partito, e
senza che ne fosse avvertita la parte degli Orsini, mandò na-
scostamente, e con prestezza un messo a Parigi con lettere al
re, dicendogli, che se voleva ricuperare il suo stato per
mezzo della Chiesa, e rialzare i Colonnesi, si facesse da ne-
mico un amico nelT arcivescovo di Bourges, quale sarebbe
eletto papa dalla parte contraria , perchè lo riteneva nemico
del re. Filippo avvisò l' arcivescovo, che gli venisse incontro,
giacché egli moveva verso di lui per un affare di grande im-
portanza ed a lui vantaggioso. Dopo sei giorni il re, e 1' arci-
vescovo erano insieme in un'abbazia, nella quale, udita messa,
Parcivescovo ed il re si giurarono fede a vicenda sopra Tal-
tare. Il re, premesse dolci parole, onde l'arcivescovo si ricon-
ciliasse col fratello Carlo di Valois — vedi, disse, o arcive-
scovo; sta in mia mano il farti papa se voglio: venni da te a
questo oggetto, e se prometti fare quanto ti dirò, in ricambio
ti metterò in quest' altezza — ed in prova mise fuori la lettera.
Allora il Guascone avidissimo, quasi stupido per la gioia, si
gettò ai piedi del re, e disse: maestà, ora ben conosco che
mi amate più che ogni altro nel mondo, e volete rendermi
bene per male. Tocca a voi comandare, a me l'ubbidire. Il re
allora si alzò, e baciatolo in bocca soggiunse: ecco quanto
CANTO XIX. 467
voglio— che la Chiesa si riconciliiconme, e mi rimetta il de-
litto contro Bonifacio, ammettendo alla comunione me, ed i
seguaci miei: che non esiga per cinque anni le decime dal
mio regno, e siano a me cedute in compenso delle spese in-
contrate nella guerra di Fiandra: che tu debba distruggere,
e cancellare la memoria di Bonifazio: che tu renda il cardi-
nalato a Giacomo e Pietro Colonna: che tu distrugga l'ordine
de' Templari: che mi sia riservata una grazia da concedere a
suo tempo. — Allora l'arcivescovo giurò di far tutte le cose
sues presse, ed oltre a ciò diede in ostaggio il fratel suo, e due
nipoti. Il re air incontro giurò di farlo papa, e condusse seco
gli ostaggi sotto apparenza di amore e di conciliarli con Carlo
senza terra. Appena giunto a Parigi avvisò il cardinal Pratese,
ed i cardinali amici, ch'eleggessero ser Raimondo in ponte-
fice come ottimo amico, e trentacinque giorni dopo fu eletto
il papa designato dal redi Francia, cantando il Te Deuml'una
e l'altra parte nell'anno 1315 nel giorno 5 giugno, essendo
stata sede vacante dieci mesi, e ventisette giorni. Vedi dall'es-
posto, se la frode di questa elezione fosse maggiore di quella
di Bonifacio! Ma i cardinali eleggenti furono ben bene casti-
gati dal Guascone, che trasportò la sede oltremonte. Appena
gli si presentò Tatto dell'elezione, ei l'accettò con trasporto,
e subito citò i cardinali a trovarsi a Lione per la incoronazione
sua, assumendo il nome di Clemente V. Chiamò ad assistere
all'incoronazione il redi Francia, edi Aragona, e tutti i prin-
cipi francesi , dai quali i cardinali italiani restarono con-
fusi, ed oppressi; e Matteo Rosso, decano de' cardinali, sco-
perta la frode dell'elezione disse al cardinal Pratese — giun-
gesti a quanto desideravi, ma tardi tornerà la sede papale in
Italia — rivolto poi al cardinale Napoleone aggiunse — oh mi-
sero, ed infelice! oggi hai fatto capo del mondo chi non ha
468 INFERNO
capo. — Successe la incoronazione di Clemente in Lione, il gior-
no 8 novembre, in presenza del re di Francia, che fu comu-
nicato da) papa secondo i concerti, restituendolo ad ogni ono-
re e dignità, delle quali Bonifacio lo aveva privato. Gli donò le
decime del regno per cinque anni, e per insistenza dello slesso
re creò dodici cardinali guasconi, e francesi tutti amici, ed
ubbidienti al re. Restituì agli onori, e dignità i due cardinali
Colonna. Queste cose operate, partì coir intera corte alla sua
sede in Bourges, dove i cardinali, e gli altri italiani furono
maltrattati dai guasconi, e francesi, che tutto maneggiavano,
e reggevano. Non è dunque a maravigliarsi se fra i simoniaci
Dante ponesse questo pontefice, che aveva conosciuto al tempo
suo — Nicolò degli Orsini dice inoltre che Bonifacio starà poco
piantato ma el tempo che i pe me cossi per la fiamma che so-
pra vi scorse eh io son stato cosi sotto sopra piantato col capo
in giù e già più era stato dieci anni in quel pozzo che l Bo-
nifazio non stara piantato con i pie rossi bruciati, arrostiti
che uno pastore Clemente predetto di più laid opra più si-
moniaco di Bonifazio sanza legge senza freno verrà dopo lui
dopo Bonifacio di ver ponente di Francia, o da Occidente tal
che convien che ricopra lui e me la di lui simonia coprirà
quella di Bonifacio, e la mia.
Abbiamo dal libro dc'Maccabei cap. X che, morto Seleuco
re della Siria, e successo Antioco soprannomato il nobile, Iaso-
ne (fratello di Oria, sommo sacerdote, ed ottimo per costumi)
per la smania di ottenere il sommo sacerdozio, pregò calda-
mente Antioco re, e promise ingente massa di denaro, quando
l'avesse ottenuto. E l'ottenne; ma ridusse il rito, come quello
de' gentili , comettendo le maggiori enormità. Pose sotto la
rocca del tempio un ginnasio, ossia luogo per giochi: ne' lupa-
nari obbligò che abitassero le più oneste persone. E sul di lui
CANTO XIX. 469
esempio, cominciarono allora i sacerdoti a farsi vedere nelle
palestre, ne' tea tri, ne'postriboli. lasone finalmente tre anni
dopo fu spogliato del sommo sacerdozio, e scacciato dal tem-
pio, e dal regno. Ecco perchè Niccolò dice che quel pontefice
sarà novo lason un altro lasone di cui si legge ne Macabei
libro secondo e chi regge Francia il re Filippo fia molle a
lui gli sarà protettore cosi come suo re come Antioco fo mol-
le fu a lasone tanto condiscendente — lasone simoniacamen-
te ottenne da Antioco il sommo Sacerdozio, ed oppresse, e
deturpò la santa terra: del pari Clemente simoniacamente eb-
be il pontificato dal re Filippo, e conculcò la santa Chiesa do-
po di Bonifacio. Comparazione propria da re a re, da sacer-
dote sommo ad altro sommo sacerdote, e come sotto Jasone
si fece di un tempio un postribolo, e furon guasti coir esem-
pio gli altri sacerdoti, così sotto Clemente si ridusse a ludi-
brio la Chiesa, e la corte fu resa dissoluta, e simoniaca: tutto
barattavano secondo Ricobaldo nella Cronaca ferrarese par-
lando di questo tempo come si dirà nel Paradiso canto XXVII.
Io non so quarta parte generale io non so s io mi fui
qui troppo folle troppo temerario a così parlare eh io pur ri-
sposi lui a questo metro a questo modo deh or mi di depre-
cativamente — dimmi , ti prego quanto tesoro volle Mon-
signor Gesù Cristo da san Petro il primo papa in pria che
ponesse le chiavi in sua balia pria che ponesse in sue mani
le chiavi del Paradiso? — Di queste chiavi si dirà nel Purga-
torio canto IX. certo noti chiese se non viemmi dietro segui la
mia dottrina, la mia povertà, la mia umiltà, e perciò s. Pietro
nell'atto di assistere un malato diceva — non ho né argento , né
oro, ma tutto che ho, ti do. ne Pietro primo pontefice negli al-
tri apostoli tolsero a Mattia all'apostolo Mattia oro o argento
quando fu sortito eletto per sorte al loco che perde l anima
470 INFERNO
ria T anima rea di Giuda. Mattia fu eletto in luogo di Giuda,
come si ha dagli Atti degli apostoli. Niccolò per più innal-
zare la propria famiglia tentò di dare in moglie una propria
nipote al nipote di Carlo primo di Francia. Si dice, che Carlo
gli rispondesse — benché tu abbia le calze rosse, il sangue
di tua nipote non può esser degno di mischiarsi col nostro. —
Sdegnato per tale ripulsa Niccolò gli tolse il titolo di senatore
di Roma, e di vicario di Toscana, avuto dalla Chiesa: accon-
sentì alla ribellione della Sicilia, aiutando Giovanni di Preci-
da, della qual ribellione si dirà nel canto Vili del Purgatorio
pero ti stali sta bene questa pena e guarda ben conserva bene
lamal tolta moneta che illecitamente avesti per tal ribellione,
imperocché se Carlo sdegnò d'imparentarsi teco, non era que-
sta ragione che tu acconsentissi, e concorressi ad un atto cru-
dele, e proditorio eh esser ti fece contra Carlo ardito. Quan-
tunque Niccolò desiderasse la distruzione di Carlo, pure non
avrebbe ardito di aiutare il tradimento della Sicilia, se non
fosse stato spinto dal molt' oro, che ritrasse dal prestato con-
corso, et io isserei parole ancor più gravi contro di te, e contro
altri se non fosse che mei vieta me lo proibisce la reverentia
de le somme chiavi che tu lenisti ne la vita lieta il rispetto
delle chiavi del Paradiso che avesti in potere, quando vivevi:
che la vostra avaritia l mondo attrista perchè V avarizia vo-
stra guasta l'ordine, e la giustizia, e sconvolge l' intero mon-
do, calcando i boni e sollevando i pravi opprimendo i buo-
ni, e dando premi agi' indegni.
A confermare il suo detto l'autore qui riporta una profezia
che torna mirabilmente al proposito. San Giovanni relegato in
Patmos scrisse l'Apocalisse, che si tiene da tutti pel libro delle
rivelazioni. Profetizzando sotto il velo di ardite figure ci predi-
ce, ed avvisa di molti eventi futuri. É difficile la interpretazione
CANTO XIX. 471
di tal libro, ed il senso, ovvero l'allegoria può trarsi a molte
parti al pari delle visioni di Daniele. Tra le altre s. Giovanni al
e. 17 scrive che un Angelo parlò con lui così — vieni , e vedrai
la pena di gran meretrice, la quale siede sopra molte acque: con
lei peccarono di fornicazione i re della terra, ed i popoli s'ine-
briarono del vino della di lei prostituzione. -E mi trasportò col-
lo spirito in un deserto: e vidi matrona sedente sopra di bestia
rossa con sette teste, e dieci coma: e la matrona aveva palu-
damento di porpora, ornamenti d'oro, di pietre preziose, e di
margarite: teneva in mano un nappo d'oro pieno di abbomi-
nazione, e d' immondezze di sua fornicazione: in sulla fronte
aveva scritto — Babilonia madre di fornicazione — abbomina-
zione della terra — Vidi pure una donna ebradel sangue dei
martiri — stupii scorgendola distinta, ed ammirala. — Sosten-
gono molti, che in tale visione si abbia di mira Babilonia an-
tica, da cui nascerà l'Anticristo. Ma l'autore invece ritie-
ne in essa figurata la corte romana, con cui peccarono di
adulterio i re, e principi della terra, mercanteggiando sulle
cose divine, spirituali, e temporali. La bestia su cui siede la
donna figura la Chiesa di Dio militante, che nelle sette teste
mostra i sette doni dello Spirito Santo o tre virtù teologa-
li, e quattro morali, e nelle dieci corna i dieci precetti della
legge. É rossa perchè aspersa del sangue de' martiri: siede
sopra molte acque, figurando le acque, anche secondo 1' E-
vangelista, i popoli, e le nazioni cui Roma impera; ed il no-
vissimo poeta Petrarca ritiene che la gran Babilonia sia Avi-
gnone nelle Gallie, non per grandezza di circuito , ma per ismi-
surata ambizione. Veramente dessa è la madre di fornicazio-
ne, lussuria, ebrietà, ed immondezza, e siede fra le acque
rapaci del Rodano, e Sorga. I redimiti di porpora, d'oro,
d'argento, e di gemme , sono ebri del sangue de'martiri. Ma
472 INFERNO
li arriverà il castigo minacciato dall' Angelo, come nel canto
ultimo del Purgatorio. San Giovanni stupì della propria vi-
sione, come Dante si maravigliò della visione sua, dicendo el
Vangelista Giovanni s accorse di voi pastori nell' Apocalisse
quando colei che sede sopra tacque la gran meretrice sedente
sopra molt' acque, o molti popoli cristiani fu vista a lui ap-
parve a lui puttaneggiar coi re. Siede la bestia rossa quella
che naque con le sette teste et ebbe augmento dalle dieci
coma come le corna adornano, e difendono, così i precetti
della legge divina ornano, e difendon la Chiesa finche virtute
un pastor virtuoso piacque al suo marito piacque a Cri-
sto marito della Chiesa. Sostengono alcuni, che le teste, e le
corna stesser salde sino alla donazione di Costantino, ma in
seguito la bestia gettasse le antiche teste, e corna, e ne assu-
messe di nuove, cioè i sette vizi capitali, coi quali violò i die-
ci precetti, e si creò gli Dei coir argento, e coli' oro. Ma ciò
non sembra essere giustificato dal fatto, imperocché tosto do-
po tal donazione i prelati non si depravarono, invece furono
sapienti, e santi — s. Gregorio papa — s. Girolamo cardina-
le— s. Agostino — s. Ambrogio vescovi — e così molti altri.
Ma, trascorsi vari secoli, alcuni di essi impinguati, ed oltremo-
do arricchiti incominciarono a deviare dal retto sentiero, come
accade in ogni potere, che ha origine buona, ma a poco a
poco si guasta, e cade. Costantino non può addebitarsi che di
causa remota.
Ahi Costantin de quanto mal fu matre quanto male ca-
gionò non la tua conversione si convertì Costantino alla ve-
ra fede molto innanzi nell'età, ma quella dote ma quella dona-
zione che da te prese prima il ricco patre papa Silvestro
che avendoti guarito dalla lebbra corporale e spirituale, tu
volesti compensare qual medico, e mentre li cantava tali
CANTO XIX 473
note mentre io così diceva quello spingava con ambo le piote
fuori del consueto agitava i piedi o ira o coscientia che l mor-
desse o sdegno, o coscienza pungesse Niccolò, io non so sio
foi qui troppo folle non so bene se fui troppo temerario così
dicendo; ma avendo Virgilio sempre taciuto ne interpretai
il tacito consenso io credo ben che l suon de le parole vere
espresse dette con verità, e libertà di espressioni piacesse al
duca mio a Virgilio con si contenta labbia sempre attese per-
chè stette sempre intento, e non mostrò segno di riprovazione.
Pero mi prese con ambe le braccia Dante non aveva po-
tuto discendere per sé solo al fondo della valle, e molto meno
avrebbe potuto ascendere per la riva rimonto per la via onde
discese la meno ripida che ivi fosse poiché mi s ebbe tutto al
pedo dacché m'ebbe di peso sul petto ne si stanco d avermi
a se distretto né si stancò di tenermi strettamente colle brac-
cia sin men porto sopra l colmo de larco nel colmo di questo
ponte eh e tragetto qual ponte è passaggio dal quarto argine
al quinto espose l carco depose me grave perchè vivente quivi
nel colmo del ponte dolcemente per non farmi male soave
per lo scoglio sconcio et erto ponte scabro, ed alto che sarebbe
duro varco alle capre. Così Dante fa presentire la difficoltà
della materia seguente, indi dal colmo di quel ponte uno altro
vallone mi fu scoperto altra valle, o bolgia sotto del ponte si
offerse agli occhi miei.
CANTO XX.
TKSTO MODERNO
Di nuova pena mi convien far versi ,
E dar materia al ventesimo canto
Della prima canzon , eh' è de' sommersi. 3
lo era già disposto tutto quanto
A risguardar nello scoverto fondo,
Che si bagnava d'angoscioso pianto: 6
E vidi gente per lo vallon tondo
Venir tacendo e lagri mando, al passo,
Che fanno le letane in questo mondo. 9
Come il viso mi scese in lor più basso,
Mirabilmente apparve esser travolto
Ciascun tra il mento e il principio del casso: 12
Che dalle reni era tornato il volto,
E indietro venir li con venia,
Perchè il veder dinanzi era lor tolto. 15
Porse per forza già di parlasia
Si travolse così alcun del tutto:
Ma io noi vidi, né credo che sia. 18
Se Dio ti lasci, Lettor, prender frutto
Di tua lezione, or pensa per te stesso,
Com'io potea tener lo viso asciutto, 21
Quando la nostra imagi ne da presso
Vidi sì torta, che il pianto degli occhi
Le natiche bagnava per lo fesso. 24
CANTO XX. 475
Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi
Del duro scoglio , sì che la mia scorta
Mi disse: ancor se' tu degli altri sciocchi? 27
Qui vive la pietà quando è ben morta:
Chi è più scellerato di colui ,
Che al giudicio divin passion comporta? 30
Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
S'aperse, agli occhi de'Teban, la terra,
Quando gridavan tutti: dove rui 33
Anfiarao? perchè lasci la guerra?
E non restò di ruinare a valle
Fino a Minos, che ciascheduno afferra. 36
Mira, che ha fatto petto delle spalle:
Perchè volle veder troppo davante,
Dirietro guarda, e fa ritroso calle. 39
Vedi Tiresia, che mutò sembiante,
Quando di maschio femmina divenne,
Cangiandosi le membra tutte quante: 42
E prima poi ribatter le convenne
Li duo serpenti avvolti con la verga
Che riavesse le maschili penne. 45
Aronta è quel che al ventre gli s'atterga,
Che ne' monti di Luni, dove ronca
Lo Carrarese che di sotto alberga, 48
Ebbe tra bianchi marmi la spelonca
Per sua dimora; onde a guardar le stelle
E il mar non gli era la veduta tronca. 51
E quella che ricopre le mammelle
Che tu non vedi, con le treccie sciolte,
E ha di là ogni pilosa pelle, ' 54
Manto fu, che cercò per terre molte;
476 INFERNO
Poscia si pose là, dove nacqu'io:
Onde un poco mi piace che m' ascolte. 57
Poscia che il padre suo di vita uscio,
E venne serva la città di Baco,
Questa gran tempo per lo mondo gìo. 60
Suso in Italia bella giace un laco
A pie dell'Alpe, che serra Lamagna,
Sovra Teriolo, e ha nome Benaco. 63
Per mille fonti e più, credo, si bagna,
Tra Garda e Val Camonica, Pennino
Dell'acqua che nel detto lago stagna. 66
Luogo è nel mezzo là, dove il Trentino
Pastore, e quel di Brescia, e il Veronese
Segnar potria, se fesse quel cammino. 69
Siede Peschiera, bello e forte arnese
Da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi ,
Ove la riva intorno più discese. 72
Ivi convien che tutto quanto caschi,
Ciò che in grembo a Benaco star non può,
E fassi fiume giù pei verdi paschi. 75
Tosto che T acqua a correr mette co,
Non più Benaco, ma Mincio si chiama
Fino a Governo, dove cade in Po. 78
Non molto ha corso, che trova una lama,
Nella qual si distende e la impaluda,
E suol di state talora esser grama. 81
Quindi passando la vergine cruda
Vide terra nel mezzo del pantano,
Senza cultura, e d'abitanti nuda. 84
Lì, per fuggire ogni consorzio umano,
Ristette co* suoi servi a far sue arti,
CANTO XX. 477
E visse, e vi lasciò suo corpo vano. 87
Gli uomini poi, che intorno erano sparti,
S'accolsero a quel luogo, ch'era forte
Per lo pantan che avea da tutte parti. 90
Fer la città sovra quell'ossa morte;
E per colei, che il luogo prima elesse,
Mantova l'appellar senz' altra sorte. 93
Già fur le genti sue dentro più spesse,
Prima che la mattìa di Casalodi,
Da Pinamonte inganno ricevesse. 96
Però t'assenno, che se tu mai odi
Originar la mia terra altrimenti,
La verità nulla menzogna frodi. 99
E io: Maestro, i tuoi ragionamenti
Mi son sì certi, e prendon sì mia fede,
Che gli altri mi sarian carboni spenti. 102
Ma dimmi della gente, che procede;
Se tu ne vedi alcun degno di nota:
Che solo a ciò la mia mente rifiede. 105
Allor mi disse : quel che dalla gota
Porge la barba in su le spalle brune,
Fu (quando Grecia fu di maschi vota 108
Sì che appena rimaser per le cune)
Augure, e diede il punto con Calcanta
In Aulide a tagliar la prima fune. 1 1 1
Euripilo ebbe nome; e così il canta
L'alta mia Tragedia in alcun loco:
Ben lo sai tu, che la sai tutta quanta. 114
Quell'altro che ne' fianchi è così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
Delle magiche frode seppe il giuoco. 117
478 INFERNO
Vedi Guido Bonatti, vedi Asdente,
Che avere inteso al cuoio ed allo spago
Ora vorrebbe, ma tardi si pente. 120
Vedi le triste, che lasciaron l'ago,
La spola, e il fuso, e fecersi indovine;
Fecer malia con erbe e con imago. 123
Ma vienne ornai, che già tiene il confine
D'amenduo gli emisperi, e tocca Tonda
Sotto Sibilia, Caino e le spine. 126
E già iernotte fu la Luna tonda:
Ben ten dee ricordar, che non ti nocque
Alcuna volta per la selva fonda.
Sì mi parlava, ed andavamo introcque. 130
COMMENTO DI BENVENUTO
Astrologi, e loro pena in questa prima parte del canto:
nella seconda parte tratta specialmente di alcuni astrologi an-
tichi drizza la testa ecc. nella terza descrive Mantova patria
di Virgilio poscia che ecc. nella quarta Dante tornando alla
prima materia descrive altri astrologi antichi, e moderni ma
dimmi ecc.
El miconvien far versi cantare di nova pena di nuovo
tormento, non solo diverso dagli altri, ma anche da me tro-
vato, e non imaginato né da Virgilio, né da Omero e dar ma-
teria al ventesimo canto — eh e de sommersi il canto riguarda
gli Astrologi che sono qui sommersi. Alcuni leggono eh io dis-
somersi cioè trassi fuori, scoprii, trassi a luce, dacché nulla
prima si era detto di essi; ma la prima interpretazione è mi-
gliore. Ma obbietterai, e come possono dirsi sommersi tutti i
dannati, quando alcuni volano per aria, i lussuriosi? E rispon-
derò, diesi chiamano sommersi in quanto sono sotterra, seb-
CANTO XX. 479
bene in diversa posizione. Anche nelle carceri sotterranee del
mondo de* viventi i condannati sono in diversi luoghi, al pri-
mo, al secondo piano, e sotto terra. Dante finge pertanto, che
gli astrologi vadano lentamente pel fondo di una valle, ed
abbiano la faccia voltata al tergo continuamente piangendo.
— Lentamente, perchè gli astrologi procedono con lunghe
meditazioni sul moto de' pianeti, sul volo degli uccelli, sugli
intestini delle vittime ecc. e nulla si permettono, o fanno se
non in dati momenti, e nel frattanto son sospesi ed incerti.
— Se vai alla guerra tornerai vittorioso alla tal ora: se an-
drai nel Foro ti sarà fatale l' andata — e così d'altre risposte:
hanno faccia storta, tras versa, occhi raccolti e semiaperti per
vedere di lontano. Ma in questo luogo infernale hanno gli oc-
chi nel dorso, giacche gli astrologi son sempre ciechi, men-
dichi, e retrogradi: possono paragonarsi alle scimie, che
quanto più vanno avanti più vi mostrano il sedere. Non è
molto, che conobbi un astrologo famoso esser giunto a tanta
miseria, da non ardire più di mostrarsi in pubblico, e tanto di-
sperato che attentava alla propria vita, lo era già tutto quanto
disposto coli' occhio dell'intelletto a risguardar nel fondo
scoperto: gli adulatori, secondo quanto si vide, sono coperti
di sterco; i simoniaci sono sotterra col capo in giù ne' fori;
ma gl'indovini vanno scopertamente pel fondo della valle, o
bolgia che se bagna d angoscioso pianto che si bagna dalle
lagrime spremute dall'angoscia ; e vidi gente venir tacendo
perchè astratti e lacrimando perchè sventurati al passo con
passo misurato che tengono quelli che fanno le letane in que-
sto mondo andando processionai mente, ciascuno aparve es-
ser travolto mirabilmente sembravano mostri tra l mento e l
principio del casso nella parte eh' è tra il mento, ed il prin-
cipio del corpo, ossia per gran parte della gola comeilviso mi
480 INFERNO
scese più basso in loro mentre mi misi a più attentamente con-
siderarli che il volto era tornato dalle reni la faccia era vol-
tata alla schiena, e li convenia venir in retro per vedere il
sentiero, giacché avevan gli occhi a tergo, e perche il veder di-
nanzi era lor tolto e così loro era impossibile vedere dinanzi.
Non vi è paralisi tanto potente, che arrivi in tal modo ad alte-
rare la postura de* membri del corpo umano, alcun forse si
travolse cosi del tutto nessuno, in tal modo tanto travoltola
per forza di parlasia preso da violenta paralisi mai noi vidi
ne credo che sia non vidi mai né in vecchi, né in giovani, né
credo possa darsi: allegoricamente poi la mutazione de' co-
stumi pel vizio è molto peggiore della paralisi corporale. Al
pari del paralitico, che di continuo move i menbri affetti, cosi
gl'indovini mutano pensieri, idee, dubbiezze timori, per mo-
menti, per minuti, per un tuono, per un baleno, per l'appa-
rizione di qualche segno nel cielo, ed anche per qualche stra-
nino; sicché la loro vita è di palpito, di vergogna , di male-
dizione. E la mania della divinazione attacca anche gli uomini
i più sapienti, e virtuosi, e Dante n' ebbe prova in sé stesso
per non dire che offra argomento spessissimo in questo libro:
Ecco perchè nel piangere di que' dannati , piange anche di sé
stesso, o Lettor pensa per te stesso — come io poteva tenere
il viso asciutto non versar lagrime quando vidi si torta così
voltata la nostra imagine la faccia da presso quando furono
sotto degli occhi miei che l pianto degli occhi che le lagrime
loro, quali solevano scorrere sul petto bagnavan le natiche
per lo fesso scorrevano per la schiena, e bagnavano il fesso
delle natiche. Gli astrologi infatti veggono pel deretano, e pre-
tendendo scorgere nel futuro spesso non distinguono quanto
hanno davanti. Si può dir loro quanto disse la vecchiarella a
Talele filosofo, il quale giunto a pie d* un monte, e disposto a
CANTO XX. 481
salirlo per osservare le stelle, pregavate di guidarlo e nel cam-
mino cadde in un fosso. — Pazzo che sei, diss' ella, come ve-
drai il corso delle stelle, e degli astri in cielo, se non vedi la
terra che hai sotto de* piedi? se Dio ti lasci prender frutto di
tua letione. Il frutto in ciò consiste — non cercare vanamente
il futuro — non dir bugie a perdita dell'anima tua, e con de-
risione altrui — Pietro d'Abano padovano, uomo eccellente,
nel punto di morte diceva agli amici, ai maestri, e discepoli,
ed ai medici che assistevano — applicai durante mia vita a
tre nobilissime scienze; l'una mi rese sottile, e fu la filosofia
— la seconda mi fece ricco, e fu la medicina — la terza mi
rese bugiardo e fu V astrologia. — Averroè conclude che l'a-
strologia del tempo nostro è vera sciocchezza — che se op-
porrà un astrologo, che Averroè non conobbe astrologia, e che
gli astri non mentiscono, risponderai — insegnami uno solo,
che abbia indovinato con certezza di evento. Confesso anch'io,
che gli astri non mentiscono, ma son gl'indovini, che menti
scono degli astri, certo io piangea poggiato ad wn de rocchi
appoggiato ad un sasso del duro scoglio di quel ponte si che
la mia scorta Virgilio mi disse ancor se tu degli altri scioc-
chi tu pure sei del numero di quelli stolti, che compassionano
tal razza di gente? E stava bene a Virgilio di sgridar Dante,
perchè esso pure fu preso dalla mania di divinazione, come
si ha dal libro delle georgiche, qui vive la pietà quando e
ben morta sai tu quale pietà si deve aver per costoro? niuna
compassione della pena, nel modo stesso che non sarebbe
pietà piangere di Nerone o Giuda. La vera pietà consiste nel
non avere in questo luogo alcuna pietà di chi tradì natura e
Dio, e presuntuoso, e temerario nella caligine del futuro tentò
di ascendere al cielo, ed usurparsi gli attributi della divinità.
Sono di più gl'indovini ostinati nel loro proposito, e quanto
Rambaldi — Voi. 1. 31
;:\
482 INFERNO
più son lontani dal vero, tanto più affermano la verità de' loro
sogni, chi e più scelerato di colui che al giudizio divin pas-
sion porta è una stoltezza compassionare i dannati dalla di-
vina giustizia. E qui si avverta, che Dante parla d'inferno es-
senziale, e non d'inferno morale: nel primo la compassione
è delitto, nel secondo all'opposto si può cambiare in virtù.
Drizza la testa seconda parte generale. Antichi indo-
vini. Anfiarao uno de' sette guerrieri dell'assedio di Tebe, fu
re, e sacerdote al pari di Melchisedech delle sacre carte , e fu
augure riputatissimo, del quale Omero fa ricordo nelF XI del-
l' Odissea. Ne' fatti di guerra suggeriva il favorevole momento
della partenza, di fermarsi, di operare, di cominciar la bat-
taglia, e previde l'infelice esito di quella guerra. Persuadeva
i greci a non intraprenderla, quando si alzò Capaneo, che vo-
mitò contro dell'augure le contumelie di sopra al canto XIV;
e fu Anfiarao costretto tacersi, e seguir gli altri, montando sul
suo carro alla guisa dei re d'Oriente, — di Dario re de* per-
siani quando si mosse contro Alessandro Magno. Certo di sua
morte, raccomandò la casa ed il figlio ad Apollo, e quasi la
certezza di morte gli crescesse l'ardore, pugnava come leone,
quando gli si aprì la terra di sotto spalancando un abisso, nel
quale esso, carro, armi, e cavalli furono inghiottiti. Precipi-
tando tenea la faccia rivolta al cielo, dolevasi che la terra
sovra lui si chiudesse. In tal modo morì sepolto vivo. E que-
sta è storia, imperocché un tremuoto aprì l'abisso, e non è
nuovo che scossa la terra inghiotta non già uomini, e cavalli,
ma intere città anche in tempo sereno, ed in mare tranquillo.
Alberto Magno attribuisce tal fenomeno all'aprirsi della terra
in fondo al mare, drizza la testa alza la mente, e ripete drizza
la lesta — per maggiore comando, o persuasione: e mette per
primo Anfiarao augure sommo, re e sacerdote, et vidi quello
CANTO XX. 483
a cui la terra s'aperse mentre combatteva agli occhi de Te-
tani sugli occhi di quei di Tebe, presso le mura della città
perocch ei i tebani gridavan tutti dai muri della città o An-
fiarao dove rui secondo Stazio ridevano dell' augure ignaro
di sua morte, e per questo sprezzavano Tiresia augure loro.
I greci gli alzarono un sepolcro, anzi un tempio nel luogo
stesso in cui si aprì la voragine, secondo la testimonianza di
Valerio Massimo, e non resto di ruinare a valle fino a Minos
non si fermò finché non giunse all' Inferno, in cui Minosse è
giudice, come si vide: Minosse che ciascuno afferra tutti con-
danna e forza alla pena meritata, mira cosa maravigliosa che
ha facto pedo de le spalle perchè vede dalla schiena e guarda
di retro e fa ritroso calle gira retrogrado perche volle veder
troppo davanti imperocché al dir delle vecchie — chi troppo
si assotilia dopo il culo si segna. - -
Scrive Omero nell'XI dell'Odissea, che Tiresia apparve
ad Ulisse nell'Inferno, e molte cose gli predisse, di cui Stazio
e Seneca fan menzione. Avendo Giove aperta una contesa,
scherzando con Giunone, sostenendo esso, che nelle donne la
lussuria era maggiore che negli uomini, mentre a tutto potere
lo negava Giunone, fu rimessa la decisione a Tiresia, che si
dice, fosse un ermafrodito, e quindi non sospetto alle parti.
Traversando l'augure una selva vide due serpenti insieme u-
niti, e li percosse colla verga; ma tosto Tiresia si cambiò in
una femmina, e stette femmina per sette anni. Dopo il setten-
nio passando Tiresia per la stessa selva vide i serpenti nuova-
mente congiunti, e percossi dalla verga, tornò esso alla prima
figura maschile. Un tale arbitro, eh' era stato per sette anni
femmina , ed era tornato maschio per maggior tempo, diede la
soluzione del quesito in favore di Giove. Ma Giunone sdegnata
privò l'arbitro della luce degli occhi, perchè ritenne, che fosse
484 INPERNO
cieco il dato giudizio. Giove per non opporsi direttamente alla
moglie, per la luce degli occhi corporei toltagli dalla consor-
te, diede a Tiresia la luce del futuro, e così in qualche ma-
niera lo compensò dell'incontrata sventura. 11 primo vaticinio
fu quello di Narciso, di cui si dirà nel III canto del Paradiso.
Giove in questa favola figura l'elemento del fuoco, Giunone
quello dell'aria, stantechè la generazione derivi specialmente
7 dal calore. Ogni uomo è certamente più caldo della donna,
perchè più sanguigno di lei: la donna all' incontro per natura
flemmatica è più lussuriosa del maschio, in quanto che le ma-
terie incendiate sono più tarde a spegnersi, quanto sono più
fredde di natura come vediamo nel ferro. La donna per natura
è sempre capace e disposta, a differenza del maschio che non
sempre anche volendo, può coire; fu dunque giusto il giudi-
zio di Tiresia. 1 serpenti uniti figurano le stagioni, perchè
nell'inverno, la terra contristata non produce cosa alcuna e
sembra convertita in maschio; ma nella primavera, tutti gli
animali sentono la smania di unione, le piante vanno in a-
more, il caldo invita, o riscalda, e la terra tornata femmina
produce, e partorisce. Nell'autunno Tiresia percuote di nuovo
i serpenti colla verga, e così la terra riassume la natura ma-
scolina, e quindi le erbe muoiono, si diminuiscono i succhi
delle piante, cascano le foglie, e la terra ridiviene maschio.
Giunone poi che accieca Tiresia, figura il tempo cieco per le
nubi, le nebbie, le nevi, le pioggie invernali: e Giove che gli
concede di veder nel futuro, significa che a traverso delle o-
scurità, e de' ghiacci invernali si possono preconizzare i frutti
venturi. Tiresia insomma fu un augure reputassimo, che
secondo Stazio, molte cose predisse in vita verificate dagli e-
venti e dopo morte, e nelP Inferno assai di più ne preconiz-
zò ad Ulisse. Viene posto dopo Anfiarao, perchè anche Tire-
canto xx. 485
sia fiorì in Tebe al tempo della guerra suddetta, nella quale
intervenne, e morì lo stesso Anfiarao. Vedi Tiresia che mu-
toe sembiante cangiò figura , e sesso quando divenne f emina
di maschio cambiandosi tutte quante le membra Y aria ora
calda, ora fredda, or umida, or secca è figurata nel cam-
biamento di Tiresia e poi li conviene ribatter con la virga li
due serpenti avolti legati insieme prima che riavesse le pen-
ne maschili le membra mascoline, la barba, egli altri distin-
tivi del sesso.
Scrive Lucano, che Arunte toscano fu augure, il quale
esercitò la divinazione presso 1' antica città Luna. Nel tempo
della guerra civile chiamato a Roma, perchè ne predicesse Te-
vento, compiè vari sagrifizi e T olocausto di un toro a Giove
ottimo massimo. Divise gP intestini dell' olocausto , e parte ne
diede a Cesare, parte a Pompeo. Insomma previde, che la par-
te di Cesare sarebbe stata vittoriosa. Ma pronunciò il vaticinio
sotto velo di ambigue parole, com'è costume degli auguri ,
e secondo i precetti di Jago che fu il primo inventore dell' arte
di divinare per testimonianza di Tullio. La Toscana era di-
stinta per gli auguri, pei sagrifizi, e tutt' altro spettante a re-
ligione, il perchè gli antichi romani spedirono in toscana vari
sacerdoti per imparare i riti sacri, secondo scrive Valerio.
Arunte e quel che li s atterga al ventre col tergo è aderente
al ventre dello stesso Tiresia, e questi il tergo contro il ven-
tre di Anfiarao, e così gli altri. Un cieco conduce un altro cie-
co, e tutti cadono nella fossa che ebbe la spilunca per sua di-
mora stette in una caverna per osservare il moto degli uccelli,
il volo a destra, o sinistra, e la direzione del fulmine tra i
marmi bianchi perchè la caverna era uno scavo di marmi
bianchi ne'monti Luni, sui quali era la città ora caduta, e
deserta, e di cui non si serbano che pochi ruderi, e quella
486 INFERNO
parte vien detta Lunigiana, dove nel qual luogo lo Carrarese
Carrara è una terra in quel dintorno ronca lavora, coltiva;
imperocché il roncare nienf altro significa che sterpare le
erbe nocive dalla terra coltivata, e qui si prende in senso lato
per coltivare che di sotto alberga i Carraresi abitano alle falde
di quei monti onde la veduta non gli era tronca non gli era
impedita a guardar le stelle e Imare il corso delle stelle , ed
il moto delle onde marine.
Virgilio accenna una divinatrice — Manto figlia di Tire-
sia, della quale Omero fa menzione nelPXI dell'Odissea,
Stazio nelle maggiori , diffusamente poi Virgilio e quella che
ricopre le mamelle che tu non vedi ciò dice in quanto essa
prima d' essere trasformata soleva portare sparsi i capelli sul
tergo: ora così trasfigurata ha i capelli sparsi sul petto, e così
copre le mammelle che non appaiono con le treccie sciolte le
indovine coi crini sparsi vanno di notte a scavar le tombe,
trasportando da quelle materia dai lor maleficii, come Lucano
scrive di Eritone eh a di la dalla parte del petto ogni pelle
pilosa Manto prima di essere così punita era pelosa per tutte
le membra manto fui. Manlhis in greco, ed in latino suona
divinazione che cerco per tre volte quanto si dirà nella parte
seguente; poscia si pose la dove nacqui io nel luogo dove ora
è Mantova, così nomata per lei, e dove io nacqui. Virgilio
richiama V attenzione di Dante così dicendo onde un poco mi
piace che m ascolti. Perdona, o lettore, se alquanto mi allon-
tano dal proposito mio. Dante aveva debito di descrivere la
patria di Virgilio sua guida, signóre, maestro, e perchè la
descrisse anche lo stesso Virgilio.
Poscia terza parte generale. — Manto dopo la morte del
padre Tiresia lungo tempo errò pel mondo. — E vinta Tebe,
morti i sette re, meno Adrasto, uccisi fra loro i due fratelli
CANTO XX. 487
Eteocle, e Polinice, Creonte tiranno crudele si cinse la corona,
e fra le altre barbare leggi, proibì che le salme degli estinti
ìd battaglia fossero sepolte. Le mogli di Capaneo,di Tideo, e
di altri capitani, spinte dall'amor degli estinti, corsero in A-
tene, ed implorarono l'aiuto di Teseo, che allora rognava
trionfo per la vittoria delle Amazzoni, traendo seco Ippolita
regina vinta e schiava , ma che poscia ei prese in isposa. Com-
mosso dalle lagrime di quelle vedove desolate, Teseo con e-
sercito imponente mosse contro Tebe, e gli venne incontro
Creonte. Sdegnava il vincitor delle Amazzoni di spargere il
sangue del popolo, e solo cercava il tiranno sul quale sfogare
suo sdegno: costui all'incontro benché vile, e tremante gli
disse — qui non troverai donne da vincere, né armi trattate
da mano di vergini — Teseo rise di sprezzo, e gli die rispo-
sta conficcandogli l'asta nel petto. Caduto Creonte Ja città si
diede al di lui vincitore — Manto angosciata dalla schiavitù
della patria sua, sempre vagando, giunse in Italia, e presso
del lago, che da Manto fu detto mantovano, questa Manto già
andava errando gran tempo per lo mondo per trovar loco,
che le piacesse poscia che l padre suo Tiresia usci di vita
morì e poscia che la citta di Bacco Tebe, imperocché Bacco
nato da Semele del sangue di Cadmo fu Tebano, e primo in-
ventò la fabbricazione del vino, e per tale invenzione fu te-
nulo per Dio dopo morte , e nomato il Dio del vino: Bacco a-
veva debellato le Indie venne serva Tebe divenne serva di
Creonte, e sotto Teseo tributaria di Atene.
Un loco eh a nome Benaco così era detto anticamente ,
ma ora si chiama il lago di Garda, ed è luogo deliziosissimo
giace trovasi suso nel mondo de' viventi in Italia bella per-
chè Italia è il giardino del mondo a pie de l alpe che serra
la Magna nel confine dell' Alemagna rispetto all'Italia ho-
488 INFERNO
pra Firulli ora Friuli, contado nell'ingresso d'Alemagna
si bagna dell acqua che stagna che sta ferma — nel detto
laco per mille fonti — e più credo e sono io pure quasi
certo, che i fonti che concorrono a formare il lago siano
più assai di mille. Concorre anche il fiume Sarca , che ca-
de tanto d'alto nel lago, che lo spruzzo imita la farina
bianchissima. 11 lago poi è lungo trentadue miglia, e largo
sedici: nei punti, ne'quali più si restringe ha sempre sei mi-
glia di larghezza , e soffre le stesse vicende del mare. In quiete
è lucido e chiaro come un cristallo, tra Garda castello nella
riva del lago verso Verona, essendo il lago contornato da ca-
stelli, e da olivi et Valdimonica valle del territorio bresciano
e Apennino non già quello che divide per mezzo l'Italia, e
chiude colle alpi dalla parte delle Gallie, e di Alemagna; per
cui disse a pie dell alpe che serra la Magna e dice altrettanto
in questo luogo, luogo e nel mezzo la trovasi nel mezzo un
luogo dove l Pastore Trentino il vescovo di Trento e quel di
Brescia il Vescovo di Brescia e l Veronese il vescovo di Ve-
rona porta segnar fare il segno della croce se fesser quel cam-
mino se passassero per quella parte. Fuori di diocesi non può
per dritto canonico il vescovo fare il segno della croce, ossia
benedire. E perchè in quel luogo concorrono i confini di tre
giurisdizioni diocesane, così possono tre vescovi fare il segnt
di croce.
Peschiera è un castello sul confine di questo lago. Una
volta il castello era bellissimo, e si chiamava riva della dio-
cesi di Trento. Ora vi è un forte, che chiamasi Peschiera della
diocesi di Verona. Lungi sei miglia da Peschiera si vede un'iso-
letta nomata Sirmione, in cui trovansi ruderi di antichi edifizi,
ed è abitata soltanto da persone di mare, contornata da olivi,
nel di cui olio friggonsi i carpioni ottimi al palato. Peschiera
CANTO XX. 489
bello e forte arnese arnese è ornamento di casa, e Peschie-
ra è ornamento della suddescritta riviera , perchè forte di
nuova costruzione, munito di torri, e di rocche, quasi a
tutela di quella contrada da fronteggiar bresciani , e ber-
gamaschi, da far fronte a quelli di Brescia, e di Berga-
mo sede è posta ove la riva più scese intorno dove l'ac-
qua comincia a scorrere, ed a formare il Mincio, ciò che non
può stare in grembo a Benaco queir eccesso d' acqua che non
può stare nel lago convien che caschi qui cade qui presso Pe-
schiera, e formi fiume e fossi fiume Mincio giù per verdi pa-
schi scorrendo al basso per prati verdeggianti, ottimo pascolo
di armenti, e specialmente di razze bovine, e di cavalli.
L'acqua non si chiama più Benaco ma Manzo lungo il suo
corso fino a Governo castello de' mantovani nel luogo dove
Mincio entra in Po dove cade in Po che vien detto il re de' fiumi
tosto che l acqua mette co che l'acqua termina di scorrere en-
trando in Po. non molto corso ha il Mincio eh elio trova una
lama una pianura nella quale si distendevi espande e la im-
paluda e là si fa palude e suol esser di slate quella lama suol
essere nel gran caldo estivo tallor qualche volta grama trista,
per la scarsezza dell'acqua, che si corrompe, e riempie l'a-
ria di miasmi.
La Vergine Manto. Virgilio disse che prese a marito un
toscano, cui partorì vari figli, uno de' quali andò in aju-
to di Turno contro di Enea. Pomponio Mela di più asserisce
che fu madre di Mopso augure sommo. Dovrà quindi spie-
garsi vergine per virago, che suona femmina virile; per questo
nelle buccoliche lo stesso Virgilio chiama vergine Pasifae,
che fu madre di Fedra, di Arianna, e di Androgeo. Si può an-
che ritenere Manto vergine quando giunse a questo luogo,
ma dopo, preso marito, avesse figli. Stazio dice, che Manto fu
490 INFERNO
sacerdotessa di Apollo, e che il Dio saettò Lampo che l'aveva
tentata, cruda selvaggia, fuggiva ogni umano consorzio; po-
sando quivi per questi luoghi vide terra la detta lama in
mezzo del pantano senza coltura senza coltivazione et nuda
d abitanti senza case, ed abitatori; perciò ristette li fermò
ivi sua dimora £0 suoi servi a far sue arti di divinazione per
fuggire ogni consorzio umano , come vogliono le dette arti
e visse ivi e vi lascio silo corpo vano e vi morì. Ovvero corpo
vanoy perchè esercitò arti che son vane, ed illusorie piut-
tosto che sostanziali , e vere, li homini eh erano sparti in-
torno gli uomini dispersi nel dintorno poi s accolsero a
quel loco eh era forte per lo pantano che avia da tutte parti
forte per località, per fertilità fer la citta sopra quell ossa
morte sopra le ossa di Manto e l appellar on Mantova quasi
difesa da' Mani, perchè essa ivi evocava le ombre de' morti
per colei che prima elesse il loco per Manto senz altra sorte.
Nella fondazione delle città era costume di tentare prima gli
auguri, come nella fondazione di Roma; anzi, secondo Vale-
rio, gli antichi non operavano alcuna cosa o privata, o pub-
blica senza di essi. L' augurio è una specie di divinazione.
Mantova bella, e ricca città fu una volta popolata, e fiorente
al tempo de'conti Casalodi. Casalodio è un castello del territo-
rio bresciano da cui ebbero origine i detti conti, che poi fu-
rono signori di Mantova. Pinamonte de'Bonacossi mantovano
d' animo grande, ed audace, aveva molti militi dipendenti;
ed essendosi al popolo resa odiosa la nobiltà mantovana, Pi-
namonte persuase il conte Alberto allora reggente, di mandare
certi nobili, specialmente i sospetti, eh' erano sparsi ne' con-
torni, partitamente a villeggiare per un dato tempo , e eh' egli
frattanto avrebbe placata la plebe sdegnata. Appena ciò fu ese-
guito fra gli applausi del popolo egli usurpò la signoria <J»
CANTO XX. 491
Mantova ; indi crudelmente fece scannare molte nobili fami-
glie, o devastare le loro case, o relegarli, od imprigionarli.
Fra questi si annoverarono i conti di Casale alto, i conti
delle Rive , i conti Arlati, i conti Ganfarri, i conti Zanecali, i
conti Caccianemici, i conti de1 Buoi, alcuni degl'Ippoliti, de'
Sa vi ola, ed altri molti, le genti sue le genti mantovane far più
spesso dentro cinquanta e più famiglie furono distrutte da Pi-
namonte prima che la mattia mattana, o mattezza di quel
conte semplice, e credulo ricevesse inganno da Pinamonte a-
stutissimo. In tal modo, e per molto tempo quelli di casa Pina-
monte regnarono, pero t assenno ti avviso, t'insegno che nulla
menzogna niuna bugia frodi la verità già detta se tu odi mai
originar la mia terra altrimenti diversamente da quel che
t'ho detto, et io risposi i tuoi argomenti i tuoi raziocini mi
son si certi e prendon si mia fede tanto presto fede a tuoi
detti che gli altri i raziocini altrui mi sarian carboni spenti
mi sembrerebbero vani , e morti rispetto a tuoi.
Ma dimmi quarta parte generale de la gente che procede
che vien dopo gli altri indovini se tu ne vedi alcun degno
di nota non di tutti, che sarebbe impossibile, ma di alcuni
pochi più notabili che la mente mia solamente rifede rife-
risce solo a do soltanto alla materia degl' indovini. Euripilo
fu augure greco, ed era fra gli armati all'assedio di Troja.
Se la Grecia si valse di lui, specialmente nella deliberazione
dell'assedio, convien dire che fosse molto stimato. Egli era
interpellato, come grande osservatore, e prescriveva l'ora di
qualunque mossa, e spiegava i responsi. Adunati in Aulide
tutti i re che pugnarono contro di Troja, egli pel primo diede
il segnale della partenza, allor mi disse mi rispose quel che
porge la barba de la gota in su le spalle brune. Euripilo eb-
be la barba cadente dalla faccia sul petto, ed ora la barba gli
492 INFERNO
cadeva sulle reni. Era costume de' Greci aver molta cura della
barba, e de' capelli, il perchè Omero li chiama achei chio-
mati e fino al giorno d' oggi portano lunghi capelli, e barba
fue augure specialmente quando Grecia fu vuota di maschi
perchè tutti periti , o alla guerra ; perciò Omero fa dire
ad Agamennone così — se i greci fossero a dieci a dieci partiti,
ed ogni trojano desse da bere ad ogni decina, i trojani non
basterebbero a tanto si che a pena rimaser per le cune i fan-
ciulli si conducevano all' assedio, che durò dieci anni e diede
il punto a tagliar la prima fune a salpare da Aulide.
Con Calcante altro augure compagno di Euripilo, benché
fosse augure trojano, mandato da Priamo al tempio di Apollo
per avere la predizione dell'esito della guerra, che fu la vitto-
ria de' greci. Dopo tale responso Calcante tradì la sua mis-
sione, e passò fra i greci. Omero lo descrive abilissimo nel-
l' interpretare il presente, il passato, il futuro, e che disse ai
greci sempre il vero per ispirazione di Apollo. Euripilo ebbe
nome e l alta mia tragedia alta per lo stile , e materia el canta
poeticamente lo mostra in alcun loco nel terzo dell' Eneide
ben lo sai tu che la sai tutta quanta tu lo sai , o Dante , che
conosci perfettamente tutta la Eneide.
Michele Scotto indovino, esercitò la divinazione presso
Federico II, cui scrisse, e dedicò un libro di cose natura-
li, che io vidi, e nel quale tra le altre cose tratta di a-
strologia, allora creduta per infallibile. Predisse alcune co-
se a varie città che si verificarono. Disse di Mantova: — guai
a te città piena di dolore — ; ma malamente preconizzò la
morte di Federico suo iu Fiorenza, quando cessò di vive-
re in Puglia. Si vuole per altro, che prevedesse la pro-
pria morte, quale non fu capace di scansare. Aveva preconiz-
zato che sarebbe morto di un piccol sasso cadutogli sul capo,
i
f
CANTO XX. 493
e teneva sempre una celata di ferro sotto il capuccio per evi-
tare tal disastro. Ma entrando in una Chiesa per la festa del
Corpus Domini, abbassò il capuccio, insegnodi venerazione,
non già a Cristo, cui non credeva, ma per imporre al volgo,
e gli cadde dall' alto piccolissimo sasso sul capo nudo, che ap-
pena appena gli lese la cute. Ma Michele, fatta ben bene esa-
minare la ferita trovò avverata la sua predizione, perchè morì
di quella dopo avere disposto delle cose sue. quel altro che
cosi poco in fianchi o perchè tale per natura , o perchè este-
nuato del continuo studio fu Michele Scotto di Scozia che ve-
ramente seppe il giocho seppe giocare, o far uso delle magi-
che frodi, fan più illusione le cose non vere nel volgo, per-
chè trovandole maravigliose, le attribuisce a magia. Molte cose
furono dette di Scotto, che io reputo piuttosto inventate, che
vere.
Guido Boccati fu l'astrologo del conte Guido di Monte-
feltro. E molti credettero, che il conte ottenesse belle vittorie
contro i bolognesi ad altri nemici per opera magica di que-
sto Bonati, il quale sebbene fosse dal volgo tenuto per fanta-
stico, non pertanto molte volte coglieva nel segno. Determinò
il conte ad uscire contro i francesi, e predisse eh' esso stesso
sarebbe stato ferito, come avvenne, in una coscia, che il me-
dico coprì con ovo e stoppa, che seco sempre portava, e co-
ni' egli attesta nella grande opera di astrologia che compose,
e che io vidi, nella quale spiega molte dottrine astrologiche
per istruzione delle donne. Non seppe per altro conservare il
suo conte nel dominio, perchè in un anno tutto perdette, co-
me si vedrà nel canto XXVII. Fu anche burlato sonoramente
da un contadino ignorante in Forlì. Era il conte in piazza, in
giorno sereno e bellissimo, quando un montanaro accostan-
dosi gli regalò un bel cesto di pere. Grato il conte invitava il
494 INFERNO
donatore a star seco a cena — ma il montanaro rispondeva —
perdonate; voglio tornarmi a casa prima che piova, perchè
infallibilmente quest' oggi cadrà molt' acqua — maravigliò il
conte della ferma asserzione del montanaro, e fece chiamare
l'astrologo Guido dicendogli — senti un poco che dice co-
stui!— L'astrologo apostrofò il montanaro dicendogli, che
era un asino, né sapeva quello che diceva: e poi, aspetta,
soggiunse, e scappò nello studio suo, esaminò l'astrolabio,
e tornò colla sentenza, che in quel giorno sarebbe stato impos-
sibile che piovesse. 11 montanaro giurava il contrario. Ma co-
me lo sai, Guido dimandava? perchè oggi l'asino mio nel-
P uscire di stalla alzò prestamente la testa, e drizzò le orec-
chie, e questi son segni infallibili che il tempo si cambia.
— E come sai che la pioggia sarà molta? perchè l'asino
mio, drizzate le orecchie, voltò la testa, e girò in tondo più del
solito. — Presa licenza dal conte, il montanaro se ne partì,
accelerando il passo. Quand'ecco, il sereno poco dopo cam-
biarsi, e tuoni e lampi, ed acqua quasi a diluvio. Guido
con molta disinvoltura diceva — ahimè chi mi tolse d'inganno,
chi mi fece arrossire! ma il popolo rise molto, che il monta-
naro Agaso coir asino suo avesse confuso un astrologo tanto
sapiente vedi Guido Boriati e Guido non ebbe chi lo arrivasse
al suo tempo.
Vedi Asdente un ciabattino di Parma, che abbando-
nalo il mestiere si diede tutto alla divinazione, e spesso
colse nel futuro da lui preconizzato. Credo che avesse natu-
rale acutezza di mente perchè illetterato, avendo alcuni la fa-
coltà della divinazione per influsso di cielo. Si dice, che egli
predicesse, sebbene oscuramente , che Federico II dovesse far
costruire una città chiamata vittoria nella quale fu debellato
eh aver inteso al cuoio et a lo spago — ora vorrebbe ora
CANTO XX. 495
vorrebbe piuttosto trovarsi ad unire la toniaja alla suola ma
tardi si pente essendo inutile il pentirsi nell'Inferno, o par-
lando moralmente, perchè costoro giammai si ricredono, o si
pentono.
Virgilio avverte, che si faceva giorno dicendo, che la
luna era tonda, e trovavasi al tramonto in occidente, ed il
sole montava in oriente: la luna piena è opposta al sole, e
quindi essa tramontando, il sole nasce all'opposta parte. Così
hai anche certezza che Dante stette due giorni naturali nelP In-
ferno, cioè due giorni e due notti, ed ora comincia il terzo
giorno ma vieni ornai a veder altre cose che perchè Caino e
le spine la luna in cui volgarmente si dice essere Caino colle
spine, dalle quali è tormentato tiene il confine l'orizzonte d a-
mendue li emisperi inferiore e superiore, essendo l'orizzonte
un cerchio che taglia in due parti la sfera et tocca l onda il
sole e la luna cadendo , sembra che tocchino il mare sotto
Sibilia famosa città in Occidente, ed entrando il mare nella
terra si dice stretto di Sicilia et la luna fu tonda heri nocte
nella notte del giorno precedente ben ti dia ricordar che non
ti nocque anzi ti fu vantaggiosa, come guida nella notte per
la selva fonda del canto primo. Vuol significare, che la luna
piena giovò nel mondo qualche volta a Dante, quando errava
nella notte per apprendere , ed imparare. Certo gli fu gran
maestra esperienza, come a Pitagora, e Platone, i quali tanto
peregrinarono, e tanto impararono peregrinando. La luna piena
di più, è opinione, che renda i prodotti della terra migliori:
si mi parlava e andavamo introque così mi parlava, e nel
frattanto andavamo. I fiorentini non usano più di tal vocabolo,
usato adesso dai soli perugini.
CANTO XXL
TESTO MODERNO
Così di ponte in ponte altro parlando,
Che la mia Commedia cantar non cura,
Venimmo, e tenevamo il colmo, quando 3
Ristemmo per veder l'altra fessura
Di Malebolge, e gli altri pianti vani;
E vidila mirabilmente oscura. 6
Quale nelT Arsenal de' Veneziani
Bolle di verno la tenace pece
A rimpalmare i legni lor non sani , 9
Che navicar non ponno; e in quella vece
Chi fa suo legno nuovo, e chi ristoppa
Le coste a quel che più viaggi fece; 12
Chi ribatte da prora e chi da poppa ;
Altri fa remi, ed altri volge sarte ;
Chi terzeruolo e artimon rintoppa: ts
Tal, non per fuoco, ma per divina arte
Bollia 1 aggi uso una pegola spessa,
Che inviscava la ripa da ogni parte. 18
lo vedea lei, ma non vedeva in essa
Ma' che le bolle che il bollor levava,
E gonfiar tutta, e riseder compressa. 21
Mentr'io laggiù fisamente mirava ,
Lo duca mio dicendo: guarda, guarda!
Mi trasse a sé del luogo dov'io stava. 2*
CANTO XXI. 497
Allor mi volsi come l' uom cui tarda
Di veder quel che gli convien fuggire,
E cui paura subita sgagliarda, 27
Che per veder non indugia il partire:
E vidi dietro a noi un diavol nero
Correndo su per lo scoglio venire. 30
Ahi quanto egli era nell'aspetto fiero!
E quanto mi parea nell'atto acerbo,
Con Tale aperte e sovra i pie leggiero! 33
L'omero suo, ch'era acuto e superbo,
Carcava un peccatorcon ambo Tanche,
E ei tenea de' pie ghermito il nerbo. 36
Del nostro ponte disse: o Malebranche,
Ecco un degli anzian di santa Zita:
Mettetel sotto, ch'io torno per anche 39
A quella terra che n'è ben fornita.
Ogni uom v'è barattier, fuor che Bonturo:
Del no, per li denar, vi si fa ita. 42
Laggiù il buttò; e per lo scoglio duro
Si volse, e mai non fu mastino sciolto
Con tanta fretta a seguitar lo furo. 45
Quei s'attuffò, e tornò su con volto;
Ma i demon, che del ponte avean coverchio,
Gridar: qui non ha luogo il santo volto; 48
Qui si nuota altrimenti, che nel Serchio:
Però, se tu non vuoi de' nostri graffi,
Non far sovra la pegola soverchio. 51
Poi l'addentar con più di cento raffi:
Disser: coverto convien che qui balli,
Sì che, se puoi, nascosamente accadi. 54
Non altrimenti i cuochi ai lor vassalli
Rambaldi — Voi. 1. 32
498 INFERNO
Fanno altuffare in mezzo la caldaia
La carne cogli uncin, perchè non galli. 57
Lo buon Maestro: a ciò che non si paia
Che tu ci sii, mi disse, giù t'acquatta
Dopo uno scheggio ch'alcun schermo t'haia: 60
E per nulla offension che a me sia fatta ,
Non temer tu, ch'io ho le cose conte,
Perch' altra volta fui a tal baratta. 63
Poscia passò di là dal co del ponte,
E com'ei giunse in su la ripa sesta, '
Mestier gli fu d'aver sicura fronte. 66
Con quel furore, e con quella tempesta,
Ch'escono i cani addosso al poverello,
Che di subito chiede ove s'arresta; 69
Usciron quei di sotto il ponticello,
E volser contra lui tutti i roncigli;
Ma ei gridò: nessun di voi sia fello. 72
Innanzi che l' uncin vostro mi pigli,
Traggasi avanti l'un di voi che m'oda,
E poi di roncigliarmi si consigli. 75
Tutti gridaron : vada Malacoda ;
Perchè un si mosse, e gli altri stetter fermi ,
E venne a lui , dicendo: che t'approda! 78
Credi tu, Malacoda, qui vedermi
Esser venuto, disse il mio Maestro,
Securo già da tutti i vostri schermi, 81
Senza voler divino e fato destro!
Lasciami andar, che nel cielo è voluto,
Ch'io mostri altrui questo cammin Silvestro. 84
Allor gli fu l'orgoglio sì caduto,
Che si lasciò cascar l'uncino a' piedi,
CANTO XXI. 499
E disse agli altri: ornai non sia feruto. 87
E il duca mio a me: o tu, che siedi
Tra gli scheggion del ponte quatto quatto,
Sicuramente ornai a me ti riedi. 90
Perch'io mi mossi, e a lui venni ratto;
E i diavoli si fecer tutti avanti ,
Sì eh' io temetti non tenesser patto. 95
E così vid'io già temer li fanti,
Ch'uscivan patteggiati di Caprona,
Veggendosè tra nemici cotanti. 96
lo m'accostai con tutta la persona
Lungo il mio duca, e non torceva gli occhi
Dalla sembianza lor, ch'era non buona. 99
Ei chinavan gli raffi, e: vuoi eh' io il tocchi,
(Diceva Pun con l'altro) in sul groppone?
E rispondean: sì, fa che gliel accocchi. 102
Ma quel demonio, che tenea sermone
Col duca mio, si volse tutto presto,
E disse: posa, posa, Scarmiglione. 105
Poi disse a noi: più oltre andar per questo
Scoglio non si potrà; perocché giace
Tutto spezzato al fondo l'arco sesto: 108
E se l'andare avanti pur vi piace,
Andatevene su per questa grotta:
Presso è un altro scoglio che via face. 1 1 1
ler, più oltre cinqu'ore, che quest'otta ,
Mille ducento con sessanta sei
Anni compier, che qui la via fu rotta. 1 1 4
lo mando verso là di questi miei
A riguardar s' alcun se ne sciorina:
Gite con lor, eh' ei non saranno rei. 1 17
SOO INFERNO
Tratti avanti, Alichino e Calcabrina,
Cominciò egli a dire, e tu Cagnazzo,
E Barbariccia guidi la decina. 120
Libicocco vegna oltre, e Draghignazzo ,
Ciriatto sannuto, e Graffiacane,
E Farfarello, e Rubicante pazzo. 122
Cercate intorno le bollenti pane:
Costor sien salvi insino all'altro scheggio,
Che tutto intero va sopra le tane. 126
Oh me! Maestro, eh' è quel che io veggio?
Diss'io: deh! senza scorta andiamei soli,
Se tu sa'ir, ch'io per me non la chieggio. 129
Se tu sei si accorto come suoli,
Non vedi tu ch'ei digrignan li denti,
E con le ciglia ne minaccian duoli! 152
Ed egli a me: non vo'che tu paventi;
Lasciali digrignar pure a lor senno,
Ch'ei fanno ciò per li lessi dolenti. 133
Per l'argine sinistro volta dienno;
Ma prima avea ciascun la lingua stretta
Co'denti verso lor duca per cenno,
Ed egli avea del cui fatto trombetta. 159
COMMENTO DI BENVENUTO
Quinta specie di frode, detta baratteria, e che si punisce
nella quinta bolgia. In quattro parti generali può dividersi il
canto — nella prima — castigo de' barattieri: nella seconda
— demonio che porta un barattiere moderno menlr io ecc.
nella terza — Dante, e Virgilio corrono qualche pericolo in-
contrando i demoni custodi della bolgia lo buon maestro ecc.
nella quarta ed ultima — si mostra la via, e si dà scorta per
proseguire il cammino poi disse ecc.
CANTO XXI. 501
Cosi di ponte in ponte dal ponte quarto al quinto par-
lando altr o d\ a\tve cose dì divinazione, per cui tanto le menti
umane si arrovellano con arti ora di astrologia, ora di negro-
manzia, ora di geomanzia che la mia commedia cantar non
cura di trattare poeticamente e tenevamo il colmo il mezzo del
ponte quando noi ristemmo ci fermammo per vedere l altra
fessura de male bolgie la quinta bolgia e gli altri pianti vani
le altre vane doglianze, perchè troppo tarde e vidila oscura
mirabilemente singolarmente oscura in quanto che le altre
bolge superiori sono oscure, ma questa per propria materia,
eh' è pece bollente nerissima, agitata da diavoli anche più
neri. Dante finge, che i barattieri siano tormentati in una fossa
ripiena di pece ardente, e continuamente bolliente, perchè la
pece nera figura la nerezza de* barattieri , e la di lei tenacità,
o viscosità si accosta alla tenacità dell'avarizia eh' è il primo
movente di baratteria. La pece macchia chi la tocca, e Salo-
mone lasciò scritto — chi toccherà la pece sarà tinto dalla
pece. — Del pari chi fece una sol volta la baratteria, ne re-
sta macchiato, sebbene quanto è sotto la pece non si vegga,
e quanto si opera dai barattieri resti occulto, e nascosto, una
pegola spessa densa che vischiava la ripa d ogni parte che
invischiava ogni parte della riva, trovandosi barattieri in ogni
luogo bollia la giuso nel fondo della bolgia non per fuoco
naturale ma per divina arte per giustizia, e poter divino si
bene così fortemente tal qual la tenace pece bolle d inverno
nell'inverno, stagione poco atta a navigare a riparare i lor
legni non sani i marinari in tal tempo si occupano a riparare
alla rottura delle navi che non potino in quella vece perchè
non possono in quel tempo navigare chi fa suo legno novo un
nuovo naviglio e chi ristoppa chiude con la stoppa le coste a
quel che fece più viaggiali* più logora parte del legno più viag-
50*2 INFERNO
giatorecAt ribatte da proday e chi da poppa chi batte legno,
o chiodo dalla parte anteriore, chi dalla posteriore altri fa re-
mi e altri volge sarte forma i remi, e torce le funi chi rin-
toppa terzarolo ed artimone due vele che han questo nome
proprio neW arzenà di veneziani nell'arsenale di Venezia.
Allegoricamente per arsenale s'intende ogni corte, e la pece,
che bolle nell'arsenale, è la baratteria che bolle nelle corti
specialmente d'inverno, ossia in tempo di sventura, che al-
lora i barattieri si affaticano per ottenere grazie, e favori. Al
giungere di primavera, tempo di prosperità gettano in mare
le navi già riparate. Le varie incombenze, ed operazioni del-
l'arsenale, incominciando dal direttore fino al mozzo, espri-
mono esattamente le operazioni de' barattieri nella corte — e
chi suda per far ottenere un altro impiego, chi restaurando
un legno vecchio, tornalo a spingere in mare, chi a chiudere
i buchi formati dalla maldicenza, e dall' invidia all' ultimo na-
viglio arrivato o ricco, o che ruppe in qualche scoglio, impe-
dendo che affondi, col riparo di denaro, e di doni, affinchè
non si perdano le ultime reliquie, e la vita. Taluno è percosso
da prora, tal altro da poppa, e vi accorrono i barattieri con
tutti i mezzi o leciti, od illeciti, e l'uno entra pel davanti,
l'altro sorte per di dietro. Chi rasente il lido si fabbrica i re-
mi, non azzardando in alto mare, perchè non gli è dato pene-
trare ne' segreti politici avvolgimenti. Chi tesse le funi ossia i
lacci, gl'inganni, le frodi, giacché altra volta si disse, chela
fune figurava la frode, e della fune usò Virgilio per prendere
Gerione. Altri tesse, e cuce le vele coli' intenzione di affrontar
l'alto mare, e quindi colle sarte o coir ingegno tenta di pren-
dere molto vento, o grazia, o favore di sovrano, o di popolo,
favore simile al vento che ora in alto, ora spinge la nave nel
profondo del mare. Alcuni contenti di mediocre vela si con-
CANTO XXI. 503
tentano di mediocre fortuna, altri tutto volendo, tutte le spie-
gano in azzardo io vidia lei la pece oscura ma non vedea in
essa ma' che le bolle se non le bolle, comesi formano nell'ac-
qua quando piove in estale che l bollor levava Dante non po-
teva scorgere i barattieri immersi nella pece, ma solo le bolle '
della bollitura. La baratteria per sé nascosta si fa conoscere ,
e si manifesta dalle mormorazioni — colui ha guadagnato in
un momento mille fiorini — tu non sai nulla: prese dall'una
e l'altra parte, e così corbellò tutte due. lo la vedea gonfiar
tutta alzarsi tutta la pece e risedere e tornar piana e compressa:
diversa è la bollitura dell'acqua, dalla bollitura della pece:
l'acqua pel calore si converte in fumo/ed aria; ma l'aria esce
gorgogliando senza aver nulla perduto, e liberamente fugge;
nella pece all' incontro l'umidità per l'ardore del fuoco si con-
verte anch'essa parte in aria, e parte in vapore, ma l'aria
giunta alla superficie è trattenuta dalla viscosità della piece, e
non può liberamente sortire.
Mentrio seconda parte generale. Dante stando sul colmo
del ponte ad osservare la pece vide un demonio venir corren-
do verso del ponte, il quale portava un barattiere da gettar giù
nella pece bollente. Virgilio scorgendo il demonio, tirò in dis-
parte Dante per dar luogo a quel maledetto lo Duca mio Vir-
gilio mi trasse a se de loco ove io stava cioè dal mezzo del
ponte dicendo guarda guarda guardati dal cadere nelle mani
de' barattieri, perchè sarebbe lo stesso che cadere nelle mani
del diavolo, mentrio mirava fissamente tediti mentre io era
intento a guardarla pece, o meditava sulla baratteria allor mi
volsi come l hom che tarda come Y uomo che ritarda a distin-
guere di veder quel che li convien fugire il pericolo che gli
si mostra, e vede, e fugge quasi nel tempo stesso, et cui pau-
ra sgagliarda cui la paura toglie coraggio, e forza che per
S04 INFERNO
vedere non indugia l partire anzi vedere , e fuggire è un punta
solo. Il demonio portava il barattiere sulle spalle, e figurava
un ufficiale di corte; demonio nero, perchè il barattiere è nero
di vita, e di nome. II demonio si figura agile, pronto con ugne,
e malignità, perchè altrettanto è il barattiere sempre pronto
e lesto alle frodi, sempre vigilante, dimani adunche per rac-
cogliere, pien di malizie per allettare, e vidi un diavolo nero
venir correndo lieto della preda che portava dietro a noi su
per lo scoglio su pel ponte ahi con dolore io narro quanto
egli era nell aspecto fiero perchè aveva un terribile volto —
e quanto mi paria nellaclo acerbo nell'atto crudele, alto di
frode, e baratteria, col quale tradisce la causa de' poveri, de'pu-
pilli, delle vedove con l ali aperte e sopra ipie leggiero veniva
lieto, perchè aveva fatta gran preda , ed aspettava farne una
maggiore. II demonio portava un peccatore in ispalla : il cor-
po pendeva lungo le reni col capo in giù , e le gambe per forza
piegate dalle spalle sul petto del demonio, che le teneva chiu-
se fra le unghie nel modo del maccellaio, che porla l'animale
scannato per {scorticarlo, un peccatore barattiere carcava l u-
mero suo Tornerò del demonio, che era acuto e superbo alto,
secco e dritto con ambo le anche intendi le anche del barat-
tiere e quei il demonio tenia ghermito l nerbo depiei come
Tavvoltojo tiene la quaglia. Ghermire è proprio degli animali
di rapina, ed il diavolo si mostra in forma di uccello, con ali,
ed unghie, e perciò lo chiama malvase uccello.
Quel diavolo disse del nostro ponteDante lo dice nostro per-
chè occupato da lui, e da Virgilio o malebranche o diavoli di
cattive branche, ossia unghie rapaci , e guai a coloro che capi-
tano sott'esse; così malebranche non è nome proprio di qual-
che diavolo, come pretendono alcuni mette tei so tto immergete-
lo nella pece bollente. Più avanti troverai, che Dante chiama eia-
CANTO XXI. OOO
senno de' demoni col proprio nome, ecco uno degli anziani de'
reggitori di Lucca, che son nomati anziani , come lo sono in Bo-
logna; ma in Fiorenza si chiamano priori di santa Cita, Cita
fu donna santa di Lucca , celebre per molti miracoli in vita, e
dopo morte, il cui corpo intatto ancorasi venera. Dante parla
de' barattieri che frodarono il comune. Lucca ha barattieri nel
comune, ed ha legali mercanti: mettetel sotto sotto la pece
perchè sia cotto eh io torni pur anche affinchè io possa tor-
nare a far preda di altri anziani a quella terra che n e ben for-
nita. In Lucca di fatto ogn omo ve baratiere limitatamente
però agli amministratori del comune fuorché Bontura. Qui
Dante parla di Bontura ironicamente, giacché costui fu il più
astuto barattiere di ogni altro , e conduceva, e maneggiava l'in-
tero comune, e dava gì' impieghi a suoi, escludendo qualun-
que non gli andasse a sangue. Il papa Bonifacio eh' era cono-
scitore degli uomini, lo prese per un braccio quando lo ebbe da-
vanti ambasciatore, e scotendolo molto forte gli disse — tu con-
quassasti mezzo Lucca — , e forse costui era il portato dal demo-
nio, sebbene alcuni siano di parere che l'autore parli di Bontu-
ra in buona fede vi si fa del no per lidenar<ìe\ no fanno il si,
e del falso il vero per denaro.
La giù il buto il demonio precipitò queir anziano nel-
la pece e se volse per lo scoglio duro tornò indietro per
T alto ponte e l mastino mastino è grosso cane non fu
mai sciolto pronto e spedito a seguitar lo furo a perse-
guitare il ladro con tanta fretta così celermente, con quan-
ta prestezza quel demonio si volse correndo per riprendere
altro anziano di santa Cita: quel s attuffo s' immerse sotto
la pece e torno su sopra, come chi nuota, che si caccia nel-
l'acqua col capo in giù, e poscia si vede apparire colla faccia
in su ; e costui aveva imparato a nuotare; ma i demoni eh a-
506 INFERNO
vian coperchio del ponte che stavano coperti dal ponte gridar
qui non a luogo il santo volto quelli di Lucca nelle avversità
sono soliti di ricorrere al volto santo. Lessi in un vecchio
scritto, che il venerabile vescovo Gualfredo, andando a Ge-
rusalemme per visitare i luoghi santi, vide in sogno un angelo,
che gli disse — cerca il santissimo volto del Salvatore nella
casa di Seleucio uomo cristianissimo — Nicodemo infatti, do-
po la risurrezione di Cristo, tanto amava Gesù , che s' impresse
visibilmente nel cuore la di lui immagine con tale verità, che
pareva veramente Gesù Cristo, e fu chiamato volto, giacché
il volto distingue gli uomini fra loro; Nicodemo poi lasciò
tale immagine ad Isacar, che per timore degli ebrei, nasco-
stamente la venerava ogni giorno., e successivamente passò
agli eredi suoi. Il vescovo spinto dalla visione, andò a trovare
Seleucio, dal quale con moli' arte ed ingegno ottenne la im-
magine, che portò con venerazione fino al lido di Joppa,dove
per miracolo, si presentò una barca coperta senza remi, e ve-
le, che ricevuta la detta immagine, la trasportò al porto della
città Luna, della quale si parlò nel canto precedente. I lunesi
stupefatti dal miracolo, corsero per fermare la barca, ma in-
darno, e mai non poterono arrivarla. Ma il vescovo di Lucca
— Giovanni — avvisato dagli Angeli andò a Luna, e trovò la
barca, che spontaneamente la incontrò, e ricevette, e quella
reliquia preziosa in mezzo ad innumerevole concorso portò a
Lucca e depose nella Chiesa di s. Martino, dove fece, e fa in-
credibili miracoli — credi, o lettore, questa leggenda, o non
credila eh' è lo stesso, giacché non è articolo di fede — Quei
demoni pertanto lo deridevano gridando, che non aveva luo-
go il volto santo, perchè ivi non era speranza di rifugio, o sol-
lievo. Qui si nota altrimenti che nelSerchio il Serchio è un fiu-
me di Lucca, che dagli alti monti scendendo precipitoso, scor-
CANTO XXI 507
recon impeto presso della città. Ma nel Serchiodi acqua pura
si nuota diversamente che nella bolgia di nera pece: là si nuota
per sollazzo, qua per supplizio: là in acqua sempre nuova, e
fredda a refrigerio nell'estivo calore, qua in fetida , e calda pe-
ce, in cui i barattieri si cuociono a calore ardentissimo: là è nuo-
to volontario, qua nuoto forzato: là per un'ora, qua in perpe-
tuo pero non far coperchio sopra la pegola non venir sopra,
alla superficie se non vuoi de nostri graffi se non vuoi provare
la forza dell' unghie nostre, poi l adentaro coi denti de' graffi
lo presero con più di cento e mette il numero pel numero ,
come suol dirsi, giacché i demoni non eran che dieci, ed ogni
graffio aveva dieci uncini o denti , ovvero ripetevano così spes-
si i colpi da darne un solo più di cento, dissero el convien
che tu balli coperto bisogna che tu nuoti sotto — barattasti
altrui , e qui tu sarai barattato si che acca/fi ti appropri , e strin-
ga l' altrui nascosamente occultamente. Accaffare è lo stesso
che togliere con prestezza, i cuochi fanno attuffare sommer-
gere la carne in mezzo la caldaia ai suoi vassalli agli altri
servi con gli uncini di ferro perche non galli non nuoti, e
stia a galla non altrimenti che fanno i demoni. I sottocuo-
chi cogli uncini tengono le carni da cuocersi ferme sotto l'ac-
qua bollente, ed i demoni tengono coi graffi sotto la pece que-
sti barattieri, perchè siano puniti delle loro frodi.
Lo buon maestro terza parte generale — Virgilio va ad
esplorare se poteva avere libero passo, e fa restar Dante na-
scosto, perchè con molta precauzione bisogna entrare nelle
case de' barattieri , specialmente se trattasi di un inesperto
nella frode. Virgilio conosceva il luogo, noi conosceva Dan-
te, lo buon maestro Virgilio che cautamente operava ne' pe-
ricoli mi disse qui t aguata o secondo altra lezione qui a-
scondi te (lupo uno scoglio di dietro ad un masso di questo
508 LNFERXO
ponle che thaja che ti offre alcuno schermo riparo accio che
nonsipajache tu ci sia. Tu non sai come si vada fra tal gen-
te: lascia che io prima vegga che far si può, giacché sono
più pratico di te e non temer tu per nulla offension che mi sia
fatta quantunque fossi mal trattato non ispaventarti eh io ho
le cose conte mi son note le frodi di costoro. Virgilio volle allu-
dere alla propria discesa air Inferno per gli scongiuri di Erito-
ne cruda: altre volle fui a tal barratta. Istoricamente poi volle
significare, che giovane, spogliato de' beni, giunse alla corte
di Augusto, e prima di ottenere la grazia dell' imperatore, fu
costretto mettersi nelle mani de' cortigiani, de' quali alcuni
erano barattieri , e dalle cui frodi è impossibile che vada il-
leso anche il più giusto, e come avvenne allo stesso Augusto.
Diceva quindi Diocleziano — si vende anche un buono, un
santo, un ottimo imperatore.
Poscia passo di la dal co del ponte Virgilio passò al-
l'altro capo del quinto ponte in cui eravamo mestier li
fu de aver sicura fronte di esser audace , perchè la for-
tuna ajuta gli audaci secondo Virgilio, e si dice in pro-
verbio chi ha fronte si marita — come ei giunse in su
la ripa sesta principio della sesta bolgia. I demoni corsero
furiosamente contro Virgilio, come i cani si avventano al
mendico che si ferma alla porta del ricco chiedendo elemosina
quei demoni usciron di sotto al ponticello di sotto al ponte
quinto dove stavano, allorché ghermirono quel di Lucca con
quel furore e con quella tempesta con quell'impeto furibondo
chescon i cani adosso al poverello con cui i cani corrono
addosso al povero che chiede di subito l'elemosina ove s ar-
resta alle case de' ricchi, nelle quali i cani son molti. Ed i ba-
rattieri son quasi cani, che a bocca aperta corrono per istra-
ziare il povero, conoscendolo all' odorato, quando s'introduce
CANTO XXI. 509
in corte e volser contro lui tutti i roncigli gli uncini, ed i
graffi tutti, ma et Virgilio grido con fronte sicura, e voce alta
nessun di voi sia fello sia tanto temerario, ed ardito ma luno
di voi che m oda Y uno di voi traggasi avante venga innanzi.
Così far deve chi entra in corte, e trova rigidi ufficiali di pri-
mo aspetto inanzi che luncin vostro mi pigli innanzi che sia
preso dalle vostre frodi e poi si consigli di roncigliarmi di
uncinarmi.
Tutti gridavan vada Malacoda questi era il capo dei de-
moni, cui si addiceva tal nome, perchè aveva la coda di scor-
pione al pari di Gerione, che punge nell'estremità, ed oc-
cultamente, perche un mosse uno sconosciuto e gli altri stet-
ter fermi aspettando che questo fosse per parlare e venia a
/ma Virgilio dicendo che gli aproda chi viene sul ponte? ov-
vero che gli aproda che giova a costui quanto dimanda? che
gli monta che gli valeperchio vada* e così approda sarà
verbo. Altri leggono che t approda in persona propria, e
torna lo stesso, disse l mio maestro rispondendo — o Mala-
coda credi tu vedermi esser giunto quivi fino a questa bol-
gia securo già da tutti i vostri schermi immune dalle vostre
minaccie,ed illeso da ogni male fra i violenti, e fraudolenti?
0 Malacoda: io montai sul dorso a Gerione, e sortii senza il
minimo danno, né lo avrei potuto senza voler divino , e fato
destro senza predestinazione, e grazia divina lasciami andar
che nel Cielo e voluto è decretato che io mostri questo cam-
min Silvestro il sentiero de' vizj asprissimo altrui ad altri.
Dante slava nascosto, attor l orgoglio li fu caduto gli mancò
l'arroganza dapprima mostrata' che si lascio cader l uncino
a piedi Y arma di ghermire, o avidità di rapire et disse agli
altri compagni demoni ornai non sia feruto e così Y autore
fa conoscere, che Y uomo buona, e prudente non si corrompe
510 INFERNO
in mezzo de' barattieri, quando vi si trovi per giusto motivo,
ma vi si mantiene puro, ed innocente col divino ajuto.
E l Duca mio Virgilio a me disse o tu che sedi tra li
scheggion del ponte quato quato o Dante che stai nascosto fra
i massi del ponte sicuramente ornai a me ti riedi torna a me
sicuro, giacché, priore, e reggente di Fiorenza , non fosti mac-
chiato di baratterie perch io mi mossi e venni ratto a lui volai
a lui, angoscialo pel timore, e ritardo e i diavoli tutti si fece-
rono tutti avanti tutti avanzarono contro Virgilio si eh io te-
metti non tenesser patto che non mantenessero le promesse.
Bellissima finzione, perchè di rado, o quasi mai i barattieri
mantengono la data parola, se non torni a loro vantaggio.
I cittadini di Lucca insieme coi fiorentini nell'anno 1289
in agosto, raccolti in esercito, mossero contro la città di Pisa,
assediando primamente il castello — Caprona. — [difensori per
monopolio si arresero, salve le persone. E mentre, sortendo dal
castello, passavano in mezzo dell'esercito nemico, andavano
dimessi per timore di essere trucidati. Ora 1' autor nostro in-
tende significare, che, a guisa di quelli che si arresero, e
passarono in mezzo a nemici, tremava per la memoria dello
strazio fatto all' anziano, cosi vidio già li fanti quei difensori
di Caprona che patteggiati uscivan di Caprona resi a patto
di aver salva la vita temer di essere trucidati veggendo se tra
cotanti nimici fiorentini, e lucchesi; fra i quali era anche
Dante, giovane di anni 25, ricordando il fatto di Caprona per
accertare, ch'esso pure aveva trattate le armi. E come que' di-
fensori non potevan liberarsi che a patto della vita salva, ma
passando fra nemici, ai quali erano stati infesti tanto da rite-
ner probabile una vendetta, così Virgilio, e Dante, colla pro-
messa incolumità, passarono fra demoni armati, cui avevano
recato sommi danni per tutto V Inferno, paventando che vio-
CANTO XXI. SU
lasserò il patio. Pochi, ed inermi i difensori di Caprona pas-
sarono in mezzo a numerosi nemici, e due soli, Virgilio, e
Dante inermi, e timorosi fra dieci demoni armati di unghie,
sanne, ed uncini.
Io m accostai con tutta la persona — lungo l mio duca
mi raccolsi intorno a Virgilio quasi dicendogli — m'abban-
dono tutto nelle tue braccia, perchè nulla conosco, né del
luogo, né di costoro. E Dante nel 1300 non aveva per anche
conosciuti i barattieri delle corti, come in seguito li conobbe
e non torcea gli occhi dalla sembianza lor eh era non bona
non toglieva gli occhi di dosso ai demoni, che parevano molto
disposti a mal fare: ei i demoni chinavan i m/rabbassavano
gli uncini per prendermi e dicea l uno con l altro vuoi che io il
tocchi in sul gropone vuoi che gli rompa le reni? e rispon-
dean gli altri sì sì dagli dagli si fa che li accocchi prendili
tirali. Così mostra V autore quanto sia difficile passar fra le
mani di barattieri, perchè bisogna lasciar pelo se non pelle;
ovvero è forza lodare, pregare, adulare, cose tutte insoffri-
bili air uomo onesto, ma quel dimonio Malacoda che linia
sermone col duca mio sulla volontà de'compagni se volse tutto
presto contro di essi e disse posa posa Scarmiglione era que-
sto un demonio, che più feroce correva contro Dante — Scar-
miglione— o spezza patto — Malacoda doveva frenare quel
dimonio dipendente, perchè sarebbe stato troppo manifesto
il tradimento, se avesse permesso, che al suo cospetto Dante
si offendesse. Doveva aspettare almeno di allontanarsi alcun
poco per non parere complice della frode.
Poi disse quarta parte generale. Quel Malacoda, dopo a-
ver fermato il furore degli altri diavoli disse a noi a me, e
Virgilio non si potrà ire per questo scoglio per questo ponte
più oltre nel sesto ponte. La strada è rotta perocché l arco se-
512 INFERNO
sto il ponte sesto giace tutto spezzato al fondo perchè ruinò
nel tempo della passione , e morte di N. S. Gesù Cristo. Aggi un -
geMalacoda, che se pure vogliono passar oltre, possono tentare
altra via trasversale e andarvene super questa cinta per que-
sta riva, che cinge la quinta bolgia se vi piace laudare più
oltre perchè Virgilio aveva detto di dover mostrare ad altri
il sentiero selvaggio, e di voler scorrer P inferno tutto, un al-
tro scoglio un altro ponte e presso che via face Malacoda dice
il vero in parte, ed in parte il falso, con che più facilmente
s' inganna. Era ben vero che il ponte sesto era rotto, e cadu-
to; ma non era vero che vicino fosse altro ponte che offrisse
strade, come si vedrà nel canto XXIII. Così sarebbersi allon-
tanati dalla via retta, e dal termine.
E sogliono i fraudolenti sotto aspetto di salutare consiglio
più inviluppare, e spingere a mina. Figlio mio, parea dir Mala-
coda, tu non puoi arrivare al fine desiderato, battendo la retta
via, per una causa giustissima: ti è necessità volgere ad altro
sentiero. Il tale è un parente, altro fratello , un terzo amicissimo
del papa, ossia del padre misericordioso de'popoli. Mi è testi-
monio Iddio che con profitto tentai questo mezzo in Avignone
nella corte romana ; imperocché il tesoriere maggiore di Urba-
no V dopo avermi tenuto sospeso, cominciò ad accogliermi con
occhio torbido, essendo Strabone non solo di corpo , ma anche
di animo, e mi cacciò contro lo scoglio della disperazione.
Del pari aveva operato Malacoda nelT indicarmi altra strada,
che mi guidava a punto diverso da quello che mi era pro-
posto. — Quel ponte poi veramente fu rotto con orribile ter-
remoto al momento della morte di Gesù Cristo. E Dante col-
F accennarlo tocca il tempo in cui diede principio a quest'ar-
duo lavoro, nel 1300, circa la metà di Marzo, nel venerdì san-
to. La Pasqua cadde allora in marzo. Allegoricamente poi si-
CANTO XXI. 513
gnifica che per la morte, e risurrezione di Cristo il genere
umano risorse da morte a vita, e del pari Egli per grazia di-
vina in tal giorno dalla morte e dalle tenebre dei vizi fu con-
dotto al sentiero dell' eterna felicità. Cristo morì nel trente-
simo terzo anno di sua età* incominciando il trentesimo quar-
to; se pertanto aggiungi trentaquattro a 1266 avrai gli anni
1300. Ovvero dirai che Dante comincia l'era dall' incarnazio-
ne, come la intendono i toscani, ed allora non è necessario
aggiungere il rotto del trentaquattresimo anno. Dante comin-
cia gli anni dalla morte, non dalla incarnazione mille dugen-
lo con seasantasei anni — compier hier cinque bore più ol-
tre che questa otta avverti, che quando l' autore così parlava
era nella prima ora del sabbaio santo, e vuol dire che nel
giorno del venerdì santo passalo, all'ora sesta avvenne questa
mina fieri più oltre che questa otta oltre questa prima ora
del giorno che la via fu rotta qui alcuni testi moderni hanno
diversa lezione, ma tale discordanza proviene dalle opinioni di-
verse sulla morte di Cristo, posta d'alcuni negli anni 33, da
altri negli anni 34, e su questo ho sentite le più fiere conte-
stazioni. Ma la prima interpretazione sembra la migliore, e
Dante contò gli anni dalla passione, io mando verso la di
questi miei io mando questi miei compagni verso la riva che
chiude la bolgia a guardar se alcun se ne sciorina se alcuno
azzarda di venire alla superficie per refrigerio; gite con loro
andate insieme che non saranno rei che non vi molesteranno,
perchè non siete barattieri. Etti Malacoda comincio a dire
chiamando ciascuno de' demoni col proprio nome state a-
vanti venite avanti Alichino, nome del primo demonio che
persuase gli altri alle frodi , Calcabrina nome del secondo
demonio che ne fece di duro, e di molle e tu Cagnazzo
terzo demonio così nomalo per sua rapacità , e Cagnaccio
R A MB A 1/1)1 — Voi. 1. 33
$14 INFERNO
indica gran cane e Barbariccia guidi la decina il crespo
della barba , e capelli indica malignità , e doveva quindi
condurre la torma, mentre Malacoda restava sull'estremo del
ponte ad osservarli : Libicocco vegna oltre significa ardente
e Draghinazzo sesto, gran serpante, velenoso, gran dra-
go, o dragone: Ciriatto Sanuto settimo, da ciros mano, quasi
di armate mani, e sana gran dente acuto, e che serve a la-
cerare: Graffiatane ottavo, che graffiagli altri e Farfarello
nono demonio, infrascatone, imbrattatore e Rubi cante pazzo
decimo demonio, rosso, temerario, precipitoso, audace qual
meretrice, conculcatore di verecondia. Non si pone l'undecimo
Malacoda, perchè padrone, e signore. Ma chi era quel de-
monio che tornava da Lucca? Forse Cagnazzo: ma egli era
qui: i demoni vanno, e vengono in un istante, essendo spi-
riti, e non corpi, cercate intorno le bollenti pane pane , o pa-
nie sono paglie, o vimini sottili con visco, che servono a pren-
der gli uccelli, e tale appunto è la baratteria, questi Virgilio
e Dante sien salvi fino ali altro scoglio fino al ponte che co-
pre la settima bolgia che tutto intero va sopra le tane fosse,
valli, caverne, o bolge — Ma Malacoda comanda l'impossi-
bile a servi suoi, perchè era lor legge non sortire dalla quinta
bolgia. E Dante anche in questo mostra il costume de* capi
barattieri, che promettono più di quello che vogliono, o pos-
sono mantenere; e diede nomi singolari ai demoni per enu-
merare le arti, i tranelli, e le varie frodi delle corti.
Dante si lagna con Virgilio di così orribile compagnia
dissio o me ahimè ! o maestro mio che e quello che io veggio
e dice deprecativamente deh andiamci soli andiamo da noi
senza quella scorta se tu sai ire giacché fosti altra volta eh io
per me non la chegio io non la cerco, non vedi tu eh et di-
grignano i denti f a guisa de' cani che stan per mordere e ne
CANTO XXI. 315
minacciati duoli minacciano mali con le ciglia cogli occhi
torvi , ed infuocati se tu sei così accorto come suoli se tu sei
come al solito previdente, e provvidente, et elliame Virgilio
mi disse non vo che tu paventi non voglio, che abbi paura;
lasciali pure digrignar a lor senno lascia che facciano quanto
credono eh ei fanno ciò per li dolenti lesi per i colpevoli ba-
rattieri lessati, e colti nella pece. Quei dieci demoni deron volta
per l argine sinistro si volsero a sinistra per la riva che chiude
la bolgia ma prima avea ciascun la lingua stretta co denti
verso lor duca per cenno con lingua disposta a far atto scon-
cio et elli havea fatta trombetta del culo esso duca avea fatto
peti. Ciò figura l'allegria, e le scede de' barattieri facendo fro-
di , e T uno ingannando V altro. Quanti ne vidi, e ne udii far peti
neir atto di esprimere la gran compiacenza di avere ingannato.
Ritengono alcuni, che in questo canto l' autore castighi
non solo i barattieri in senso lato, ma anche i giuocatori , toc-
che a me non sembra, perchè non si trova parola, che vi si
riferisca. Quattro personaggi nomina — l'anziano di Lucca in
questo canto — Ciampolo Novarese — Fra Gomita — e ser Mi-
chele Zanche in quel che segue. I giuocatori stan meglio nel
cerchio degli avari , o prodighi e tra i violenti contro i loro
beni. Altri incapaci di penetrare nella mente di Dante lo ac-
cusano di superfluità, ed a me pare il contrario, perché espri-
me al vivo il carattere de' barattieri. Piuttosto mi fa sorpresa,
che Dante astratto, abbia così finamente osservato, e son per-
suaso, che ridesse quando scriveva questo canto. Concluderò
notando, che V autore pose V adulazione nello sterco, la ba-
ratteria nella pece, e come accordò unghie coperte da sterco
alle meretrici, colle quali si sfregiano la faccia, qui accorda
al capo de' barattieri un sibilo del deretano, perchè serva ad
infamia di sé già tulio denigrato col suono il più vile.
CANTO XXII.
TRSTO MODERNO
lo vidi già cavalier muover campo ,
E cominciare stormo, e far lor mostra,
E talvolta partir per loro scampo; 3
Corridor vidi per la terra vostra ,
0 Aretini, e vidi gir gualdane,
Ferir torneamenti , e correr giostra , 6
Quando con trombe e quando con campane ,
Con tamburi e con cenni di castella,
E con cose nostrali e con istrane: 9
Né già con sì diversa cennamella
Cavalier vidi mover, né pedoni,
Né nave a segno di terra o di stella. 12
Noi andavam con li dieci dimoni:
Ahi fiera compagnia! ma nella chiesa
Co' santi, e in taverna co' ghiottoni. 15
Pure alla pegola era la mia intesa,
Per veder della bolgia ogni contegno,
E della gente ch'entro v'era incesa. 18
Come i delfini, quando fanno segno
A' marinar con l'arco della schiena,
Che s'argomentin di campar lor legno; 21
Talor così ad alleggiar la pena
Mostrava alcun de' peccatori il dosso,
E nascondeva in men che non balena, 24
CANTO XXII. 517
E come all'orlo dell'acqua d'un fosso
Stanno i ranocchi pur col muso fuori,
Sì che celano i piedi e l'altro grosso; 27
Sì stavan d'ogni parte i peccatori:
Ma come s'appressava Barbar iccia,
Così si ritraean sotto i bollori. 30
lo vidi, ed anche il cor mi s'accap riccia,
Uno aspettar così, com'egli incontra
Ch'una rana rimane, e l'altra spiccia. 33
E Graffiacan, che gli era più di con tra,
Gli arroncigliò le impegolate chiome,
E trassel su, che mi parve una lontra. 36
lo sapea già di tutti quanti il nome,
Sì li notai, quando furono eletti,
E poi che si chiamaro , attesi come. 39
0 Rubicante , fa che tu li metti
Gli unghioni addosso sì che tu lo scuoi ,
Gridavan tutti insieme i maladetti. 42
Ed io: Maestro mio, fa, se tu puoi,
Che tu sappi chi è lo sciagurato
Venuto a man degli avversarj suoi. 45
Lo Duca mio gli s'accostò allato:
Domandollo ond'ei fosse, e quei rispose:
lo fui del regno di Navarra nato. 48
Mia madre a servo d'un signor mi pose,
Che m'avea generato d'un ribaldo
Distruggi tor di so e di sue cose. 51
Poi fui famiglia del buon re Tibaldo:
Quivi mi misi a far baratteria,
Di che io rendo ragione in questo caldo. 54
E Ciriatto, a cui di bocca uscia
5 1 8 INFERNO
D'ogni parte una sanna, come a porco,
Gli fé sentir come l' una sdruci a. S7
Tra male gatte era venuto il sorco:
Ma Barbariccia il chiuse con le braccia,
E disse: sta in là, mentr'io lo inforco: 60
Ed al Maestro mio volse la faccia:
Dimanda, disse, ancor, se più desii
Saper da lui, prima ch'altri il disfaccia. 63
Lo duca: dunque or di', degli altri rii
Conosci tu alcun , che sia Latino
« Sotto la pece? E quegli: io mi partii 66
Poco è da un, che fu di là vicino:
Così foss'io ancor con lui coverto,
Che io non temerei unghia né uncino. 69
E Libi cocco: troppo avem sofferto,
Disse; e presegli il braccio col ronciglio,
Sì che, stracciando, ne portò un lacerto. 72
Draghignazzo anch' ei volle dar di piglio
Giù dalle gambe; onde il decurio loro
Si volse intorno intorno con mal piglio. 75
Quand'elli un poco rappaciati foro,
A lui, che ancor mirava sua ferita,
Dimandò il duca mio senza dimoro: 78
Chi fu colui , da cui mala partita
Di' che facesti per venire a proda?
Egli rispose: fu frate Gomita, 81
Quel di Gallura, vasel d'ogni froda,
Ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,
E fe'Ior sì, che ciascun se ne loda: 84
Denar si tolse, e lasciolli di piano,
Sì com'ei dice: e negli altri ufici anche
CANTO XXII. 319
Ba ratti er fu non picciol, ma sovrano. 87
Usa con esso donno Michel Zanche
Di Logodoro; e a dir di Sardigna
Le lingue lor non si sentono stanche. 90
Oh me! vedete l'altro, che digrigna:
lo direi anche; ma io temo ch'elio
Non s'apparecchi a grattarmi la tigna. 93
E il gran proposto volto a Farfarello,
Che stralunava gli occhi per ferire,
Disse: fatti in costà, malvagio uccello. 96
Se voi volete vedere, o udire, t
Ricominciò lo spaurato appresso,
Toschi o Lombardi, io ne forò venire. 99
Ma stien le male branche un poco in cesso,
Sì che non teman delle lor vendette;
Ed io, seggendo. in questo loco stesso, 102
Per un ch'io son, ne farò venir sette,
Quando sufolerò, com'ò nostr'uso
Di fare allor che fuori alcun si mette. I OS
Cagnazzo a colai motto levò il muso,
Crollando il capo, e disse: odi malizia
Ch'egli ha pensato per gittarsi giuso, 108
Ond'ei eh' avea lacciuoli a gran divizia,
Rispose: malizioso son io troppo,
Quando procuro a' miei maggior tristizia. 1 1 i
Alicbin non si tenne, e di rintoppo
Agli altri, disse a lui: se tu ti cali,
lo non ti verrò dietro di galoppo, 114
Ma batterò sovra la pece l'ali:
Lascisi il colle, e sia la ripa scudo
A veder se tu sol più di noi vali. 1 17
S20 l!SKEBNO
0 tu, che leggi, udirai nuovo ludo.
Ciascun dall'altra costa gli occhi volse:
Quel prima, eh' a ciò fare era più crudo. 120
Lo Navarrese ben suo tempo colse;
Fermò le piante a terra, e in un punto
Saltò, e dal proposto lor si sciolse. 123
Di che ciascun di colpo fu compunto,
Ma quei più, che cagion fu del difetto;
Però si mosse, e gridò: tu se' giunto. 126
Ma poco valse; che Tale al sospetto
Non poterò avanzar: quegli andò sotto,
E quel drizzò volando suso il petto. 129
Non altrimenti l'anitra di botto,
Quando il falcon s'appressa, giù s'attuffa,
Ed ei ritorna su cruccialo e rotto. 132
Irato Calcabrina della buffa,
Volando dietro gli tenne, invaghito
Che quei campasse, per aver la zuffa: 135
E come il baraltier fu disparito,
Così volse gli artigli al suo compagno,
E fu con lui sovra il fosso ghermito. 138
Ma l'altro fu bene sparvier grifagno
Ad artigliar ben lui, ed ambedue
Cadder nel mezzo del bollente stagno. 141
Lo caldo sghermitor subito fue:
Ma però di levarsi era niente,
Sì aveano invescate l'ale sue. 144
Barbariccia con gli altri suoi dolente
Quattro ne fé' volar dall'altra costa
Con tutti i raffi, ed assai prestamente 147
Di qua di là discesero alla posta:
CANTO XXII. 521
Porser gli uncini verso gì' impaniati,
Ch'eran già cotli dentro dalla crosta:
E noi lasciammo lor così impacciati. 151
COMMENTO DI BENVENUTO
Altra specie di barattieri che frodarono i padroni. Sono
essi pure castigati nella. quinta bolgia, e nella pece bollente.
Il canto può dividersi in quattro parti generali : nella prima,
atto, e maniera del nuoto nella pece bollente: nella seconda,
un barattiere moderno maliziosissimo, e male trattato dai de-
moni io vidi ecc. nella terza il detto barattiere palesa vari
compagni suoi lo duca ecc. nella quarta, ed ultima tal barat-
tiere inganna i demoni, e scappa lasciandoli fra loro azzuf-
fati o me vedete ecc.
Lagnasi Dante di non aver potuto mostrare con similitu-
dini l'atto osceno di quel Barbariccia, e si limila a dire, che
vide nel mondo, in pace, ed in guerra infiniti segni di variatis-
sime operazioni, ma non aveva mai scorto segno simile a quello
del canto precedente io vidi già nell'esercito contro Caprona,
del quale Dante fece parte cavallieri soldati a cavallo, giac-
ché il nome di soldato sta bene tanto ai pedoni, quanto ai ca-
valieri, secondo Tito Livio, ed altri storici mover campo a-
zione guerresca, la maggiore capacità di un condottiero d'ar-
mata sta nel saper porre, e levare il campo, locchè a Pirro
tornò di somma gloria per testimonianza di Annibale sagacis-
simo capitano e cominciar stormo tumulto, schiamazzo di
terra assediata, segno di convenzione e far la mostra con
qualche istromento musicale e talvolta partir per loro scam-
po fuggire, per evitare male maggiore, o scorno; e tal alloc-
gli dice aver veduto nella città di Arezzo. Apostrofa quindi gli
aretini così o aretini io vidi corridor uomini fuggenti al fu-
S22 INFERNO
ror popolare per la terra vostra per Arezzo. Vogliono che ciò
avvenisse, quando i Ghibellini furono scacciati da Fiorenza,
giacché allora i Guelfi corsero la città a guisa di ladroni, ma
ciò non può essere, imperocché Dante non era nato ancora, od
almeno era fanciullo. Altri sostengono che ciò avvenisse, quan-
do i Tarlati diPietramala furono scacciati nel 1307, e neppur
questo regge, perchè Dante ebbe la visione assai prima. Era
molto tempo, che Italia misera veniva lacerata da repentine
mutazioni, da furori, e da stragi, e la città di Arezzo si ridus-
se all'estrema desolazione, essa antica, e nobile città, tenuta
per una delle principali di Toscana a testimonianza di Livio!
Dante in gioventù, e prima del suo esilio vide il tumulto e vidi
gir gualdane masnade, brigate ferir torneamenti i tornea-
rne riti, o giostre a cavallo si tennero in Arezzo al tempo di Guido
de' Tarlati di Pietramala, personaggio magnifico, che quella
terra alzò a splendore, munendola d'armi, armati, mura, e
di molte scuole di guerra. Checché per altro si dica, Guido
non fiori al tempo di Dante , ma dopo la morte di questo, e se
l'autore avesse conosciuto le di lui magnifiche gesta, non le
avrebbe di certo passate in silenzio. Il passo non può dunque
riferirsi ad Arezzo, ma ad altro luogo, avendo visti Dante con-
simili tumulti in Fiorenza, Bologna, Ferrara, ed altre città
molte e vidi ferire ferirsi torneamenti e correr giostre nelle
giostre a cavallo sotto diversi segni quando con trombe col
segno della tromba o per movere il campo, o per correre a
battaglia, o per eccitare, ed animare i combattenti quando con
campane ne'tumulti di città, ed anche per feste con tamburi
regola per la fanteria e con cenni di castella come i fuochi,
i fumi, le bandiere e con cose nostrali con qualche oggetto
d'uso nostrale e con istrane con oggetti insueti, e straordi-
nari, vidi già cavalier non pedon mover cosi diversa cela-
CANTO XXII. 523
niella zampogna, composta di cannuccie che dan suono di-
verso. Vuol dire in sostanza; mi manca un segno somigliante
a quell'atto ne vidi nave moversi a segno di terra special-
mente dalla torre del porto o di stella come la tramontana.
Noi andavam con li dieci dimoni che Malacoda ci aveva
dati per compagni ah fera compagnia! Ma perchè l'assumi?
Perchè nella Chiesa coi santi, nella taverna coi beoni; molte
volte il più onesto, e sapiente è costretto dalle circostanze di
tempo e di luogo a conversar con infami : un religioso rispetta-
bile, un ricco, ed onorato mercante trovansi in nave coi ruffiani,
e le donne pubbliche, il virtuoso col colpevole, il vino puro col-
la feccia, l'olio colla morchia. La virtù senza contrasto anch'es-
sa marcisce, come l'acqua che non ha moto. Dante non insegna
di conversare con tal razza vile e spregevole, ma soltanto
quando la necessità lo esiga la mia intesa lamia intenzione
era pur alla pegola solo alla materia de' barattieri puniti nella
pece, cosicché ad onta del turpe atto del duca, e degli altri
demoni, Dante voleva sino a fondo compire il trattato per ve-
dere ogni contegno la maniera loro in quella bolgia e de la
gente che entro v era incesa de' barattieri , che dentro alla pece
bruciavano.
Questi barattieri impeciati ora si alzavano alla supeficie,
ora s'immergevano, come i delfini prima della vicina tempe-
sta, alcun de peccatori mostrava t allora il dosso fuori della
superficie della pece ad alleviar la pena per diminuire il tor-
mento et ascondea la schiena in men che non balena in un
momento cosi come i delfini pesci , che nuotando mostrano
il dosso quando fanno segno con l arco de la schiena colla
schiena piegata ad arco nel salto, o nuoto ai marinar che
s argomentin di campar lor legno prima che li arrivi la vi-
cina tempesta. Sono molti i delfini nel mare: han pelle nera:
324 INFEK1S0
avvisano i marinari della vicina burrasca: i barrallieri sono di
maggior numero dei delfini: son neri d'infamie: si mostrano
qualche volta all'avvicinarsi d'una sventura, non per salvare
. i minacciati, ma per perderli maggiormente. Quell'essere ri-
cacciati dai demoni sotto la pece, quando vengono alla super-
ficie indica, che la baratteria è visco tenace, da cut l'uomo
non può liberarsi. Plinio dice cose incredibili del delfino, leg-
gero, e veloce più di tutti gli animali non solo marini, ma vo-
latili, e rapido qual saetta, sorpassa nel corso le vele gonfiate
dal vento, e i peccatori stavan d ogni parte intorno intorno
nella bolgia si come i rannocchi stanno ali orlo alla riva, al-
l' estremità dell aqua di un fosso pur col muso fuori in terra
— si che celano i piedi e l altro grosso metton fuori la testa,
e tengono nell'acqua il resto del corpo ma cosi si ritraon
sotto l bollore que' barattieri come s appressava Barbaricda
il capo di que' demoni. Le rane abitano ne' fossi, sono male
olenti, non si allontanano mai dalle acque, timorosissime fug-
gono ad ogni piccol rumore; del pari i barattieri sono chiusi
nella bolgia, han male odore di fumo, non possono torsi dalla
pece, sono agitati ad ogni parola, ad ogni frase relativa a sco-
prire le frodi, e fuggono il giudizio dell'uomo integerrimo,
e puro.
Io vidi seconda parte generale. E perchè vide orribile
cosa, Dante aggiunge et ancora el cor mi s aecaprieda an-
cora trema ricordando uno aspettare mentre Barbariccia an-
dava vicino alla bolgia, osservando cosi come incontra che
una rana rimane meno paurosa delle altre e l altra spiccia
sen fugge, e si nasconde sott'acqua e Graffìacane che graffia,
e trascina i barattieri che gli era più d incontra in direzione
opposta l arronciglio prese coli' uncino l impegolate come i
capelli impeciati: trassel su fuori della pece alla riva che mi
CANTO XXII. 525
parve una lontra la lontra è animale acquatico, palustre,
lungo, peloso qual volpe, di pelo nero, di muso acuto, ne-
mico de' pescatori , cui lacera le reti, e libera i pesci, che nelle
reti sono colli; abita per lo più nell'acque morte; e così i ba-
rattieri per poco guadagno le tante volte liberano i più gravi
malfattori, o dal carcere, o dall'ultimo supplizio. La lontra si
prende con istrumento di ferro acuto, al pari del barattiere
tratto con uncini di ferro, e con essi trascinato, i maledetti
demoni gridavan tutti insieme o Rubicante pazzamente avido
di preda fa che tu gli metta gli unghioni adosso le grandi un-
ghie ricurve siche tu lo scuori gli cavi il cuoio, la pelle, iosa-
pea l'autore qui fa una parentesi — quasi dica — io già li co-
nosceva dacché li udii nomarsi a vicenda. Io sapea l nome di
tutti quanti si li notai tanto mi rimasero impressi quando
furono eletti scelti da Malacoda et attesi come venivan detti o
distinti poi che si chiamaron per nome l'un l'altro, et io dissi
o maestro mio fa se tu puoi parla , se puoi che tu sappi chi e lo
sciagurato preso da costoro venuto a man degli avversari
suoi caduto nelle mani di così crudeli nemici.
Lo duca mio Virgilio, per soddisfare al mio vivo desi-
derio li s accosto a lato si avvicinò ad essi che gridavan tanto
e dimando Ilo ond ei fosse. Per quanto io credo, Dante co-
nobbe quello sventurato nella città di Parigi , allorché vi si trat-
tenne per oggetti di studio dopo l' esilio dalla patria. Era co-
stui uno spagnuolo di Navarra, di madre nobile, ma di padre
vilissimo, il quale, tutti avendo dilapidati i beni, si appiccò,
disperato, per la gola, e fu arborificato nel cerchio de' vio-
lenti contro sé stessi. Il figlio si chiamò Ciampolo, che la ma-
dre, per rapporti di nobiltà, mise alla dipendenza di un gran-
de di Spagna. Seppe costui con tanta malignità diportarsi, che
in breve tempo si rese carissimo al suo principale, che gli
526 INFERNO
fece un nome, e lo allogò nella corte del re di Navarra — Teo-
baldo—il quale fu sovrano di specchiata giustizia, e cle-
menza. E tanto seppe condursi anche presso del re, che inna-
moratosi di Ciampolo, gli affidò l' intera amministrazione della
corte. Fu allora ch'entrò nelle ambagi della baratteria, ed
ammassò ricchezze immense. Molti alzavano lagni al sovrano
contro di lui; ma questi non prestando fede ai querelanti cre-
sceva audacia, e si spingeva a nuovi, e più ardui azzardi.
Dice Ciampolo io fui nato del Regno di Navarra. La Spagna
si compone di cinque regni — Castiglia — Aragona — Navarra
— Portogallo — Granata, mia madre che mavea generato dun
ribaldo da un basso, e perfido soggetto distruggitor di se e
di sue cose violento contro la propria persona, e beni mi pose
a servo d un signore al servigio di un grande poi fui famiglio
del bon Re Thebaldo fui il più intimo confidente dell' ottimo
re Teobaldo; ed è alta sventura di un regno, quando il sovra-
no fida in ufficiali malvagi.
Non è molto, che il legato di Urbano V in Bologna,
uomo distinto per nobiltà, e prudenza ebbe a vicario — Bar-
tolomeo Ruino, — barattiere in tutta l'estensione del ter-
mine , che gli concitò P odio dell' intera popolazione. Né
mai (non so qual diavolo lo avesse acciecato) soffriva la
più tenue accusa a danno del vicario suo, ed a stento, e
quasi forzato lo dimise. Oh quanto fu più da encomiarsi
Cambise re di Persia, che fece scorticare un giudice pre-
varicatore , e colla pelle coprire la sedia sulla quale aveva
resa la sentenza ingiusta pel denaro ricevuto! Comandò, che
il figlio dello scorticato sedesse sulla medesima scranna, per-
chè dovendo ricordare continuamente la paterna punizione,
imparasse ad essere giusto. Ciampolo avrebbe meritato quel
castigo, perchè in vita aveva scorticati molti, e Dante a ra-
CANTO XXII. 527
gione lo fa scorticare dai demoni nell' Inferno mi misi a far
baratterie vendendo onori, impieghi, giustiziaci che io ren-
do ragione in questo caldo nella pece bollente in cui sono
immerso.
E Cirialo che superiormente Dante chiamò Sanuto a
cui una sanna uscia di bocca da ogni parte come a porco
o cinghiale li fé sentir come luna sdrucia scorticava, lace-
rava. Con quant' arte P autore tratta questa materia! Parago-
nò i barattieri prima ai cani , ai delfìni , alle rane: indi ai gatti,
ed ai sorci, ma sempre le similitudini sonoconvenientissime.
Il gatto prende i sorci con denti, ed unghie acute che stende e
ritira per arraffare. Il topo è animaletto insidioso, che di nasco-
sto rode e rapisce, e viene perciò detto ratto, è timido vile e
fugge. Come i gatti coi denti, e colle unghie malmenano i
sorci, altrettanto i demoni fan ludibrio de' barattieri coi denti,
unghie, ed uncini; e la convenienza della similitudine sta in
questo, che il topo rapisce, ed è rapito dal gatto ed il gatto
è morsicato dal cane, al pari del piccolo barattiere eh1 è mor-
sicato dal mezzano, ed il mezzano dal maggiore, il sorco il
topo era venuto tra male gatte tra perfidi demoni, ma Bar-
bariccia il cinse con le braccia come superiore di potere, e
di grado e disse state in la tiratevi indietro mentr io lo in-
forco mentre lo infilzo nel mio uncino e rivolse la faccia
al mio maestro a Virgilio che stava perplesso e disse diman-
da ancora se più disii dimanda altre cose se le desideri sa-
per da lui giacché costui arrivò alla sublimità nella baratte-
ria pria eh altri il disfaccia tanto più che gli altri demoni
sono smaniosi di lacerarlo. Oh quante volte vidi il consimile
nelle corti! Il cancelliere vuole la parte sua, la vuole il came-
riere, la vuole il sostituto, la vuole il servo, la vuole perfino
il portiere, e così P infelice petente resta del lutto pelato.
528 INFERNO
Lo duca terza parte generale— Virgilio disse dunque or
di degli altri rii degli altri barattieri cognosci tu alcun che
sia latino? Vorrei conoscere qualche barattiere italiano sotto
la pece bollente, e quelli Ciampolo rispose io mi parti poco e
è poco tempo che fui tratto dalla pece da Graflìacaoe da uno
barattiere famoso che fu di la vicino che fu di Sardegna vi-
cino air Italia. Le isole vicine all' Italia sono Sicilia, e Sarde-
gna, la prima divisa da uno stretto di mare dalla parte orien-
tale, l'altra dal mar Tirreno: ambidue fertilissime, spesso
preda de' barbari, ed oggetto di molte guerre fra i romani,
ed africani. Dante usa spesso della frase — latino suolo —
per esprimere suolo d' Italia. Propriamente parlando dovreb-
bero dirsi latini tutti che usano della lingua latina — galli —
germani — inglesi — spagnuoli. — Non pertanto suona anche
italiano, perchè la lingua italiana trasse dalla greca, e dalla
latina. — Così foss' io ancora con lui cotto stessi ancora sotto
la pece con lui eh io non temerave uncino ne unghia non te-
merei di essere da costoro lacerato.
ELibicocco troppo disse avem sofferto troppo abbiam sof-
ferto tollerato , e costui va per le lunghe, onde passi tempo e
presegli il braccio col ronciglio coir uncino si che stracciando
ne porto un lacerto un pezzo di muscolo, o per parlare se-
condo i barattieri, gli diede un buon carpicelo. Ed essendosi
mostrato pronto altro demonio di Care lo stesso o peggio, il
duca lo impedì. Draghinacho peggiore di Libicocco ancor gli
volle dar di piglio — arrancarlo coir uncino — giuso alle
gambe perchè non potesse fuggire onde il decurio loro Bar-
bariccia si volse intorno intorno per dir più volte e fece cenno
all' intorno per frenare la smania dei demoni, che anche fra
gli scellerati bisogna mantener l'ordine col rispetto, ed ub-
bidienza ai superiori.
CANTO XXII. , 329
Prenato il furore dei demoni il Duca Virgilio dimando
senza dimora perchè non vi era tempo da perdere a lui a
Ciampolo che ancor mirava sua ferita la ferita del braccio,
tremando quand elli fwron un poco rapaciali rappacificati,
o quieti chi fu Colui da chi udi che facesti mala partita chi
era qi\el tale, da cui allontanandoti dicesti aver fatto maledir
venire a proda a terra. Risponde Ciampolo eh' era — Fra Go-
mita, vicario, e luogotenente del giudice Nino in Sardegna,
sommo barattiere, e che finalmente lo stesso Nino fece appic-
care per la gola , perchè , corrotto col denaro , aveva fatti fug-
gire vari nemici a lui dati in custodia — 1 genovesi, e pisani
valentissimi per battaglie navali, insieme uniti, occuparono
una volta la Sardegna, togliendola agli africani. Dopo la vit-
toria convennero — che i genovesi, piuttosto avari, avessero
quanto si trovava sopra terra nell' isola, i pisani all'incontro
avessero il nudo suolo. Ciò eseguitosi, i pisani padroni del
suolo, divisero l' isola in quattro parti, che nomarono Giudi-
cati, e vi costituirono quattro giudici. — Il primo Giudicato fu
detto — Logodoro — luogo aureo , essendo la parte più fertile,
ed amena: il secondo — Calari — nome antico — ed ivi — se-
condo Pomponio Mela, fu una volta una famosa cita: il terzo
— Arboreo — : il quarto, ed ultimo Gallura così chiamato pei
conti di Pisa eh' ebbero il Giudicato, e portavano nell'arme
un gallo, e de' quali fu Nino scacciato da Pisa, come nel can-
to Vili del Purgatorio. Giudice di Gallura fu fra Gomita, et ei
quel Ciampolo rispose quello da cui mi allontanai fu/ra Gomi-
ta quel di Gallura in Sardegna vasel d ogni froda degno com-
pagno di Ciampolo eh ebbe i nemici di suo donno in mano eb-
be i nemici del giudice Nino suo signore in custodia. I sardi,
ed ì siciliani chiamano Donni i lor padroni e fece lor si operò
tanto bene con loro che ciascuno se ne loda perchè li lasciò
Rambaldi — Voi. i. 34
530 INFERNO
fuggire impunemente: denatsi tolse e col quale si rompe ogni
fede e lasciolli di piano per patto dell' avuto denaro si com ei
dice come racconta a me, ed agli altri compagni di pena.
Ogni furbo barattiere parla volentieri dei risultati dell' arte
sua, e tutto giorno ascolti — io guadagnai cento scudi con
una sola parola — guadagnai più tacendo, che parlando e fu
anche barattier non piccola ma, sovrano superiore ad ogni
altro negli altri uffici conferendo , e dispensando gli altri uf-
fici per denaro.
Altro barattiere sardo fu Michele Zanche, vicario del re
Enzio, figlio naturale di Federico 11. Fu tanto solenne, che
morto il re Enzio nelle carceri di Bologna, presela di lui ma-
dre in isposa, e così divenne padrone del Giudicato di Logo-
# doro. Donno Michel Zanche di Logodoro padron Michele
Zanche di Logodoro usa con esso col predetto fra Gomita eie
lingue loro, di Gomita, e di Michele non si seniori stanche
non lasciando mai di parlar di Sardegna , e delle loro barat-
terie, quello in Gallura , questo in Logodoro. Io poi , terzo ,
quando sono con que* due, parlo di Navarca. Vuol dire in-
somma—siamo tre degni, e buoni compagni; tre solenni
birbanti al servizio di tre ottimi padrooi. Ciani polo per altro
ne sapeva più degli altri, ed avrebbe guidati gli altri alla
scuola, come si vedrà.
0 me vedete quarta , ed ultima parte. Ciampolo astuta-
mente finge di temere que' demoni, e sforzasi di ottenere al-
tro spazio di tempo, non già per sollievo al tormento, ma
furbescamente onde prendere il destro di fuggire incolume
dalle loro mani. 0 me ahimè che vedo! Vedi tu l altro che
digrigna? i denti? Io direi anche nominerei anche altri ba-
rattieri, e paleserei cose incredibili ma io temo cheUo — non
s apparecchi a gr atarmi la tigna temo che qualche demonio
CANTO XXII. 331
mi attacchi coi denti o nel capo, o nei fianchi per pan irmi
delle mie frodi. E vedi la ingegnosa metafora di — tigna —
per baratteria, imperocché la tigna ha radice nella cute, e
non può, se non difficilmente estirparsi; e del pari la barat-
teria è aderente, ed ha radice nel cuore, che non può svellersi
se non con molta difficoltà. L'uomo cerca coprire, e nascon-
der la tigna, come il barattiere la frode, e come la tigna si
purga colla pece, così la baratteria, e l gran preposto Barba-
riccia volto a Far far elio al demonio veloce che tralunavagli
occhi per ferire che aveva gli occhi torti per ferire — e gli
disse o malvagio ucello perchè ha le ali , e le unghie rapaci
fatti in costa vieni verso di me. Ciampolo avuta un poco di
tregua, tornò al primo racconto lo spaurito navarrese rico-
mincio a dire appresso continuando io ne farò venir Toschi,
e Lombardi de' più distinti in baratteria. L' autore accenna
solo toscani, o lombardi perchè esso fu toscano, e Virgilio
lombardo, e Ciampolo disse — qui sono tanti del vostro paese,
che potete vederli, e sentirli; ma le male branche le ugne, e
gli uncini di questi demoni stiano un poco in cesso in quiete,
stiano un poco ferme si chei tanto che i toscani, e lombardi
che verranno non temano di lor vendette non siano trattati
come me ed io ne faro venir sette per uno che so per un ba-
rattiere spagnolo sette toscani, e lombardi seggiendo in que-
sto luogo istmo. Odi malizia! Pareva che dicesse, non voglio
fuggire , quando un de' demoni stava per prenderlo fra le gam-
be, e farlo cadere: ora dice voler porsi a sedere quando su-
fiero quando fischierò com e nostr uso di fare come siamo
soliti a fare aliar che alcun si mette fuori quando alcuno si
mette fuori dalla pece. I barattieri hanno un segno di con-
venzione nell'esercizio dell' arte loro: il fischio è segnate di
ladro, come ladro può chiamarsi il barattiere.
532 INFERNO
Cagnazzo gran cane palatino levo l muso cr olanda il
capo sdegnoso che un minore tenti ingannare un maggiore
a coiai motto a quelle parole e disse odi malitia eh etti ha
pensato per gettarsi giuso per nascondersi sotto la pece, ond
ei il perchè Ciampolo eh avea tomoli malizie, e tranelli a sua
disposizione a gran dovizia in gran quantità e non aveva bi-
sogno di tempo a trovarle rispuose malitioso son io troppo
sono troppo semplice, e matto quand io procuro maggior
tristicia ai miei compagni esibendomi di condurli qui Ali-
chino non se tenne non potè più contenersi et disse a lui di
rintoppo agli altri contro degli altri fermi sulla riva io non
ti verro detro di galoppo il galoppo è il mezzo tra il correre,
e trottare — la tua agilità non potrà giovarti, perchè io ho le
ali se tu li cali se tu precipiti dalla riva ma batterò le ali so-
pra lapice volando ti raggiungerò, e sarai prima che tra la
pece, tra le unghie mie lascisi il calle e sia la ripa scudo
scendiamo da questa cima sulla ripa, che sia tuo riparo e la
ripa fia scudo e poco potrà giovarti, se vuoi fare a capelli
col diavolo a vedere se tu solo vali più di noi.
E qui Dante invita a maggiore attenzione nel descrivere
nuova e maravigliosa battaglia, o tu che leggi o leggitore
vedi nuovo ludo nuova battaglia , o combattimento. Ciam-
polo in un baleno si mise in fuga, e que' diavoli furono
delusi ciascuno demonio volse gli occhi dall altra costa
voltò il viso ad altra parte, fingendo aver dato campo a
Ciampolo di parlar con Virgilio: quel primo eh era più
crudo più crudele, e fiero a far ciò Alichino, minaccia-
va ; ma Ciampolo non ne sapeva meno di lui lo Navarrese
ben suo tempo colse prese P opportunità fermo le piante
a terra e salto fuori della riva in un punto in un istante e
se tolse del proposto loro scappando dalle mani di Barbarie-
CANTO XXII. 535
eia, che lo difendeva dagli altri di che ciascuno ogni demo-
nio fu compuncto di colpa si dolse quasi in colpa di averlo la-
sciato fuggire; o secondo altra lezione — di colpo — o pun-
tura al cuore ma quel più Alichino si rammaricò di più che
fu cagion del difetto perchè fidava , avendo le ali , che non po-
tesse in niun modo fuggire pero si mosse e disse corse, e gri-
dò tu se giunto ma non fu che l ode non poterò avanzar il so-
specto il sospetto, ed il timore resero Ciampolo più veloce dei-
Tali di Alichino quelli andò sotto Ciampolo andò sotto la pece,
né più comparve: i diavoli non poterono vendicarsi di lui , anzi
egli si vendicò delle lacerazioni avute, come si vedrà, e quei
Alichino drizzo il petto suso volando per non toccar la pece.
L anitra sattuffa giù di botto s' immerge in un subito
quando el falcon s appressa a lei et ei il falcone ritorna su
crucciato sdegnato per non aver preda e rotto affaticato non
altrimenti non diversamente dal diavolo. Similitudine pro-
pria! Alichino ha le ali, e le unghie come il falcone. L' anitra
è animale acquatico, palustre, capace al nuoto, ed ha piedi
con membrane che servon di remi : ingorda entra nelle reti ,
ed è presa le tante volte in tal modo: ha un rostro dentato,
con cui divora l'erba, i vermi, ed i piccoli pesci — Questi
estremi convengono tutti al barattiere. Calcabrina irato de la
buffa li tenne dretro volando non tanto per vergogna , quanto
per aver materia di rissa con Alichino invaghito che quelli
che Ciampolo campasse per aver la zuffa con Alichino. volse
gli artigli al suo compagno Alichino cosi come l baraUier
tanto presto quanto Ciampolo fu disparito s' immerse sotto
la pece, fu ghermito colui sopra l fosso fu preso cogli artigli
sopra la pece ma /attro Alichino fu bene sparvier grifagno ad
artigliar ben lui fu sparviero di unghie rapaci a restituirgli la
pariglia. Gli sparvieri alcuni son di nido quando si prendono
534 IXFERNO
implumi: altri sono raminghi, perchè comiociano a teotare
il volo: altri sono grifagni quando volano capaci, agili, astu-
ti, rapaci, e ambedue Alichino e Calcabrina cadder nel mezzo
del bollente stagno caddero nella pece bollente. Dante con tale
pugna rappresenta il caso ordinario che avviene nelle corti,
e vidi anch'io. Coi due demoni si figurano due primi ufficiali
barattieri: viene in corte un Ciampolo, un malizioso, azzimato
e goloso, che finge possedere molte ricchezze, ed aver molte
cause; tosto si tenta di prenderlo; ma egli astuto offre doni ,
azzarda promesse, e finalmente si abbandona ad un terzo la-
sciando idue primi delusi, i quali sdegnati gli giurano odio
eterno, insieme al terzo a cui si fidò. Ambidue perdettero la
preda, ed acquistarono riso, scherno, ed infamia, lo caldo
della pece bollente f ite subito schermitore il difensor di co-
storo, che fece loro aprir gli artigli. 11 timore della infamia ,
e della pena tante volte fa cessare costoro dall' aperta ostilità,
sebbene in cuor loro si mantengano acerrimi nemici, ma pero
di levarsi era niente indarno tentavano di sorgere si avevan
inviscate le sue ale dalla pece.
Barbariccia dolente della loro caduta, e dello scandalo
con gli altri suoi cogli altri sette demoni, che rimaser fuori
ne fé volar quattro dall altra costa dall'opposta riva con
tutti i raffi e assai prestamente perchè tentassero ricupe-
rare que' due , ossia sottrarli all' infamia. Mandò pertanto
compagni a frapporsi, e far lor dire, che il fumo della
pece giunse alle narici del duce discesero a la posta di
qua di la dall' una e l' altra parte porser gli uncini verso
gì impaniati verso i due invischiati, per trarli dalla pece e
noi lasciammo lor cosi impacciati intendi da queste ultime
espressioni , che i sapienti non s' intrigano di lai latti, e rìdono,
lasciando gli altri nella poltiglia. Avrai anche appreso, che i
CANTO XXII. 535
barattieri maggiori ingannano, e tormentano i minori, e que-
sti, dopo risse, e fragori, vilmente se la battono. Non vi è al-
cuno, che possa evitare le insidie de' barattieri nascoste, ma
scoperte che le abbia, deve punirle sulP esempio di Ales-
sandro imperatore. Scrive Elio Lampridio — nella vita di Au-
relio Alessandro — che questi ebbe ottimi subalterni, fra i quali
si annovera Ul pi a no, tesoro nella giurisprudenza; e non per-
tanto ebbe un Turmo iniquissimo barattiere, che scoprendo
avere l' imperatore in pensiero di fare una grazia, preveniva
il graziando, e fissava il prezzo, fingendo di essere il media-
tore di ottenerla, tocche tutto era menzogna. Alessandro sco-
perta tal froda , comandò, che si legasse ad un palo nella pub-
blica piazza, cui sottopor fece paglia, fieno, e legni bagnati,
ed appiccando fuoco, lo fece morire soffocato dal fumo, mentre
di continuo gridava A banditore perisca di fumo chi vendetti
il fumo.
CANTO XXIII
TKSTO MOUKBNO
Taciti, soli, e senza compagnia,
N'andavam l'un dinanzi, e l'altro dopo,
Come i frati minor vanno per via. 3
Volto era in su la favola d' Esopo
Lo mio pensier per la presente rissa,
Dov' ei parlò della rana e del topo: 6
Che più non si pareggia mo e issa,
Che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
Principio e fine con la mente fissa: 9
E come l' un pensier dall' altro scoppia ,
Così nacque di quello un altro poi ,
Che la prima paura mi fé doppia. 12
lo pensava così: questi per noi
Sono scherniti, e con danno e con beffa
Sì fatta, ch'assai credo che lor nói. 15
Se l'ira sovra il mal voler s'aggueffa,
Ei ne verranno dietro più crudeli ,
Che cane a quella lepre ch'egli acceffa. 18
Già mi senlia tutto arricciar li peli
Dalla paura, e stava indietro intento,
Quando io dissi: Maestro, se non celi 21
Te e me tostamente , io pavento
Di Malebranche: noi gli avem già dietro,
lo li immagino sì , che già gli sento. 2*
CANTO XXIII. 537
E quei: s'io fossi d'impiombato vetro,
L'immagine di fuor tua non trarrei
Più tosto a me, che quella dentro impetro. 27
Pur mo venieno i tuoi pensier tra i miei
Con simil atto e con simile faccia,
Sì che d'entrambi un sol consiglio fei. 50
S'egli è che sì la destra costa giaccia,
Che noi possiam nell'altra bolgia scendere,
Noi fuggi rem Immaginata caccia. 33
Già non compiea di tal consiglio rendere,
Ch' io li vidi venir con l'ale tese,
Non molto lungi , per volerne prendere. 36
Lo Duca mio di subito mi prese, '
Come la madre, ch'ai romore è desta,
E vede presso a sé le fiamme accese, 39
Che prende il figlio e fugge e non s'arresta;
Avendo più di lui che di sé cura,
Tanto che solo una camicia vesta : 42
E giù dal collo della ripa dura
Supin si diede alla pendente roccia,
Che l'un de' lati all' altra bolgia tura. 45
Non corse mai sì tosto acqua per doccia
A volger ruota di mulin terragno,
Quand'ella più verso le pale approccia, 48
Come il Maestro mio per quel vivagno,
Portandosene me sovra il suo petto,
Come suo figlio, e non come compagno, 51
Appena furo i pie suoi giunti al letto
Del fondo giù, ch'ei giunsero sul colle
Sovresso noi: ma non gli era sospetto; 54
Che l'alta Provvidenza, che lor volle
538 INPERNO
Porre ministri della fossa quinta,
Potere indi partirsi a tutti tolle. 57
Laggiù trovammo una gente dipinta,
Che giva intorno assai con lenti passi,
Piangendo, e nel sembiante stanca e vinta. 60
Egli avean cappe con cappucci bassi
Dinanzi agli occhi, fatte della taglia,
Che per li monaci in Colonia fassi. 63
Di fuor dorate son> sì ch'egli abbaglia,
Ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
Che Federigo le mettea di paglia. 66
0 in eterno faticoso manto!
Noi ci volgemmo ancor pure a man manca
Con loro insieme, intenti al tristo pianto: 69
Ma per lo peso quella gente stanca
Venia sì pian, che noi eravam nuovi
Di compagnia ad ogni muover d'anca. 72
Perch'io al Duca mio: fa, che tu trovi
Alcun, ch'ai fatto o al nome si conosca;
E gli occhi, sì andando, intorno movi. 75
E un , che intese la parola Tosca ,
Dirietro a noi gridò: tenete i piedi,
Voi, che correte sì per l'aura fosca: 78
Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi.
Onde il Duca si volse, e disse: aspetta,
E poi secondo il suo passo procedi. 81
Ristetti, e vidi duo mostrar gran fretta
Dell'animo, col viso, d'esser meco,
Ma tardavagli il carco e la via stretta. 84
Quando fur giunti, assai con l'occhio bieco
Mi rimiraron senza far parola:
CANTO UHI. 539
Poi si volsero io sé, e dicean seco: 87
Costui par vivo all'atto delia gola;
E s'ei soo morti, per qual privilegio
Vanno scoverti della grave stola? 90
Poi dissenni: o Tosco, ch'ai collegio
Degl'ipocriti tristi sei venato,
Dir chi tu sei non avere in dispregio. 93
E io a loro: io fui nato e cresciuto
Sovra il bel fiume d'Arno alla gran villa,
E son col corpo che ho sempre avuto. 96
Ma voi chi siete, a cui tanto distilla,
Quant' io veggio, dolor giù per le guance
E che pena è in voi che sì sfavilla? 99
E l'un rispose a me: le cappe rance
Son di piombo sì grosse , che li pesi
Pan così cigolar le lor bilance. 109
Prati Godenti fummo , e Bolognesi ,
Io Catalano, e costui Loderingo
Nomati ; e da tua terra insieme presi , 105
Come suole esser tolto un uom solingo.
Per conservar sua pace, e fummo tali,
Che ancor sì pare intorno dal Gardingo. 108
lo cominciai: o frati, i vostri mali....
Ma piti non dissi, ch'agli occhi mi corse
Un, crocifisso in terra con tre pali. 1 1 1
Quando mi vide, tutto si distorse,
Soffiando nella barba co' sospiri :
E il frate Catalan, eh 'a ciò s'accorse, 1 1*
Mi disse: quel confitto, che tu miri ,
Consigliò i Farisei , che convenia
Porre un uom per lo popolo a' martiri. 1 17
540 INFERNO
Attraversato e nudo è per la via ,
Come tu vedi; ed è mestier che senta
Qualunque passa com'ei pesa pria: 120
E a tal modo il suocero si stenta
In questa fossa, e gli altri del concilio,
Che fu per li Giudei mala sementa. 123
Àllor vid'io maravigliar Virgilio
Sovra colui , eh' era disteso in croce
Tanto vilmente nell'eterno esilio. 196
Poscia drizzò al frate cotal voce:
Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
Se alla man destra giace alcuna foce , 129
Onde noi ambiduo possiamo uscirci
Senza costringer degli angeli neri,
Che vegnan d'esto fondo a dipartirci. 132
Rispose: adunque, più che tu non speri ,
S'appressa un sasso, che dalla gran cerchia
#
Si muove e varca tutti i vallon feri , 135
Salvo eh 'a questo è rotto, e noi coperchia:
Montar potete su per la ruinà ,
Che giace in costa, e nel fondo soperchia. 138
Lo Duca stette un poco a testa china ,
Poi disse: mal contava la bisogna
Colui, che i peccator di là uncina. 141
E il frate: i' udi'già dire a Bologna
Del diavol vizj assai, tra i quali udi',
Ch'egli è bugiardo, e padre di menzogna. 144
Appresso il Duca a gran passi sen gì,
Turbato un poco d'ira nel sembiante:
Ond'io da gì' inca reati mi parti'
Dietro alle imposte delle care piante. 148
CANTO XXIII. 541
COMMENTO DI BENVENUTO
Pena degl'ipocriti nella sesia bolgia. In quattro parti ge-
nerali può dividersi il canto: nella prima propone il modo di
fuggire dai due demoni: nella seconda castigo degl'ipocriti
ivi trovammo ecc. nella terza due ipocriti moderni perch io
al Duca ecc. nella quarta, ed ultima descrizione d'ipocriti
antichi , e partenza dalla bolgia io cominciai ecc.
Taciti meditabondi sul caso dei demoni azzuffati soli
sanza compagnia prima ebbero compagni i dieci demoni, ora
andavano soli nandavam lun dinanti Virgilio sempre pre-
cedeva, perchè più antico, e perchè altra volta discese all'In-
ferno, e perchè figurando la ragione deve andar innanzi l altro
dopo Dante secondo come i frati minori vanno per via i
frati vanno adduati, e composti. Vogliono alcuni che l'au-
tore 9 facendo menzione de' frati minori, abbia avuta intenzione
di asserire, che la ipocrisia trovisi specialmente nelle persone
religiose, locchè non è, come lo dichiara, dicendo ch'ebbe
in mente la favola di Esopo delle rane, del nibbio, e del topo.
lo mio pensier era volto in su la favola d Isopo fu Esopo un
poeta dell'Asia, che scrisse molte favole morali, onde riformare
la vita civile, ed in greco scrisse la grand' opera, dalla quale
fu estratto il libretto per uso delle scuole: in esso leggesi la
favola qui citata, per la presente rissa di Alichino, e Calca-
brina, dov egli nella qual favola Esopo parlo della rana e del
topo Dante fa conoscere la convenienza della favola per mezzo
di due parole — oggi — ed — ancoi — che tutti due signifi-
cano — di presente. I toscani dicono — mo — i lombardi —
issa non si pareggia più non sono più uguali che lun con
l altro fra quanto la favola di Esopo, e la zuffa suesposta lo
■sono se principio e fine ben s accoppia bene concordano con
542 INFERNO
la mente fissa ben bene confrontandoli. E siccome la conve-
nienza del principio, e del fine non si rileva di primo aspetto,
così Dante fin da principio richiama la più grande attenzione
per rilevarla. Il topo, e la rana figurano due barattieri, e la
rissa tra la rana, ed il topo avvenne ini un lago: ecco la prima
convenienza tra lago d'acqua, e lago di pece. Nel principio del-
la favola di Esopo si legge, che la rana maliziosamente si portò
dal topo , e lo richiese di soccorso per un falso pericolo, all'og-
getto di sommergerlo, ed affogarlo; del pari Calcabrina si sca-
gliò maliziosamente sopra di Alichino quasi ad ajuto della pre-
sa di Ciampolo, ed invece, afferratolo, tentò sommergerlo
nella pece. Mentre nella favola contendevano , e combattevano
sopravenne il nibbio, che trasse l'uno e l'altra insieme stretti
dall' acqua del lago; del pari Barbariccia trasse l'uno e l'al-
tro demonio insieme avviticchiati dalla pece bollente. E la
fine della favola porta la distruzione della rana insieme e del
topo, così la fine della finzione dantesca si è la confusione,
e la vergogna dei due barattieri illusi dalla fuga di Ciam-
polo. e un altro pensiero nacque di quello dal primo cosi co-
me lun pensier scopia dell altro quando il primo ne era pie-
no che qua! secondo pensiero mi fé doppia la prima paura
mi raddoppiò il timore che prima aveva, io pensava cosi den-
tro di me questi sono scherniti per noi i demoni furono de-
lusi per cagion nostra con danno e con beffa perchè perdet-
tero la preda , e furono scherniti in maniera sifaeta così turpe
che assai credo che a lor noia credo che sia loro molto mo-
lesta, ei i demoni ne verranno dretopiu crudeli che l cane a
quella lepre eh elio acceffa il cane per odio naturale perse-
guita, e crudelmente strazia il lepre, del quale sugge il sangue:
in tal modo il barattiere veramente cane, perseguita gì' inno-
centi per innata malizia, e li dilania .ve UrasaggueffaseVird
CANTO XXIII. 543
s' accresca sopra l mal volere sopra volontà per sé stessa
cattiva.
Già mi sentia tutti i peli arricciar nello spavento il
sangue restringesi al cuore base della vita, si restringono i
pori ed i peli sovrastanti si drizzano della paura e intanto
stava indietro ascoltando, parendomi averli alla schienagwan*
do dissi o maestro Virgilio io pavento di Malebranche dei de-
moni che han cattive branche se non celi te e me tostamente
se presto non ci nascondiamo noi li avemo già cbreto li ab-
biamo presso io li immagino si tanto vivamente che già li
sento V imaginazione crea quasi la realtà, come dicono i fisi-
ci, e la mente allora quasi la sente, e quei Virgilio rispose io
non trarrei piuttosto a me di fuori molti interpretano questo
passo in opposizione diretta deliamente di Dante, esponendo,
che se esso fosse uno specchio non trarrebbe più prestamente
a sé la immagine di Virgilio. Ma il vero senso ò tutto air op-
posto. Fingi che Virgilio sia uno specchio, e Dante vivente vi
stia di contro : allora ognun conosce, che la immagine di Dante
tosto si trasporta nello specchio. E nel proposito Virgilio in-
tende esprimere — subito ho compreso il tuo pensiero ap-
pena lo formasti, come subito rappresenterei la tua immagine,
se fossi uno specchio, e quei Virgilio io non trarrei piiUtosto
a me di fuori non ritrarrei la tua immagine esteriore che im-
petro che fisso dentro nel!' animo mio quella immagine men-
tale se fossi di piombato vetro se fossi uno specchio, che for-
masi col piombo applicato al vetro. Siccome poi il piombo è
corpo opaco, e l' oggetto non penetra pel corpo diafano ol-
tre il piombo, i raggi si moltiplicano ivi, e rendono la imma-
gine, come nella prospettiva. Virgilio aveva conosciuto il pen-
siero di Dante appena concepito, travide il di lui timore, e
convenne della ragionevolezza dell' uno, e dell'altro, pur mo
544 INFERNO
venieno i tuoi pensier tra i miei con simile acto con simile
sospetto, e timore et con simel faccia imperocché anche Vir-
gilio pensava così — costoro son pravi, han unghie, han ferri
adunchi; possono dunque nuocerci: è prudenza schivare il
pericolo: la vergogna pò trebb' essere maggiore del danno «
eh io fei un sol consiglio d intrambendui feci un solo pen-
siero del mio, e del tuo. noi fuggir em l immaginata caccia
quella persecuzione de' demoni, che l'uno e l'altro immaginò
se le vero che la sesia costa giaccia se è vero, che la sesta ri-
va sia rotta, e facile ed adatta che noi possiamo scender nel
altra bolgia noi possiamo discendere nella bolgia sesta, con-
tigua, e la riva non sia tanto ripida, ma declive.
Già non compio di render tal consiglio non per anche
aveva terminato Virgilio di dir così che li vidi venir con Ioli
tese con l' ali spiegate, avendo liberatogli altri due dalla pece
non molto lungi per volerne pretidere: Virgilio tosto si allon-
tanò, ed il tostano di lui allontanarsi si mostra con una simi-
litudine per sé chiarissima lo Duca mio mi prese di subito
per togliermi al pericolo imminente come la Madre che a ro-
more e desta desta in tempo di notte dal romore del fuoco
e vede presso a se le fiamme accese presso del letto, o nella
stessa propria camera che prende il figlio bambino, ed inca-
pace di fuggire da sé e fugge e non s arresta avendo più cura
di lui che di se scappa senza fermarsi, più curando il figlio,
che sé medesima tanto che sola una camicia vesta non sen-
tendo vergogna, coperta da sola camicia, benché io ne ve-
dessi una fuggire del tutto ignuda. La madre é più tenera
de' figli, che non è il padre, perchè secondo Aristotile è più
certa del figlio, o gli costa maggior fatica e dolore — essa
prima del parto è pesante, nel parto dolente, dopo il parto
faticante. Come tal madre, Virgilio liberò Dante impotente
CANTO xx m. 54$
alla fuga, essendo gravato dal corpo. E quel Virgilio diede se
supino si mise steso in terra colla schiena giù dal colle dal-
l' alto de la ripa dura perchè formata di grosse pietre alla
roccia o costa pendente che qual riva lun de lati ali altra
bolgia tur a un* parte è principio della bolgia sesta seguente,
e così è chiaro, che una bolgia chiude l' altra: aequa non corse
mai si tosto per doccia a volger rota di mulìn terragno l'ac-
qua che cade dall' alto raccolta nella doccia per far muovere le
macine d'un molino non corse mai tanto veloce quand ella più
verso le pale approccia quanto più ò vicina alla pala, per
la ragione che il moto cresce in ragione della distanza come
l maestro mio come Virgilio corse per quel vivagno per quel-
l'estremità della riva inclinata portandose me sovra Usuo
pedo portando me sul petto suo, e nel petto è la fonte della
vita, e vi è il cuore in cui è ogni virtù umana si come figlio
con amore di padre non come compagno. Il compagno nello
spavento non aiuta il compagno, se non colle parole — fuggi
— fuggi — Iddio ti salvi! e quando mai lo aiuti, noi farà con
queir amore di padre, che Virgilio mostrò per Dante. L'ac-
qua scorre velocissima per la doccia a macinare il primo so-
stentamento della vita, e Virgilio, spirito lievissimo, corre
per la via diretta, che guida Dante all' eterna salute.
/ piedi suoi appena fuor giunti al letto del fondo gin
appena toccarono la bolgia sesta chei che gli stessi demoni
furono in sul colle sul colmo dell'argine sovr esse noi sopra
di noi ma non gli era sospecto ma non doveva temersi che
l'alta provvidenza la provvidenza divina che.hr volle porre
ministri della fossa quinta metterli custodi della quinta bol-
gia lolle podere lor tolse il potere a tutti di partirsi indi a-
vendo con quella bolgia prescritti loro i confini, che non pos-
sono oltrepassare. L' autore in tal modo esprime la giuriseli-
Rambaldi — Voi. 1. 55
346 INFERNO
zione della baratteria, e nel tempo slesso la difficoltà di fug-
gire dai barattieri.
La giù seconda parte generale. 11 castigo degP ipocriti
consiste nel portare cappe larghe, lunghe/ inadatte, di den-
tro foderate di pesantissimo piombo, e di fuori splendidamente
dorate. Oppressi dal grave peso si muovono lentamente, e ver-
sano continue lagrime E tali cappe portano essi anche nel
mondo, perchè sono in continue lotte colla coscienza, e sof-
frono perpetuo sforzo per coprire il vizio interno con ap-
parente, ed esterna virtù, locchè è gravissimo ed è quasi im-
possibile in ogni parola, opera, ed atto di non iscoprire.
L'ipocrisia è dunque una pesantissima cappa anche nel mondo.
la giù in fondo della bolgia, e liberati dalle mani de* demoni
trovammo una gente dipinta trovammo gì' ipocriti che ve-
ramente possono dirsi dipinti, cioè air esterno dipinti a virtù,
giacché la pittura mostra 1' ombra e non la realtà delle cose,
ed è per questo che Virgilio dice di Enea — pasce l' anima di
vana pittura — che giva intorno assai con lenti passi gl'i-
pocriti sembrano vecchi decrepiti nel loro moversi piangendo
della lor pena; o moralmente perchè gì' ipocriti si avvezzano
al pianto per meglio ingannare. Un predicatore ipocrita de-
clamava nella mattina sulla santa Passione, e contemporanea-
mente beveva molti bicchieri di malvagia: così mescendo le
lagrime al vino provocò molte migliaia d'uomini a pianger
seco, eniunosi ricusò di lagrimare in tal modo sulla Passione
di Cristo. Con tali gherminelle, e tranelli ammassò molto de-
naro, ed ebbe un vescovato, e così dalla ipocrisia passò alla
simonia, nel sembiante stanca e vinta nell' esterno, giacché
amano far credere che menano vita austera, macerati da ci-
lici, e da flagelli, e dai più rigorosi digiuni, ed astinenze.
Elli gì' ipocriti vestono vilmente, abbiettamente, sordida-
CANTO XXIII. 547
mente perchè si argomenti che sprezzano il mondo, e le arti
mondane. E le cappe che portano nell'Inferno vengono parago-
nate alle cappe de' monaci di Alemagna, inadatte, informi, etti
havean cappe facte de la taglia della forma che in CoUogna
per Monaci fossi Colonia è città grande, e fiorente di Alema-
gna bassa, sopra Reno, costrutta dal genero di Augusto, e per-
ciò chiamata Colonia Agrippina. Le cappe di tai monaci sono
le più informi in confronto di quelle de' frati minori, de' pre-
dicatori, de' gaudenti, e di molte altre corporazioni religiose
con capucci bassi dinanci agli occhi glf ipocriti han per co-
stume di tener l'occhio a terra, il cappuccio sugli occhi, per
persuadere l'esecuzione del precetto evangelico — l'occhio
non ti scandalizzi. — Le cappe di costoro son dorate di fuori
per indicar perfezione, essendo l' oro il metallo più perfetto
si eh etti abbaglia allucinano , ed ingannano e semplici, e pru-
denti, e sapienti ma dentro e piombo tutto e perchè il piombo
è vile, imperfetto, ed oscuro metallo, così rappresenta la loro
viltà, imperfezione, ed infamia. Federico II studiava di essere
crudele nel punire i delitti di lesa maestà: fece morire in dura
carcere il primogenito suo: fece cavar gli occhi a Pietro dalle
Vigne suo secretano, ed amico: fece soffrire inauditi tormenti
a molti altri. In fine ordinò una tunica di piombo, grossa un'
oncia, e con essa si coprisse il reo da capo a piedi: sotto si
adattasse una corrispondente fornace: il calore giunto a dato
grado fondeva il piombo, e col piombo il reo, cui cadevano
sciolte a brano a brano le membra — Federico rigidamente in
tal modo puniva i delitti di tradimento, e Dio rigidamente in
tal modo punisce gì' ipocriti, ma con cappe senza confronto
più gravi di quelle di Federico e gravi tanto che Federico le
mettea di paglia erano di paglia quelle di Federico in confron-
to delle cappe infernali degl'ipocriti: le pene delle prime tem-
548 INFERNO
poranee, di queste eteme; quelle scioglievano il corpo, quesle
l'anima o manto faticoso in eterno e se Dante parla d'Infer-
no essenziale dice a ragione — in eterno — non avendo mai
fine; se poi parla d'Inferno morale, devesi limitarlo alla vita,
ovvero applicarlo agi' ipocriti ostinati.
Noi ci volgemo ancor più a man mancina alla sini-
stra, giacché per l' Inferno si va per tal parte, ma piegavamo
alquanto alla destra per consiglio di quel Malacoda con loro
insieme con quegli spiriti, che ugualmente andavano alla si-
nistra intenti al tristo pianto 1' epiteto conveniente agi' ipo-
criti è — tristo — per quanto si disse ma quella gente slanca
venia si piano per lo peso per la cappa grave, e lunga che noi
eravamo novi di compagnia ad ogni mover d anca ad ogni
passo li perdevamo.
Perch io terza parte generale. Due ipocriti moderni per-
di io al Duca mio dimandai fa eh io trovi alcun eh al nome
o al facto si conosca qualche nome celebre in ipocrisia e mo-
vigliocchi intorno *i andando quasi dicesse — non vi è biso-
gno di tanta ricerca, se gì' ipocriti sono infiniti, e un che ntese
la parola tosca il parlare toscano , che fra gli altri d' Italia è
facile distinguersi , ed era uno di Bologna non moko lontana
da Fiorenza grido di dreto a noi avendolo noi di molto oltre-
passato o voi che correte sembravagli che Dante, e Virgilio
corressero in confronto del di lui passo di testuggine su per la
via fosca ogni bolgia è oscura, e questa non meno tenete i
piedi fermatevi , se volete conoscere qualche ipocrita forse che
avrai o Tosco da me quel che tu chiedi essendo io un ipo-
crita, che avrai piacere di riconoscere perchè nella patria fui
tuo conoscente. Virgilio intanto consigliava Dante ad usare
lentezza, e precauzione, unde il duca si volse alle parole di
quell'ipocrita et disse aspetta costui che ti parlò et poi prò-
CANTO XXIII. 549
cedi secondo il suo passo e poi va come va egli, dovendo zop-
picare chi va collo zoppo. Il sapiente cerca uniformarsi alla
capacità di quello cui parla.
Ristetti e vidi due mostrar col viso coi movimenti della
faccia gran fretta dell animo di esser meco di venire a par-
lare con me ma l carco e la via stretta li tardava la cappa
pesante, e Y erta via li ritardava. Così è espresso al vivo un
costume dell' ipocrita, che scorgendo passare un personag-
gio di riguardo cui bramasse parlare, non accelererebbe il
passo, perchè non si credesse sfacciato. Ed anche quest' ipo-
criti mi rimiraron assai con occhio bieco con occhio torto,
ma non alzarono il cappuccio senza far parola tardi , e quasi
mai parla V ipocrita quando fur giunti al luogo dove gli a-
spettavamo: poi si volsero in se guardandosi l'un l'altro e di-
cean seco fra essi costui par vivo al atto de la gola per la
parola pronunciata: allegoricamente poi perchè Dante non
era ipocrita e per qual privilegio vanno scoperti della grave
stola della cappa di piombo s et son morti per qual grazia
vennero, e stanno fra noi senza castigo?
Poi disermi un di loro tu non sei un ipocrita, e cono-
scendo noi per tali sdegnerai parlare con noi o Tosco a-
vendolo conosciuto al discorso che se venuto al collegio
degli ipocriti tristi che sei venuto fra gP ipocriti condan-
nati da Dio di chi tu se giacché fai Maraviglia, trovan-
doti vivo non aver a dispregio non isdegnare di dircelo.
et io attor risposi io fui nato e cresciuto essendo fino a
trentacinque anni vivuto sopra l bel fiume dArno di tal fiu-
me parlasi estesamente nel Purgatorio canto XIV alla gran
villa nella città di Fiorenza, nomandola in maniera francese
villa; e Fiorenza è il decoro di quella regione per estensione,
potenza , ricchezza , amenità , e ci viltà e son col corpo eh io ho
550 ' INFERNO
«
sempre avuto e non sono fantasma, ma vero corpo vivente;
o moralmente non finto, ma schietto ed aperto ma voi chi
siete cui tanto dolore quant i veggio distilla che si palesa
colle lagrime, che vi piovon dagli occhi e che pena e in voi
che si sfavilla la gravezza della pena non appariva all' esterno
essendo la cappa dentro di piombo e di fuori dorata. E di vero
chi crederebbe che fossero tanto tormentati essendo esterna-
mente così splendienti?
E lun rispose a me le cappe r ance le cappe dorate, per-
chè non d'oro, ma di sola apparenza , come l'ipocrisia sondi
piombo si grosse che li pesi fan cosi cigolar le lor bilance
fanno oscillare e tremare le membra, che le portano, perchè
le giunture sembrano staccarsi, ed i nervi rompersi: le ossa
di costoro si chiaman bilance, perchè tali cappe egualmente
premono il corpo, in qualunque parte si mova. Loderingo de-
gli Andalò bolognese — Giacomo de'Caccianemici, — Rainiero
degli Alaedi di Modena, e molti altri della stessa città, unitisi,
deliberarono di supplicare Urbano IV papa a conceder loro la
fondazione di un ordine, la prescrizione di un abito, e riti-
rati vivessero liberamente, ed in pace negli ozi di santa me-
ditazione. Urbano condiscese, che l'ordine fosse chiamato della
milizia della Beata Vergine gloriosa. Fissò loro una regola, e
prescrisse, che portar dovessero cinte semplici, non argenta-
le, o dorate; che non intervenissero mai a banchetti secolari,
non recitassero mai sui teatri, e nulla donar potessero agi' i-
strioni; non potessero mai andar soli, ma avere di continuo
un compagno o frate, od alcuno convittore — e tante altre
prescrizioni, che sarebbe noioso raccontare. L'abito concesso
era nobile, come quello de' predicatori: la insegna uno scudo
bianco con croce rossa, noi fummo frati godenti come vol-
garmente nomavansi in Bologna. La forma dell'abito, la ma-
i
CANTO XXIII. 551
niera di vita, la niuna fatica, la esonerazione di pesi pubblici,
la splendida tavola, e trattamento, furono da principio cagione
per cui si chiedeva — ma che frati son questi? questi sono
frati gaudenti. — E ciò bastò perchè gaudenti fossero chia-
mati insino al giorno d'oggi, invece del loro vero nome di —
militi della madre di Dio e bolognesi perchè l'ordine si fondò
in Bologna, ed il monastero principale trovasi presso al ca-
ste! de' Britti poco distante da Bologna. Alcuni frati han mo-
glie, altri sono stretti dagli ordini sacri, e dicon messa, io Ca-
stellano nobile personaggio de' Castellani di Bologna e questi
Loderingo degli Andalò nomati e da tua Terra insieme presi.
Crescendo le divisioni in Fiorenza, morto il re Manfredi,
la parte Ghibellina intiepidì, e la Guelfa si alzò, e prese il so-
pravento. Il popolo quindi eh' era più Guelfo cominciò a gri-
dare, che i Guelfi banditi si riducessero in città. Ma nulla si
ottenne dopo molte adunanze, e deliberazioni. I fiorentini per
altro si lagnavano della tirannia del conte Guido Novello vi-
cario di Manfredi, memori dei danni riportati vicino a Monte-
aperto, dove uno il padre, l'altro il figlio, altri avevano per-
duto l'amico, il fratello, il congiunto. Il perchè i principali
Ghibellini, che allora reggevano Fiorenza, onde sedare il po-
polo, elessero due frati gaudenti di Bologna — Castellano Guel-
fo — e Loderingo degli Andalò ghibellino — a mediatori delle
vertenze. Questi due frati creati podestà* di Fiorenza furono
messi nel palazzo pubblico a capi della reggenza dello stato,
loro raccomandando di non azzardare la minima spesa che
non fosse di assoluta necessità. I due frati, quantunque di
opposto partito , ipocriti ambidue, si mostrarono concordi più
per loro privato, che pel pubblico vantaggio. Ordinarono per-
tanto, che trentasei persone scelte nel ceto de* mercanti, ed
artieri provvedessero al mantenimento loro, ed alle spetfe del
552 INFERNO
comune. Gli scelli furono Guelfi, Ghibellini, nobili, e plebei,
— quali erano in città, quando i Ghibellini, data battaglia
a Monleaperlo, rientrarono colle forze di Manfredi, come fu
detto ne'canti X e XVI. I Trentasei sanzionarono molte, e buone
leggi, ed ordinamenti; crearono capitani con gonfaloni, ed
insegne, i quali vegliassero sulle violenze, e tumulti. Ma gli li-
berti, i Lamberti, i Sifonti, gli Scolari, ed altri di nobili fa-
miglie cominciarono a sospettare, che i Trentasei favorissero i
Guelfi rimasti a Fiorenza; perlocchè Guido Novello, spaven-
tato dopo la vittoria riportata da Carlo sopra Manfredi, mandò
a levar gente da Pisa , da Siena, da Arezzo, da Pistoia, da Prato
e da Volterra. Allora la Toscana era per la maggior parte ghi-
bellina. Il conte Guido voleva imporre una tassa per pagare i
tedeschi; i Trentasei vollero piuttosto trovare d'altronde il de-
naro per meno aggravare la popolazione; ma la tardanza nel-
r improntarlo fece nascere opinione, che non fosse più neces-
sario, perlocchè i Ghibellini decretarono tumultuosamente di
distruggere 1' ufficio de' Trentasei col favore de' soldati del
detto conte Guido. 1 primi a sortire furono gli liberti — gri-
dando — dove sono questi trentasei ladri? Ma essi, radunali
nel solito luogo, fuggirono, mentre tutto il popolo, chiuse le
botteghe, si mise in armi; ed il conte Guido, vedendo di non
potere rompere il furor popolare, con tutte le forze si portò
al palazzo, dov' erano i due podestà, nella piazza di s. Apol-
linare, e dimandò loro le chiavi della citta, quali ottenute,
vilmente retrocedette, quantunque più forte del popolo armato,
e di sera giunse a Prato. Ciò accadde li 1 1 di novembre dell'an-
no 1266. Esclusi in tal modo i capi Ghibellini , i fiorentini rifor-
marono la città come loro piacque, emisero fuori i due frati,
che avevano tacitamente acconsentito alle cose suesposte. E
nel mese di gennaro prossimo lutti rientrarono in città, si fé-
CANTO XXIII. 555
cero molti matrimoni tra opposti partiti, fu confermata una
pace, che per altro ebbe corta durata; imperocché i Guelfi e-
saltati dalla detta vittoria di Carlo, segretamente mandarono
a lui per aver gente, ed armi, e Carlo mandò il conte Guido
di Monforte con 800 francesi, che giunsero a Fiorenza il giorno
della resurrezione in domenica 1267. Furono tanto di ciò sor-
presi i Ghibellini, che nella notte precedente partivano da Fio-
renza non credendolo ancora.
Noi duo presi eletti insieme allo stesso ufficio, e per
lo stesso oggetto da tua terra da Fiorenza patria tua per
conservar sua pace essendo sempre in tumulto come suole
esser tolto un uom solingo come suole eleggersi un solo
podestà. E non intendere quel solingo per solitario, come
vogliono alcuni, sul riflesso che le tante volte a regnare
son chiamati tali solitari, come avvenne di Celestino V; im-
perocché fra le regole de' frati gaudenti vi era quella che proi-
biva assumere pubblici incarichi, né portassero armi se non
per difesa della fede, e dell' ecclesiastica libertà, e fummo tali
tali conservatori di pace che ancor si pare intorno dal Gar-
dingo ancor appaiono le vestigia nelle ruine di Fiorenza vec-
chia. Gardingo era a quel tempo una contrada in cui erano le
case degli Uberi i, che furono distrutte dai fondamenti presso
s. Pietro Scaradio, e presso il palazzo de' priori , dove ora sono
i Leoni di Fiorenza. Ma ne fu fatta pronta vendetta, imperoc-
ché il ghibellino Loderingo, che fu cagione della espulsione
de' Guelfi, e che i loro palazzi si demolissero, o distruggessero,
fu esso pure in seguito cacciato con altri nobili della sua par-
te, ed i loro palazzi rovesciati dai fondamenti. Le ruine de'
palazzi Loderinghi si veggono ancora in Bologna presso lo stu-
dio. I Castellani ancora furono interamente distrutti e non ri-
mase che una torre spesso colta dai fulmini.
554 INFERNO
Io comineiai quarta , ed ultima parte generale. Dante ter-
minatoli discorso dell'ipocrita Catalano esclama o Frali gau-
denti, e che rendeste tante migliaia d'uomini tristi i vostri
mali... Dante rompe il discorso per seguire il costume degl'i-
rati.— Vogliono alcuni, che lo rompesse alla vista di altri og-
getti interessanti. Vogliono altri , che ciò avvenisse perchè Vir-
gilio gridò — a che tante maraviglie di costoro? e che dirai
di quelli, che fecero mettere in croce N. S. Gesù Cristo? ma
più non dissi perchè al occhio mi corse si offerse agli occhi
miei uno crucifixo in terra era questi Caifas capo de' sacer-
doti ipocriti, e che Dante mette crocifisso in terra perchè fu
la prima cagione, per cui N. S. Gesù Cristo mediatore fra Dio,
e l'uomo, fosse alzato in sulla croce, con tre pali Cristo fu
confitto in croce con tre chiodi, e lo era costui con tre pali —
Caifas, visto Dante lutto si distorse quantunque in terra con-
fitto quando me vide perchè Dante era cristiano, ed il confitto
ebreo, e Dante senza pena, ed egli con pena peggiore delle
cappe suddescritte soffiando nella barba co sospiri in segno
di altissimo dolore, e l frate Catalan che a ciò s accorse mi
disse quel confitto che tu miri quello che guardi con maravi-
glia consiglio i farisei che convenia porre un uomo per lo
popolo a martiri disse — è bene che uno muoia per tutti at-
traversalo e nudo e nella via — come tu vedi come tu vedi
è crocifisso in terra e mestieri che l senta sopra il proprio
corpo qualunque passa com ei pesa pria che qualunque passi
lo calchi. — Virgilio, come spirito, poco avrebbe premuto il
di lui corpo, ma Dante vestito di carne, ed ancora vivente,
assai io avrebbe gravato. L'autore ritiene, che la ipocrisia di
costui fosse la pietra fondamentale di tutti i mali. — Un car-
dinale, volendo impedire ad un canonico dis. Pietro il cardi-
nalato, diceva al papa. — Padre santo non date al canonico
CANTO XXII. 555
il cappello, altrimenti metterà l$t Chiesa hi desolazione, perchè
si fa padrone della Chiesa di s. Pietro perchè è custode del
santo Sudario, e di tutte le sacre cose — così doveva dire il
cardinal di Prato nella elezione di Clemente V canto XIX: così
potrebbe dirsi di mille.
Catalano nomina altro ipocrita antico Anna suocero di Cai-
fas e l socero si stenta tormenta a tal modo nella consimile
crocefissione, e tutti vi passan sopra del corpo egli altri del
concilio e similmente i seguaci sacerdoti ipocriti che fuor mala
semenza per li Giudei che furono cagione di quell'eccidio di
Gerusalemme di cui si dirà nel canto XXI del Purgatorio, e
nel canto VI e VII del Paradiso, attor vid io Virgilio mara-
vigliar sopra colui sopra Caifas eh era disteso in croce con-
fitto in croce per terra, e calcato dai piedi di tutti che passa-
vano tanto vilmente nell eterno esilio nell' Inferno in cui è
perpetuamente relegato, lontano dalla patria celeste: Virgilio
si maravigliava, perchè aveva profetizzato, senza intendere sé
stesso. Ovvero esdamando ammirativamente — ahi quanti ma-
li derivano dall'ipocrisia! Quanti mali commettevansi dai
Druidi, descritti da Tito Livio, e che sotto prestigio religioso co-
privano le più alte nefandità.
Virgilio poscia drizo colai voce al frate Catalano non
vi dispiaza dirci s a la man destra giace altra foce al-
tra strada onde per la quale noi ambedue Virgilio e Dan-
te possiam uscir sanza costringer de li angeli neti de'de-
moni , che chiama angeli perchè lo sono quantunque cat-
tivi , quasi dica — senza che noi torniamo tra i barattie-
ri, che e' ingannarono quando avevano ordine e dovevano
guidarci con sicurezza che vengon desto fondo a dipartirci
che ci facessero partire da questa bolgia. Malacoda nel canto
XXI aveva detto presso vi e un altro scoglio die via face e
556 INPERNO
mentiva per la gola, se ne lice se ci è lecito chiederlo — modo
di cauto discorso cogl' ipocriti — se si può senza offender la
vostra regola, o mancare all' obbedienza — 11 frate insegna il
modo di rimettersi nella vera strada, dalla quale si erano al-
lontanali per consiglio di Malacoda adunque modo di continua-
zione un sasso un ponte che se move che incomincia da la
gran cerchia dalla prima riva, da cui cominciano gli archi
de' ponti delle bolge e varca tutti i vallon feri questo sasso
serve di arco a ciascuno delle dieci bolge, e gli archi sono
tutti interi Y uno dietro l* altro fuori che il sesto salvo die rotto
eccetto il sesto ponte eh' è rotto e questo rotto ponte s ap-
pressa più che tu non speri è più vicino che non credi. Vir-
gilio perla bugia di Malacoda aveva molto piegato dalla strada,
e si era per fuggire precipitato dalla riva; non sapeva quindi
dove si trovava. Montar potrete su per la ruina del ponte
rotto che giace in costa giacché la ruina è presso la riva e su-
perchia e la ruina coi mucchi sta sopra nel fondo del fondo.
Lo Duca slette un poco a testa china per ira , per vergogna,
o per dispetto che un barattiere Io avesse ingannato sulla ve-
ra strada, e che vi fosse rimesso da un ipocrita poi disse lo
stesso Virgilio colui Malacoda che uncina i peccatori che la-
cera i barattieri di qua alla quinta bòlgia mal contava la bi-
sogna diceva il falso di quanto avevamo bisogno di sapere,
insegnandoci di tenere la destra, quale ci conservava nella
propria giurisdizione, invece di allontanarci. Scrive il Petrar-
ca, che nel tempo in cui trovavasi in Avignone, un giorno u-
scivano dalla udienza papale due cardinali con numero grande
di servitori. Li aspettavano molti petenti alla porta, dei quali
le città, in ira al cielo, sono sempre gremite, perdendo speran-
ze, tempo, vita , e beni. Visti i protettori loro o loro barattieri,
ciascuno dimandava conto del proprio affare raccomandato
CANTO XXIII. 557
per mezzo loro al pontefice. Uno de' cardinali , non alterandosi
dell'improvviso incontro, e meraviglioso artefice di menzogne,
rispondeva francamente quanto gli veniva in mente avergli
detto il papa, e cosi se la sbrigava , e lasciava taluno lieto ,
tal altro tristo. L' altro cardinale onesto, e saggio , volgendosi
al compagno scherzosamente disse — vergogna che tu ingan-
ni questi semplici fingendo a tuo capriccio le risposte del pa-
pa, che non solo oggi, ma da tanti giorni nonabbiam potuto
vedere ! — allora il primo cardinale veterano barattiere contro
disse — Tu invece devi vergognarti del tuo scarso ingegno,
se in tanto tempo non imparasti le usanze di corte — locchè
udito, tutti prorompendo in riso, lodarono la risposta di quel
farfallone, aggiungendo, ch'era sagace d'assai, avendo in
breve tempo imparato a mentire, e ad ingannare. Altamente
si maravigliò il Petrarca ivi presente, ed abbassò il capo pieno
di sdegno, al pari di Virgilio, scoperta la frode, e l' inganno
di Malacoda. —
E l frate Castellano disse a Virgilio sdegnato io fidi già dir
a Bologna Bologna in Italia è madre degli studi assai vitiidel
diavol tra quali udi molti aver vizi il diavolo, e tra questi eh e-
gli e bugiardo e padre di menzogne così Dante mostra la natu-
ra dell' ipocrisia, e vuol dire che quantunque l' ipocrita sia per
sé cattivo, pure fa qualche volta del bene, insegnando la via
retta, o dando buoni consigli, come fece il Castellano inse-
gnando la strada , e ricordando quanto dice Cristo ned' evange-
lo degl' ipocriti — fate quanto dicono non quel che fanno— tai
medici spirituali sono come i nostri medici fisici, che dando
ai malati bevande amare, le dicono necessarie per la salute del
corpo, ma di rado, o non mai essi le prendono, il duca. Vir-
gilio sen gi si allontanò appresso poi a gran passo perchè
gl'ipocriti andavano a passo lento; e voleva compensare il
558 INFERNO
tempo con essi perduto turbato d ira un poco nel sembiante
un poco, perchè il saggio di rado si sdegna; ondio mi partii
daglincarcati dai caricati di piombo dreto alle poste dietro
alle vestigia de le care piante del caro Virgilio, vestigie che
sempre cercai di seguire.
CANTO XXIV.
TESTO MODERNO
In quella parte del giovinetto anno,
Che il Sole i crin sotto l'Aquario tempra,
E già le notti al mezzo dì sen vanno; 3
Quando la brina in su la terra assempra
La imagine di sua sorella bianca,
Ma poco dura alla sua penna tempra : 6
Lo vi 11 anello, a cui la roba manca,
Si leva e guarda, e vede la campagna
Biancheggiar tutta, ond'ei si batte Tanca; 9
Ritorna a casa, e qua e là si lagna,
Come il lapin che non sa che si faccia;
Poi riede, e la speranza ringavagna, 12
Veggendo il mondo aver mutata faccia
In poco d'ora; e prende suo vincastro,
E fuor le pecorelle a pascer caccia : 1 5
Così mi fece sbigottir lo Mastro,
Quand'io gli vidi sì turbar la fronte,
E così tosto al mal giunse lo impiastro : 18
Che come noi venimmo al guasto ponte,
Lo Duca a me si volse con quel piglio
Dolce, ch'io vidi in prima a pie del monte. 21
Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
Eletto seco, riguardando prima
Ben la ruina, e diedimi di piglio. 24
860 INFERNO
E come quei che adopera ed islima,
Che sempre par che innanzi si proveggia;
Così, levando me su ver la cima 27
D'un rocchione, avvisava un'altra scheggia,
Dicendo: sovra quella poi t'aggrappa;
Ma tenta pria se è tal ch'ella ti reggia. 30
Non era via da vestito di cappa,
Che noi a pensi, ei lieve e io sospinto,
Potevam su montar di chiappa in chiappa. 53
E se non fosse, che da quel precinto,
Più che dall'altro, era la costa corta,
Non so di lui, ma io sarei ben vinto. 36
Ma perchè Malebolge in ver la porta
Dal bassissimo pozzo tutta pende,
Lo sito di ciascuna valle porta, 39
Che l'una costa surge e l'altra scende:
Noi pur venimmo in fine in su la punta,
Onde l'ultima pietra si scoscende. 42
La lena m'era del polmon sì munta
Quando fui su, ch'io non potea più oltre,
Anzi m' assisi nella prima giunta. 45
Ornai convien che tu così li spoltre,
Disse il Maestro; che seggendo in piuma,
In fama non si vien, né sotto coltre: 48
Senza la qual chi sua vita consuma
Cotal vestigio in terra di sé lascia,
Qual fumo in aer, 0 in acqua la schiuma. SI
E però leva su, vinci l'ambascia
Con l'animo che vince ogni battaglia,
Se col suo grave corpo non s'accascia. 54
Più lunga scala convien che si saglia :
CANTO XXIV. $61
Non basta da costoro esser partito:
Se tu m'intendi, or fa sì che ti vaglia. 57
Levaimi allor, mostrandomi fornito
Meglio di lena eh' io non mi sentia ;
E dissi: va, ch'io son forte e ardito. 60
Su per lo scoglio prendemmo la via,
Ch'era rocchioso, stretto e malagevole,
Ed erto più assai che quel di pria. 63
Parlando andava per non parer fievole:
Onde una voce uscio dall'altro fosso,
A parole formar disconvenevole. 66
Non so che disse, ancor che sovra il dosso
Fossi dell'arco già, che varca quivi:
Ma chi parlava ad ira parea mosso. 69
Io era volto in giù, ma gli occhi vivi
Non potean ire al fondo per l'oscuro;
Perch'io: Maestro, fa che tu arrivi 72
Dall'altro cinghio, e dismontiam lo muro;
Che com'io odo quinci, e non intendo,
Così giù veggio, e niente affiguro. 75
Altra risposta, disse, non ti rendo,
Se non lo far; che la dimanda onesta
Si dee seguir coli' opera, tacendo. 78
Noi discendemmo il ponte dalla testa,
Ove s'aggiunge con l'ottava ripa,
E poi mi fu la bolgia manifesta: 81
E vidivi entro terribile stipa
Di serpenti, e di sì diversa mena,
Che la memoria il sangue ancor mi scipa. 84
Più non si vanti Libia con sua rena;
Che, se Chelidri, iaculi e Faree
Hamraldi — VoL 1. 36
5t>2 INFERMO
Produce, e Ceneri con Anfesibena, 87
Non tante peslilenzic né si ree
Mostrò giammai con tutta l'Etiopia,
Non con ciò che di sopra il mar rosso èe. 90
Tra questa cruda e tristissima copia
Correvan genti nude e spaventate,
Senza sperar pertugio o elitropia. 93
Con serpi le man dietro avean legate:
Quelle ficcavan per le ren la coda
E il capo, e eran dinanzi aggroppate. 96
Ed ecco ad un, ch'era da nostra proda,
S'avventò un serpente, che il trafìsse
Là dove il collo alle spalle s'annoda. 99
Né 0 sì tosto mai, né I si scrisse,
Com'ei s'accese e arse, e cener tutto
Convenne che cascando divenisse: 102
E poi che fu a terra sì distrutto,
La cener si raccolse per sé stessa,
E in quel medesmo ritornò di butto. 103
Così per li gran savi si confessa,
Che la Fenice muore e poi rinasce,
Quando al cinquecentesimo anno appressa. 108
Erba né biada in sua vita non pasce,
Ma sol d'incenso lacrime e d'amomo;
E nardo e mirra son l'ultime fasce. Ili
E quale è quei che cade, e non sa corno,
Per forza di demon eh 'a terra il tira ,
0 d'altra oppilazion che lega l'uomo, 114
Quando si leva, che intorno si mira,
Tutto smarrito dalla grande angoscia
Ch'egli ha sofferta, e guardando sospira; 117
CANTO XXIV 5(ìO
Tal era il peccator levato poscia.
0 giustizia di Dio quanto è severa!
Che cotai colpi per vendetta croscia. 120
Lo duca il dimandò poi chi egli era:
Perch'ei rispose: io piovvi di Toscana,
Poco tempo è, in questa gola fera. 123
Vita bestiai mi piacque, e non umana,
Sì come a mul ch'io fui: son Vanni Fucci
Bestia, e Pistoia mi fu degna tana. 126
E io al Duca: dilli che non mucci:
E dimanda qual colpa quaggiù il pinse:
Ch'io il vidi uom già di sangue e di corrucci. 129
E il peccator, che intese, non s'infìnse,
Ma drizzò verso me l'animo e il volto,
E di trista vergogna si dipinse; 132
Poi disse: più mi duol, che tu m'hai colto
Nella miseria, dove tu mi vedi,
Che quando fui dell'altra vita tolto. 135
Io non posso negar quel che tu chiedi:
In giù son messo tanto, perei/ io fui
Ladro alla sagrestia de' belli arredi; 138
E falsamente già fu apposto altrui.
Ma perchè di tal vista tu non godi,
Se mai sarai di fuor de' luoghi bui, 141
Apri gli orecchi al mio annunzio, ed odi:
Pistoia in pria di Neri si dimagra ;
Poi Firenze rinova genti e modi. 144
Tragge Marte vapor di Val di Magra,
Ch' è di torbidi nuvoli involuto,
E con tempesta impetuosa e agra 147
Sopra campo Picen fia combattuto;
564 INFERNO
Ond'ei repente spezzerà la nebbia,
Sì ch'ogni Bianco ne sarà feruta:
E detto l'ho, perchè doler ten debbia. 151
COMMENTO DI BENVENUTO
Pena de' ladri , che sono castigati nella settima bolgia.
In quattro parti generali può dividersi il canto: nella prima
— difficile ingresso nella settima bolgia: nella seconda — pena
de9 ladri su per lo scoglio ecc. nella terza — prima specie di
ladri, ed un famoso ladro moderno et ecco ecc. nella quarta
— il ladro preconizza il cambiamento di stato di Firenze lo
duca ecc.
Nel verno, in gennaro, il villanelle), scorgendo la gelata
brina, che imbianca tutta la terra, si duole di non poter trar
fuori dall'ovile la mandra ai pascoli usati; poi quando vede
sciogliersi il gelo dai raggi solari, lieto rientra nella capanna,
e presa la verga, spinge fuori la mandra a ricrearsi; del pari
Virgilio sdegnato dell' inganno di Malacoda poco dopo serenò
la fronte, e si rese dolce, ed amoroso verso P autore lo villa-
nello a cui la robba manca il villanelle) cui manca lo strame
invernale se leva si alza di mattino e guarda e vede la cam-
pagna bianchegiar tutta per la gelata brina ond et si batte
lanca in segno di dolore e ritorna in casa e qua e la gi-
rando dentro la capanna se lagna si lamenta come l tapin
come il mendico che non sa che si faccia perchè, tenendo la
mandra chiusa, non sa come sedarle la fame, e se la mette
fuori, morirà per freddo, e per fame poi riede torna e rein-
cavagna la speranza ravviva la speranza perduta, cavagna
è un cesto rusticale, e Dante ne forma un verbo convenien-
tissimo a materia rustica, come usa Virgilio nelle Buccoliche
vedendo il mondo aver cambiata faccia vedendo il mutato
CANTO XXIV. 565
aspetto della terra che da bianca e gelata, appare verde e
ridente in poco dora in poco tempo e prende suo vincastro
la propria verga e caccia fuor le pecorelle a pascere le spinge
fuori dell' ovile e le guida al pascolo in quella parte del gio-
vinetto anno. L'inverno somiglia alla vecchiaia piena di ma-
lanni. La primavera somiglia alla gioventù vivace, bella, cal-
da, e crescente. Il giovinetto anno è dunque prima della pri-
mavera, ma poco prima che Isol tempera i crini tempra i
raggi che spiega biondi dal suo bellissimo aspetto sotto l ac-
quario nel mese di gennaro tempra, perchè il sole entrando
in Acquario lascia Capricorno, che segna un estremo freddo,
e più si avvicina all'equinozio di primavera, e così ripara
all'estrema rigidità e già le notti sen vanno a mezzogiorno
le notti cominciano ad accorciarsi tanto quanto i giorni si al-
lungano, finché siano uguali di durata, ed allora è l' equino-
zio, quando cioè il sole entra in Ariete. Il sole a mezzo gen-
naro dista dall'equinozio per un sol segno dei Pesci; e quin-
di non è vero che il sole entri in Ariete sempre alla metà di
marzo, entrandovi talvolta al 12, 13. Una volta entrava al pri-
mo di marzo, malo spazio di secoli ha prodotta tal variazione
quando la brina tempra rappresenta limagine di sua so-
rella bianca la neve, perchè qualche volta la brina tanto im-
bianca la terra che sembra neve: sorella poi, perchè tanto
l' una che F altra formasi dalla stessa materia, secondo Ari-
stotile, e come si dirà al canto XXI del Purgatorio; ma la ne-
ve dura lungo tempo, la brina pochissimo, essendo formata
di vapore tanto sottile, che basta a scioglierla il minimo ca-
lore ma tempra ma la temperatura poco dura alla sua penna
metafora desunta dalla penna, quasi dica, come dura la tem-
peratura di una penna, così la brina.
Quel villanello poi è Virgilio, perchè istericamente fu pa-
566 INFERNO
store, ed allegoricamente figlio di un contadino, e fu poelar e si
chiamò ne'suoi carmi pastore, ed ora conduce, e guida a pasco-
lo eterno l'autore. In prima età poverello, spogliato di ogni be-
ne, come ora è spoglio di vizi : ecco perchè Dante nel canto XXI
lo assomiglia al mendico, contro del quale si slanciano i cani in
sulle porle del ricco. L' ovile figura Dante affidato alla cura di
Virgilio. La verga significa la dottrina, che Dante seguiva. Dan-
te poliedro percosso dalla verga stessa. La brina rappresenta
T ira, che arde la mente, come la brina guasta l'erbe, e frutti.
Come poi il villanello spaventato dalla brina, e poco dopo ve-
dendola sciolta si rallegra, e cantando fa uscire la mandra ai
pascoli salubri, così Virgilio turbato prima dall' ira, indi li-
berato dal timore mette l' autore fuori della bolgia temuta al
pascolo di nuova materia, lo maestro Virgilio mi fece cosi sbi-
gotire intimorire quando lo vidi si turbar la fronte così sde-
gnarsi per l' inganno e cosi tosto limpiastro giunse al male
metafora , che significa — la serenità della fronte di Virgilio ser-
vì a quietare il timore di Dante che perchè lo duca si volse con
quel piglio dolce con quel modo benigno eh io il vidi pf ima
a pie del monte quando nel canto primo io tornava dal monte
alla valle. Come poi Dante era spaventato là dalle fiere, così
lo era nel montar questo ponte per l'aspetto sdegnato di Vir-
gilio, e per la vista dell' asprissi ma strada come noi venimmo
al ponte guasto quando giungemmo al ponte ruinato nel fondo
della sesta valle.
Le braccia aperse qual buon padre, che invita a buona
speranza dopo alcuno consiglio electo seco dopo vari progetti,
e deliberazioni riguardando prima ben la mina ad oggetto
di scegliere il modo migliore e diedemi di piglio mi prese.
Vedesti mai in mezzo a valle, o sopra di un fiume un ponte
rotto caduto in fondo, e che sia il solo mezzo, andando sopra
CANTO XXIV. 567
i rottami, di uscire dall' acque, ma non potere da te solo su-
perare l'ostacolo, ed essere necessario l'aiuto di un altro?
Così accadde a Dante, che da per sé non poteva montare sulle
ruine di quel ponte. Virgilio quindi sceglie di prenderlo fra le
braccia, e porlo sopra di un sasso, indicandogli altro sasso
sporgente cui attaccarsi colla mano ed in tal maniera giun-
gere alla sommità, levando me su ver la cima duri ronchion
d' un sasso avvisava un altra schegia m'indicava altro sasso
sporgente dicendo poi t agrappa prendilo colle mani sopra
quella ed assicurati sullo stesso ma tenia pria s e tal eh ella
ti reggia ma sperimenta prima se quel sasso sia fermo, e tanto
_ forte da sostenerti cosi come quel del pari che colui chadopra
etextima che opera e pensa contemporaneamente alla riuscita
che sempre par che nanti si proveggia che pare che provegga
innanzi ad ogni evento. Osserva, che Virgilio ha portato Dante,
o nel discendere al fondo della bolgia, o nel sortire da quella
de' simoniaci, o nell' ingresso di questa sesta bolgia. Ma ora
noi porta, invece lo aiuta. La discesa, e la sortita erano im-
possibili a Dante, ma la salita quantunque ardua non gli era
impossibile. Se fu difficile partire dai barattieri, non lo era
meno partire dagl' ipocriti, che spesso ingannavano i piùastuti,
e sapienti. Dante finge la mina del sesto ponte avvenuta al
tempo della morte di N. S. Gesù Cristo, perchè fu allora che
rovinò la ipocrisia, come fu chiaro nel canto precedente par-
lando di Caifas, di Anna, e degli altri sacerdoti ingannatori.
Non era via da vestito di cappa non era via da tentarsi
dagl'ipocriti gravati dalle cappe di piombo, anche perchè al
pari de' barattieri , non possono gì' ipocriti uscire dalla bolgia
loro, locchè allegoricamente significa non potersi togliere
dall' ipocrisia quando si è resa abitudine che noi due ei lieve
Virgilio puro spirito- io sospinto io vestito di carne, aiutato
568 raFERNO
dalle mie mani , dietro T insegnamento di Virgilio potria mon-
tarsupeì sassi ruinosi a pena con somma difficoltà di chiap-
pa in chiappa di sasso in sasso. La chiappa è la parte di te-
gola la più arcuata: e come chi va pei tetti va lentamente, e
con precauzione per non precipitarsi , cosi Dante andava lenta-
mente, e prima tentando, per non ruinare fuori degli stessi
rottami, e non so di lui non so di Virgilio perchè spirito, e
lieve ma io sarei ben vincto sarei mancato, né avrei potuto
arrivare alla sommità se non fosse che la costa la riva era più
corta più breve da quel precinto dalla bolgia degl' ipocriti che
dà altro che dall' altra bolgia de' barattieri, ma lo sito di cia-
scuna valle porta importa, rende necessario che luna costa
surga si alzi e l altra scenda e l'altra si abbassi. La prima
riva è alta rispetto alla seconda, e la seconda rispetto alla ter-
za, e così delle altre perche Malebolge cioè il cerchio gene-
rale della città infernale, che contiene in sé le dieci bolge
per tutto pende discende sulla porta del bassissimo pozzo
verso il centro deir Inferno, dov'è un pozzo nel cui cerchio
stanno i giganti.
Noi pur venimmo al fine in su la punta dopo molta fatica
al fine giungemmo al colmo, alla sommità onde l ultima petra
dello stesso ponte si scoscende si stacca, e si divide, la lena
m era dal polmon si munta così esaurita, vuota, esinanita
quando fui su quando fui alla sommità del ponte eh io non
potea più oltre non aveva più forza di movere un piede anzi
m assisi mi posi a sedere su la prima giunta tosto che ar-
rivai alla sommità che congiunge la sesta alla settima bolgia.
Così montarono cominciando dalle macerie, che univansi alla
riva della settima bolgia. Il polmone è viscere cavo, e spun-
goso che riceve l'aria, e poscia qual mantice la respinge: i
fisici lo chiamano il ventilabro del cuore. Dante affaticato ol-
CANTO XXIV. 569
tre te sue forze volle alcun poco trarre il respiro. E colla las-
sezza fisica vuole indicarci la lassezza dell'animo, giacché la
fatica dell'animo non è minore di quella del corpo, sebbene più
occulta, e non possa palesarsi, che per mezzo di quella del
corpo. Prima pertanto di mettersi alla trattazione di più aspra,
e più difficile materia, cerca di refocillarsi, e rinvigorirsi col-
l'idea di acquistar maggior nome e fama.
Disse el maestro disse Virgilio ornai conven che tu cosi ti
spoltre bisogna non esser più poledro, poltrone, ma virilmente
e fortemente adoprarsi. Bella metafora! Il poledro prima d'es-
ser domato ricusa il freno, come ricusa il giovane il freno della
ragione: il poledro si slancia dove lo spinge l'impeto naturale,
come Dante in gioventù aveva corso dietro a pazzi , e focosis-
simi amori: il poledro vago e vano non serve alle battaglie,
non regge alle fatiche, e Dante prima di quest' opera non sa-
peva tollerare le fatiche, e combattere l'ignoranza, ed i vizi.
che sedendo sotto piume ne sotto coltre non si viene in fama il
sonno , la gola, l'ozio sfuggono la fama senza la qual fama chi
consuma stia vita chi logora, e passa la vita lascia cotal
vestigia deseU\e memoria di sé in terra nel mondo ai posteri
quale fumo in aere qual fumo in aria che tosto si risolve, o
qual la schiuma in aqua che subito sparisce. I magnanimi
per ottener fama sprezzano ogni delizia, incontrano fatiche,
e disagi: Annibale, Cesare, Catone, e tanti altri ne sono l'e-
sempio; e pero leva su alzati vinci l ambascia l'angustia, e
P ansia con l animo che vince ogni battaglia l'animo eterno,
incorruttibile vince ogni passione, e supera l' influsso del cie-
lo se non s accascia se non si lascia opprimere col so grave
corpo dalle passioni del corpo: più lunga scala convien che si
soglia bisogna montare una scala tanto lunga, che arrivi sino
al cielo, non basta esser partito da costoro dagP ipocriti che
$70 INFERNO
camminano lentamente, ma bisogna venire tra i ladri lievi, e
veloci nella oscurità, quasi serpenti, levami attor mi alzai
allora non per anche rimesso mostrandomi fornito meglio
di lena chi non mi sentia scosso alle voci dell'onore e dissi
va e gridai a Virgilio — precedimi chio son forte e ardito
la speranza dell'onorato premio togliendomi ogni lassezza.
Su per lo scoglio seconda parte generale — Io Dante, e
Virgilio prendemo la via su per lo scoglio su pel ponte eh era
ronchiuso sassoso stretto e malagevole stretto, e difficile et
certo più assai che quel di pria più assai che non era il ponte
sesto, perchè essendo intatto era più alto del rotto, parlando
andava con Virgilio per non parer fievole debole onde una
voce uscio dal altro fosso della settima bolgia sul cui ponte
eravamo a parole formar disconvenevole a dir parola diso-
nesta, non so che disse perchè il suono della voce era confuso
aheor sebbene che fossio già sopra l dosso dell arco sopra il
colmo del ponte che varca qui copre questa settima bolgia
ma chi parlava parea mosso a ira colui che parlava sem-
brava irato: io era volto in giù guardando nel fondo ma gli
occhi vivi gli occhi miei corporali non potierno ire al fondo
penetrare fino al fondo per lo scuro stante l' oscurità della
valle perchio dissi o maestro fa che tu arrivi dall altro cin-
ghio dall' altra riva in co del ponte e dismontiamo il muro
discendiamo per la riva dritta come muro, come facemmo nella
valle 'de' simoniaci che perchè io veggio giù veggo nel fondo
e niente a/figuro ma non discerno, o distinguo alcun oggetto
sebbene molti ne vegga in confuso cosi comioodo quinci dz\
colmo del ponte et non intendo non essendola voce intelligi-
bile. Virgilio disse non ti rendo altra risposta se non lo far
che la domanda onesta, io non ti rispondo a parole, perchè
se dee seguir coni opera tacendo la dimanda di Dante era one-
CANTO XXIV. 571
sta, perchè V opera sarebbe rimasta imperfetta senza il trat-
tato di tal frode.
Noi discendemmo l ponte dalla testa dalla estremità ove
s aggiunge con lottava ripa colla riva dell'ottava bolgia se-
guente e poi la bolgia settima mi fu manifesta perchè co-
minciai a scorgere quelle cose che prima non poteva distin-
guere. Dante ingegnosamente punisce il furto col serpente il
più astuto di tutti gli altri animali. Viene cosi nomato dal
serpeggiare, e penetra ne' più profondi segreti della terra, co-
me il ladro eh' entra pei fori più nascosti : Puno e l'altro abbor-
riti dagli uomini. — 11 ladro dicesi fur,afurvo nero come alcu-
ni vogliono: orribili i serpenti, orribili i sicarii, gli assassini
e vidivi entro mirabile stipa vi scorsi una gabbia — detta al-
trove stia mirabile, perchè nelle gabbie sogliono chiudersi i
vaghi uccelli, ma qui eran chiusi serpenti di serpenti e di si
diversa mena di tante diverse forme, e qualità che la memo-
ria ancora me scipa la memoria ancora ini gela il sangue
Dante volendo descrivere queir infinita quantità di serpenti
dice mancargli conveniente similitudine, e quindi apostrofa
alle arene dell' Africa, la quale sembra gloriarsi della quanti-
tà, e diversità de' serpenti. Le arene dell'Africa furono de-
scritte nel canto XIV, nelle quali Catone, co' suoi seguaci sof-
frirono vento, polvere, sete, calore, e ciò eh' è peggio, di-
verse orribili morti dai serpenti. Libia che oggi nomasi Bar-
beria non si vanti più con sua arena Plinio, Solino, Mar-
ziano, Lucano ed altri non magnifichino più le libiche arene
con enfatiche espressioni , perchè io trovai altra arena più ma-
ravigliosamente tremenda che perchè la slessa libica arena
non mostro ne produsse giammai tante pestilenzie i ladri
non han confronto coi serpenti ne si ree essendo peggiori i
furti che uccidono moralmente l'anima, di quello che i ve-
572 INFERNO
leni dei serpenti che uccidono il corpo con tutta V Etiopia
ardentissima, e quindi piena di serpenti, che per sé frigidis-
simi, vi corrono ne con ciò che e sopra l mar rosso il mare
chiamasi rosso per ragione delle rosse sue arene; ma l' acqua
è uguale a quella degli altri mari: il mar rosso è un seno del-
l' oceano diviso in due bracci Persico, ed Arabico. Gli aromi ,
e le mercanzie aromatiche orientali pepe, cannelle, e le al-
tre produzioni odorose dell'Arabia si portano pel mar rosso nel
Mediterraneo. E nelle parti orientali sopra il mar rosso trovasi
moltitudine di serpenti sconosciuti a noi, e segnatamente nel-
l'India, al dir di tutti gli storici.
E ciò dico se l'arena libica produce serpenti Chelidri
Jacoli e Faree e Ceneri con Anfesibene di molti de' quali
si parlerà, il Chelidro è serpente acquatico , e terrestre.
Chelion in greco e latino suona terra ed Ydor acqua : fu-
ma nel dorso, e fa fumare il suolo per cui passa, tanta è
l'ardenza del veleno: il fumo o sorte dal veleno, o dalla
terra avvelenata: cammina dritto, e se nel correre molto pie-
ga, crepa facilmente. Il Giaccolo,o Jaccolo secondo Plinio è
serpente alato, e si noma così dal saettare che fa, mentre è
nascosto fra gli alberi : guasta i frutti, echi mangia di tai frutti
muore: uccide quanti incontra. Scrive Lucano che un giaccolo
dal tronco di un albero si slanciò nella testa di Aulo soldato
romano, e gli passò l' una e l' altra tempia a guisa di saetta.
// Farea è serpente che si move eretto sulla coda , e sulla parte
di corpo che si congiunge alla coda perciò scrive, Lucano che
fa solco nel sentiero per cui passa. / Anfesibena è serpente
da due teste al dir di Lucano, e di Solino. Ma Alberto Magno
impugna l' asserzione di Solino, e lo dice bugiardo in questo,
e molte altre cose; imperocché in natura non vi è animale che
abbia due teste. Forse Solino fu tratto in inganno dal vedere
CANTO XXIV. 575
che T Anfesibena sale per due parti, davanti, e di dietro, e
le due estremità sono eguali per grossezza al mezzo del corpo:
piccolo serpente, e debole: reca col morso un dolor veemente,
ed il veleno si estende in un momento per tutto il corpo.
Oltre i serpenti suddescritti trovansi de' peggiori il Di-
psa in latino e greco Sytula giacché muore di sete chi è
morsicato da tal serpente. Avicenna lo chiama per questo
il serpente che fa sete: è lungo un palmo, testa piccola,
collo grosso, ed i feriti da lui sentono bruciarsi, e sem-
pre più infiammarsi il ventre; l'acqua non basta a seda-
re le fiamme, e convertesi tosto in sudore, ed urina, osi
spande nelle vene, e fa gonfiare il ventre mostruosamen-
te. Lucano racconta, che tal serpente ferì un soldato tosca-
no porta-bandiere , il quale aveva premuto il serpente col
piede, e tosto fu invaso da tanto ardore che gli si seccarono
tutti gli umori, e quel misero furente correva per l'arena, getta-
ta la bandiera, cercando acqua, e beveva dal lido l'acqua mari-
na; ma non bastò, e non sarebbe bastata l'acqua dolce di tutta
la terra, e queir infelice in ultimo si fece aprire le vene e
bebbe il proprio sangue, finché spirò. Un altro serpente Emo-
rois da emor sangue, erois flusso — produce col morso la
rilassatezza dei fori delle vene tutte, e fa versare tutto il san-
gue che si trova nel morsicato: ha colore di cenere: più alto
di un cubito. Lucano avvisa, che tal serpente si scagliò, ad-
dentando Tulio soldato romano, giovane magnanimo, imita-
tore di Catone, e tosto versò il sangue per tutti i fori del corpo,
per le nari, orecchie, occhi, ano, bocca, e tutto era sangue.
Lemi soldato di Catone ferito da un cupide a poco a poco,
e senza dolore morì dormendo. Mirto altro soldato eolpito da
un Basilisco che si dice il Regolo de' serpenti vide scorrere il
veleno dall'asta alla mano, che la stringeva, e tosto colla spada
•)74 INFERNO
si tagliò la mano, e cosi recisa una parte, redense il resto del
corpo. I soldati di Catone in mezzo a tanti e tali perigli la-
gnavansi altamente dicendo, che non dovevano maledire il
clima dell' Africa, ma la loro stoltezza, e temerità. La natura
aveva già insegnato che tal terra non era pel uomo, vietandolo
il calore, i venti, i serpenti, le sterilità, ed aveva segnati i
confini colle Sirti, e colla Zona torrida. Noi siam venuti spon-
tanei a combattere coi serpenti per non pugnare cogli uomini
in Tessaglia. — Ma Catone fingendo non udire lai lagni, pre-
stava a tutti soccorso, e se non poteva loro salvare la vita, li
esortava, locchè è più nobile, da forti morire: in presenza di
Catone niuno quindi moriva lagnandosi. Ecco perchè Dante
si vergognava di lagnarsi della difficoltà della via alla pre-
senza di Virgilio. Io dissi molte cose dell' arena della Libia
per mostrarti il rapporto con questa bolgia. Queir arena è
sterile, e non produce alcuna cosa: così la casa del ladro: in
quell'arena è gran quantità di serpenti che cagionano varie,
ed orribili morti: in questa bolgia sono infiniti serpenti, che
cagionano orribili tormenti ai dannati: in quell'arena i ser-
penti ora dritti, ora obliqui, ora strisciando camminano; e
del pari i ladri di questa bolgia ora dritti, ora piegati, ora
col corpo per terra si movono.
Genti nude e spaventate nudi, e spaventati correvano,
ed allegoricamente i ladri son sempre poveri e paurosi cor-
rean tra questa cruda e tristissima copia quantità di ser-
penti senza sperar pertugio o elitropia i ladri fuggono dal-
l'aspetto umano, e cercano ogni angolo, ogni nascondiglio
non tanto per la infamia, quanto per timore della pena. La
elitropia è pietra verde simile allo smeraldo, sparsa di goccie
di sangue. Secondo Alberto Magno si dice che renda V uomo
di buona fama ed invulnerabile, e sia un antiveleno, avean
CANTO XXIV. 575
legate le mani di retro co serpi come sogliono esser legati i
ladri tradotti air ultimo supplizio e quelle serpi ficcavan la
coda e l capo per le reni colla metà del corpo le serpi lega-
vano le mani di costoro alla schiena e F altra metà la stende-
vano su, e giù per le reni stesse et eran agropale dietro in-
torno alle mani de' ladri. Altre lezioni portano et eran dinan-
zi agropale ed allora dirai, che il serpente stringeva il ven-
tre per essergli più aderente. Alcuni ritengono, che questi sia-
no i ladri pertinaci e che mai in vita non abbandonarono il
pensiero del furto, e per conseguenza sian sempre cinti, e tor-
mentati dai serpenti, locchè non credo, come sarà chiaro nel
canto seguente.
Et ecco terza parte generale — alcuni in questo mondo
sono ladri non per naturale inclinazione, o mala consuetudi-
ne, ma per fatali incontri, e combinazioni di comodità, op-
portunità di tempo e di luogo. Dante quindi finge ingegno-
samente, che un ladro percosso da un serpente tosto rimanga
cenere, e rinasca dalla cenere, assumendo la prima figura.
Giusta pena ! La tostana percossa dal serpente figura la su-
bitanea cupidigia di rubare: viene corrotto dal furto, ma non
vi persiste, né aggiunge furto a furto, e cosi ritorna uomo et
ecco un serpente sotto degli occhi nostri savento a uno si
slanciò contro di un ladro eh era da nostra proda presso l'e-
stremità della bolgia dove noi discendemmo, ovvero che ci era
vicino che l trafisse la dove l collo s annoda alle spalle dove
la gola si congiunge al petto, nella più bassa parte della gola
ne 0 nel si scripse mai si tosto vocali che velocemente si pro-
nunciano, o si scrivono. L'appetito di rubare lo aveva subito
invaso senza premeditazione, e tosto commise il furto cornei
saccese e arse del desiderio e convenne che divenisse tutto
cenere cascando perchè commesso il furto cessò la cupidigia
576 INFERNO
di rubare; perciò subito si rifece, la polver si raccolse per se
stessa la cenere raccoltasi da sé ritorno di subito prestamente
in quel medesmo quello slesso uomo eh' era prima poiché fu
si distructo a terra dopo essersi ridotto in cenere. Dante po-
ne una consimile mutazione in Sabello nel canto seguente, ma
Sabello fu sciolto a poco, a poco in tutte le membra, e questi
subitamente; Sabello non si rifece, né tornò alla prima figura.
I romani passarono con Catone per le arene dell'Africa, fer-
mandosi due mesi soltanto, mentre costoro qui resteranno in
eterno.
La Fenice, dicesi , un uccello dell' Arabia, unico nella sua
specie, della grandezza dell'aquila, col capo coronato a guisa
del pavone, le fauci crestate, intorno al collo color porpora,
o d' oro, lunga coda mista a penne gradatamente rosee, oc-
chiute come il pavone, e maravigliosamente bello. La fenice
gravata dagli anni si forma il nido in albero altissimo , e so-
litario, sopra di un fonte, e lo copre di mirra, incenso, ci-
namomo, ed altri preziosi aromi. Poi si mette direttamente
contro i raggi del sole, che si raddoppiano dal proprio splen-
dore, e dall' agitar delle penne, finché s' alzino dal nido fa-
ville che convertonsi in incendio, quale bruci sé, ed il nido,
e tutto in cenere converta. Dopo l'incendio, dalle ceneri sor-
ge un verme, che al terzo giorno veste le ali , e si trasforma
in uccello dalla prima figura di fenice, e si abbandona al volo
per l' aria. In Eliopoli di Egitto si racconta, che la fenice si
slanciò sulla legna preparata pei sagrifizi, portando seco molti
aromi, ed alla vista de' sacerdoti si bruciò, si ridusse in ce-
nere» sorse il verme, mise le ali, e si abbandonò al volo. Pla-
tone pare che presti fede a tali prodigi che sono trascritti ne' li-
bri liturgici cosi in tal modo se confessa per li gran savi da
Plinio, da Solino, e da altri teologi ancora, secondo Alberto
CANTO XXIV. 577
Magno. Ovidio nel XV delle Metamorfosi assicura che la fenice
more di nobil morte, perchè meglio rivive quando appressa
al cinquantesim anno si avvicina agli anni cinquanta: voglio-
no alcuni, che la fenice viva più di mille anni, locchè non
credo. Nel modo con cui la fenice pei raggi solari s' incen-
dia e si risolve in cenere, del pari questo ladro è acceso, e
sciolto; e come la fenice rivive dal suo cenere, così il ladro
si rifa dallo stesso cenere suo. Ma la fenice non può nutrirsi
di erba e di biado in sua vita come gli altri uccelli ma sol
ma soltanto di lagrime d incenso e d amomo grani di quest'al-
bero aromatico, che tramandando lagrime gommose, ed asciu-
gandosi, forma gli stessi grani odorosi: — presso di noi fa
altrettanto il pruno, il ciliegio, e simili e nardo e mirra al-
tri due alberi odoriferi son l ultime fa&ce dei rami di tali al-
beri si formala pira, nella quale la fenice si brucia, e si con-
verte in cenere. — Il ladro risorto alla prima vita rimase at-
tonito, come chi è colto da male caduco, o preso dal demonio
e l peccatore Vanni Fucci levato poscia resuscitato dalla ce-
nere Idi era restò qual quel che cade subito a terra et non sa
come senza conoscerne la cagione per forza di demon che a
terra il tira il demonio qualche volta ha potere sopra dell'uo-
mo o d altra oppilation che lega l uomo come Pepilepsia, che
toglie i sensi eh intorno si mira quasi stupido quando si leva
tutto smarrito dalla grande angoscia dall' angustia, ed alte-
razione eh elliha sofferto in tale incontro e sospira guardando
e sospirando guarda intorno, quasi cercando il motivo del suo
disastro, e cerca quasi di fuggire al suo male, o vendetta di
Dio quanto severa! quanto rigida, che tosto la pena segue
la colpa !
Lo duca il dimando quarta , ed ultima parte generale. —
Virgilio il dimando poi chiese a colui dopo eh' erasi rifatto
R\MBAT/DI — Voi. 1. 37
578 INFERNO
chi etti era chi fosse perchè rispuose quello spirito rispose
io piovvi di Toscana io sono di Toscana, e venni poco tempo
e in questa gola fera in questa bolgia piena di orrende fiere:
vita bestiai mi piacque e non fiumana perchè la ragione si
spense in lui, e la bestialità in lui crebbe si comeamul eh io
fui e fu veramente un mulo tanto moralmente, quanto fisica-
mente, perchè spurio, nato da spurio. Il mulo nasce da due
specie diverse, cavalla ed asino: più somiglia all'asino che
alla madre, quantunque nella favola dinanzi al leone si chia-
masse nipote del cavallo. Il mulo è animai duro, atto alle fati-
che, tollerante di percosse, retrogrado, ostinato, incorreggibile,
e del quale dice il Profeta — non fate come il mulo, nel quale
non è intelligenza son Vanni Fueci bestia non uomo e Pistoia
mi fu degna tana nacqui a Pistoia, terra degna di tal figlio
così scellerato: chiama tana la patria per tenere la metafora
di serpente, et io al Duca io dissi a Virgilio dilli che non
mucci non fugga mucci volgare lombardo e dimanda guai
colpa qual peccato el pinsequa giù lo gettò nella settima bol-
gia: ei fu uno scellerato violento, superbo, bestemmiatore,
giuocatore, e ladro: io lo vidi homo di sangue e di cruci un
sanguinario, che tormentava gli aggressi e Ipeccator che n-
iese che forse Dante l'avrebbe al nome conosciuto non se finse
non cambiò nome e drizzo verso me l animo, e l volto Y a-
nimo sdegnoso, ed il volto turbato e se dipinse di trista vergo-
gna. Il furto semplice come vilissimo è di maggiore infamia
del ladroneccio quantunque di maggior colpa, e quindi rende
più danno a chi lo commette. Narra Elio Lampridio, che A-
lessandro imperatore de' romani tanto odiava i ladri, che con-
dotti alla di lui presenza, tentava di acciecarli colle proprie
dita, e spesso preso da mol t'irà, vomitava, poi disse più mi
duol che tu ma cotto più mi dispiace, che tu mi abbia visto
CANTO XXIV. 579
nella miseria dove tu me vedi in questo tormento, e muta-
zione che quando fui de l altra vita tolto non tanto mi dolsi
quando morii, quanto che tu m'abbia trovato fra i ladri.
Questo Vanni ebbe a padre ser Fuccio de'Lazzari di Pistoia
uomo scelleratissimo, e pronto ad ogni malvagità. Gli andaro-
no, perchè nobile, impunite molte scelleratezze. Bandito per
molti delitti, entrava non pertanto di notte in città, e teneva
combriccole con altri scellerati. Un carnevale, unitisi dieciotto
di tali compagni, deliberarono, che ciascuno, prima del sorger
del sole, andasse a trovare la propria amante od amica. Fra
questi trovavasi ser Vanni de la Nova notaio di Pistoia, e poi-
ché molte amiche abitavano dalla parte del vescovato, costui,
non contento degl'insipidi divertimenti degli altri, secreta-
mele, e senza che alcuno se né accorgesse si avvicinò alla
Chiesa di s. Giacomo, e trovando assenti i custodi, o addor-
miti pel cibo, e bevande di tripudio, entrò nella sagristia, e
portò via tutti gli effetti preziosi, che vi trovò. Ritornando con
tanta ricchezza , palesò ai compagni come sei era procurata, e
molti se ne spaventarono. Ma dacché la cosa era fatta, porta-
rono gli effetti rubati in casa di quel ser Vanni notaro, rite-
nendo che su lui, di tanta fama di onestà, non sarebbe mai
caduto sospetto. Di più la casa del notaro era la più vicina. I
canonici denunciarono nel mattino il furto al podestà, e si alzò
grave lamento per la perdita di tanto valore. La inquisizione
criminale durò molto tempo senza verun risultato. Finalmente
giunse alle orecchie del podestà, che certo Rampino di Fran-
cesco de9 Forensi, nobile, pistoiese, in cattivo stato di beni,
e di fama probabilmente aveva avuta parte nel furto sacro. Fu
preso Rampino, e messo alla tortura, ma nulla palesò, perchè
nulla sapeva, ed era di tal fatto innocente. I parenti di Rampino
alzarono lagni continui cogli amici, coi nobili, col popolo,
580 INFERNO
con tutti, e per la ingiustizia de' tormenti , e pregando che si
togliesse alla morte. Duro, e crudele il podestà, poco badando
ai lagni, e preghiere, prefisse a quello sventurato il solo ter-
mine di trg giorni a palesare il furto, altrimenti lo avrebbe
fatto appiccar per la gola. La nuova crudeltà aveva fatti adu-
nare gli amici e parenti del preteso reo nella deliberazione,
che la notte precedente air esecuzione, avrebbero assalito col
ferro, e col fuoco il palazzo del podestà. Ma nel giorno fissato
Vanni, ch'era fuori del contado fiorentino, in Monte-Carelli,
spedì un messo al padre di Rampino, e gli narrò estesamente
il furto da lui commesso. Questi giunse velocemente a Fioren-
za, e tutto riferì al podestà, il quale in sull'istante fece impri-
gionare il notaro Vanni, che nel primo lunedì di quaresima
trovavasi in Chiesa ad ascoltare la predica dai frati minori.
La cattura del notaro, perchè uomo di ottima fama, eccitò
bisbiglio, e tumulto, e così molti complici ebbero campo a
fuggire. Narrò poi lo stesso Vanni, che molte volte coi com-
pagni aveva tentato trasportare il tesoro, ma gli sembrava a-
ver sempre i birri alle spalle. Così scoperto il vero, ricupe-
rato alla Chiesa il tesoro, Rampino fu liberato, e Vanni appic-
cato per la gola. E non prendere equivoco sul nome di Vanni,
perchè tre Vanni ebbero parte in tal furto — Vanni Fucci prin-
cipale autore Vanni de la Nova detentore del furto — e Vanni
di Laminone fiorentino, complice del furto.
É Vanni Fucci che parla io non posso negare e se il potessi
lo farei volentieri quello che tu chiedi cioè per qual delitto son
qui condannato: io son messo tanto giù nella settima bolgia de'
ladri perch io fui ladro a la sagrestia de li aredi rubai gli ar-
redi sacri della Chiesa cattedrale di Pistoia, ch'erano i più belli
di tutta Italia, e falsamente già fu apposto altrui al predetto
Rampino. La compagnia degli scellerati conduce in ultimo a
CANTO XXIV. 581
tristo fine. Il notaro uomo civile, ed onorato, contro del pro-
prio volere si rese complice di un furto, che non aveva mai
sognalo.
Ma Vanni Fucci in vendetta della sofferta vergogna del
palesato furto, preconizza mali ingiuriosi. Nel 1300, quando
Dante mise mano a questa grand-opera, la città di Pistoia era in
auge, e fioriva in essa la casa de' Cancellieri , di famiglia nu-
merosa per cento maschi dello stesso sangue, e per conse-
guenza potente non solo più di tutte le case di Pistoia, ma di
Toscana. Tal casa per una lite, della quale si parlerà nel can-
to XXXII, si divise in due fazioni Bianchi, e Neri, e simil-
mente si divise tutta la città. I fiorentini temendo, che tal di-
visione distruggesse la città, si adoperarono, perchè i capi
dell' uno e V altro partito fossero esiliati da Pistoia. Così emi-
grarono, e si rifuggirono in Fiorenza, che fu del pari divisa
come si disse nel canto VI. NelP anno dopo a tale misura la
parte bianca, e nel mese di maggio, aiutata dai Bianchi
fiorentini, distrusse in Pistoia i palazzi, e molte persone dei
Neri. Ma questi aiutati dal marchese Malaspina se ne vendi-
carono, precipitando sopra Pistoia, e sconfiggendo i Bianchi,
come Dante sembra affermare in questo passo, sebbene altri
pretendano, che risguardi l'assedio, e presa di tale città av-
venuta pochi anni dopo. — Sappi inoltre che nel 1305, scac-
ciata da Fiorenza la parte bianca, e da quasi tutte le città di
Toscana, fuori che da Pistoia, i fiorentini per timore che non
crescessero in potere, arruolarono pisani , aretini, e bolognesi,
e chiamarono a guidarli Roberto duca di Calabria figlio di
Carlo II, e con tale esercito si misero air assedio di Pistoia.
La cinsero di un fosso profondo, cosicché niuno potesse en-
trare > ni uno uscire. Era dentro Pistoia Tolosano degli Uberti
con 200 cavalli, e molti pedoni , e si preparava a fare vigorosa
582 INFERRO
resistenza; ma il papa Clemente mandò ambasciatori guasconi,
che comandarono al duca, ed all'esercito di abbandonare
l'assedio; e Roberto tosto licenziò l'esercito, tornò indietro,
e si portò a Bourges. Ma i fiorentini promotori sdegnarono di
obbedire al papa, e seguitarono l'assedio, con ostinazione,
con durezza, e valore, giacché fra i difensori non mancavano
i valorosi. A qualunque avesse azzardato sortire, se maschio,
gli si tagliavano i piedi, so donna il naso, e si rimetteva io
città col Mezzo di fra Landone da Gubbio uomo scellerato, e
crudele. I pistoiesi non pertanto resistevano anche alla fame,
cibandosi perfino delle più schifose umane necessità, e final-
mente stremati, si resero, salva la vita, nel giorno 10 aprile
1306. I vincitori fiorentini e lucchesi fecero allora atterrare
le mura, barriere, torri, e fortilizi, e si divisero il contado:
il dominio della città rimase ai fiorentini, e così fu spenta
l' arroganza pistoiese. Neil' anno stesso i bolognesi a persua-
sione de' fiorentini, fatto tumulto esiliarono i capi di parte
bianca, facendo lega coi fiorentini e lucchesi.
Vanni Fucci di parte nera pistoiese preconizza a Dante di
parte bianca fiorentina — che la parte nera dell'una, e dell'altra
terra sarà primamente cacciata, poi ritornerà a Fiorenza e Pisto-
ia, apri gli orecchi al mio annuntio al mio pronostico et odi e
dirò cosa a te grave Pistoia inpria de negri si dimagra prima-
mente sarà senza della parte nera poi Firenze rinuova gente
e modi e poscia anche Fiorenza sarà senza la parte nera. Marte
Dio della guerra tragge vapor cioè il marchese Marcello Ma-
laspina predetto di Val di Magra oggi chiamata Lunisana da
Luna città antichissima, della quale si è altrove parlato. Abi-
tavano in detta valle i marchesi Malaspina, de' quali si dice
nel canto IX del Purgatorio. Magra poi è il nome dell' impe-
tuoso fiume, che scorre per detta valle eh e di torbidi nuvoli
CANTO XXIV. 583
involuto pieno di turbini guerreschi con tempesta impe-
tuosa et agra cioè che irromperà impetuosamente sopra Pi-
stoia, ed a guisa di tempesta opprimerà quella gente fia com-
battuto si farà combattimento fiero sopra campo Picen nel
campo di Pistoia. Piceno oggi è la Marca anconitana. Antica-
mente campo Piceno era quello vicino a Pistoia, in cui fu de-
bellato Catilina per testimonianza di Sallustio. Ora vi è un ca-
stello detto Picenzio lontano tre miglia da Pistoia onde lo stesso
Marte spiccerà la nebbia farà sparire la nebbia repente subi-
tamente si che ogni bianco ne sarà ferito il partito bianco
sarà vinto in campo, e nell' assedio e dicto Iho perche tu ne
godi di tal vista e così ti predico perchè tu godesti d' avermi
visto in questo luogo infame se mai sarai di fuor da loghi
bui se mai sortirai dai luoghi bui dell' Inferno. Vanni ritene-
va, che Dante sarebbe tornato al mondo, perchè lo scorgeva vi-
vente, senza pena, e che cercava conoscere i castighi dei dan-
nati. Vanni Fucci imitò Farinata degli Ubarti, il quale udita
cosa spiacente, preconizzò a Dante l' esigi io, che lo avrebbe
colto fra poco. Dante sembra indovinare il futuro rispetto alla
sua visione.
CANTO XXV.
TF.hTO MODERNO
AI fine delle sue parole il ladro
Le mani alzò con ambeduo le fiche,
Gridando: togli, Dio, che a te le squadro. 5
Da indi in qua mi fur le serpi amiche,
Perch'una gli s'avvolse allora al collo,
Come dicesse: io non vo'che più diche: 6
Ed un'altra alle braccia e rilegollo,
Ribadendo sé stessa sì dinanzi,
Che non potea con esse dare un crollo. 9
Ah Pistoia, Pistoia! che non stanzi
D'incenerarti, sì che più non duri,
Poi che in mal far lo seme tuo avanzi? 12
Per tutti i cerchi dello Inferno oscuri
Spirto non vidi in Dio tanto superbo,
Non quel che cadde a Tebe giù de' muri. 15
Ei si fuggì, che non parlò più verbo:
E io vidi un centauro pien di rabbia
Venir gridando: ov'è, ov'è l'acerbo? 18
Maremma non cred'io, che tante n'abbia,
Quante bisce egli avea su per la groppa
Infino ove comincia nostra labbia. 21
Sopra le spalle, dietro dalla coppa,
Con ale aperte gli giaceva un draco,
E quello affuoca qualunque s'intoppa. 24
CANTO XXV. 585
Lo mio Maestro disse: quegli è Caco,
Che sotto il sasso di monte Aventino
Di sangue fece spesse volte laco. 27
Non va co' suoi fratei per un cammino.
Per lo furar che frodolente ei fece
Del grande armento ch'egli ebbe a vicino; 30
Onde cessar le sue opere biece
Sotto la mazza d'Ercole, che forse
Gliene die cento, e non sentì le diece. 33
Mentre che sì parlava , ed ei trascorse ,
E tre spiriti venner sotto noi,
De'quai né io né il Duca mio s'accorse, 36
Se non quando gridar: chi siete voi?
Perchè nostra novella si ristette,
E intendemmo pure ad essi poi. 39
Io non li conoscea; ma ei seguette,
Come suol seguitar per alcun caso,
Che l'un nomare all'altro convenette, 42
Dicendo: Cianfa dove ila rimaso?
Perch'io, a ciò che il Duca stesse attento,
Mi posi il dito su dal mento al naso. 45
Se tu sei or, Lettore, a creder lento
Ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia,
Che io, che il vidi, appena il mi consento. 48
Com'io tenea levate in lor le ciglia,
E un serpente con sei pie si lancia
Dinanzi all'uno, e tutto a lui s'appiglia. 51
Co' pie di mezzo gli avvinse la pancia,
E con gli anterior le braccia prese ,
Poi gli addentò e l'una e l'altra guancia. 54
Gli diretani alle cosce distese,
586 INFERNO
E rniseli la coda tramendue,
E dietro per le ren su la ri tese. 57
Ellera abbarbicata mai non fue
Ad alber sì , come l'orribil fiera
Per l'altrui membra avviticchiò le sue : 60
Poi s'appiccar, come di calda cera
Fossero stati , e mischiar lor colore ;
Né T un né l' altro già parea quel eh9 era ; 63
Come procede innanzi dall'ardore
Per lo papiro suso un color bruno,
Che non è nero ancora , e il bianco muore. 66
Gli altri duo riguardavano, e ciascuno
Gridava, o me! Agnel, come ti muti!
Vedi che già non sei né duo né uno. 69
Già eran li duo capi un divenuti ,
Quando n'apparver due figure miste
In una faccia, ov'eran duo perduti. 72
Fersi le braccia duo di quattro liste:
Le cosce colle gambe, il ventre e il casso
Divenner membra che non fur mai viste. 75
Ogni primaio aspetto ivi era casso:
Due e nessun l'imagine perversa
Parea, e tal sen già con lento passo. 78
Come il ramarro, sotto la gran fersa
Dei dì canicular, cangiando siepe,
Folgore par, se la via attraversa; gì
Così parea venendo verso l'epe
Degli altri due un serpentello acceso ,
Livido e nero come gran di pepe. 84
E quella parte, donde prima è preso
Nostro alimento, all'un di lor trafisse:
CANTO XXV. 887
Poi cadde giuso innanzi lui disteso. 87
Lo trafitto il mirò, ma nulla disse:
Anzi co' pie fermati sbadigliava :
Pur come sonno o febbre l'assalisse. 90
Egli il serpente, e quei lui riguardava,
L' un per la piaga, e l'altro per la bocca
Pumavan forte, e il fumo s'incontrava. 93
Taccia Lucano ornai, là dove tocca
Del misero Sabello e di Nassidio;
E attento sii ad udir quel, ch'or si scocca. 96
Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;
Che se quello in serpente, e quella in fonte
Converte poetando, io non lo invidio: 99
Che duo nature mai a fronte a fronte
Non trasmutò, sì ch'ambedue le forme
A cambiar lor materie fosser pronte. 102
Insieme si risposero a tai norme,
Che il serpente la coda in forca fesse,
E il feruto ristrinse insieme l'orme. 105
Le gambe con le cosce seco stesse
S'appiccar sì, che in poco la giuntura
Non facea segno alcun che si paresse. 108
Togliea la coda fessa la figura,
Che si perdeva là; e la sua pelle
Sj facea molle, e quella di là dura. Ili
lo vidi entrar le braccia per l'ascelle,
E i duo piò della fiera, ch'eran corti,
Tanto allungar, quanto accorciavan quelle. 114
Poscia li piò diretro, insieme attorti,
Diventaron lo membro che l'uom cela,
E il misero del suo n'avea duo porti. 1 17
S88 INFERNO
Mentre che il fumo l'uno e l'altro vela
Di color nuovo, e genera il pel suso
Per Tuna parte, e dall'altra il dipela, 120
L'uri si levò, e l'altro cadde giuso,
Non torcendo però le lucerne empie ,
Sotto le quai ciascun cambiava muso. 123
Quel ch'era dritto il trasse in ver le tempie,
E di troppa materia, che in là venne,
Uscir gli orecchi delle gote scempie: 126
Ciò che non corse in dietro, e si ritenne»
Di quel soverchio fé' naso alla faccia ,
E le labbra ingrossò quanto convenne. 129
Quel che giaceva il muso innanzi caccia,
E gli orecchi rilira per la testa,
Come face le corna la lumaccia: 152
E la lingua, che aveva unita e presta
Prima a parlar, si fende, e la forcuta
Nell'altro si richiude, e il fumo resta. 135
L'anima, ch'era fiera divenuta,
Si fugge sufolando per la valle,
E l' altro dietro a lui parlando sputa. 138
Poscia gli volse le novelle spalle ,
E disse all'altro: io vo\ che Buoso corra,
Com'ho fatt'io, carpon per questo calle. 141
Così vid' io la settima zavorra
Mutare e trasmutare: e qui mi scusi
La novità, se fior la lingua abborra. 144
Ed avvegnaché gli occhi miei confusi
Fossero alquanto e l'animo smagato,
Non poter quei fuggirsi tanto chiusi, 147
Ch'io non scorgessi ben Puccio Sciancato;
CANTO XXV. 589
Ed era quei che sol de' Ire compagni,
Che venner prima, non era mutato:
L'altro era quel che tu, Gaville, piagni. 151
COMMENTO DI BENVENUTO
Altra specie di ladri , e loro pene. Il canto dividesi in quat-
tro parti generali: nella prima — detestabile ostinazione del
ladro Vanni Fucci , e di altro ladro antico : nella seconda —
altra specie di ladri, e loro pene mentre che si parlava ecc.
nella terza — ladro moderno percosso dal serpente, che avea
seco come il ramarro ecc. nella quarta ed ultima trasforma-
zione dell' ultimo ladro in serpente, e trasformazione del ser-
pente nel ladro insieme se respuosono ecc.
El ladro Vanni Fucci alzo le mani contro del cielo con
ambedue le fiche e furibondo gridando tolli Deo eh a te le
Squadro faccio le fiche a te, o Dio, per dispetto. Dante in tal
modo fa conoscere, che Vanni oltre le altre scelleratezze era
pur anche un empio bestemmiatore contro Dio al fin de le
sue parole per Tira concepita dall' aver Dante saputo il vergo-
gnoso furto, le serpi mi furono amiche quali serpi sono per
natura all' uomo nemiche da indi in qua perchè da quel punto
io le amai. Quando un sapiente scorge un empio distruggere
un altr' empio, è meno avverso all' uccisore, o distruttore per-
eh una se li avvolse allora al collo troncandogli il passo alla
voce come dicesse non vo che più diche perchè troppo dice-
sti. Accadde, non è mollo, che un tale avendo bestemmiato
contro Dio, fu da lancia nemica trafitto nella punta della lin-
gua ed a traverso la gola, ed in un subito mori. In tal modo
ebbe fine l' empio detto del ladro e un altra a le braccia e
rilegollo tornò a legarlo dietro la schiena ribattendo se stessa
si dinanzi tanto strettamente davanti che non potea dare un
590 INFERNO
crollo con esse non potea mover le mani così legate, ah Pistoja
Pistoja due volte esclama per maggiore imprecazione che non
stanzi, non temi d incenerarti di ridurti in cenere come quel
tuo cittadino ! si che più non duri più non fossi, per parto-
rire figli tanto viperei poiché n mal fare il seme tuo avanzi
vogliono alcuni, che Pistoia superasse gli antichi in ogni scel-
leratezza, comecché fabbricata dai congiurati di Catilina , che
erano sfuggiti al conflitto: fu quindi detta Pistoia da quella
peste. Ma Pistoia esisteva tanto tempo prima, e ragionevolmente
può dirsi invece così nomata dapistim che in greco suona
fede, e quindi Pistoia città fedele. Di più Sallustio, tanto grave
storico, e veridico, ci assicura, che niuno de' congiurati fuggì
dal conflitto. Dante pertanto volle così significare — o Pistoia,
tu superasti cogli attuali tuoi figli la malizia degli antichi tuoi —
ma ciò non è esclusivo di Pistoia; invece lo è di tutte le altre
città, e dell' intero mondo, che cioè i cittadini d' oggi siano
peggiori degli antichi. Tito Livio lo pone per indubitato nel
suo proemio storico, e Dante ripete altrettanto nel Paradiso
canto XVI. Io non vidi spirito tanto superbo in Dio contro
Dio per tutti i cerchi oscuri dello inferno in tutto P Inferno,
da poterlo mettere con lui a confronto, non quello che cade a
Tebe giù da muri non Capaneo fulminato da Giove sulle mu-
ra di Tebe, mentre pazzo, e furente lo sfidava — canto XIV — :
esso colpito dal fulmine pur non ostante alzava contro Giove
il viso furente; ma Vanni Pucci, dopo la mutazione, anche
più pazzo ed empio del primo , facea le fiche e si fugge per-
chè tutti i ladri son vili ; ma partì che non parlo più verbo
non più vomitò bestemmie contro Dio.
Quasi tutti i primi poeti, compreso Virgilio, favoleggiano
di Caco. Storicamente poi Tito Livio, nel primo libro compen-
diosamente ci dice, che Ercole tornando vincitore dalla Spa-
CANTO XXV. 591
gna, oppresso Gerione, di cui si parlò nel canto XVII, menava
seco bellissimi armenti, e passando per 1' Italia, giunse al
monte Aventino, e preso dalla bellezza, ed amenità di tal
luogo, volle alcun poco soffermarsi per refoci Uar sé, e gli ar-
menti suoi. In quel luogo viveva il terribile Caco dentro di
una spelonca, che riempiva delle fatte prede. Ma perchè la
fama rendeva Ercole formidabile, Caco non ardì contro lui di
usare la forza; prescelse la frode, e di notte gli rubò vari
buoi, che trascinò alla spelonca sua per la coda, onde lascias-
sero false traccio nel suolo. Ercole di buon mattino, chia-
mando a rassegna gli armenti , s' accorse che mancavano i
buoi migliori, e si mise a cercarli in ogni dove, ma inutil-
mente. Trovando le pedate in senso opposto alla spelonca di
Caco, sdegnoso, ed irato si rimise in viaggio cogli armenti
decimati. — Ma nel passare vicino alla spelonca del malfattore,
i buoi rubati muggirono, ed Ercole seguendo quei muggiti ,
scoperto il ladro, colla clava sfracellò Caco, che gridava soc-
corso dentro la slessa spelonca, et vidi un Centauro Caco , e
Virgilio pure nell' ottavo dell' Eneide lo chiama mezzo uomo.
L'autore lo nomina centauro perchè violento, spargitore di
sangue, assassino, come erano i centauri de' quali altrove si
parlò: Caco di più viveva nella spelonca , era agile, veloce, in
cerca di prede per tutta la vita pien di rabbia furente viene
gridando ove ove l acerbo! Chiama Vanni Fucci acerbo , per-
chè rozzo e villano, e forse lo perseguitava, e veggiam tutto
giorno, che tali uomini sanguinari si strozzano insieme 1' un
r altro.
Non credo che la marema parte paludosa di Toscana ,
calda perchè verso Africa, ed al mezzogiorno, piena di bi-
scie n abbia tante bisce quante ne aveva su per la groppa
essendo mezzo cavallo in/in dove comincia nostra labbia fino
592 INFERNO
alla faccia. Caco aveva lesta d' uomo, e tutta la parte bestiale
del centauro era coperta da biscie. un drago li giaceva aveva
un drago, specie di serpente con ali, e vomitante fuoco con
l ali aperte sopra le spalle dietro de la groppa nasconden-
dosi per essere più sicuro nelle insidie e quelli il drago affoga
qualunche elio intoppa qualunque abbia sventura di passar-
gli dinanzi. Pretendono alcuni che trovansi nelP aria draghi
volanti , i quali vomitano fuoco continuo dalla bocca , locchè
viene impugnato da Alberto Magno, ammettendo invece che
si trovino vapori igniti per l'aria, che ora ascendono, o-
ra discendono, e che il volgo ignorante battezzò per dra-
ghi. Qualunque sia o vero o finto il fenomeno, Dante tro-
va conveniente fingere un drago volante, che vomiti fuo-
co, essendo stato Caco un incendiario di case, e masnadiero
il più crudele. Virgilio poi immagina che Caco nascesse da
Vulcano Dio del fuoco, e quindi vomitasse fuoco e fumo per
la bocca, e così quel drago figura la malignità, e la velenosa
di lui rabbia.
Lo mio Maestro disse questo e Caco Caco in greco suo-
na male e costui fu un assassino che fece spesse volte loco
di sangue Virgilio scrive, che la spelonca era nascosta, sem-
pre bagnata di sangue, ed all' ingresso mostrava appese le te-
ste pallide, o putrefatte degli scannati da lui sopra el saxo de
monte aventino uno de' sette colli di Roma così chiamato da-
gli uccelli, che diedero l'augurio a Romolo, e nel qual luogo
giunse Ercole, regnando ancora Evandro. Ma se Caco sparse
di continuo nella spelonca un Iago di sangue, e perchè non è
punito nella valle di sangue? Risponde Virgilio non va co suoi
fratelli cogli altri centauri per un cammino per la valle di
sangue per lo furto fraudolento la frode aggiunta alla vio-
lenza aggrava di molto la colpa; e la frode di Caco di trasci-
capo xxv. 593
nare i buoi per la coda, affinchè le traccie lasciate, invece di
avvicinare, allontanassero le ricerche dalla spelonca, in cui
eran nascosti, cresce in ragione della malignità. Altrettanto si
dice di Catilina, che per allontanarsi furtivamente da Fiesole
fece mettere ai suoi cavalli i ferri al rovescio, che fece del
grande armento ch'ebbe a vicino Ercole portava tal preda
dalla Spagna ferace di cavalli, di muli, di buoi, di cani, e li
portava sceltissimi forse per razza, o per secondare il deside-
rio di Euristeo re di Tebe de/ grande armento e cagione della
sua morte onde cessar le sue opere bieche le sue operazioni
malvagie. Quando Ercole correva alla spelonca dietro il mug-
gito de' buoi Caco spingeva alla bocca dell'antro e fumo, e
fuoco; ma Ercole spense quell'incendio, si slanciò in mezzo
del fumo, e stringendo a tutta forza Caco fra le braccia lo sof-
focò sprezzando le grida, eie minaccio dell'assassino. Trasse
la morta salma fuori della spelonca, e lasciata insepolta, non
saziavansi gli accorrenti di mirarne gli occhi terribili, ed il
petto peloso concorso. Dante pone Caco morto sotto la cla-
va d'Ercole, ma ciò poco monta sotto la mazza d Ercole
che forse ne li de cento forse gli diede cento colpi e non
senti le diece perchè era già morto sotto de' primi. É un ef-
fetto dell'ira durare la ferocia anche dopo la morte dell'av-
versario. Scrive Roderigo arcivescovo di Tolosa nella sua cro-
naca, che Caco fu di Spagna, e fu da Ercole scacciato da un
altissimo monte, e fuggendo giunse in Italia, e scontrato Er-
cole, non potè sottrarsi ai colpi della di lui clava.
Mentre eh elio parlava seconda parte generale et ei Caco
trascorse velocemente togliendosi alla nostra vista mentre che
si parlava nel frattanto che Virgilio mi parlava e tre spiriti
venner sotto noi tre spiriti fiorentini — Angelo Brunelle-
schi — Bosio de* Donati —e Puzio de'Galligani de quali ne
R AMR ALDI — Voi. 1. 38
594 INFERNO
io ne l duca mio s accorse perchè tanto lievemente, e nasco-
stamente secondo il costume de' ladri se non quando gri-
dar — chi sete voi? chiedevano a Dante, ed a Virgilio chi e-
rano, maravigliati di vederli star fermi, e senza pena. Questi
tacquero, e si misero a pensare quanto lor convenisse di fare
perche nostra novella se ristette lasciarono l'argomento di
Caco, del quale tuttora parlavano e intendemmo pure ad essi
poi per avere cognizione di essi ancora, io non li conosceva
perchè i ladri vanno di notte, e trasformati mael sequette ma
avvenne che l un convenette nominar un altro che fu neces-
sario, che un d'essi nominasse un altro. Erano insieme uniti
cinque fiorentini : tre erano venuti, e due altri restavano : l'uno
de' restati erasi cambiato in serpente dicendo queir uno primo
a'suoi compagni dove fiarimaso Cianfaf il quarto Ciaofa era
dei Donati. É forse andato Cianfa a commettere un furto? allo-
ra addiverrà serpente. E questo significa, che quantunque oc-
cultamente, e con astuzia si commettano i furti, pure avviene
che un ladro anche non volendo palesi il compagno perdi io
mi posi il dito su dal mento al naso quest' atto è proprio
di chi pensa accio che il duca stesse attento alla nuova ma-
teria da trattarsi.
0 lector non sera maraviglia se tu se or lento a creder
ciò che diro perchè dirò non credibili cose, cioè che di due
animali tanto diversi, e nemici — serpente ed uomo — si for-
masse un corpo solo in modo, che l'uno non si distinguesse
dall'altro che io che l vidi appena mei consento anche l' uomo
d'ingegno qualche volta è costretto a far maraviglia di un suo
trovato. Alcuni sono ladri abituali, che non lasciano mai di
rubare, e se manca qualche volta il potere, non manca però
mai loro la volontà. Dante punisce costoro coi serpenti, fin-
gendo, che s'incorporino, e si uniscano insieme, e da taleu-
CANTO XXV 595
nionc, e composizione non si risolvano mai. et un serpente
Cianfa convertito in serpente si slancio con sei pie dinanzi
ali uno ad Angelo Brunelleschi e tutto s appiglio in lui per-
chè con tutto il corpo si unì, e si avvinghiò com io tenea le-
vate in lor le ciglia aveva fissa in essi la mia contemplazione:
gli aggiunse la pancia lo arrivò nella pancia con i pie di
mezzo con due e prese le braccia con gli artigli cogli altri
due piedi, che stese pel lungo delle braccia poi li adento
prese coi denti / una e l altra guancia per conformare la sua
faccia alla faccia dell' uomo, e di due teste formare una testa
sola e distese li deretani allungò gli ultimi due piedi alle co-
scie e li congiunse con quelle e miseli la coda tra amendue
le coscie e la tese su e la slese verso la lesta dentro per li rini
sicché la coda entrasse per la spina dorsale.
Ellera non fu mai abarbicata ad arbore edera non è
tanto stretta intorno ad albero come Vorribel fera l'orrendo
serpente aviticchio intorno legò le sue membra. Sia pur l'e-
dera tenacemente aderente air albero, pure può staccarsi al-
meno in pezzi, ma le membra del serpente in niun modo si
sarebbero potute separare dall'uomo. L'edera inoltre non perde
la natura sua, né assume la forma dell' albero, a cui si unisce;
ma dell' uomo , e del serpente avvenne il contrario, poi poscia
le membra dell'uno, e dell' altro corpo sapicar si attaccarono
insieme come fossono stati di calda cera materia che si con-
forma facilmente , e si mescola con altra diversa e misciar lor
colore mescolarono il rispetli vo colore, e nacque un color terzo
ne l un ne l altro già parea quel eh era parea il serpente o
l'uomo non più serpente od uomo, né il color loro più il ri-
spettivo, e primario. Era quel terzo colore come un color bru-
no semifosco che non e nero ancora non ancora ben nero e
l bianco muore il bianco cessa d'esser lale, se procede inanzi
596 INFERNO
dall ardor suo per lo papiro ossia carta di filo bianco quando
si brucia: papiro ha l'uno, e l'altro significato, proprio di fo-
glia, e l'altro di carta. Sotto questa bella figura Dante inse-
gna, che, colui il quale si abituò al furto, di rado, o mai non
lo abbandona, anzi muore pertinace in esso. Aurelio Alessan-
dro imperatore de' romani giudicò degno di forca un nobile
personaggio che aveva il vizio del furto, quantunque lo avesse
arruolato nelle proprie milizie per raccomandazioni di vari re
suoi amici, perchè sorpreso nel furto da cui non poteva aste-
nersi. Alessandro chiese a tai re quale castigo infliggevano
essi ai ladri, ed avendo essi risposto la forca, tosto fece ap-
pendere il nobile raccomandato li altri dui Bosio, e Puzio
riguardavano questa orribile trasformazione e ciascuno gri-
dava oime ahimè! esclamazione di maraviglia, e compassione.
Angelo come tu muti quale mutazione, quale vitupero! La ge-
nia de'ladri è a tutti odiosa per la viltà. Il violento è meno in-
fame del ladro, perchè ha del leone, ma il ladro ha della volpe.
Niuno senza viltà può macchiarsi di furto, li due corpi di ser-
pente e d' uomo già erano divenuti uno uno solo quando
due figure miste figura serpentina, ed umana n apparver in
una faccia sola — perchè di due faccie una sola erasi for-
mata overandue perduti il serpente, e l'uomo, fersi le brac-
cia duo di quattro liste perchè le due braccia umane, ed i
due piedi anteriori del serpente s'incorporavano, e vedevansi
sparire i quattro diversi lineamenti. Così puoi figurarti la com-
mistione, e trasformazione delle altre membra le coscie con
le gambe similmente coi due piedi ultimi del serpente e / ven-
tre e l casso — divenner membra che non fur mai viste e
quindi difficili , od impossibili a descriversi, ogni primato
aspeclo la prima forma, o figura era casso era cancellata: due
in quel corpo Vimagine perversa corrotta , guasta in entrambi
CANTO XXV. 597
parve due serpente, ed uomo e nessun né l' uno, né l'altro,
giacché non erano distinti e tal figura sen già con passo
lento.
Come lo ramarro terza parte generale. Altra specie di
ladri. Un piccolo serpe con impeto invase uno de' compagni
rimasti intatti, nel modo che il ramarro nell' estivo calore ve-
locemente traversa la strada un serpentello il quinto compa-
gno, Guercio Cavalcanti già trasmutato in serpente acceso
dall' ingordigia di furto livido e nero come gran di pepe. Il
pepe è aroma nero e calido, com' è nero e calido il serpente.
Il veleno pure è di due sorta caldo, e freddo: il caldo subito
rode la parte morsicata quasi bruciasse, e così faceva il ser-
pentello col morso, che metteva fumo. Il veleno freddo uc-
cide gelando il cuore venendo verso lepa verso la pancia cosi
parea veloce come il ramarro è questo un serpentello co-
mune in Italia ed in altri luoghi e chiamasi anche marro, ed
anche ragno, ed in Bologna liguro e secondo altri vien detto
Stellion d'onde lo Stellionato in diritto civile, che suona
— fuori dell'ordinario od azione disonesta. — Lo stellion è pi-
gro, più largo della lucertola, e nella coda screziato, con
tergo dipinto a vari colori: nemico dello scorpione: appar-
tiene ai quadrupedi come la lucertola: pare folgore perchè a
guisa di folgore se la via traversa cangiando siepe mutando
luogo da siepe a siepe sotto la grande ferza sotto il gran ca-
lore dei di canieular. Il cane, secondo Albumanzar, è una
costellazione che vedesi nell'agosto al finir del leone, ed in
principio di vergine: allora i giorni si chiamano caniculari.
Tale costellazione è della natura di Marte perciò caldissima,
ed i serpenti allora sortono dalle caverne, e trasse ad un de
lor a Bosio en quella parte dell' ombelico onde prima e preso
nostro alimento. Il feto nell' utero materno nulla riceve per
598 INFEBNO
bocca, ma per l'ombelico: si pasce del sangue meuslruo, e
P ombelico resta poi dopo il parto inutile, e morto. Il super-
fluo menstruo si manda al ventricolo, che chiamasi seconda
perchè esce dopo il feto. Dante vuol significare che l'uomo ha
il principio di sua corruzione in quella parte dalla quale ebbe
il primo nutrimento. Altri interpretano questo passo cosi. —
Dante parla dei ladri innati, ossia di chi nasce ladro, perchè
nato sotto Saturno; e vediamo tutto giorno alcuni natural-
mente inclinati al furto, i quali non possono astenersi dal ru-
bare per loro stessa confessione, e piuttosto vogliono avere
cinque soldi rubati, che averne dieci in dono. Eppure questa
non è l'intenzione di Dante, perchè i ladri dei quali qui si
parla non furono continuamente nella determinazione di ru-
bare, ma lo fecero per elezione, deliberazione, e compiacenza.
Ser Bosio de 'Donati avvisatamente, appensatamente com-
mise un furto, e diventò serpente, e quando lasciò il pensiero
di rubare tornò perfettamente un uomo. II serpente, data la feri-
ta poi cadde giuso in terra dal ventre desteso nunzi a lui di-
nanzi a colui, che doveva assumere la forma del serpente. Il
trafitto mirò il serpente e non fiatò. Chi è preso dalla smania
del furto così si aliena di mente, che non si accorge di sua
trasformazione, anzi sbadigliava e non ostante si compia-
ceva del suo furto con i pie fermati con ostinata inclinazione
pur come l'assalisce febre o sonno imperocché la cupidigia
del furto infiamma vagli il corpo, e gli sopia la mente, elli
Y uomo riguardava il serpente dovendosi far simile a lui et
quei ed il serpente riguardava lui Y uomo, cui doveva ren-
dersi somigliante e lun Y uomo fumava forte per la piaga
metteva l'anima in un serpente e l altro \\ serpente fumava
per la bocca trasmetteva l'anima sua nell' uomo e Ifumo
s incontrava il fumo sortendo dalla piaga dell'uomo entrava
CANTO XXIV. 599
nella bocca del serpente, ed il fumo della bocca del serpen-
te entrava nella ferita dell' uomo, in tal modo l'anima mutan-
do natura, perchè da ragionevole eh' era, passava ad essere
irragionevole. Quegli che si determina a commettere un furto
veste la natura del serpente, e chi lascia tal vizio, ritorna uomo.
Qui Dante impone silenzio a Lucano ed Ovidio, dicendo
che le loro descrizioni , e metamorfosi non possono mettersi
a confronto di quanto egli immaginò. Lucano nel nono li-
bro scrive, che fra gli altri serpenti incontrati nell'Africa
da Catone per quegli immensi deserti, ne rinvenne uno
chiamato Sepso più terribile di ogni altro perchè toglie in-
sieme 1' anima , ed il corpo. 11 sepso morsicò Sabello in
una gamba, e mentre ancora stava attaccato, Sabello lo
trasse con violenza, e coli' asta confisse il serpente nell' a-
rena : ma tosto il morso cominciò a dilatarsi , rompendo la
cute, sciogliendo le carni , ed i nervi, e dal petto passando a
tutto il corpo , dentro , e fuori in pochi momenti ridusse l'in-
tera persona in un mucchio di cenere. Altro serpente Pestore
ferì Nasidio, e gli fece gonfiare la faccia ed il ventre tanto,
che la lorica si ruppe in mille parti, ed il corpo perdette la pri-
ma umana forma, con aumento tanto smisurato, che i com-
pagni spaventati lo abbandonarono ancora crescente. Pare che
V autore ritenga ciò per favoloso, sebbene alcuni sostengano
l'opposto. Il pestore appartiene alla specie degli aspidi, va-
gante, a bocca aperta, fumante, il cui morso rende il corpo
ferito come idropico, e dietro la tumescenza lo riduce a pu-
trefazione. Lucano taccia ornai perchè giunse chi lo superò
nelle maraviglie la dove tocca nel nono libro della Farsaglia
del misero Sabello degno di pietà per la tristissima morte e
di Nasidio che incontrò morte più orribile di Sabello e atten-
da a udir quel che or si scocca quanto or verrà fuori dalla
600 nsFERiso
mia bocca, taccia Ovidio il quale nelle Metamorfosi scrisse,
che Cadmo fabbricatore di Tebe dopo molte sciagure, delle
quali si farà menzione nel canto XXX, rotto dai mali, uscì di
città quasi perseguitato dal proprio genio, o destino, e dopo
lunga peregrinazione giunse nell' Illirico, ora Schiavonia colla
sua consorte Ermione. Ivi, rammentando i sofferti affanni, e
l'origine mal augurala di Tebe, si stese per sollievo sulla
nuda terra, come si stende un serpente, e sentì venirlo co-
prendo una cote dura, sparsa di verdi macchie, e le gambe
unirsi in una sola, assottigliarsi , tondeggiare , e ridursi a coda
di rettile. Tentò moversi, drizzarsi, e gli fu forza strisciare
per terra. Allora pregò la consorte di abbracciarlo, prima che
fosse tutto mutato in serpente, ma la lingua gli si divise in
due, e invece di parola emise un sibilo di serpente. Ermione,
baltevasi il petto, e gridava lagrimando, e pregava di essere
cambiata essa pure in serpente onde trovarsi nella stessa sorte
del marito. E così fu: i due serpenti si nascosero nel più se-
creto della selva , non già per fuggire gli uomini , essendo tras-
formati in rettili placidi, ed innocui, ma per naturale ros-
sore. Ma la verità storica è, che Cadmo mal soffrendo i suoi
mali, colla moglie Ermione si allontanò dal regno di Tebe, e
si nascose nelle solitudini di Schiavonia. Ecco perchè la loro
vita dura, e ferina li fece credere cambiati in serpenti: igno-
rasi la loro fine. Dante fa menzione di questa trasformazione
perchè molto si avvicina alla metamorfosi che in breve si de-
scriverà.
Lo stesso Ovidio lasciò scritto, che Aretusa di Arcadia,
bellissima vergine seguace di Diana, tornando stanca dalla
caccia, ed oppressa dal caldo giunse sulla riva dell' Alfeo,
fiume di acqua limpida, e lentamente scorrente. Scelse un
luogo per salci , e pioppi ombroso, e nascosto, ed ivi spo-
CANTO XXV. 601
gliata, ed ignuda si mise a nuotare per l' onde. Alfeo Dio di
quel fiume, sorse dall' acque, ed innamorato si mise a chia-
marla, ma invano, perchè essa spaventata fuggì: il Dio la
inseguiva, ed ella più sempre scappando si coperse tanto di
sudore, che tutta in acqua si converse. E l' acqua per ajuto
di Diana fu accolta dalla terra che si aprì, ed Alfeo conver-
titosi neir onde proprie si mescolò con queir acqua, e così di
due si formò un acqua sola. Storicamente poi Aretusa è la no-
tissima fonte in Sicilia presso Siracusa, ed Alfeo è il fiume di
Grecia presso Eolide, ed Olimpo, le cui acque, si dice, che
arrivino in Sicilia, e si mescolino col fonte di Aretusa, come
evidentemente si scorge, trovandosi Dell' Alfeo le stesse cose
che trovansi in Aretusa.
Ovidio taccia e di Cadmo re di Tebe ed Aretusa fonte
di Siracusa che perchè non trasmuto mai non cambiò mai
due nature specie, e forma a fronte a fronte sicché cia-
scuna parte corrispondesse alle singole si che ambedue le
forme ossia nature fosser prompte a cambiar lor materia
e non solo Dante cambia la forma, ma ben anche la stessa
disposizione della materia; imperocché la umana servì alla
bestiale, e la bestiale all'umana: e siccome non può im-
maginarsi forma senza materia, non potendo F una stare sen-
za dell' altra, così è molto difficile immaginare che materia dis-
posta per una specie sia commista a specie diversa. Dante
immaginò la nuova metamorfosi non tanto a propria lode ,
quanto per destare maggior attenzione al nuovo trattato.
Insieme se rispuosono quarta ed ultima parte. Davvero
che questo testo è molto intricato — Propone in primo luogo
la trasformazione d'uomo e serpente si rispuosono insieme
si mescolarono insieme a cotai norme alle norme che si di-
ranno in appresso, che l serpente la coda in forca fesse di-
602 INFERNO
vise in due parti, e di esse fece due gambe, e due cosce urna*
ne e / feruto il ferito dal serpente ristrinse insieme l orme
congiunse le sue gambe insieme formando così la coda del
serpe, le gambe con le cosce seco stesse s apiccar on senz ope-
ra altrui, e con ciò vuol significare che Y uomo si fa serpente
quando move i primi passi al furto sì cosi fortemente che in
poco in breve la giuntura congiunzione non f cucca segno al-
cun che se paresse non sembrando più due gambe, ma una
coda sola lunga e rotonda. Al contrario la coda fessa del ser-
pente tolleva la figura prendeva la figura delle gambe umane
che si perdea di la dalla parte dell' uomo, e dalle due gambe
forma vasi una sola coda e la sua pelle la pelle del serpente na-
turalmente dura se facea molle tenera e quella de laidi pelle
dell' uomo naturalmente molle se facea dura squammosa. Io
vidi entrar le braccia per l ascelle vidi lebraccie addentrarsi
nelle spalle per mostrarsi corte come i piedi del serpente, ed
all' incontro i due piedi della fera del serpente eh eran corti
m
tanto allungar quanto accorciavan quelle quanto facevansi
corte le braccia dell' uomo, poscia li piedi di retro del ser-
pente, ed il serpente aveva sol quattro piedi attorti insieme
per formare il tondo diventaron lo membro che l uom cela
il membro virile, che si tiene per verecondia nascosto, e
l misero quel disgraziato, che tanto miseramente perdeva l'u-
mana sembianza navea del suo due porli non intendere che
avesse due membri, ma da uno solo si erano formali i due
piedi del serpente, perchè diviso in due parti uguali.
Lun si levo il serpente fatto uomo si alzò dritto perchè
propria dell' uomo tal posizione l altro l'uomo fatto serpente
cadde giuso a terra, essendo proprio del serpe lo trascinarsi
mentre che l fumo Inno e l altro vela cela 1' uomo, ed il ser-
pente de color novo il serpente nero vestiva il color bianco
CANTO XXV. 603
dell' uomo, ed al contrario 1' uomo bianco vestiva il nero del
serpe e genera l pel suso per l una parte dalla parte del ser-
pente fatto uomo, e somigliava la barba e da altra depela
dalla parte dell' uomo che perdeva la barba non torcendo pero
non cambiando perciò le lucerne empie gli empi occhi, che
rimaser gli stessi, perchè secondo Plinio il serpente non guarda
che storto , ed il ladro ha gli occhi mentali loschi sotto le quali
sotto i quali occhi ciascun serpente , e uomo cambia muso
cambia la bocca , eh' è sotto degli occhi, quel che era dritto
il serpente fati' uomo il trasse tirò indietro il muso ver le tem-
pie per fare il piano della faccia, e l' uomo fece l' opposto, le
orecchie usciron da le gote scempie che prima erano grandi,
ed ampie, poi si fecero vuote , e sceme e di troppa materia
che nla venne troppa materia trovavasi nella lunga testa del
serpe, e quindi si fecero piene gote ; ma le orecchie dell' uo-
mo sottili , non avendo il serpente le orecchie al di fuori, do-
vevano impinguarsi , e formarsi, ciò che non corse dreto alla
formazione del cervello, e delle orecchie e se ritenne e restò
fé naso alla faccia di quel soperchio formò il naso colla re-
stanza e le labbra ingrosso ingrossò le labbra del serpente
naturalmente sottili quanto convenne quanto era necessario
alla grossezza delle labbra di un uomo. Avverti , che il ser-
pente, e r uomo erano della stessa grandezza sebbene di fi-
gura diversa, giacché il serpente altra volta era stato uomo,
ed allora nuovamente trasformato. Fu Bosio de'Donati quel die
giacea serpente. AH' incontro caccia il muso inanzi aguzza il
volto, ed allunga le labbra e gli orecchi ritira per la testa
addentra nella testa come la lumacia face le corna la lumaca
ha tal nome perchè sta nel limo; si nasconde P inverno, e sorte
la primavera: il ladro si nasconde quando è serpente, sorte
quando torna uomo: la lumaca timida ad ogni piccol tocco,
604 INFERNO
o rumore si ritira dentro del proprio guscio, come il ladro ad
ogni piccol rumore si nasconde.
E la lingua eh avea prima quand' era uomo unita e pre-
sta aparlar si fende in due parti : il serpente ha la lingua di-
visa. Ed al contrario ella forcuta la lingua del serpente divisa
se rinchiude si unisce nel ladro uomo. Vogliono alcuni, che
il serpente non abbia la lingua divisa, ma si ritenga tale per
la prestezza con cui la move, e che la fa parer doppia : Plinio
però, ed Alberto Magno sostengono l'opposto. Niun animale
è bilingue, tranne Y uomo moralmente parlando, e l fumo re-
sta cessa. La finzione delle trasformazione è completa. Da tal
metamorfosi V Autore consegue, che V uomo fatto serpente è
il peggiore di tutti. Se Vanni Fucci ridotto in polvere tosto ri-
nacque; se Angelo divenne serpente, non però quello, e que-
sti perdettero totalmente la loro natura. Ma Boscio si cambiò
tutto , e da uomo si rese un vero serpente, come air incontro
Guercio da serpente si fece uomo, perchè spontaneamente ab-
bandonò il proposito di rubare. Questi ladri adunque non fu-
rono ostinati nel furto.
L anima ragionevole di Bosio eh era divenuta fera ser-
pente sefugio essendo proprio del ladro fuggi re sifi landò si-
bilando , fischiando , che il fischio è voce di serpente per la
valle per la bolgia e l altro Guercio restituitosi uomo andò
dreto a lui a Bosio parlando sputa quasi dica: se puoi sputa,
ma non puoi , perchè sputare è atto umano, poscia gli volse le
novelle spalle le spalle umane nuovamente assunte , e ciò fu
perchè 1' uomo è nemico del serpe e disse ali altro a Puzio
non per anche cambiato io vo che Boso da poco fatto serpente
corra carpon come il serpe per questo calie per questo sen-
tiero del furto come fedo ossia voglio che Bosio sia serpente
alla sua volta, come fui io, e corra colle braccia.
CANTO XXV. 608
Così la settima zaborra la settima bolgia, che Dante chia-
ma zavorra, la quale è arena grossa, che si pone nelle navi, per-
chè siano controbilanciate, e prendano più acqua : è veramente
pianura di sabbia e di sterile arena, piena di serpenti come
T arene africane. E forse così la chiama, perchè nella bolgia
descrive la metamorfosi — di Vanni Fucci — di Caco — di An-
gelo — di Cianfa — di Bosio — di Puzio — e di Guercio — mu-
tare di una in altra specie e trasmutare dall'ultima nella pri-
ma la novità di questa invenzione mi scusi qui mi serva di
scusa se la penna aborra se lo stile manca fior di fiori , di
proprietà, di eleganza. 11 gran Poeta chiede perdono di ciò,
che merita lode somma. Egli fu come quel valoroso soldato
di Cesare, che secondo Giulio Celso, aveva operate chiaris-
sime gesta in Inghilterra, e tornando addimandava a Cesare
perdono dove poteva chiedere compenso , e gloria.
E perchè nel trattato non avea fatt' uso dell' ordine con-
sueto, onde nulla resti oscuro, mostra due de' predetti spi-
riti, specificandone uno, e l'altro con lungo giro di parole et
quei i ladri predetti non poter quelli fuggir tanto chiusi tan-
to cautamente , e nascostamente eh io non scorgesse bene
che io non li conoscessi. Putio Sciancato non era molto atto
a fuggire quando andava cogli altri a rubare, essendo estre-
mamente zoppo, avegnache gli occhi miei fossero confusi per
tanta diversità, e novità di cose e l animo smagato alterato ,
scorato alquanto: l'animo di Dante doveva essere stato ferito
alla vista di tali , e tanti nobili suoi concittadini in luogo d'in-
famia et era quel che sol non era mutato delti tre compagni
che venner prima perchè tre soli comparirono a Dante dap-
prima , Angelo, Bosio, e Puzio, i primi due già mutati. Dante
non parlò di Puzio, perchè bastarono le tre mutazioni al suo
scopo. Finalmente nomina ser Francesco Guercio de' cavai-
608 INFERNO
Quale il villan ch'ai poggio si riposa,
Nel tempo che colui che il mondo schiara ,
La faccia sua a noi tien meno ascosa , 27
Come la mosca cede alla zanzara,
Vede lucciole giù per la vallea,
Forse colà dove vendemmia ed ara ; 30
Di tante fiamme tutta risplendea
L'ottava bolgia sì, com'io m'accorsi,
Tosto che fui ove il fondo parea. 35
E qual colui, che si vengiò con gli orsi,
Vide il carro d'Elia al dipartire,
Quando i cavalli al cielo erti levorsi ; 56
Che noi potea sì con gli occhi seguire,
Che vedesse altro che la fiamma sola ,
Sì come nuvoletta, in su salire; 39
Tal si movea ciascuna per la gola
Del fosso, che nessuna mostra il furto,
E ogni fiamma un peccatore invola. 42
Io stava sovra il ponte a veder surto
Sì, che, s'io non avessi un ronchion preso,
Caduto sarei giù senza esser urto. 45
E il Duca, che mi vide tanto atteso,
Disse: dentro da' fuochi son gli spirti :
Ciascun si fascia di quel ch'egli è inceso. 48
Maestro mio, risposi, per udirti
Son io più certo; ma già m'era avviso
Che così fusse, e già voleva dirti: 51
Chi è in quel foco, che vien sì diviso
Di sopra, che par surger della pira ,
Ov'Eteoclq col fratel fu miso? 54
Risposemi : là entro si marti ra
CANTO XXVI. 609
Ulisse e Diomede, e così insieme
Alla vendetta corron confali' ira: 57
E dentro dalla lor fiamma si geme
L' aguato del cavai, che fé' la porta
Onde uscì de' Romani il gentil seme. CO
Piangevisi entro l' arte, per che morta
Deidamia ancor si duol d'Achille;
E del Palladio pena vi si porta. 63
S'ei posson dentro da quelle faville
Parlar, diss'io, Maestro, assai ten priego
E ripriego che il priego vaglia mille, 66
Che non mi facci dell'attender niego,
Finché la fiamma cornuta qua vegna:
Vedi che del disio ver lei mi piego. 69
Ed egli a me: la tua preghiera è degna
Di molta lode ed io però l'accetto:
Ma fa che la tua lingua si sostegna. 72
Lascia parlare a me; ch'io ho concetto
Ciò che tu vuoi; eh' ei sarebbero schivi,
Perch'ei fur Greci, forse del tuo detto. 75
Poi che la fiamma fu venuta quivi,
Ove parve al mio Duca tempo e loco,
In questa forma lui parlare audivi. 78
0 voi, che siete duo dentro ad un fuoco,
S'io meritai di voi, mentre ch'io vissi,
S'io meritai di voi assai o poco, 81
Quando nel mondo gli alti versi scrissi,
Non vi movete; ma l'un di voi dica,
Dove per lui perduto a morir gissi. 84
Lo maggior corno della fiamma antica
Cominciò a crollarsi mormorando,
R A MB ALDI — Voi. 1. 39
610 INFERNO
Pur come quella , cui vento affatica. 87
Indi la cima qua e là menando,
Come fosse la lingua che parlasse,
Gittò voce di fuori, e disse: quando 90
Mi dipartii da Circe, che sottrasse
Me più d' un anno là presso a Gaeta,
Prima che sì Enea la nominasse; 95
Né dolcezza di figlio, né la pietà
Del vecchio padre, né il debito amore,
Lo qual dovea Penelope far lieta, %
Vincer poterò dentro a me l'ardore,
Ch'io ebbi a divenir del mondo esperto,
E degli vizi umani e del valore; 99
Ma misi me per l'alto mare aperto
Sol con un legno, e con quella compagna
Picciola, dalla qual non fui deserto. 102
L'un lito e l'altro vidi insili la Spagna,
Fin nel Marrocco, e l'Isola de* Sardi,
E l'altre che quel mare intorno bagna. 105
Io e i compagni eravam vecchi e tardi ,
Quando venimmo a quella foce stretta,
Ov' Ercole segnò li suoi riguardi, 108
A ciò che l'uom più oltre non si metta:
Dalla man destra mi lasciai Sibilia,
Dall'altra già m'avea lasciata Setta. 1 1 1
O frati, dissi, che per cento milia
Perigli siete giunti all' Occidente,
A questa tanto picciola vigilia 1 U
De' vostri sensi, eh' è del rimanente,
Non vogliate negar l'esperienza,
Diretro al Sol, del mondo senza gente. 1 17
CANTO XXVI. 611
Considerate la vostra semenza :
Fatti noti foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtude e conoscenza. 120
Li miei compagni fec'io sì acuti,
Con questa orazion picciola, al cammino,
Ch' appena poscia li avrei ritenuti. 123
E volta nostra poppa nel mattino,
De' remi facemmo ale al folle volo ,
Sempre acquistando del lato mancino. 126
Tutte le stelle già dell' altro polo
Vedea la notte, e il nostro tanto basso,
Che non sorgea di fuor del marin suolo. 129
Cinque volte racceso, e tante casso
Lo lume era di sotto dalla Luna,
Poi ch'entrati eravam nell'alto passo, 132
Quando n'apparve una montagna bruna
Per la distanza, e parvemi alta tanto,
Quanto veduta non n'aveva alcuna. 135
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto:
Che dalla nuova terra un turbo nacque,
E percosse del legno il primo canto. 138
Tre volte il fé' girar con tutte l'acque,
Alla quarta levar la poppa in suso,
E la prora ire in giù, com' altrui piacque,
Infin che il mar fu sopra noi richiuso. 142
COMMENTO DI BENVENUTO
Pena dell'astuzia, o malizia fraudolenta, che si punisce
nell'ottava bolgia. In quattro parti generali può dividersi il
canto — nella prima — imprecazione a Fiorenza perchè pro-
duce figli di tal fatta — nella seconda — pena dell'astuzia frau-
612 INFERNO
dolenta noi ci partimmo ecc. nella terza — due spirili anti-
chi famosi in frode, ed astuzia io stava ecc. nella quarta ed ul-
tima— risposta dello spirito alle ricerche lo maggior corno ec.
Dante usa di tre figure rettoriche — dell' apostrofe — del-
l' invettiva -7 dell' ironia — dell' apostrofe quando dirige il
discorso a persona, 0 cosa lontana come se fosse presente-
deli' invettiva perchè grida contro di essa rimproverandola,
0 giudicandola — dell' ironia parlando in senso contrario
della lettera, ed in modo derisorio. Nel canto precedente aveva
fatto conoscere cinque ladri nobili fiorentini, e prendendo da
ciò argomento,, esclama sdegnato 0 Fiorenza godi e devi in-
vece rattristarti, e vergognarti poiché se si grande e Fiorenza
era grande pel cerchio di mura, per altezza di fabbricati, per
moltitudine di abitanti che batti lati voli per mare e per terra,
viaggiando! fiorentini pel mondo intero il tuo nome si spande
per lo Inferno tanto morale, quanto essenziale, giacché ino-
gni specie di vizi, in ogni tormento, l'autore trova suoi con-
cittadini trovai cinque cotali tra tuoi cittadini nobili tra li
ladroni fra ladri infami onde me ne vien vergogna per ra-
gione di patria, e nobiltà ogni vizio dell' alma el in se de-
litto— più grande, quanto più splendor tramanda — c/ri
lo commette così Giovenale. E se io mi vergogno tu non ne hai
vantaggio tu non ne sali a grande onoranza tu ricavi mag-
gior infamia di quel che io m'abbia vergogna, ma tu o Fio-
renza, e qui Dante preconizza alla patria che tosto pagherà
la pena di tante scelleraggini proverai di qua da piccai tempo
in breve di quel che Prato di quel male che i tuoi vicini, co-
me Prato t'imprecano. Prato è nobile castello tra Fiorenza, e
Pistoia, i cui abitanti erano mal contenti del dominio di Fio-
renza, e com' è costume, imprecavano a Fiorenza ogni male
non eh altri ed anche gli altri strani nemici tuoi, i pisani, e
capo xxvi. 615
gli aretini. Oppongono alcuni, che Dante fu cattivo profeta,
imperocché da quel tempo in poi Fiorenza di giorno in giorno
fu più florida, e molto allargò le ali sui vicini. E si risponde
che la profezia era di già avverata, quando Dante scriveva que-
ste cose, e nel tempo dell'esilio suo accaddero gl'incendi, le
rapine, la guerra ci vile, le crudeltà di parte, e mille altre scia-
gure.
Nel 1303 Nicola cardinal da Prato astutissimo più che
altri mai, poco amante de' fiorentini fu mandato dal papa — Be-
nedetto XI successo a Bonifacio, in Fiorenza perchè mettesse
pace, e facesse cessare la guerre di fazione. Non essendo riu-
scito disse — dacché sdegnate la benedizione papale, avrete
la maledizione — , e scomunicò la città. Nell'anno seguente
nuovamente implorarono l'assistenza del cardinale, cui offri-
rono feste, e spettacoli d'ogni genere, e fra gli altri quello
del borgo san Frediano. Pubblicarono in un Programma —
che qualunque volesse sapere notizie dall'altro mondo, si
portasse, alle calende di maggio, sul ponte di Carrara.
Sulle acque d'Arno, e sopra barche alzarono palchi sce-
nici, con mimici spettacoli , rappresentando con fuoco, e sup-
plizi le pene dell'Inferno. Molti erano mascherati da diavoli,
altri da anime dannate, e così pareva realmente d'essere al-
l'Inferno, e di far parte alle grida , ai pianti , agli urli degl' imi-
tati tormenti. Immenso popolo accorse alla novità dello spet-
tacolo, ed il ponte di Carrara costrutto in legno, cedendo al-
l'eccessivo peso de' sovrastanti, si fracassò, e la moltitudine
che portava, rovesciò nell'Arno. Molti furono soffocati, molti
schiacciati, molti per mille maniere morti. Così la scena che
era finta si cangiò in vera, e parecchi che concorsero a for-
mare l' Inferno simulato, ebbero nell'Inferno vero le notizie
che ricercavano. Il grave disastro fu sinistro presagio di altri
614 INFERNO
mali maggiori, e nell'anno stesso infierì la guerra civile fra
i Bianchi, e Neri, ed essendo i Bianchi tutti sotto le armi,
e quasi prossimi a vincere (la podagra impedendo a Cursio
de' Donati di agire e di più era in rotta coi Magnati di sua
parte) non permise Iddio, che l'incendio corporale estinguesse
l'incendio degli animi nel furore de' cittadini, che non si arre-
stò se non per l' incendio che ora vado a descrivere.
Uno degli Abbati , Neri, chierico, priore di s. Pietro in Sca-
radio,uomo dissoluto, ed iniquo mise fuoco alle case de' com-
pagni suoi, nell'orto san Michele, da cui si alzò tanto furioso
incendio pel vento australe che allora soffiava, che si ridusse-
ro in cenere molti magnifici fabbricati , e la miglior parte della
città. Furono bruciate due mila , e duecento case : inestimabile
il danno delle supellettili , derrate, oggetti preziosi: quanto non
era dal fuoco distrutto era rapito da scellerati, che sotto as-
petto di combattere per amor di parte accrescevano i mali
dell'incendio: molte famiglie, molte società mercantili pre-
cipitarono nella miseria. Ciò accadde in Fiorenza il IO di giu-
gno di queir anno. 1 Cavalcanti, come principali eccitatori
furono banditi. — L' esposto fin qui basta alla dimostrazione
che la predizione di Dante fu vera, giacché in poco tempo Fio-
renza ebbe a soffrire gravissime sciagure imprecate da quei
di Prato, ed al tempo di Dante avverate. — Se poi volle ris-
guardare il tempo futuro, anche allora regge la profezia,
perchè il tempo che sembra lungo al volgo, è cortissimo agli
astrologi , e Dante parlò con molta precauzione se presso al
matin del ver si sogna usando espressioni dubitative — se
vidi il vero nel sogno che feci appena spuntava il giorno, giac-
ché in tal tempo soglionsi fare i sogni di cose vere, come fu
detto nel canto I , tempo era del principio del matin e disse
a ragione per tempo giacché Fiorenza lo meritava , e quindi
CANTO XXVI. 615
poteva desiderare, che il tempo affrettasse e non fora tempo
se già fosse quasi dica— già dovrebbe esser giunto — stante
la di lei colpa cosi fosse Dio volesse che fosse, giacché il pec-
cato impunito cresce e moltiplica da che pur esser dee che più
m aggrava quanto più m attempo la giustizia divina quanto
più tardi arriva, tanto è più grave.
Noi ci partimmo dalla bolgia de' ladri e l mio maestro
rimonto e trasse me rimontò pel primo, e mi trasse dopo di
sé su per le scale per la riva erta, e difficile che n avea fatti
borni la riva avea diversi gradi formati dai borni o rocchi
che sporgevano dalla riva pria ascendere pei quali borni e-
ravamo prima discesi: lo pie non se spedia il piede non po-
teva agire senza Y aiuto della mano, come accade a chi monta
sopra erto cammino proseguendo la selvagia via pel ponte
ottavo che viene di seguito al settimo: e la via è veramente
solinga, e selvaggia, perché niuno mai passò per tal via —
Dante fu il primo ad immaginar questi ponti, e queste bolgie
tra lo schegio e tra i ronchi tra i sassi da lo scoglio del ponte.
11 furto, come le tante volte si é detto, procede da viltà d' a-
nimo; l'astuzia dall'acume d'ingegno: i ladri quindi igno-
miniosi, ma gli astuti piuttosto stimati, e gloriosi nel mondo.
Ecco perchè nell' ingresso di questa strada finge Dante, che
sia necessario usare mani e piedi.
Attor mi dolsi seconda parte generale. Nacquero in ogni
tempo uomini per ingegno eccellenti, e con attitudine ad ogni
nobile impresa; eppure non usarono sempre con prudenza
de' loro doni, e qualche volta furono influenzati, e cedettero
alla frode. Dante conscenzioso del proprio maraviglioso in-
gegno, vista la pena di costoro che ardevano quasi in for-
nace, e rammentando, che qualche volta abusò del suo in-
gegno, si dolse, e fermamente propose di non più ricadere.
616 INFERNO
allor mi dolsi quando vidi alzarsi la fiamma che li bruciava
et hora al presente mi ridoglio torno a dolermi dentro me
stesso, dicendo — oh! Dio quanta grazia, e quanto mio deme-
rito! quando drizzo la mente quando richiamo alla memoria
a ciò che io vidi nella bolgia ottava e più l ingegno a/freno
chio non soglio e l' esempio di costoro mi fa metter freno
all' ardore più che non soleva perche non corra in qualche
fatto che vertu noi guidi che noi guidi la virtù della prudenza
quale insegna agli uomini di operar cautamente si eh io stesso
noi invidi non invidi me stesso per la mia felicità se stella
benigna, e Dante ebbe benigno il cielo fin dal suo nascere,
com'egli stesso assicura, e come si ha nel canto XXX del
Purgatorio non pur per opra de le rote magne e nel canto
XXII del Paradiso o gloriosa stella o lume pregno ed aggiunge
o miglior cosa la divina bontà che accorda l' influsso alle
stelle m a dato il bene dell' ingegno del quale non vorrei
abusare. Finge Dante, che costoro siano circondati, ed involti
da fiamme dalle quali sono arsi. Dessi furono di grande in-
gegno che procede da calidità, e quindi furono sommamente
astuti: ecco perchè si circondano di fiamme, che a somi-
glianza dell'astuzia penetra, abbrucia, e consuma. Ecco per-
chè la prudenza di Priamo, la fortezza di Ettore, la potenza
di Troja, la forza de' federati non valsero contro l'astuzia di
Ulisse. 11 fuoco inoltre tende sempre air alto come l' ingegno.
Mitridate, Giugurta, Mario, Catilina, Procida,emille altri ne
offrono gli esempi. II fuoco da vicino ferisce e contrista, da
lontano splende, e letifica: così l'ingegno spesso nuoce ai vi-
cini, ma pure è chiaro, e splende fra gli strani, o lontani.
L octavuòelgia V ottava valle, nella quale da poco tempo
era entrato tutta resplendea da tante fiamme di tanti fuochi
quante luciole vermi volanti, lucenti in tempo di notte, e che
CANTO XXV. 617
nascono dalle materie putrefatte e l vilanello che al pogio si
riposa che siede sul monticello, di sera, lasso per la fatica
del giorno vede giù per la valleia per la pianura, e nei campi
forse cola dove vendemmia et ara nella vigna e nel campo
rotto dall' aratro nel tempo nella state che colui che l mondo
schiara il sole che illumina il mondo tenendo ascosa la far
eia a noi meno nel mese di giugno, quando il sole è in can-
cro, perchè allora sono i giorni più lunghi, e più lungamente
il sole si mostra sul nostro emisfero come la mosca ce-
de ala zanzara quando la sera le mosche si ritirano ed
esce la zanzara. La mosca è verme notissimo con due pic-
cole ali ed otto piedi, quale nasce dalla putredine, e dagli
animali. Le zanzare nascono ne' luoghi umidi, e presso le ac-
que slagnanti, ed amano gli umidi luoghi. A differenza della
mosca più volano di notte, che di giorno in tempo di estate.
11 villano, che rompe la terra, e n' estrae l'erbe cattive, e
le spine , per renderla più ubertosa , figura a maraviglia Dante,
che coltiva l'anima purgandola dai vizi, drizzandola a virtù,
per cui possa cogliere il frutto della eterna felicita: e quando
il villano, affaticato dal lavoro di tutto il giorno, siede a ri-
poso sul piccol colle , figura Dante lasso dalla fatica della trat-
tata materia antecedente, che stassi poggiato al ponte per ri-
mettersi alcun poco, e respirare. Quel villano vede le tante
lucciole che s' alzano dai campi coltivati , e Dante scorge molte
anime, che lievi e splendienti vanno vagando per quella bol-
gia si com io m accorsi come distinsi tosto che io fui dove il
fondo parea tosto che arrivai al ponte ottavo d' onde poteva
scorgere quanto trova vasi nel fondo, perchè la bolgia a dif-
ferenza delle altre era splendiente di fiamme.
Di Elia, e di Eliseo si parla molto diffusamente nel terzo
libro dei re. Fu Elia profeta maraviglioso, perchè profetizzò
618 INFERNO
il vero, e fece miracoli. Fiorì al tempo di Acabbored9 Israele
io Samaria, uomo di potere, ed autorità somma, peloso io
tutto il corpo, e con vestimenti di pelli con pelo. Stette cieco
tre anni ; nel qual tempo per comando di Dio entrò nel deserto,
dove i corvi spontanei gli somministrarono pane, e carni.
Per obbedire al suo Dio andò a trovare il re Acabbo il quale
nel primo incontro gli disse. — Ah sei tu il disturbatore d'I-
sraello! Cui Elia: non io, ma invece tu lo conturbi, e rovini la
casa del padre tuo perchè sprezzasti la legge di Dio, e ti fa-
cesti servo d'idoli vani. — Convoca i tuoi profeti, se vuoi re-
star convinto del vero — Ed Acabbo fece convocare sul Car-
melo ottocento cinquanta falsi profeti, ai quali Elia propose,
che essi ponessero un bove per olocausto sopra una catasta di
legna, ed egli avrebbe posto altro bove sopra altra legna. Sa-
rebbe il vero Dio quello che manderebbe il fuoco dal cielo.
Quei falsi profeti invocarono i loro Dei e pregando s' incide-
vano le carni, facendone spicciare il sangue, ma non furono
esauditi. Anche Elia pregò, e tosto scese lai fuoco dal cielo
che divorò bove, legna, tutto. Allora furono presi que' falsi
profeti, e trascinati presso il torrente Cisone, ed ivi scannati,
senza eccettuarne alcuno, gittati nell'onde. Elia allora pregò
per la pioggia, negata da tanto tempo agi' idolatri , ed ottenne
pur questa fra le acclamazioni, e le grida festanti del popolo
riconoscente. Ma Irachele regina moglie di Acabbo giurò ven-
dicarsi sopra di Elia della morte de' profeti suoi, e lo perse-
guitò con furore insino a tanto eh' egli si nascose in un de-
serto prescrittogli da Dio per assumere Eliseo in profeta.
Eliseo della città di Abelmara arava la terra quando Elia
lochiamo, somministrandogli quanto ne'bi sogni occorreva.
Morto Acabbo gli successe il figlio Ocozia che regnò due anni,
e fu pessimo verso Dio. Mentr'era malato, mandava sacerdoti
CANTO XXVI. 619
a consultare Belzebub, ed Acaron, ma Elia avvisato da un an-
gelo, andò contro a que' sacerdoti loro dicendo : non vi è forse
Dio in Israele senza consultare il vano Acaron? 11 re vostro
non può guarire, e presto morirà. — Il re acceso di sdegno
al racconto de' sacerdoti , spedì un capitano con cinquanta sol-
dati, il quale salendo il monte dove trovavasi Elia, ed incon-
tratolo gridò — uomo di Dio, il re comanda, che tu discen-
da — cui Elia — se sono uomo di Dio discenda fuoco dal cielo
che strugga te, ed i tuoi — e così fu. 11 re sempre più irato
mandò altro capitano, ed altri cinquanta soldati, e furono di-
strutti nel modo stesso dal fuoco. Mandato il terzo capitano,
con altri soldati, questi vide Eliseo inginocchiarsi ad Elia, ed
esso pure piegò il ginocchio a terra e pregò ad aver compas-
sione di loro. Per consiglio di un angelo allora discese anche
Elia , e si portò al letto del re, cui preconizzò la morte, e morì
nel tempo predetto. Gli successe il fratello perchè mancò ^enza
figli. Allora Elia ed Eliseo si allontanarono seguiti da cin-
quanta figli de' profeti. Giunti al fiume Giordano, Elia prese
il mantello, e con esso percosse le acque, che si divisero, ed
entrambi passarono a piede asciutto. E mentre passavano Elia
diceva ad Eliseo — chiedi quanto brami prima che io tolto
ti sia — cui Eliseo — il tuo profetico spirito si raddoppi in
me. — Così diceva ancora, quando un carro di fuoco con ca-
valli di fuoco appressò. Elia vi montò sopra, ed avvolto in un
turbine fu trasportato al cielo. Gridava Eliseo — padre mio —
padre mio — e nulla più vide, e si stracciò i crini, e le vesti
pel dolore. Raccolse il mantello caduto ad Elia e con esso
due volte percosse nuovamente le acque, che si ridivisero, e
ripassò il Giordano a piede asciutto nello stesso luogo di pri-
ma. Avendo raddoppiato lo spirito profetico, fece molti mira-
coli; e giunto a Betel i fanciulli lo deridevano dicendo— vien
620 INFERNO
su calvo. — Ma Eliseo li maledisse nel nome del Signore e to-
sto apparirono due orsi che li sbranarono in numero di qua*
rantadue. Indi salì sul monte Carmelo, e molti prodigi ivi o-
però. Un esercito di Siria lo assediava nel monte ed appar-
vero cavalli , e carri di fuoco che resero ciechi tutti quelli del-
l'esercito, ed egli condusse il cieco esercito in Samaria, ed
aprì gli occhi a ciascuno, facendo lor ministrare cibo, e be-
vande, e liberi tornare alle patrie loro. Anche altra volta li-
berò Samaria dai sirii, ed operò stupende cose, che tralascio
per brevità.
Non avrei tenuto un così lungo discorso di Elia, ed Eli-
seo, se non avessi conosciuto il rapporto che vi è fra essi, Vir-
gilio e Dante. I due solitari stan bene con due profeti solitari.
I due profeti videro fuochi struggenti i nemici di Dio, e i
due poeti videro molti fuochi struggenti i dannati. Eliseo fu
discepolo di Elia, e lo amò ardentemente, e sempre lo seguì
ne' pericoli, nelle fatiche, ne' disagi, nelle selve, finché Elia
fu rapito al cielo; e Dante discepolo amò Virgilio maestro, e
sempre lo seguì, finché Virgilio gli si tolse dagli occhi. Come
il profeta con altro profeta scorse e piano e monte, ed operò
miracoli, così Virgilio con Dante corse la selva infernale, ed
il monte del Purgatorio operando molte cose maravigliose.
Elia salendo al cielo lasciò ad Eliseo duplicato lo spirito pro-
fetico, e Virgilio abbandonando Dante gli lasciò raddoppiato
lo spirito poetico , come si rileva dalla Cantica dell' Inferno , di
cui Virgilio disse poco, e come si ha dal Purgatorio e Para-
diso, di cui Virgilio nulla disse. Eliseo dolevasi dell'abbandono
del suo maestro e padre, e Dante molto si lagnò della par-
tenza di Virgilio suo maestro e guida, come si ha nella fine
del Purgatorio, ciascuna fiamma se move tal per la gola del
fosso dell'ottava bolgia, che quasi gola la inghiottisce chenes-
CANTO XXVI 621
suna mostra el furto nessuna mostra l'anima che cela, a guisa
di furto, e ogni fiamma invola* un peccator copre, e cela un
peccatore astuto, e fraudolento quale il carro di Elia cioè
quale vide colui Eliseo che se vengio si vendicò de' fanciulli ,
che lo deridevano con gli orsi i quali divorarono i fanciulli
derisori al dipartire quando lo lasciò salendo sul carro quando
i cavalli al cielo erti levorsi allorché i cavalli volarono al cielo
che noi potea si con gli occhi seguire che vedesse altro che
la fiamma sola che non vide che sola una fiamma strisciare
così velocemente si come nuvoletta in su salire Dante quale
altro Eliseo, e fu veramente della schiatta degli Elisei, come
si vedrà, scorgeva soltanto fiamme volanti, ma non distingueva
le anime nascoste nelle fiamme stesse.
Io stava terza parte generale io stava surto io stava al-
zato sulla punta de' piedi a veder sotto el ponte le anime che
passavano si tanto che sarei caduto giù nel fondo della valle
sanza esser urto quantunque non spinto da alcuno urto. Urto
dal verbo urtare, come avviene de' cavalli urtandosi nell' in-
contro si che s io non avessi un ronco preso un sasso del
ponte, sarei forse caduto. Ciò tutto significa la somma atten-
zione di Dante, e la conseguente astrazione e l duca che mi
vide tanto atteso tanto attento disse li spirti son dentro dai
fuochi le anime son chiuse nelle fiamme, e ciascuna fiamma
contiene un'anima e ciascun spirito se fasciasi copre, si ve-
ste di quel eh elli e inceso di quella fiamma della quale si ac-
cende, e si brucia.
Scrive Stazio nella Tebaide, e Seneca nella tragedia, che
Eteocle, e Polinice figli di Edippo re di Tebe (il quale li ave-
va procreati da Giocasta propria madre, che senza saperlo
aveva presa in consorte, e per vergogna , ed orrore , scoperto
il vero, erasi da sé stesso acciecato, per cui viveva sotterra
624 INFERNO
ger de la pira dal rogo funebre dove nel qua! rogo Teoclefu
messo a bruciarsi col fratello con Polinice. I due fratelli Ete-
ocle, e Polinice T uno valoroso, P altro fraudolento sono tor-
mentati da una sol fiamma che si divide in due nelP estremi-
tà: del pari Diomede, ed Ulisse valorosissimo il primo, astu-
tissimo il secondo sono tormentati dalla stessa fiamma , che
in due si riparte; ma i primi furono divisi di animo, questi
alP incontro concordi.
Rispuose a me Virgilio rispose a me Ulisse e Diomede
si marlira si tormentano insieme la dentro in quel fuoco di-
viso nell'estremità. Dante finge bensì, che questi due operas-
sero insieme gesta memoranda, ma ritiene, che V uno senza
delP altro non sarebbe arrivato a compierle, imperocché la
mano deve essere guidata dal senno, il valore guidato dalla
prudenza. Omero molto scrisse del valore di Diomede , molto
nelP Odissea della prudenza di Ulisse. E perchè furono d' ac-
cordo ne' delitti in vita così sono compagni a pagare il fio
nelP Inferno e cosi vanno insieme alla vendetta cioè alla pe-
na, vendetta della colpa com ali ira come una volta andarono
uniti contro Troja a far vendetta di Elena rapita da Paride.
Omero inoltre nel sesto delP Odissea introduce Ulisse a rac-
contare ad Achille come Pirro figlio suo imperterrito entrò in
Troja nascosto con lui nel cavallo e l aguato del cavallo di
tal cavallo si dirà nel canto 30 che fece la porta aprì la stra-
da ond' essere introdotto. Enea fuggendo dall' incendio di
Troja giunse in Italia, e dal sangue di Enea discesero i romani
onde usci de romani il gentil seme seme nobile per valore,
dignità, e potenza, e che soggiogò P intero mondo si geme
piange dentro de la lor fiamma in un sol fuoco diviso in due
fiamme. Omero nel quinto dell' Iliade finge, che nello scudo e
nelP elmo del bellicoso Diomede ardesse lo spirito di vittoria:
CANTO XXVI. 625
Virgilio imitandolo finge, che splendesse un fuoco sulla lesta
di Ascanio figlio di Enea. Così Lucano afferma di Tulio sesto
re de' romani, e di Lucio Marzio che vittoriosamente pugnava
nella Spagna.
Dante mette innanzi un'altra astuzia di Ulisse per iscoprire
Achille, indispensabile alla presa di Troja, quale era stato
dalla madre nascosto sotto vesti donnesche nella regia di Li-
comede, che lo tenne in mezzo alle proprie figlie, la primo-
genita delle quali, sedotta da Achille, gli partorì un figlio
l arte V astuzia perche Deidamia sposa di Achille perche mor-
la anche dopo morte ancor si duole di Achille si dolse vi-
vente, e si duole pur morta, che Achille le fosse tolto piangesi
entro è castigato in detta fiamma.
In ultimo si fa conoscere la terza astuzia di Ulisse quan-
do insieme con Diomede rapì il Palladio che rendeva inespu-
gnabile Troia. Tulio fu il quarto re di Troia dopo Dardano,
e nel di lui regno si disse, fosse caduta una immagine dal cie-
lo sulla rocca di Pallade, trovata la quale, i Troiani spedirono
in Delfo ad Apollo per la interpretazione del fenomeno — l'o-
racolo rispose: — finché la immagine sarà illesa, Troia sarà
inespugnabile — allora si eresse un tempio, in cui un sa-
cerdote vegliava di continuo alla custodia dell' immagine. Ma
Ulisse, cui venne raccontato l'oracolo, in compagnia di Dio-
mede, nascostamente e fra le tenebre della notte s'introdusse
nella rocca, e tolse il Palladio, scannati i custodi. Pretendo-
no alcuni, che i custodi non fossero scannati ma corrotti da
denaro, e pena vi si porta tra quel fuoco del Palladio della
immagine di Pallade. Ma come poi se fu rapito da Ulisse e
Diomede, il Palladio passò nelle mani di Enea? Scrive Plinio,
che Enea giunto a Laurento, dove regnava Latino, ebbe il
Palladio da Diomede slesso. Sappiamo infatti da molli, che
H.U1BALDI — VuL 1. 40
626 INFERNO
Diomede dopo Y eccidio di Troia giunse in Italia; ecco per-
chè Virgilio scrive, che Turno implorò soccorso da Diomede
contro di Enea, che gli fu ricusato. Dante in rispetto di Vir-
gilio ci parla di Diomede, e di Tebe, il cui assedio fu prima
di quel di Troia, ma in esso pugnò il valoroso Tideo padre
di Diomede. Anche un altro figlio di Tideo — Sceleno— si
trovò col fratello Diomede alla guerra di Troia cogli altri re,
e con Ulisse — che Omero chiama — testor d' inique frodi —
sotto il supremo comando di Agamennone.
Diss io o maestro o Virgilio assai ti prego ti prego calda-
mente e riprego e ti torno a pregare che l prego vaglia mille in
modo che sia la preghiera più efficace, che se avessi mille volte
pregato che non mi facci nego che non ti metta al ni ego dellai-
tendere dell' aspettare ; imperocché se Virgilio progrediva egli
non avrebbe potuto discorrere con quegli spiriti finche la
fiamma cornuta eh' è divisa nell'estremità in due vegna qua
verso di noi : vedi che piego ver lei mi volgo verso tal fiamma
dal disio per l' ardente desiderio, e quasi dica — volgo più ver-
so la fiamma coli' animo, di quello che la fiamma corra verso
me s ei possono parlar dentro da quelle faville s' essi po-
tranno metter fuori la voce da quelle fiamme da coi sono av-
volti, etti a me lo stesso Virgilio rispose la tua parola e de-
gnadi motta lode la inchiesta tua è lodevole, perchè è bello
conoscere le illustri gesta degli eroi pero laccepto e quindi
aspetterò. Ma abbi sempre presente di tacerti, ed ascoltare
ma fa che la tua lingua si soslegna taci , ed ascolta lascia
parlar a me eh io ho concetto ciò che tu vuoi lascia che io
parli, giacché ho capito il tuo desiderio, e d'altronde essi
sdegnerebbero forse, come greci, di parlare con te, perchè
italiano. Anche Virgilio fu latino, ma conosceva perfetta-
CANTO XXVI. 627
mente la lingua greca , e corse dietro sempre ai greci mae-
stri per quanto scrive Macrobio.
Poi audivi il mio duca Virgilio parlare in questa forma
poi ascoltai Virgilio parlare in questa maniera poiché la fiam-
ma fu venuta quivi ìn quel luogo ove parve a lui loco e tempo
quando la credette abbastanza avvicinata, o voi che siete duo
entro a un fuoco o voi due compagni nella stessa pena non vi
movete fermatevi s io meritai di voi mentre eh io vissi finché
fui nel mondo s io meritai di voi assai o poco e così parla
con modestia quando scrissi li alti versi i carmi eroici con
tragico stile nell'Eneide nel mondo de' vi venti ma l un di voi
V uno di voi, Ulisse dica dove gissi a morir per lui in qua!
luogo andò a morire tanto miseramente. Virgilio parla solo
con Olisse, in quanto che Diomede non andò errando pei mari,
come il compagno, ma venne direttamente in Ralia. Parla con
sicurezza, perchè dovevano esser grati a lui, che, imitando
Omero, scrisse di loro molle cose, e presso i latini crebbe la
loro fama, e la loro gloria.
Lo maggior corno quarta ed ultima parte generale lo
maggior corno de la fiamma antica che avvolgeva lo spirito
di Ulisse maggiore di Diomede, non già di corpo, ma di mente,
di fama, di prudenza, di eloquenza, e di tempo comincio a
crollarsi mormorando imperocché la lingua movendosi nel-
l'interno della fiamma faceva agitare la fiamma stessa pur co-
me quella fiamma cui vento affatica come la fiamma agitala
dal vento, che mette quasi suono, così la fiamma in cui era
llisse agilavasi. indi poscia un'altra fiamma menando la cima
la punta qua e la come fosse la lingua che parlasse gitto voce
di fuori Ulisse fu smanioso di conoscere i diversi costumi, e
scorse perciò terre, e mari, e disse ne dolcezza di figlio ne
il dolcissimo amore del figlio Telemaco ne lapietadel vecchio
628 INFERNO
padre né l'amor pietoso del vecchio padre Laerte ne l debile
amore il legittimo amore della sposa lo qual dovea far lieta
Penelope moglie bellissima, pudica, amorosissima, quan-
tunque tentala, anzi tormentata da molti poteri tissimi^Proci
vincer poteo dentro da me l ardore eh io ebbi a divenir e-
sperto del mondo e degli umani vitii e del valore la smania
di conoscere gli uomini, ed il mondo mi fece superare tutti i
legami, e le più dolci passioni. Ed il padre era vecchio, il fi-
glio fanciullo, e la moglie bella, giovane, vezzosa, lutti inca-
paci di resistere agli assalti. Accenna pel primo l'amor filiale
come il più forte, giacché l'uomo si perpetua ne' figli — se-
condo l'amor del padre, da cui si riceve la vita — terzo l'a-
mor della consorte la quale divide col marito le fatiche, e con-
corre con esso a dare ai figli la vita quando me departi da
Circe.
Neil' Odissea scrive Omero, che Ulisse peregrinando giun-
se in Italia e toccò l'isola, in cui viveva bellissima, e famo-
sissima maga, la quale con veneficii, e bevande trasformava
gli uomini in fiere. I compagni di Ulisse precedettero l'arrivo
di questi, e furono cangiati in diverse specie di animali; ma
Ulisse colla sua sagaci tà, non solo non fu cambiato in fiera,
ma giunse a tanto che ottenne dalla maga il ritorno de' com-
pagni alla forma di prima. Stette presso la maga qualche
tempo ed ebbe da lei un figlio per nome Telcgono, che poscia
uccise il padre per errore, come si dirà in fine del canto. Di
questa maga Circe, e de'di lei veleni si dirà nel canto IX del
Purgatorio, quando me diparti da Circe nota , che Ulisse non
incomincia dalla sua prima peregrinazione* perchè fu molti
anni con altra maga di Grecia per nomeCalipso che sottraste
me che mi tolse dalla mia peregrinazione più di un anno nei-
T isola la presso a Gaieta Circe è un monte d' Italia vicino a
i
CANTO XXVI. 629
Gacla, nella cui sommità, dicesi, che una volta fosse un vasto
castello, e risola non formavasi dalle acque del mare, ma da
quella delle paludi: l'isola fu detta Eca. Gaeta è tuttora una
forte e bella città nella Puglia, così chiamata da Gaeta nutrice
di Enea ivi morta, e sepolta al dir di Virgilio, Plinio, ed altri
pria che si Enea la nominasse giacché Enea per primo la
costrusse e la denominò dalla suddetta donna. Ulisse vi stette
sette anni secondo Virgilio, dieci secondo Omero ma misi me
per l alto mare aperto ond' essere più libero, e spedito sol
con un legno con una sola nave e con quella compagnia pie-
dola ma scelta, e fida dalla quale non fui deserto non fui
abbandonato fino alla morte. I un lito vidi e l altro infin la
Spagna Italia, Gallia e nelF ultimo Spagna fin nel Marocco
perchè dall'altra parte è l'Africa, in cui è la Mauritania o
Marocco, e l isola de sardi la Sardegna isola, e la Sicilia alta
divisa dall'Italia per uno stretto di mare. Ulisse scontrò grave
pericolo nel Faro di Messina, e vi perdette il naviglio, e l altre
e vidi altre isole che quel mar bagna intorno che quel mare
circonda.
Io e i compagni eravam vecchi e tardi perchè erano
scorsi venti anni, dieci nella guerra di Troia, ed altri dieci
nella peregrinazione quando venimmo a quella foce stretta
ne' confini della Spagna e dell' Africa dov' è uno stretto di
mare presso l' altissimo monte Abila opposto a Calpc nella Spa-
gna , P uno e l' altro colonne di Ercole dov' Ercole segno li
suoi riguardi pose le colonne , o confini accioche luom non
si metta più oltre come avviso che l'uomo non azzardi an-
dar più oltre nel mare. Ma Ulisse volle essere più ardito di
Ercole passando tai segni, e se ne pentì. Si dice ancora, che
Ercole ponesse tali colonne negli ultimi lidi orientali, ina non
può accertarsi per la eccessiva lontananza di tempo, dalla man
630 INFERNO
destra mi lasciai Sibilla Siviglia è città capitale della Spa-
gna distatile dal mare circa cinquanta miglia, dall altra dalia
sinistra parte dell'Africana mavea lasciata Setta. Setta è
città di Barberia nell'altro lido opposto. Chi viene dall'Oce-
ano occidentale nel Mediterraneo ha Siviglia a sinistra, e Setta
alla destra; ma Ulisse andava da questo mare nell'Oceano,
e quindi era 1' opposto.
0 Frati Ulisse prima di abbandonarsi all'Oceano così
parla ai compagni che siete giunti ali occidente che pa-
zientemente , e con costanza giungeste all' estremità Occi-
dentale per cento millia perilii per infiniti pericoli non
vogliate negare la sperienlia a questa tanto piccola vigilia
a questa breve tardanza che di rimanere che ancor resta de
residuo de nostri sensi di nostra vita; ovvero — se fin qui, e
per tanti anni traeste la vita nelle fatiche e stenti della guerra
per lodi, onore, e gloria, non vogliate paventare questi corti
disagi, coi quali conseguirete un più tranquillo, ed onorato
riposo. Altrettanto diceva Enea ai compagni suoi spaventati da
una burrasca
Voi che duraste le più ree vicende
Voi qui dal Cielo il fin bramato avrete.
Diretro al sol del mondo sanza gente cammi nando se-
condo il corso del sole da oriente in occidente, o secondo altro
testo diretro al sol ove per verità trovasi gran gente, comesi di-
rà nel primo canto del Purgatorio considerate la vostra temen-
za peniate alla nobiltà di vostra natura, non foste facti come
brulli animali per vivere come bestie, ma per operare gesta
gloriose, che a tanto vi spinge la ragione di cui foste dotati ma
per seguir virtute e conoscenza con virtù , e sapere, fee io io
Ulisse resi li miei compagni si acuti al camino — con questa
piccola orazione così accesi, e disposi all'arduo cammino,
CANTO XXVI. 631
che niun altro capo ottenne mai tanto con sì breve esortazione
che a pena li avrei ritenuti poi appena li avrei potuti arre-
stare. A testimonianza di Omero nell' Odissea, e di Ovidio nel
XIII delle Maggiori Ulisse ebbe il singoiar dono della elo-
quenza, e lo fece conoscere nella contesa sulle armi d'Achille
fra lui ed Aiace, perchè colla sola voce potè ottenere di ri-
tenerle. •
E facemmo ale de remi al folle volo alla temeraria na-
vigazione, sicché i remi ci servivano più delle ali, volta no-
stra poppa volgemmo la poppa a settentrione, e la prora a
mezzodì nel mattino al sorgere del giorno sempre acquistan-
do da lato mancino sempre andando a sinistra verso austro,
ed aggiunge che tanto inoltrarono da veder 1' altro polo. I poli
sono due punti sui quali si move il mondo. Artico uno, o setten-
trionale, dove sono stelle fisse, Antartico l'altro, o meridionale,
in cui sono stelle non apparenti perchè basso rispetto a noi.
Ulisse quindi dice, che tanto avevano piegato al meriggio, che
loro apparivano le stelle dell'altro polo, la notte in tempo not-
turno vedea già tutte le stelle io vedea le stelle tutte el nostro
polo settentrionale, cui volgono gli occhi tutti i naviganti tonto
basso che non sorgea fuor del marin solo fuori della super-
ficie del mare. Da ciò consegue la impossibilità di vedere con-
temporaneamente T uno e l'altro polo, imperocché se l' uno
si mostra per necessità, l'altro deve nascondersi , quantunque
alcuni sostengano l' opposto.
La luna ricevendo la luce dal sole sempre è illuminata
per metà, essendo corpo sferico, e solido, e non penetrabile
dalla luce. Quando la luna appare congiunta col sole, allora
viene illuminata dal sole dalla parte superiore, ossia verso i
cielo, ed è oscurità verso la terra; quando poi la luna si al-
lontana dalla congiunzione del sole, il sole la illumina a poca
G32 INFEKNO
a poco da un lato, e crescendo di giorno in giorno, fioche
per T opposizione diretta, vediamo l' intero disco illuminalo.
il lume era racceso cinque volle dal sole de sotto ile la luna
et casso tanto e tanto nascosto poi die eravam entrali nel
alto passo nel profondo, ed immenso oceano quando ci ap-
parve una montagna bruna per a distanzia una monta-
gna, che sSmbravaci bruna per la distanza, ma non era tale.
Era il monte del Purgatorio, su cui trovasi il Paradiso terre-
stre, e che diecsi sotto la equinoziale, e tanto alto che arriva
al globo lunare e parvene alta tanto quanto veduta non ha-
vea alcuna non potendo la sommità arrivarsi colla vista.
Noi ci allegrammo ci rallegrammo. 11 marinaro, appena
scorge la terra da cui fu lungamente lontano, si solleva, ed e-
sulta ; ma la nostra letiziasi mutò in tristezza, perchè persua-
si di giungere in porto, trovammo invece la sventura eia morte
e tosto torno in pianto — un turbo un turbine, o contrasto
di venti nacque de la nuova terra dalla predetta montagna
e percosse il primo canto del legno la prora del nostro navi-
glio e Ife girar tre volte con tutte l acque il turbine volgendo
in giro l'acqua volse per necessità anche il naviglio e fece le-
var lapoppain suso alla quarta alla quarta volta e la prora
ire in giù sommergersi coni altrui piacque cioè a Dio, od
al fato, od alla fortuna infin che Imare fu richiuso sopra
noi infin che fummo tutti sommersi.
Quanto dice Dante della morte di Ulisse non è vero né
storicamente , né poeticamente. Dissero alcuni, che Dante non
lesse Omero, altrimenti non avrebbe così sbagliato. Riferi-
scono Diti e Darete, che Ulisse fu ucciso da Telegono suo fi-
glio naturale avuto da Circe. Telegono cercando il padre colla
più accurata, ed affannosa brama giunse in un antro in cui
nascondevasi Ulisse, per evitare il presagio di dover essere
«r canto xxvi. ,633
ucciso dai figlio. Alla bocca dell' antro Telegono pregò di ve-
dere Ulisse, ma uno de'custodi gli rispose rozzamente, sicché
Telegono lo percosse. Il custode gridava aiuto, ed Ulisse, co-
me lo traeva il destino, correndo si slanciò con furore contro
del temerario; ma questi prevenne la vendetta, ed il furore
di Ulisse, e lo ferì mortalmente, e da tale ferita Ulisse poco
dopo spirò. Ma ohecchè sia, non so persuadermi, che Dante
abbia ignorato questa verità, storica a poetica vogliasi chia-
marla, e che si conosceva da ognuno , quand'anche non avesse
letto Omero. Dico piuttosto che volle immaginare, in tale rac-
conto, come fecero gli altri poeti, onde servire meglio allo
scopo dell' opera sua. Così volle mostrarci che un magnani-
mo, e coraggioso, quale fu Ulisse, non risparmia fatiche, e
pericoli per avere esperienza, e piuttosto vive poco, ma con
gloria, di quel che molto con ignavia od ignominia. E ciò
può dedursi dalla esortazione di Ulisse allorché espose di a-
ver posposto ogni affetto, di figlio, di padre, di consorte, dì
patria a così nobile desio, come Marco Regolo un giorno die-
de argomento fra i romani.
£-
CANTO XXVII.
TESTO MODERNO
Già era dritta insù la fiamma, e quel a
Per non dir più; e già da noi sen già
Con la licenzia del dolce Poeta ; 5
Quando un'altra, che dietro a lei venia
Ne fece volger gli occhi alla sua cima,
Per un confuso suon che fuor n' uscia. 6
Come il bue Sicilian, che mugghiò prima
Col pianto di colui (e ciò fu dritto)
Che T avea temperato con sua lima , 9
Mugghiava con la voce dell'afflitto,
Sì che, con tutto ch'el fosse di rame,
Pure el pareva dal dolor trafitto; 12
Così, per non aver via, né forame,
Dal principio del foco in suo linguaggio
Si converti van le parole grame. 15
Ma poscia ch'ebber colto lor viaggio
Su per la punta, dandole quel guizzo,
Che dato avea la lingua in lor passaggio, J8
Udimmo dire: o tu, a cui dirizzo
La voce, e che parlavi mo lombardo,
Dicendo: issa ten va, più non t'aizzo; 21
Perch'io sia giunto forse alquanto tardo,
Non t' incresca restare a parlar meco:
Vedi che non incresce a me, ed ardo. 24
CANTO XXVII. 635
Se tu pur mo io questo mondo cieco
Caduto sei di quella dolce terra
Latina, onde mia colpa tutta reco; 27
Dimmi se i Romagnuoli ban pace, o guerra;
Ch'io fui de' monti là intra Urbino
E il giogo, di che Tever si disserra. 50
lo era ancora in giù intento e chino,
Quando il mio Duca mi tentò di costa ,
Dicendo: parla tu, questi è Latino. 35
E io, ch'avea già pronta la risposta,
Senza indugio a parlare incominciai:
0 anima, che sei laggiù nascosta, 56
Romagna tua non è , e non fu mai
Senza guerra ne' cor de suoi tiranni;
Ma palese nessuna or ven lasciai. 59
Ravenna sta, com' è stata molli anni:
L'aquila da Polenta la si cova,
Sì che Cervia ricopre co' suoi vanni. 42
La terra, che fa' già la lunga prova,
E di Franceschi sanguinoso mucchio,
Sotto le branche verdi si ritrova: 45
E il Mastin vecchio, e il nuovo da Verrucchio
Che fecer di Montagna il mal governo,
Là, dove soglion, fan de' denti succhio. 48
Le città di Lamone e di San terno
Conduce il lioncel dal nido bianco,
Che muta parte dalla state al verno ; 51
E quella, a cui il Savio bagna il fianco,
Così com' ella s'è tra il piano e il monte,
Tra tirannia si vive e stalo franco. 54
Ora chi sei ti prego che ne conte :
à
636 INFERMO
Non esser duro più ch'altri sia slato,
Se il nome tuo nel mondo tegoa fronte. 57
Poscia che il fuoco alquanto ebbe rugghiato
Al modo suo, l'aguta punta mosse
Di qua, di là, e poi die cotal fiato: 60
S'io credessi, che mia risposta fosse
A persona, che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse: 63
Ma perciò che giammai di questo fondo
Non tornò vivo alcun , s' io odo il vero ,
Senza tema d'infamia ti rispondo. 66
lo fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,
Credendomi, sì cinto, fare ammenda:
E certo il creder mio veniva intero, 69
Se non fosse il Gran Prete, a cui mal prenda,
Che mi rimise nelle prime colpe;
E come e quare voglio che m'intenda. 72
Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe,
Che la madre mi die, l'opere mie
Non furon leonine, ma di volpe. 75
Gli accorgimenti e le coperte vie
Io seppi tutte, e sì menai lor arte,
Clie al fine della terra il suono uscic. 7$
Quando mi vidi giunto in quella parte
Di mia età, dove ciascun dovrebbe
Calar le vele e raccoglier le sarte; 81
Ciò che pria mi piaceva aliar m' increbbe,
E pentuto e confesso mi rendei:
Ahi! miser lasso, e giovato sarebbe. , 34
Lo Principe de' nuovi Farisei,
Avendo guerra presso a Laterano ,
CANTO XXVII. 637
E non con Saracin, né con Giudei; 87
Che ciascun suo nemico era Cristiano,
E nessuno era stato a vincer Acri,
Né mercatante in terra di Soldano: 90
Né sommo uficio, né ordini sacri
Guardò in sé, né in me quel capestro,
Che solea far li suoi cinti più macri. 93
Ma come Costantin chiese Silvestro
Dentro Siratti a guarir della lebbre,
Così mi chiese questi per maestro 96
A guarir della sua superba febbre:
Domandommi consiglio, ed io la ceti i,
Perchè le sue parole parvero ebre* 99
E poi mi disse: tuo cor non sospetti:
Fin or ti assolvo, e tu m'insegna fare,
Sì còme Penestrino in terra getti. 102
Lo ciel poss'io serrare e disserrare,
Come tu sai; però son duo le chiavi,
Che il mio antecessor non ebbe care. 108
Allor mi pinser gli argomenti gravi
La 've il tacer mi fu avviso il peggio,
E diasi: padre, da che tu mi lavi 108
Di quel peccato, ove mo cader deggio,
Lunga promessa con l'attender corto
Ti farà trionfar nelP alto seggio. 1 1 1
Francesco venne, poi com' io fui morto,
Per me: ma un de' neri Cherubini
Gli disse: noi portar; non mi far torto. 114
Venire or giù sen dee tra* miei meschini,
Perchè diede il consiglio frodolente,
Dal quale in qua stato gli sono a' crini: 117
638 INFERNO
Che assolver non si può chi non si pento ;
Né pentcre e volere insieme puossi,
Per contraddizion che noi consente. 120
0 me dolente! come mi riscossi ,
Quando mi prese, dicendomi: forse
Tu non pensavi ch'io leico fossi? 123
A Minos mi portò; e quegli attorse
Otto volte la coda al dosso duro;
E poiché per gran rabbia la si morse, 126
Disse: questi è de' rei del fuoco furo:
Perch'io là, dove vedi, son perduto;
E si vestito andando mi rancuro. 129
Quand'egli ebbe il suo dir così compiuto,
La fiamma dolorando si partio,
Torcendo e dibattendo il corno aguto. 132
Noi passammo oltre, e io e il Duca mio,
Su per lo scoglio infino in su l'altro arco,
Che cuopre il fosso, in che si paga il fio
A quei che scommettendo acquislan carco. 136
COMMENTO DI BENVENUTO
Astuti perfidi nel persuadere altrui. In tre parti generali
dividcsi il canto: nella prima — un astuto famoso, e moderno
che dimanda dello stato di Romagna: nella seconda — Dante
risponde alla domanda dello spirito, descrivendo lo slato delle
varie città di Romagna era ingegnoso ecc. nella terza — lo spi-
rito espone il tenor di sua vita, la persuasione altrui che fu
cagione di sua dannazione poscia che l fuoco ecc.
La fiamma in cui era involto Ulisse già era dritta insù
la fiamma naturalmente tende all' insù: qui poi movcvasi qua,
e là secondo il voler della lingua et cheta pei' non dir più
CANTO XXVII. 639
cessando di parlare e già sen già già si parila da noi con la
licenza del dolce poeta col commiato dato da Virgilio con dolci
parole issa ten va più non tadizzo basta, va pure, più non
ti trattengo, né ti ricerco. Abbastanza si era parlato di Ulisse,
e si doveva parlare di altro spirito che poteva star a pari con
Ulisse quando un altra fiamma ed avvolgeva il conte Guido
di Montefeltro che dreto li venia dietro di Ulisse fece volger
gli occhi intellettuali alla cima all'estremità della fiamma per
un confuso suon che fuor n uscia molto stentando lo spirito
di metter voce fuori di quella fiamma, come faceva Ulisse.
Scrive Tullio nelle Tuscolane, ed Aristotile nel libro de' Mine-
rali , che il tiranno di Sicilia Falaride , che viveva in Agrigento,
tutto dì studiava nuovo genere di tormentare gli uomini: Pe-
nilo artefice ingegnosissimo, per meritarsi la grazia e favore
dal crudele tiranno costrusse un bue di bronzo, in una costa
del quale fece un foro artificioso, e lo donò a Falaride dicen-
dogli: ecco un dono degno di te: ecco un nuovo modo di
tormento. I rei di lesa maestà farai mettere dentro al bue,
e sotto al ventre dell' animale porrai molto fuoco. 11 racchiuso
griderà pel dolore, ma i suoi gridi non sembreranno umani,
ma di fiera, perchè daran suono simile a belva pel foro arti-
ficioso, che costrussi nel fianco del bue: mancherà dunque
la compassione di chi ascolta. Falaride rispose: magnifico
dono, che accetto, e che tu per primo sperimenterai. E man-
tenne la promessa. Perii ro fu chiuso nel bue, e morì in esso
fra i tormenti del fuoco le parole gravi i tristi accenti dello
spirito chiuso nella fiamma se convertian nel fuoco torna-
vano dentro alla fiamma in suo linguagio parlava italiano,
ma non poteva farsi intendere da un altro italiano per non
aver via ne forame dal principio jion avendo apertura <>
foro nella punta cosi come l bo sicilian fatto di bronzo in Si-
640 INFERNO
cilia, da un artefice siciliano, e per un tiranno di Sicilia che
mugghio prima il muggito è proprio de' buoi col pianto di
colui che con sua lima colla sua opera artificiosa e ciò fu
dritto e ben gli stette mugghiava con la voce dell afflitto di
colui, che internamente si tormentava, cioè di Perillo che mo-
riva per T arte sua si che parea da dolor trafitto parea voce
di dolore con tutto che fosse di rame fosse di metallo: e per-
chè la voce del chiuso nel bue non era intelligibile, così non
lo era la voce dello spirito: la voce sembrava del bue di bron-
zo, che non poteva essere in natura, così dalla fiamma non pa-
reva naturale che uscisse voce di dolore. Uomo di grande inge-
gno fu Perillo, ed usò dell' arte sua per male altrui , ed inge-
gnosissimo fu anche lo spirito chiuso nella fiamma, ed usò del-
l'ingegno per altrui danno. Perillo astutissimo insegnò a Fala-
ride medesimo nuovo modo di tormentare, e del pari il conte
di Montefellro astutissimo insegnò a Bonifacio di esterminare
i pretesi nemici suoi. La Sicilia poi superò ogni altra città nella
crudeltà, e tirannia: ivi regnarono Agatocle, e Geronimo ti-
ratoi di Siracusa, equestoFalaridedi Agrigento. A compenso
di tanti mali non vi fu che un Gilia, libéralissimo, ed uma-
nissimo fra quanti mai furono, e forse saranno, ma poscia
dopo che la voce si fece strada su pei* la puncla di quella
fiamma dandoli quel guizzo quel moto veloce che la lingua
avia dato in lor passo che la lingua aveva avuto nel dar pas-
saggio alla voce o tu cui io drizzo la voce lo spirito disse,
o tu cui diriggo il discorso e che parlavi mo lombardo con
Ulisse dicendo allo stesso Ulisse quando lo licenziasti issa
ten va ora allontanati più non t adizzo più non ti tratten-
go, e t' invito; e come se avesse detto ad un bolognese
— o tu che dici sipa, avrebbe fatto conoscere che quello cui
parlava era di Bologna, e così captivasi benevolenza — oVir-
capo xxvu. 641
gilio gloria della Lombardia, non isdegnerai parìare con un
italiano dopo aver discorso con un greco non t incresca re-
starti a parlar meco per eh io sia giunto alquanto tardo può
interpretarsi, che non fosse venuto subito dopo la partenza
d'Ulisse, ma avesse alcun poco tardato. Può intendersi del
pari: quantunque non fiorissi in quel tempo felice, in cui tu
Virgilio, ed altri poeti faceste al mondo conoscere gli uomini
illustri, pure le gesta da me operate potrebbero esser materia
di canto. In tal modo rende più attento chi ascolta. Narra Tul-
lio nell'orazione per Archia, che Alessandro Magno giunto al
sepolcro di Achille esclamasse — o te felice, che avesti Omero
banditore di tua fama — quasi esprimendo — volesse il cielo
che un altro Omero avess' io! E lo spirito aveva trovato una
tromba in Dante per la propria fama, della quale per altro
doveva esser pentito. Oppongono molti all'autore, perchè, do-
po aver ricordati tanti illustri antichi personaggi, faccia men-
zione di un uomo tanto vile? Ma si risponda, che il poeta le
tante volte trova in tali uomini una ragione di mostrarli, per-
' che secondano meglio di ogni altro i fini, e Io scopo dell' o-
pera sua: io son persuaso che quel re Latino, quel Turno, quel
Mesenzio tanto magnificati da Virgilio, non valessero tanto
quanto il conte Guido, il Mal a testa, il Maghinardo, emolti al-
tri, de' quali si parlerà in questo canto: ma come si deve per-
donare a Virgilio le lodi iperboliche ad essi accordate per-
chè egli ebbe uno scopo, così deve perdonarsi a Dante perchè
lo ebbe egualmente nelle lodi di questi, vedi che non incresce
a me et ardo ed è vero, che anche un tormentato, sembra
che non senta il tormento, quando tiene colloquio con un elo-
quente parlatore, dimmi se Romagnoli han pace o guerra. Il
conte era stato signore di Urbino, ed i suoi antecessori della
Marca d' Ancona: tutti di Montefeltro. Le gesta più clamorose
Rambaldi — Voi. 1. 41
642 INFERNO
del conte seguirono in Romagna: ecco la ragione della di lui
ricerca, se tu pur mo in questo mondo cieco in questa ottava
bolgia infernale? mondo cieco poi moralmente parlando , per-
chè quelli che si credono più acuti, ed astuti sono nel senso
di virtù i più ciechi caduto di quella dolce terra latina della
Romagna fra le altre provincie d' Italia la più amena e ferace
unde reco dalla quale traggo tutta mia colpa perchè ivi usai
di tutta la mia malignità, ed astuzia. Riteneva il conte, che
Dante fosse un astuto venuto al tormento.
Fu il conte valorosissimo nelle guerre di Romagna. Ne
ebbe diecisetie fortunate specialmente coi bolognesi. Questi
con numeroso esercito erano venuti a devastare i campi di
Faenza, ove i Lambertazzi, esuli bolognesi, eransi rifugiati
Tanno 1275. Ma il conte Guido prese sotto di sèi Lamber-
tazzi, e con molti de' suoi invase Bologna presso del ponte
s. Procolo. Si opposero i bolognesi avendo a capo Malatesta I
di Rimino, ma appena scontraronsi colle armi del conte, presi
da paura, tosto si misero a fuggire. Mentre una mano di fan-
teria li tratteneva e li riordinava in battaglia , sopravvenne il
conte, gridando che si arrendessero, altrimenti sarebbero stati
trucidati. Ricusarono, ma più stringendosi, si misero in istato
di non potere più usare delle armi. S' avvide il conte di tale
errore, e si precipitò su quell'ammasso di gente cogli esuli
Lambertazzi, che combattendo più con astio, di queHo che
con coraggio, fecero di quel mucchio strage miseranda. Il
conte arricchì delle spoglie de' vinti. Pretendono alcuni , che
non fosse il conte Guido, che operasse tale battaglia, ma
sibbene il conte del Panico eh' era per altro alla testa de' bo-
lognesi, e che nella fuga gridasse a' suoi— popolo marcio,
leggi gli statuti eh io fui di monte di Montefeltro uno de' ca-
stelli di Romagna sul monte. Quantunque di Romagna pure
CANTO XXVII. 643
questi conti ebbero la signoria delle Marche, come la ebbero
i Mala testa di Rimino , che a nostri giorni tennero il dominio di
Ancona, e di altre città, e come Uguccione della Faggiuola
pur di Romagna, che tenne Pisa, e Lucca di Toscana la intra
Urbino Urbino è città della Marca-Anconitana presso ai con-
fini di Romagna, dove questi conti ebbero dominio per lungo
tempo e l giogo tra il monte di Rimino di che il Tevero si dis-
serra dal qual monte o giogo ha origine iJ Tevere che viene
dalle Alpi, e le Alpi dividono la Romagna dalla Toscana. Il
Tevere è famoso per sé stesso, ed irriga Roma.
lo era seconda parte generale io era attento e chino in
giuso stava sul colmo del ponte col capo chino per ascoltare
quando l mio duca mi tocco da costa mi presse leggermente
il fianco colla mano per avvisarmi dicendo parla tu discorri
tu questi e latino sin qui parlò un latino con un greco, or tu
italiano parla collo spirito italiano, et io eh avea già pronta la
risposta giacché prima aveva immaginato di dovergli rispon-
dere incominciai a parlar senza indugio perchè conosceva
lo stato di Romagna, o anima che se laggiù nascosa chiusa
dentro la fiamma Romagna tua campo di tua fama non e e
non fu mai sanza guerra non è attualmente , e non fu mai
pel passato senza guerra ne cor dei suoi tiranni pei suoi ti-
ranni, che sempre pensano a guerre, ma hora in questo mo-
mento niuna palese vi lasciai nel 1300 non vi era guerra al-
cuna, che si conoscesse in Romagna. Il conte, come uomo di
parte, credeva non potesse avere mai quiete, specialmente dopo
il papato di Nicolò degli Orsini, ch'ebbe la Romagna da Ro-
dolfo imperatore. Il papa stesso mandò il fratello Bertoldo co-
me primo conte di Romagna insieme col cardinal Latino le-
gato, e da quel punto cominciarono i mutamenti, le gelosie,
i tumulti. Per me ritengo, che quattro fossero le cagioni per
644 INFERNO
cui la Romagna si ridusse a tanta desolazione; l'abuso per
avarizia di alcuni ecclesiastici, che alienarono or una, or un
altra terra, e si misero daccordo coi tiranni — i tiranni stessi
che sempre erano discordi fra loro a danno de' sudditi — la
fertilità de' terreni, che troppo alletta gli strani, ed i barbari
— l'invidia che regna fra gli stessi romagnuoli, e che Dante
descrive nel canto XIX del Purgatorio, ed esclama o roma-
gnoli tornati in bastardi.
Dante nel descrivere la Romagna incomincia da Ravenna,
sotto al dominio in quel tempo di Guido Novello da Polenta,
liberale, ed erudito, il quale sommamente onorò Dante in vita,
ed in morte. 1 signori da Polenta hanno nello stemma un'a-
quila metà bianca in campo azzurro, e metà rossa in campo
d'oro. Ravenna sta com e stata molt anni nello stato mede-
simo d'una volta. I aquila da Polenta, Polenta è un piccolo
Castello vicino a Bert inoro, dove nacquero i detti signori la
si cova Guido novello favoriva, e proteggeva i ravennati te-
nendoli sotto le proprie ali come l'aquila i pulcini suoi. Al
tempo di Dante Ravenna era tanto florida, quanto ora è de-
pressa, ed ei la loda per nobiltà ed antichità. La sola Chiesa
ravennate ebbe F elezione de' pastori come Roma si che Cervia
ricopre co suoi vanni l'aquila da Polenta copre coli' ali sue
anche Cervia, eh' è una cittadella posta sul lido dell' Adriatico
distante da Ravenna quindici miglia, che Dante chiama dipen-
dente da Ravenna, perchè sotto lo stesso dominio. Questa cit-
tadella ha la speciale fabbricazione del sale. 11 cardinal d'Ostia
legato di Bologna e Romagna soleva dire: abbiamo più dalla
piccola città di Cervia, che da tutta la Romagna.
Forlì trovasi quasi nel mezzo della Romagna, ed è città
grande, con gente guerriera. Il conte Guido la tenne lunga-
mente sotto il proprio dominio. Nell'anno 1282 papa Marti-
CANTO XXVII. 645
no III di Tours mandò in Romagna ser Giacomo d'Api a, ca-
pitano il più valoroso di Francia, ma nella sagacità molto al
disotto de' Romagnoli , e specialmente del conte Guido di Mon-
te fé Uro, che in Romagna, sostenendo il partito ghibellino, si
era reso potente, e forte. Giovanni d'Apia entrò in Romagna
con numeroso, e splendido esercito francese, ed appena si
presentò a Faenza, gli si diede a discrezione. Fermatosi in
Faenza , si mise a far guerra contro Forlì , e si persuase di pren-
derlo, se non per forza, almeno per tradimento. Ma Guido gli
lese un agguato, essendo molto a dentro nel conoscere la te-
merità de' francesi: fece dire al d'Apia, che quando alle ca-
lende di maggio fosse venuto coli' esercito di buon mattino
verso Forlì, gli si sarebbe aperta una porta della città. Cre-
dette esso all' ingannatore: andò di buon mattino, ed entrò in
città con una parte delle sue truppe, lasciando fuori l'altra
parte, cui disse, che stessero pronti al soccorso, quando fosse
stato necessario. Se poi fosse accaduto qualche sinistro, od il
contrario di quanto sperava, tutti quelli ch'erano rimasti fuori
dovessero unirsi in certo luogo, e sotto l' ombra di una quer-
cia antichissima. Il d'Apia con molti altri de' suoi percorsela
città senza trovar resistenza. All'incontro il conte Guido a gior-
no delle disposizioni date dal d' Apia sortì con tutte le sue
genti da Forlì, e con impeto si scagliò su quelli che si erano
ritirati sotto la quercia, e li mise in aperta rotta. — Intanto il
d'Apia, tenendo già sicura la presa della città, lasciava che
i soldati si sbandassero nelle case per saccheggiarle, ma Guido
sollecitamente con molti de' suoi rientrò in città, dopo avere
lasciata grossa fanteria sotto deHa quercia atteggiata nel modo
stesso de' francesi. — D' Apia rimase stordito alla vista di
Guido, e diede ordine, che i suoi scappassero fuori della
città, e sotto la quercia si ricovrassero. Ivi credendo di tro-
646 INFERNO
vare urt asilo, moltissimi trovarono invece fieri nemici, e fa
morte. Quelli che non poterono fuggire, presi nella città, fu-
rono sulla pubblica piazza trucidati. Cosi l'astuzia di Guido
bastò a distruggere uno splendido esercito francese. E mori-
rono anche molti valorosi italiani, e fra gli altri un parente di
Guido, che gli era nemico per ragioni ereditarie contrastate,
e Tebaldello, che apri le porte di Faenza al nemico, mentre
dormivano i difensori, e molti altri. Giovanni d' Apia per altro
ebbe la sorte di fuggire, e scornato e solo tornò a Faenza. Il
papa Martino irritato all' annunzio di tale disfatta, mandò nuo-
*
ve truppe a piedi ed a cavallo, ed il d' Apia ricuperò Forlì
Tanno dopo, di maggio, e distrusse ogni rocca, ed ogni
luogo di difesa. — Dante prende argomento da tale strage per
descrivere Forlì, che allora era sotto il dominio degli Ordelaffi
la terra Forlì che fé già la lunga prova perchè lungamente
fu sotto scomunica. La gente di Forlì è pronta a ribellarsi, e
tarda a cedere e di franceschi sanguinoso mucchio, vogliono
alcuni che fossero uccisi 1300 cavalieri: altri parlano di tale
strage diversamente, ma io ritengo la esposta più probabile, e
più vera sotto le branche verdi si ritrova sotto il potere de-
gli Ordelaffi, che portano nello stemma un leone verde per
metà sopra di un campo d'oro, con alcune liste nel mezzo
tre verdi, e tre dorate. Allora regnava Sinibaldo. Dante non
parla di Forlimpopoli forse perchè sotto lo stesso dominio,
castello piccolo, ed in decadenza, e che a miei giorni il le-
gato Sabinese rovesciò dai fondamenti , quasi trasportandolo
a Bertinoro.
Malatesta II, reggeva allora la città di Rimino. Nel con-
tado di Montefeltro trovasi un castello detto Penoabilli, nel
quale ebbero origine i Malatesta. L' uno d' essi fu tanto pro-
bo, e benefico, che meritò di essere fatto cittadino di Ri-
CANTO XXVI I. 647
mino, ed ivi costrusse una superba casa, e si distinse con
larghe donazioni alla città. Da lui nacque quel valoroso, ed
ardito Malatesta che conquistò Rimino nell'età di 22 anni»
e vinse il conte Guido presso Monte-Chiaro, dal quale fu poi
vinto presso il ponte di s. Procolo, come si disse. Da questi
venne quel Giovanni Sciancalo che uccise il fratello Paolo
insieme colla moglie Francesca; venne pure Malatestino, che
successe al dominio del padre, e da Malatestino venne Fer-
entino. Anche altro figlio ebbe il conquistatore di Rimino.
Pandolfo, che regnò dopo Malatestino insieme col nipote Fer-
rarono. Da Pandolfo nacque poi Malatesta tiranno sagacissi-
mo, e Galeotto tanto valoroso, e fortunato nelle armi , i quali
ora signoreggiano la massima parte della Marca-Anconitana.
il Mastin vecchio Malatesta seniore avo di quel sagacissimo
che ora tiene il dominio di Rimino e l nuovo da Verrucchio
Malatesta giovane nomato Malatestino, che chiama mastino
metaforicamente , quasi voglia dire, gran tiranno, perchè il
mastino è un cane grosso, forte, violento, rapace, e che dif-
ficilmente lascia la preda, da Verrucchio. È questo un castello
del contado di Rimino, che diede il nome ai Malatesta, in
quanto i riminesi lo donarono ad un Malatesta antico, che a-
*
veva ben meritato della repubblica. 1 Malatesta ebbero origine,
come si disse da Pennabilli di Montefeltro che fece l mal go-
verno di Montagna Montagna è nome proprio di un nobile
guerriero di Rimino, capo del partito ghibellino, che preso
con altri fu dato in custodia a Malatestino. Questi dimandò
cosa doveva farsi di Montagna, e gli fu risposto — stia sotto
fida custodia tanto che se voglia affogarsi non possa, quan-
tunque vicinissimo al mare — e dopo altre consimili inchie-
ste e corrispondenti risposte gli fu detto in ultimo si dubita
che tu noi sappia custodire Malatestino fatto riflesso alle ulti-
64S INFERNO
me risposte, fece scannare il Montagna con altri di lui com-
pagni. A ragione dunque l'autore lo chiama mastino, ed ag-
giunge fan de denti succhio fan de' loro denti trivello, lace-
rano, fanno strage la dove sogliono nelle terre loro soggette.
Faenza altra città di Romagna allora sotto il dominio di
Maghinardo Pagano. Fu quesli nobile castellano ne' monti so-
pra Imola, e tanto potè colla probità, che da piccolo castel-
lano, riuscì padrone di Forlì, Faenza, ed Imola, tre città di
Romagna. Nel 1290 Stefano da Ghinazzano, romano, mandato
conte di Romagna dal papa, fu imprigionato in Ravenna dai
Signori da Polenta nel giorno 12 novembre. Maghinardo colse
quella occasione, e s'impossessò di Faenza. 1 bolognesi imi-
tandolo, rapidamente corsero verso la città d'Imola, e spia-
narono rocche, e ripari, e riempirono le fosse che la difende-
vano. Il papa allora spedì il conte Bandino de' Guidi da Romena
vescovo di Arezzo, il quale ridusse tutto all'obbedienza. Nell'an-
no seguente poi ai 24 dicembre, in domenica , e di notte, Maghi-
nardo in compagnia di molli nobili, di sorpresa occupò la
città di Forlì, ed ivi fece prigione Aghinolfo da Romena fra-
tello del vescovo suddetto. Poscia assediò Cesena, dove dimo-
rava lo stesso Aghinolfo. In seguito nel 1296 Maghinardo, so-
stenendo guerra coi bolognesi per ragione di Forlì, fece alle-
anza con Azzone III marchese d'Este, che contemporaneamente
preparavasi alla guerra contro de' bolognesi , ed agli il di a-
prile si portò coir esercito sopra Imola tenuta dai bolognesi,
e prese la città con molto danno e vergogna di quelli che la te-
nevano, facendo moltissimi prigionieri; dicesi, quasi quattro
mila, conduce il lioncel dal nido bianco Maghinardo nello
stemma aveva un leone azzurro in campo bianco la citta di
Lamone Faenza, ed il Lamoneè il fiume che vi scorre presso
le mura, e di Santerno.
CANTO XXVII. 649
Imola ha vicino alle mura il fiume Santemo, che ha ori-
gine dalle montagne dell' Apennino secondo Plinio nella storia
naturale. Imola fu detta un giorno Foro di Cornelio, e nella co-
smografia che Augusto fece fare di tutto il mondo si enumerò
fra le città famose a testimonianza di Alberto Magno nel libretto
della Natura de1 luoghi. Così nomata , perchè si fondò da Cor-
nelio romano, della famiglia de' Cornelii , dalla quale vennero i
famosissimi Scipioni. Città, che quantunque piccola, spesso
produsse grandi, e nobili ingegni. Ma parlando di patria po-
trei destare sospetto di troppo amore e mi servirò invece
delle parole del Maestro delle leggende. Son gPimolesi acuti
d'ingegno, eloquenti nel dire, valorosi nell'armi, perlopiù
audaci: professano la fede cattolica. Fu detta Imola da imo-
lare dopo convertita alla vera fede, quasi sagrifiziodi lodi a
Dio; che imolo è greca parola, della quale spesso facci ani
uso, pregando Dio, e ne' giorni pontificali. — Anche Imola
al tempo di Dante era sotto il dominio di Maghinardo, il
quale aveva poco buon nome perchè Ghibellino in Romagna
mostravasi poi Guelfo in Toscana; perciò dice di luì che muta
parte dalla state al verno la Romagna è più esposta al set-
tentrione, e quindi molto fredda; la Toscana invece è più e-
sposta al mezzogiorno, e per conseguenza più calda. Maghi-
nardo era della stirpe de' Pagani , e fu della parte ghibellina
in Romagna, ed in ogni dove; ma in Toscana, molto amando
i fiorentini, mostravasi anche Guelfo, in quanto ch'era ne-
mico di tutti i nemici de' fiorentini, fossero essi o dell'uno,
o dell'altra parte. Mostrò apertamente l'amore pei fiorentini,
perchè fin che visse fu sempre in loro aiuto, e soccorso. Ed
era ragionevole l'amor suo, imperocché il di lui padre Paga-
no, morendo, avevalo lasciato fanciullo, circondato da ne-
mici — dagli Ubaldini — Guidi — ed altri, e poslo sotto tu-
650 INFERNO
tela, e difesa del Comune di Fiorenza , che corrispose alle rac-
comandazioni paterne colle cure, e coir educazione. Grato al
Comune, mostrò l'affetto suo nel conflitto presso Riviera, io
cui tanto valorosamente superò e vinse le forze della parte
ghibellina.
Tenne Dante per ultima Cesena, come la sola che a quel
tempo godeva della sua piena libertà senz' ombra di tirannia.
e quella città di Cesena cui il Savio bagna il fianco il Savio
è un fiume che scorre a fianco di Cesena si vive in $tato
franco vive in uno stato libero tra tirannie perchè da una
parte erano i Malatesta in Rimino , dall' altra gli Ordelaffi in
Forlì, e i da Polenta in Ravenna cosi com ella sie tra l piano
e l monte Cesena è piana tutta fuori della parte che dicesi mu-
rata, ed ha nella parte montagnosa una bellissima rocca. Su-
pera tutte le altre parti in fertilità, e produce ottimi fichi —
Dopo aver Dante esposto lo stato delle diverse città di Roma-
gna ora ti prego che me conti chi se ora dimmi chi sei tu ,
e si persuade di saperlo per due ragioni: la prima per la usata
benevolenza non esser più duro a rispondermi che altri sia
stalo di quello che io sia stato : la seconda scongiurandolo per
quanto bramano più avidamente gli uomini se l nome tuo nel
mondo legna fronte se duri lungamente tua fama, quale ora
è assai grande.
Poscia terza parte generale — Il conte Guido narra il te-
nore di sua vita mondana , il modo di sua conversione, e la ca-
gione di sua dannazione, il vento la fiamma si agitò dalla voce
che voleva emettere lo spirito racchiuso mosse l escuta punta
di qua di la movendo in varie maniere la punta secondo che
lo spirito moveva la lingua. Finché Dante parlava, la fiamma
tendeva sempre all' insù ; ma quando cominciò lo spirito , la
fiamma si piegava a seconda della voce poscia eh el ebbe rugia-
capo xxvu. 651
to alquanto dopo eh' ebbe quasi ruggito alcun poco al modo
suo nei modo solito di parlare et poi die cotal fiato ed infine dis-
se tali parole. 11 conte protesta di non cercar fama questo fuoco
staria sanza più scosse la mia lingua non pronuncerebbe
molte parale s io credessi che mia risposta fosse a persona che
mai tornasse al mondo non poteva quello spirito vedere Dante
ch'era ancor vivo, e molto meno pensava che fosse per tor-
nare al mondo. Né maravigliarti, che il conte sdegnasse fama,
perchè fu recidivo nelle frodi. Essendo ancora fra le ricchezze,
gli sarebbe stata sconveniente la veste di frate minore, così la
fama che gli diede l'astuzia mentre era un tiranno, gli tornava
poscia ad infamia essendo frate senza tema d infamia ti ris-
pondo perchè non potrai di me portar notizie nel mondo — pe-
rò che alcuno torno giammai vivo di questo fondo imperoc-
ché niuno potè mai sortire vivo da questo inferno sio odo il
vero: colui che invecchia , e prende abito alle frodi , rare volte,
o mai se ne allontana.
Io fui uom darmi perchè operai molte, e difficili guer-
re e poi fui Cordeliero e poi fui frate minore. In lingua
francese tai frati nomansi Cordelieri per la corda che por-
tano alla cinta credendomi si cinto fare ammenda spe-
rando che tal abito di umiltà, e di miseria mi valesse il
perdono de' miei peccati ; ma niuno lo credette. Un dome-
stico di Malatesta mi contò, che ser Guido aveva vestito
T abito di frate minore , e cercò a tutta possa , che non fosse
nominato guardiano di Rimino e certo il creder mio veniva in-
tero certo; perchè sembrava veramente pentito, avendo rigo-
rosamente osservata la regola , e pazientemente sofferta la po-
vertà. Spesse volte fu visto in pubblico , e per la città di Ancona
stendere la mano per un tozzo di pane. Quando mori, e fu se-
polto in Ancona, molte virtuose operazioni si contarono di lui
652 INFERNO
ed io porto dolce speranza ch'egli sia salvo, se non fosse el
gran Prete cioè Bonifacio Vili. Questo papa guardato con oc-
chio mondano fu non già grande, ma massimo, perchè primo
a tenere, e condurre vita spendida , magnifica , imperiale a cui
mal prenda cui male avvenga, e morì difatti di affanno e di
rabbia che mi rimise nelleprime colpe nelle prime frodi, ed in-
ganni di guerra e voglio chem intenda qualunque tu sia come
et quare in qual maniera, e per qual motivo Bonifacio mi ri-
mise nel sentiero della colpa.
Le opere mie non furon leonine , ma di volpe guer-
reggiando, non solo feci uso della forza, ma spesso an-
cora mi servii della frode mentre eh io fui forma men-
tre che fui formato d ossa e di polpe — die mia madre mi de
finché vissi nel mondo sotto di umana figura io seppi li accor-
gimenti fui oculato, e circospetto e tutte le coperte vie appre-
si, ed imparai. Valerio Massimo dice, chela malizia merita più
lode in occulto sentiero, di quello che in una pubblica , ed a-
perta via e si menai lorarte tanto pulitamente, e cautamente
che al fin de la terra il son ne già la fama giungeva sino al-
l'estremo occidente, e volò oltre Alpi, e per tutte le Gallie,
dove Giovanni d'Apia era tenuto invincibile. Ma a guisa di
esperto nocchiero mi convertii, e disprezzai ciò che pria mi
piacque neWz passata età. attor m increbbe mi angustiò quan-
do mi vidi giunto in quella par te di mia etate quando giunsi
alla vecchiaia dove ciascun dovrebbe celar le vele e coglier
le sarte calare le vele della nave, e raccogliere le funi. Meta-
fora bellissima! II nocchiero deve accogliersi in porto a riposo
delle sofferte fatiche, e perigli : del pari lo deve il capitano,
che a lungo faticò sotto mura nemiche onde acquistare ono-
re, potere, e gloria; e tenti raccogliere vele, e sarte, ov-
vero le malizie, o le frodi usale per conseguirli, e provve-
CANTO XXVII. 653
«tersi del porto dell'eterna salute, gettando l'ancora, o la
speranza in Dio, esclamando col sapiente — vanità di vanità —
lutto vanità e pentuto e confesso mi rendei mi consacrai a Dio.
La prima parte di conversione è la contrizione del cuore; la
seconda la confessione della bocca : la terza la fermezza del
proposito, ma in quest' ultima dice d'essere stato impe-
dito da Bonifacio, ahi rniser lasso ahimè sventurato! e gio-
vato mi sarebbe se non fosse stato quel pontefice, che me ne
distolse.
Per intelligenza di quanto segue, sappi che nel 1297 nac-
que in Roma un fiero tumulto, perchè il papa Bonifacio, a-
vendo concepito odio implacabile contro i Colonna, (due car-
dinali de' quali Giacomo e Pietro furono contrarli alla di lui
elezione, e Sciarra Colonna si era prese alcune mummie dal te-
soro) comandò, cheque'due cardinali deponessero il cappello,
e le insegne cardinalizie. Non avendo essi ubbidito, il papa
tolse agli altri tutti di quella famiglia i beneficii, e gli onori.
Ordinò, che si distruggessero! loro palazzi, assediò i loro
castelli: presi, li demoliva, o li donava agli Orsini per ren-
derli infesti ai Colon nesi. I castelli che non poteva conquista-
re, cercava ottenerli con patti; ma non arrivando a prendere
la città di Preneste inespugnabile, in un consiglio che adunò,
seppe, che Guido di Montefeltro aveva vestito l'abito religioso
tra i frati minori, e ch'esso solo sarebbe stato capace di com-
piergli ogni desiderio. Gli mandò pertanto ambasciatori, per-
chè si togliesse dall'ordine, e si mettesse a capo delle armi
contro de' nemici cardinali Colonna. Questi fermamente ricusò
di prestarsi, ed allora il papa si limitò a pregarlo, che gl'in*
segnasse almeno il modo da seguirsi per soggiogarli. — Ris-
pose Guido prometti molto, e mantieni poco. Bonifacio allora,
usando del suggerimento, fece sapere ai nemici che avrebbe
654 INFERNI
usata misericordia, purché facessero quanto era conveniente
alla grandezza del proprio stato. 1 cardinali si rallegrarono,
ed assunta nera veste, con volto lagrimoso si gettarono a' piedi
del pontefice, confessando le proprie colpe, ed imploran-
do perdono. Bonifacio , dopo acerba redarguzione , promise
loro il perdono, e di restituirli interamente. Àddimandòla
resa di Preneste, e P ottenne: distrusse Preneste, e fece co-
struire dalle macerie di Preneste altra città che nomò città
papale. Poscia fece improvvisamente legare Zanni da Cecca-
no parente dei Colonna nobile, e potente personaggio, e lo
seppellì in orrendo carcere; perlocchè i cardinali spaventati
fuggirono nascondendosi presso degli amici con tanta pre-
cauzione che s' ignorava perfino se vivessero. Il papa giudi-
candoli ribelli, e recidivi li aveva banditi. Gli altri della fa-
miglia Colonna essi pure si sbandarono in diverse parti d'I-
talia, finché Bonifacio preso da Sciarra Colonna con quell'arte,
eh' egli aveva usato coi Colonnesi , terminò infelicemente
la vita.
Lo principe de nuovi Farisei avendo guerra presso La-
tetano coi Colonnesi nelP assedio di Preneste e non con Sa-
racin ne con Giudei che ciascun suo nemico era cristiano
e non saraceno, od altro infedele; in proposito del che è ne-
cessario sapersi quanto segue.
Nell'anno 1290 il Soldano di Babilonia di Egitto, fatto gran-
dissimo apparato, con esercito numerosissimo, passati i de-
serti, giunse in Siria, ed assediò la città d' Acri. Si dice, che
la cagione dell' assedio fosse la seguente. I saraceni prima di
quel tempo avevano scacciati i cristiani dalla città di Antiochia,
da Tripoli e da altre terre, che i cristiani tenevano presso del
mare. Acri per altro si era molto ingrandita e per merci , e
per forza, tanto più che in Siria i cristiani non tenevano al-
CANTO xxvu. 655
tra (erra. E tal città crebbe in modo che il re di Gerusalem-
me, il re di Cipro, i principi di Antiochia, la Congrega-
zione del tempio, l'Ospitale di s. Giovanni , i legati del pa-
pa, ed i presidi del re di Francia, ed Inghilterra, tutti
facevan capo in Acri , dove trovavansi quasi diecisette do-
mimi, e ciascuno aveva giurisdizione di sangue, locchè ge-
nerava spesso confusione, e disordine. Allora era tregua fra
i cristiani, e saraceni, ed in Acri trovavansi più di dieciot-
to mila pellegrini distinti dalla croce, i quali privi di mezzi
di sussistenza, cominciarono a violare le donne, a saccheg-
giare, e scannare i saraceni, che portavansi ad Acri nella
sicurezza della tregua con merci e vettovaglie; perlocchè il
Soldano gravemente offeso, mandò ambasciatori ai re, chie-
dendo la pronta restituzione delle cose tolte, e che fossero
severamente puniti i violatori della tregua. A tali giuste di-
mande, assentite dal gius delle genti, non si diede da quelli
d'Acri alcuna soddisfacente risposta, seppure non si negarono
apertamente, ed il Soldano raccolto numerosissimo esercito,
venne sopra la città, riempiendo il circuito di essa con armi
per lo spazio di dodici miglia, e la prima operazione militare
fu di riempire le fosse di circonvallazione. Da un lato superò il
primo cerchio, o cinto di muri: poi fece cadere il secondo a
forza di macchine: prese indi un'altissima torre chiamata la
Maledetta, e ad onta di tali vantaggi non potevasi prendere la
città, perchè quanto rovinavano i saraceni, i cristiani di notte
riedificavano, o restauravano, chiudendo i fori con sacchi di
lana, o di bombace. Il maestro generale del tempio, che ne avea
la custodia con molta prudenza e valore difendeva la città ,
ma per caso ferito in un braccio da una saetta avvelenata in
poco tempo morì; per la cui morte i cristiani, insubordinati,
o discordi, male provvidero alla città, e si avvilirono, e ten-
656 INFERNO
tarono, potendo, di darsi alla fuga. I saraceni all'incontro sem-
pre avanzando, entrarono armata mano nella città, e truci-
darono qualunque scorgevano, facendo strage, per quanto di-
cesi,di sessantamila uomini, rubando lutto, mettendo in ischia-
vitù i risparmiati nella strage, sicché recarono danno fra case,
e persone infinito. Poscia spianarono le mura della città;
col ferro e col fuoco devastarono ogni contado, e la cristianità
andò ramminga, non avendo più ricovero in quelle parti, e
fuggì misera, e nell'ultima desolazione. Ed il massimo danno
provenne dalla perduta località, perchè Acri era di faccia al
mare, nel centro della Siria, quasi nel mezzo del mondo, lon-
tano solo settanta miglia da Gerusalemme, frontiera, e porto
delle mercatanzie e di oriente e di occidente, e delle genti di
ogni idioma , cosicché poteva ritenersi alimento del mondo. -E
la sventura accadde per giusto giudizio di Dio, perchè ivi era
la sentina di ogni vizio, più che in ogni altra città cristiana.
Acri una volta chiamavasi Joppa, presa e distrutta da Caio Ce-
stio duce de* romani al tempo di Nerone, e poscia da Vespa-
siano, come scrive Giuseppe nelle guerre giudaiche ne guardo
in se sommo o/fitio ne ordini sacri né trattenne Bonifacio
P essere sommo sacerdote ne in me — quello capestro quella
corda o cordone che solea far i suoi cinti piumacri che so-
lea rendere i frati minori più magri di quel che erano allora.
Così Guido allega tre motivi — il sommo pontificato — l'or-
dine sacerdotale rispetto al petente, e l'abito di s. Francesco
rispetto al richiesto. Siccome Costantino sommo imperatore
dimandò al papa Silvestro un rimedio contro la lebbra, così
Bonifacio pontefice sommo ricercò il conte Guido di dargli un
consiglio per conseguire una vendetta, ma questi il papa mi
chiese per maestro essendo stato io molto esperto nelF armi
a guarir de la sua superba febre chiama metaforicamente
CANTO XXV11. 657
febbre l' ira di' Bonifacio come Costantin chiese Silvestro
dentro Sciratti monte Soratle distante da Roma quaranta mi-
glia circa a guarir de la lebbre Costantino coperto da lebbra.
11 monte Soratte è aspro, e selvaggio: famoso anche presso
i cristiani, perchè ivi menò vita solitaria il papa Silvestro. In
tal luogo Silvestro ebbe quella dote da Costantino, che rese
Bonifacio più superbo. Per due anni stette nascosto in tal
monte Arnolfo zio di Carlo Magno, lasciando il regno di Fran-
cia a Pipino suo fratello. Il paragone serve al proposito: Co-
stantino imperatore ricercò Silvestro papa nascosto nel monte
a penitenza, perchè lo liberasse dalla lebbra: Bonifacio papa
romano ricercò il conte Guido ne' chiostri de* frati Minori do-
ve viveva assorto in vita contemplativa, perchè lo curasse dalla
febbre, dall' ira. E siccome Silvestro nell' andare da Costantino
temeva la morte, così il conte Guido ricusava di prestarsi a
Bonifacio per timore della morte morale. Ma Silvestro diede
più utili consigli a Costantino di quel che Guido a Bonifa-
cio: quegli istruì Costantino a professare la vera fede, questi
istruì Bonifacio a tradirla, domandommi consiglio et io ta-
cetti ricusando a primo aspetto di prestarmi perche le sue pa-
role parver ebbre per ira, e poi mi cime negando iodi dargli
consiglio tuo cor nonsospecti non paventare, rispondendomi,
di far peccato, perchè /ìnor t assolvo fin da questo momento
ti assolvo dal peccato etum insegna come Penestrino in ter-
ra getti perchè aveva già fissato di distruggere quella città.
Preneste fu città antichissima presso Roma, della quale fa
spesso menzione Tito Livio: spesso si ribellò contro i ro-
mani , e spesso fu presa, lo del posso serrare e disserrare
posso chiudere, ed aprire il cielo, aggiunse Bonifacio come
tu sai tu cristiano, e frate minore pero son due le chiavi
scienza, e potere. Tu sai che son papa e sapiente, ed era
Rambaldi — Val. i. 42
658 INFERNO
veramente late. Delle chiavi si parlerà nel canto IX del Pur-
gatorio, che l mio antecessor Celestino non ebbe care come
si vide. Altrettanto diceva Cesare di Lucio Siila nell'atto, che
rinunziava la dittatura. Ma Bonifacio neppure colla morte su-
gli occhi avrebbe rinunciato al papato.
Li argomenti gravi del pontefice la u el tacer mi fu av-
viso el peggio io riteneva male rispondere, e peggio il tacere,
e così volli piuttosto contro coscienza compiacere a Bonifa-
cio, di quello che negarmi alle di lui ricerche con danno, e
perdita dell'anima mia. Gli diedi quindi un consiglio iniquo
et dissi patre o padre, ed il papa è padre de' padri, e padre
santo longa promessa con l attender corto prometti molto,
e mantieni poco ti farà trionfar nell alto seggio nella sede
papale; E niun capitano trionfò con tanta nequizia de' nemici,
da che tu mi lavi mi assolvi di quel peccato ove ino cader deg-
gio dunque conosceva, che avrebbe peccato. Alcuni sofistican-
do pretendono, che il consiglio possa trarsi a buon senso, ed
interpretano così — prometti , e tosto adempì quanto promet-
testi— ma ciò sarebbe apertamente contrario all'intenzione
di Dante, che volle nel consiglio la grave colpa, e poco presso
dice — perche diede il consiglio frodolente. Si scusa poi Guido
aggiungendo Francesco s. Francesco mio protettore venne poi
per me in compagnia di altro frate per portarmi seco in cielo
coni io fui morto giacché al momento che l'anima si separa dal
corpo vola alla gloria, od alla pena ma un de neri Cherubini
ma un angelo delle tenebre venendo incontro a s. Francesco co-
me avrebbe fatto Cheruòin ardente nell'amore di Dio li disse
nelportare teco non mi far torto perchè è colpa usurpare i
diritti altrui, e questi é di mio diritto, e quindi venir se ne dee
giù all'Inferno tra miei meschini fra i dannati perche diede l
consiglio frodolente a Bonifacio. Non vi fu lotta fra s. Fran-
CANTO XXVII. 659
cesco, ed il demonio; ma l'autore vuol significare, che Guido
al punto di morte soffrì tal lotta fra la speranza di salvezza,
perchè fece penitenza, che non è mai tarda, e s. Francesco lo
protesse: dall' altra parte gli faceva contrasto la lunga vita di
frodi, lo sparso umano sangue, la recidività.
Anche nell' anno 1386 da Onorio papa fu il conte Guido
messo ai confini, od in esiglio dalla Romagna, e relegalo in Asti.
Era allora conte di Romagna Guglielmo Durando di Provenni
chiarissimo giurisperito, autore del libro — Speculum in jure
utroque— per cui fu detto speculatore. Stette paziente due an-
ni, ma poscia violati i confini , corse a Pisa e fu creato capitano
de' pisani colle più ampie facoltà nel tempo dell'acerba morte
del conte Ugolino. — - Qui Dante usa delPantipofora, risponden-
do alla tacita obbiezione, che poteva farsi , dedotta dall'assolu-
zione ch'ebbe da Bonifacio prima del peccato che solver non
si può chi non si pente tocche è chiaro per la stessa defini-
zione della penitenza, la quale è pianto di peccato commesso,
e proposito di non commetterne de' nuovi ne pentere e volere
ensieme puossi per la contradition che noi consente assol-
vere prima della commission della colpa sarebbe lo stesso che
pentirsi, e non pentirsi. Ma prevalse I' argomento del demonio
ahi me me misero dolente come male me riscossi ! come mi la-
sciai adescare dal diavolo! peccai nella speranza o certezza di
futuro perdono, ed è questo un peccato contro lo Spirito Santo !
quando mi prese dicendomi tu non pensavi forse eh io loico
fosse tu non pensavi che potessi sciogliere i tuoi obbietti con
cui ingannasti la tua coscienza, a Minos mi porto Minos fi-
gura il giudizio della coscienza egli Minosse attorse otto volte
la coda al dosso duro e così lo condannò all' ottava bolgia
e disse questi e di rei è questi un reo degno di pena del foco
furo giacché ogni fiamma rapisce uno spirito, e lo nasconde
560 INFERMO
poi la si morse la coda per gran rabbia per disperazione
perche ed ecco il motivo son perduto la dove vedi per cui
sono punito e si vestito andando in fiamme ardenti mi ran-
euro mi dolgo, la fiamma dolorando si pdrtio — torcendo e
dibattendo l corno acuto torcendo la lingua nel racconto agi-
tata quand egli ebbe l suo dir cosi compiuto noi passam ol-
tre io e l Duca mio progredimmo nel cammino sopra lo sco-
glio sopra il ponte infin in su laltr arco sulP altro ponte, od
arco di ponte che trova el [ossola nona bolgia in cui son pu-
niti i scismatici in che si paga il fio a quei che scommettendo
acquistavi carco il peso della colpa , e della pena , seminando
discordie nel dogma.
CANTO XXVIII.
tksto MODsano
Chi poria mai pur con parole sciolte
Dicer del sangue e delle piaghe appieno,
Che ora vidi, per narrar più volte? 3
Ogni lingua per certo verria meno
Per lo nostro sermone e per la mente,
Ch'hanno a tanto comprender poco seno. 6
Se s'adunasse ancor tutta la gente,
Che già in su la fortunata terra
Di Puglia fu del suo sangue dolente 9
Per li Troiani, e per la lunga guerra
Che dell' anella fé' sì alte spoglie,
Come Livio scrive, che non erra: 12
Con quella, che sentio di colpi doglie
Per contrastare a Roberto Guiscardo ,
E l'altra, il cui ossame ancor s'accoglie 15
A Ceperan, là dove fu bugiardo
Ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
Ove senz'arme vinse il vecchio Alardo: 18
E qual forato suo membro, e qual mozzo
Mostrasse, d'agguagliar sarebbe nulla
Al modo della nona bolgia sozzo. 21
Già veggia per mezzul perdere o lulla,
Com'io vidi un, così non si pertugia,
Rotto dal mento in fin dove si trulla. 24
662 INFERNO
Tra te gambe pendevan le minugia;
La corata pareva, e il (risto sacco
Che merda fa di quel che si trangugia. 27
Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
Guardommi, e con la man s'aperse il petto
Dicendo: or vedi, come io mi dilacco; 30
Vedi come storpiato è Maometto;
Dinanzi a me sen va piangendo AH
Fesso nel volto dal mento al ciuffelto: 33
E tutti gli altri, che tu vedi qui,
Seminator di scandalo e di scisma,
Fur vivi ; e però son fessi cosi. 36
Un diavolo è qua dietro, che n'accisma,
*
Sì crudelmente, al taglio della spada
Rimettendo ciascun di questa risma, 39
Quando avem volta la dolente strada;
Però che le ferite son richiuse
Prima ch'altri dinanzi li rivada. 42
Ma tu chi sei, che in su lo scoglio muse,
Forse per indugiar d'ire alla pena,
Ch'è giudicata in su le tue accuse? 45
Né morte il giunse ancor, né colpa il mena,
Rispose il mio Maestro, a tormentarlo;
Ma per dar lui esperienza piena, 48
A me, che morto son, convien menarlo
Per lo Inferno quaggiù di giro in giro:
E questo è ver cosi, com'io ti parlo. 51
Più fur di cento, che quando Y udirò,
S'arrestaron nel fosso a riguardarmi,
Per maraviglia obliando il martiro. 84
Or di' a Fra Dolcin dunque che s'armi,
CANTO XX Vili. 663
Tu che forse vedrai il Sole io breve,
S'egli non vuol qui tosto seguitarmi, 37
Sì di vivanda, che stretta di neve
Non rechi la vittoria al Noarese,
Ch'altrimenti acquistar non saria lieve. 60
Poiché l'un pie per girsene sospese,
Maometto mi disse està parola,
Indi a partirsi in terra lo distese. 63
Un altro, che forata avea la gola
E tronco il naso iofin sotto le ciglia,
E non area ma che un'orecchia sola, 66
Restato a riguardar per maraviglia
Con gli altri, innanzi agli altri aprì la canna,
Ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia; 69
E disse: o tu, cui colpa non condanna,
E ch'io vidi già in terra Latina,
Se troppa simiglianza non m'inganna, 7J
Rimembriti di Pier da Medicina
Se mai torni a veder lo dolce piano ,
Che da Vercello a Marcabò di eh ina. 75
E fa sapere a' duo miglior di Fano,
A messer Guido ed anche ad Angioletto
Che, se l'antiveder qui non è vano, 78
Gittati saran fuor di lor vasello,
E inazzerati presso alla Cattolica,
Per tradimento d'un tiranno fello. 81
Tra l' isola di Cipri e di Maiolica
Non vide mai sì gran fallo Nettuno,
Non da pirati , non da gente Argolica. 84
Quel tradì tor, che vede pur con l'uno,
E tien la terra, che tal eh' è qui meco,
fitU INFERNO
Vorrebbe di vedere esser digiuno, 87
Farà venirli a parlamento seco;
Poi farà sì , che al vento di Focara
Non farà lor mestier voto né preco. 90
E io a lui: dimostrami, e dichiara,
Se vuoi ch'io porti su di te novella,
Chi è colui dalla veduta amara. 93
Allor pose la mano alla mascella
D'un suo compagno, e la bocca gli aperse
Gridando: questi è desso, e non favella; 96
Questi, scacciato, il dubitar sommerse
In Cesare, affermando che il fornito
Sempre con danno l'attender sofferse. 99
0 quanto mi pareva sbigottito
Con la lingua tagliata nella strozza,
Curio, che a dicer fu così ardito! 103
E un, ch'aveal'unae l'altra man mozza,
Levando i moncherin per l'aura fosca,
Sì che il sangue facea la faccia sozza, 105
Gridò: ricorderaiti anche del Mosca,
Che dissi, lasso! Capo ha cosa fatta,
Che fu il mal seme della gente Tosca. 108
E io v'aggiunsi: e morte di tua schiatta;
Perch'egli accumulando duol con duolo
Sen gio, come persona trista e matta. Ili
Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
E vidi cosa, ch'io avrei paura,
Senza più prova, di contarla solo; 114
Se non che coscienzia mi assicura ,
La buona compagnia che l'uom francheggia
Sotto l'usbergo del sentirsi pura. 117
CANTO XXVIII. 66$
lo vidi certo, e ancor par ch'io '1 veggia,
Un busto senza capo andar, sì come
Andavan gli altri della trista greggia. 120
E il capo tronco tenea per le chiome
Pesol con mano a guisa di lanterna.
E quei mirava noi, e dicea: o mei 123
Di sé faceva a sé stesso lucerna;
E eran due in uno, e uno in due;
Com' esser può, Quei sa, che sì governa. 126
Quando diritto a pie del ponte fue
Levò il braccio alto con tutta la testa ,
Per appressarne le parole sue, 129
Che furo: or vedi la pena molesta
Tu che, spirando, vai veggendo i morti,
Vedi s' alcuna è grande come questa. 132
E perchè tu di me novella porli,
Sappi ch'io son Bertram dal Bornio, quelli,
Che al re giovane diede i mal conforti. 135
Io feci il padre e il figlio in sé ribelli:
Achitòfel non fé' più d'Absalone
E di David co' malvagi puntelli. 138
Perch'io partii così giunte persone,
Partito porto il mio cerebro, lasso!
Dal suo principio, eh' è in questo troncone:
Così si osserva in me lo contrappasso. 142
COMMENTO DI BENVENUTO
Pena de' scismatici nella nona bolgia. Il canto dividesi in
quattro parti generali: nella prima— pena de' scismatici: nella
seconda — pena di un scismatico antico, e di un scismatico mo-
derno già veggio ecc. nella terza — pena di altro scismatico
666 INFERNO
moderno, che preconizza la morte miseranda di alcuni un
altro ecc. nella quarta — pena di due moderni scismatici et
un che avea ecc.
Siccome la pena consiste in una quantità innumerevole
di piaghe, Dante incomincia a descriverle con un' esclama-
zione. Quale descrizione, die' egli, in versi od in prosa
basterebbe a mostrare la varietà, ed infinito numero di pia-
ghe, che io vidi ! Chi quale storico paria mai dicere che il
dire è proprio dell' oratore del sangue e delle piaghe a pieno
che ora vidi mentalmente nella nona bolgia per narrare o
parlare più volte Azio che ripetesse non una, ma mille volte il
discorso sulla stessa materia pur a parole sciolte sciolte dal
legame del metro. Ed è invero più facile scrivere in prosa,
che in versi, osi scriva in epico od in basso stile; imperocché
la prosa somiglia la strada per la quale passano gli uomini e
gli animali tutti. Il metro all'incontro somigliai! sentiero pel
quale si va con difficoltà. Ecco perchè mille scrivono in prosa,
e pochissimi in versi ogni lingua copiosa, ed espressiva che
sia per certo veria meno certo mancherebbe per lo nostro
sermone e per la mente a dimostrarne la infinità, eh anno
poco senno poca, e scarsa facoltà a comprender tanto tanta
quantità, tanto numero, se s adunassero ancora quando si
unissero a descriverli. A maggiore dimostrazione di tanto nu-
mero di piaghe Dante scorre varie battaglie operate in Italia,
e conclude, che la moltitudine delle ferite di quelle guerre è
un nulla in confronto delle piaghe qui vedute. La prima batta-
glia è quella di Enea con Turno re de'Rutuli , nella quale fu ver-
sato molto sangue, come fu detto nel primo canto se s adu-
nasse ancora si ridunassero in un punto tutta la gente tutti i
guerrieri che già fu dolente de lor sangue del cui sangue ver-
sato si pianse per li Trojani che vennero in Italia con Enea
CAPO XXVI!!. 667
in su la fortunata terra di Puglia fortunata pei vincitori.
Anche nel canto terzo chiamò fortunata quella terra nell' A-
frica, in cui Scipione ebbe vittoria di Annibale. Ma la fortuna
della Puglia fu sinistra, perchè soffrì terribili conflitti, ed
atroci battaglie, come si vedrà.
La seconda battaglia più sanguinosa di ogni altra verrà
ristretta in pochi detti. Amilcare duce de' cartaginesi, chia-
mato Marte, od altro Dio della guerra ebbe quattro figli, An-
nibale , Asdrubale, Amone, e Magone; e gloriavasi di averli
educati come quattro leoni a danno del popolo romano, ma
secondo Valerio a danno di sé stessi , e delia patria loro. An-
nibale primogenito, cresciuto fra Tarmi, ardente per odio
contro i romani, assuefatto agli stenti guerreschi fino dall'età
di nove anni, mentre il padre faceva sagri fui, accostandosi
all'ara, giurò, che al primo libero esercizio di sue facoltà
sarebbe stato il nemico più animoso del popolo romano; e
di fatto mantenne il giuramento con tanta fermezza sino al-
la morte, che Roma non ebbe mai più terribile nemico di
lui. Annibale, presa Sagunlo e distrutta, avendo tenuti i quar-
tieri d' inverno presso la nuova Cartagine che chiamavasi
Spartana, discese in primavera nelle Gallie, e fattisi amici
quei Re per mezzo di doni, condusse V esercito fino alle Alpi
che dividono la Gallia dall' Italia, nello spazio di cinque mesi.
Scipione pel primo gli venne incontro, mentre scendeva dalle
Alpi, vicino al Ticino, o Pavia, e nel primo conflitto di ca-
valli vinse Scipione, che gravemente ferito nel combattimento
fu liberato dal figlio destinato a terminare poi ogni guerra
gloriosamente, e si portò a Piacenza. Ivi Annibale ebbe il se-
condo scontro presso il fiume Trebbia con Sempronio Lungo
compagno di Scipione, che venendo dalla Sicilia per mare a
Rimini, e per terra a Piacenza, trovato il compagno grave*
668 INFERNO
mente ferito , smanioso di gloria , accese il combattimento col-
l'astutissimo afri cario, che, preparalo un agguato, lo chiamava
a battaglia di là dal fiume. L' esercito romano afflitto dalla fa-
me tentò il guado, ed assiderato dal freddo, facilmente fu
sconflitto dai soldati di Annibale già da molte ore preparatia
combattere, refocillati con cibo e bevande. Molti de' romani
caddero sotto del ferro nemico; ma più molti furono soffocali
nel fiume. Floro abbreviatore scrive — gli uomini delle parti
meridionali caldissime han vinto noi , e le cose nostre nel ver-
no— Poscia Annibale passò T Apennino ed entrò in Toscana.
Gli venne contro Caio Flaminio console, di animo fervido,
ed audace, ed incontrò il nemico presso del lago Trasimeno
ora nomato Perugino alle falde de' monti di Cortona. Annibale
anche in quesl' incontro usò dell1 arte sua, traendo l' esercito
romano in difficile posizione, e cioè chiuso alla destra dal lago,
alla sinistra dal monte : a tergo lo circondòdi agguati e d'in-
sidie. Il piano di Annibale fu secondato dalla densa nebbia
sorta dal lago, che tolse ai romani di vedere cosa alcuna.
Tanto fu l'ardore di quella battaglia durata tre ore, che niuno
de' combattenti si accorse di un orribile terremoto, che scos-
se terra e mare per tutta Italia, e diroccò molte città, divertì
il corso de' fiumi, e spianò il vertice di monti. Il console per
la cui sventurata temerità l'esercito giunse a totale sterminio
con incredibili opere di valore fu trafitto da un nemico oriundo
d' Italia, e lui morto, divenne la fuga universale. Perirono in
quella battaglia quindici mila romani al dire di Livio; altri
scrissero venticinque mila: dei dieci mila fuggenti non resta-
rono che cinquecento.
La quarta terribilissima battaglia di Annibale avvenne
presso Canne, spregevole borgo di Puglia, nobilitato dalla
strage de' romani. Annibale pose gli accampamenti presso la
CANTO XXVIII 669
riva settentrionale del fiume Aufidio, in modo di avere a tergo
il sole ed il vento, in quella contrada in cui soffia di conti-
nuo, alzando polvere ed arena. I romani avevano essi pure
gli accampamenti nella riva opposta di quel fiume, e per con-
seguenza loro erano contrarie tutte le dette cose; ma niuna fu
più funesta della discordia fra i due consoli : P uno — Paolo
Emilio — veramente nobile, e prudentissimo, prima di deter-
minarsi a combattere, voleva con maturità e cautela esami-
nare tutte le circostanze: P altro console — Varo, — veramente
plebeo, figlio di macellaio, ed esso pur tale, temerario, arri-
schiatissimo, e che aveva intorno la massima e più scelta
parte delle truppe, la pensava all'opposto di Paolo Emilio.
Annibale era a giorno di tali dissidi, ed astutamente aspettava
il giorno del comando di Varo per provocarlo alla guerra. —
Varo, seguito di mala voglia da Paolo Emilio, il quale non
volle abbandonare la Repubblica in tanto frangente, cominciò
la battaglia, che fu sanguinosa, anzi più crudele di ogni al-
tra, non solo per le forze di Annibale, quanto per Pinco-
modo del sole, della polvere e del vento. Il freddo alla Trebbia,
la nebbia al Trasimeno, ed a Canne pugnarono tutti gli elementi
contro de' romani : il console Paolo Emilio, quantunque ferito
poteva fuggire, ma prescelse di morir combattendo. Varo ca-
gione di tale disastro, vilmente scappando con cinquecento
cavalli giunse a Venosa. Perirono ottanta senatori, due que-
stori, venturi tribuni militari, ed altri personaggi consolari,
pretori, edili, quaranta mila di fanteria, due mila e settecen-
to di cavalleria ed altri legionari, cittadini ed alleati romani :
Annibale crudelmente trionfando dei cadaveri nemici co-
strusse un ponte sul fiume vicino, sul quale passò P esercito
suo. L' impero romano correva in quel giorno il più grave pe-
ricolo, se avesse Annibale dato mente a Maerbale , uno de' suoi
670 INFERNO
primi capitani, il quale (gloriandosi Annibale di tal vittoria )
disse — Annibale, nel quinto giorno pranzerai in Campido-
glio— e di fatto, se caldo ancora del combattimento, si fosse
avvicinato e mostrato a Roma, l'avrebbe conquistata. Ma
volle frapporre indugi , e Maerbale sdegnato così lo rimpro-
verò: sai vincere, ma non sai far uso della vittoria — Dopo
tal fatto Annibale mandò a Cartagine il fratello Magone, che
sublimando in senato le fraterne vittorie, disse che in tre anni
Annibale aveva trucidato oltre a duecento mila romani, e ne
aveva fatti schiavi più di cinquanta mila. Pece fondere gran
quantità di anelli strappati dalle dita degli uccisi nella vittoria
di Canne. —
Combattè ancora altre guerre coi romani or vincitore, or
vinto , e specialmente contro Marco Marcello, dal quale spesso
superato, finalmente allontanato, fu con insidie preso e morto.
Fabio col ritardo aveva fermato l' impeto di tal duce vittorioso,
Marcello coir allontanarlo lo infiacchì , e Scipione colle armi
lo estinse — Annibale, volendo liberare Capua,che erasi a
lui data, dall'assedio de1 romani, pose gli accampamenti a
tre miglia dalla città, ed esso con due mila cavalieri eletti
andò alla porta della città, ed incontro a lui, con i sdegno di
tanto ardire uscirono i romani, ma una tostana orrenda tem-
pesta, che durò per ben due giorni, impedita battaglia : alla
tempesta tenne subito dietro la più bella serenità appena le
armate furono chiuse negli accampamenti, pel quale miracolo
Annibale esclamò, che per prendere Roma una volta gli man-
cò la volontà, ed allora gli mancava la fortuna — Altro danno
maggiore di quello recato ai romani a Canne ebbe a soffrire
Annibale: imperocché Asdrubale di lui fratello venendo di Spa-
gna in Italia fu totalmente sconfitto da Claudio Nerone, e da
Livio Salinatore consoli , presso il Mctauro, fiume che entra
CANTO XXVIII. 671
in mare vicino alla città di Fano. Dopo essere slato sedici anni
in Italia, alla fine fu chiamato in patria, allorché Scipione
stringeva Cartagine, come si dirà ampiamente nel canto XXXI.
Di Annibale si parlerà anche nel canto VI del Paradiso.
Se s adunasse ancora tutta la gente che dolente fé pò la
lunga guerra le guerre puniche, che i romani sostennero
coi cartaginesi, e che furono tre, la prima durata venticinque
anni al tempo di Amilcare padre di Annibale, ed in cui i car-
taginesi perdenti , fecero pace, abbandonando la Sicilia, e la
Italia per cui combattevano; la seconda durata diecisette anni
al tempo di Annibale, ed in cui Scipione vincitore di Anni-
bale rese Cartagine tributaria di Roma; e di questa parla Dan-
te, come la più importante, e perchè niun' altra fu più perico-
losa per P impero romano, e perchè operata nel seno dell' Ita-
lia; la terza durata soltanto quattro anni, terminata dal mi-
nore Africano, che atterrò Cartagine. Dante ne accenna una con
un segno particolare che fé si alte spoglie de le anella. Scris-
sero alcuni storici, che gli anelli misurati in Cartagine furono
Ire moggi, e mezzo; altri che furono un moggio solo; ed il
moggio è una misura, uno staio, come nell'Evangelo. Ma do-
veva essere uno staio ben piccolo sul riflesso che soltanto i no-
bili fra i romani portavano anelli. Livio tanto veritiero accenna
le discusse opinioni, e quindi dice P autore come Livio scripse
Tito Livio della città di Padova scrisse una storia con istile tanto
energico, come il brando romano, conservandoci le gesta di
quel popolo dall'origine di Roma fino a Cesare Augusto. Fiorì
al tempo di Augusto, e la storia abbraccia il corso di settecento
anni: da tal fonte tutti gli altri scrittori delle cose di Roma at-
tinsero moltissimo, come abbiamo in Valerio. Con ragione per-
tanto in di lui riguardo Dante aggiunse che non erra perchè
robustamente, prudentemente, eloquentemente, e con persua-
672 . INFERNO
sione racconta come le gesta così i detti degli eroi, e piega i
leggitori all'opinione sua.
Nell'anno 1350 Roberto Guiscardo quantunque primogenito
di Riccardo duca di Normandia non successe al padre, ma lasciò
il dominio a Riccardo fratello. Essendo però di alto core, volle
sperimentare in altri luoghi il suo coraggio, e la sua fortuna.
Povero, e mendico si fermò in Puglia, quando Roberto puglie-
se vi regnava. Divenne di lui scudiero; poscia mostrala capa-
cità nelle armi, fatto duce, riportò molte vittorie contro del
principe di Salerno, e magnificamen te arricchito tornò in Nor-
mandia, con superbi cavalli a freno d'argento. Molti nobili al-
lora stupiti delle riportate dovizie s'invaghirono della Puglia,
e vollero ad ogni costo seguirlo nel ritorno. Anche in seguito
combattè fedelmente, e coraggiosamente, sicché il duca ve-
nendo a morte, col consenso de' Baroni, lo lasciò successore
nel ducato: così quel dominio, che abbandonò, in Normandia
ricuperò in Italia. Prese in moglie la figlia del morto duca, se-
condo la promessa fatta al padre, e colle armi soggiogò la Pa-
glia, la Calabria e tutto il regno: finalmente acquistò la Sici-
lia occupata da Alessio greco imperatore. Soccorse anche alla
Chiesa favorendo Gregorio VII contro Enrico III. I successori
suoi regnarono in Sicilia fino ad Enrico padre di Federico II.
Di questo Roberto si diranno molte cose nel canto XVIII del Pa-
radiso con quella gente che senti doglie di colpi perchè truci-
data per contrastar a Roberto Guiscardo nota bene , che Ro-
berto non ebbe gran resistenza nel conquisto di Puglia perla
facile cessione degli abitanti. Fu maggiore la difficoltà nel con-
quisto di Sicilia.
Carlo fratello di Lodovico re di Francia, duca d' Anjon,
e conte di Provenza chiamato dalla Chiesa contro del re Man-
fredi, che aveva occupato il regno di Sicilia dopo la morte di
i
CANTO XXVIII. 673
Federico il suo padre e di Corrado fratello venne per mare
a Roma con pochi soldati, facendosi condurre il grosso eser-
cito da Guido di Montarle nel!* anno 1263. Ricevuto da' ro-
mani con molti onori, aspettando le sue genti per tutta la stale
andava meditando come avrebbe potuto conquistare il regno
di Manfredi. Incoronato dal s. Padre cominciò ad avviarsi per
la Campania verso Puglia. Manfredi dolente, che P esercito di
Carlo entrasse liberamente in Lombardia dove teneva gran nu-
mero d'armati, munì di valida difesa il ponte di Ceperano; ma
Carlo con frode, e per corruzione passò incolume il detto pon-
te, e prese Aquino senza resistenza, poscia s. Germano peral-
tro a mano armata. Manfredi a suggerimento de' suoi baroni
corse a Benevento, per ivi consultare sul partito da prendersi,
o di operare una definitiva battaglia , o di fermare Carlo da non
poter entrare nel principato , né passare per la Puglia se non
per Benevento. Carlo ne fu avvertito: partì da s. Germano, e
non tenne la strada verso Capua per la Terra di Lavoro, per-
chè gli sarebbe stato impossibile passare il ponteCeperano fab-
bricato da Federico II ; ma tenne la strada di Volturno per Tuli-
verno, e per aspri sentieri , e superando monti con incredibili
stenti. Giunse non pertanto due miglia vicino a Benevento:
Manfredi sorpreso, credette bene non lasciar campo ai nemici
affaticati, e lassi di rifocillarsi, ma il partito gli tornò fatale.
Se ave3se sospeso l'attacco un giorno o due l'esercito di Carlo
era immancabilmente perduto per l'assoluta mancanza di cibi,
e di cavalli, avendo rimasti gli uomini soltanto poche foglie
di cavoli, ed i cavalli pochi rami e foglie di tirso. Ma ciò che
si fa in onta al volere di Dio, si fa ciecamente e pazzamente.
Manfredi sortì da Benevento: passò sul ponte il fiume Ca-
lore , e divise le sue truppe nel piano di s. Maria della Granella
in luogo chiamato Pietra. Mille e duecento tedeschi, ne' quali
RAMBALDf — Voi. 1. 45
674 INFERNO
molto fidava diede al conte Galvagno, altra parte di esercito
composto di normanni ed altri tedeschi affidò al conte Giorda-
no che gli era parente, e strettissimo in fede: la terza parte si
componeva di pugliesi e di saraceni che il padre di Manfredi
aveva fatti stanziare in Sicilia, e V intero esercito era alla di-
pendenza di Manfredi, e sommava a mille e trecento soldati,
senza contare gli arcieri , i saraceni, ed altri di numero grande.
Carlo avendo trovato Manfredi preparato alla battaglia tenne
consiglio fra suoi, se dovesse differire la battaglia, o subito
attaccare la zuffa. Carlo gridava — miei fidi, è giunto il mo-
mento da voi tanto bramalo — e divise l'esercito in tante schie-
re dando la prima di mille soldati a Filippo di Monforte; la
seconda di novecento sceltissimi tenne per se e per Guido di
Monforte; la terza fu affidata a Roberto conte di Fiandra ge-
nero di Carlo, e ad Egidio Bruno connestabile di Francia di
lui maestro, ed era composta di fiandresi, barbantesi, pie-
cardi, romani, campani , e toscani. Ardevano gli animi dal-
l' una parte e dall' altra, e lo scontro delle prime file tedesche,
e francesi fu veramente terribile: i tedeschi più forti de' fran-
cesi li fecero indietreggiare. Carlo veggendo le sue speranze
opprimersi così duramente, rotti gli ordini, corse co' suoi
scelti a soccorrerli: così fece il conte di Fiandra col suo mae-
stro. La battaglia stette in forse lungo tempo, perchè i tede-
schi colle grandi spade trucidavano i francesi ; ma si alzò un
grido che invitava i francesi a ferir di punta i cavalli, locchè,
eseguito, i tedeschi cominciarono a difettare di cavalli. Man-
fredi in tale incontro esortava i pugliesi a seguirlo, ma nes-
suno si mosse, ed i baroni del regno lo abbandonarono , al-
cuni per viltà, altri perchè lo sprezzavano. Manfredi, vistosi
solo, o con pochi, prescelse di morire sul campo, piuttosto
che vilmente fuggire; e slanciandosi nel più folto de' nemici,
CANTO XXVIII 678
valorosamente combattendo cadde trafitto. Carlo perseguitò
l'esercito vinto tutta la notte, e prese Benevento. Molti soldati
di Manfredi furono fatti prigionieri : la moglie, sorella, e figli
dati a Carlo morirono in oscure prigioni. Della sepoltura di
Manfredi si parlerà nel canto III del Purgatorio.
E l altro conflitto il cui ossame ancor $ accoglie a Ce-
perano nota che la strage non avvenne presso a Ceperano,
ma sibbene vicino a Benevento. Ceperano fu la prima cagione
della sconfitta, imperocché Carlo non avrebbe potuto vincere
Manfredi, né occuparne il regno se fosse stato impedito il
ponte a Ceperano, alla cui custodia e difesa aveva posto il
conte Giordano, ed il conte di Caserta con due mila soldati;
ma il conte di Caserta combinò col conte Giordano di lasciar
passare una parte di nemici, perchè più facilmente avrebbe
debellato il restante. Passò una parte, e tosto il conte di Ca-
serta disse all' altro conte, che non era più tèmpo di opporsi,
perchè ne erano passati troppi, e tosto si allontanò co' suoi
soldati, riducendosi a Caserta. Il conte Giordano scoperto il
tradimento, non trovandosi in forze per resistere, tornò a
Benevento. Molti altri traditori di Manfredi furono spogliati
delle loro terre e castelli la dove fu bugiardo ciascun Pu-
gliese non avendogli detto il vero, né mantenuta la fede.
Carlo dopo tale vittoria ottenne liberamente il regno di
Manfredi e fu chiamato re, e vicario imperiale pel papa in
Toscana. Incominciò il suo regno dal mover guerra a Pisa;
ma i pisani, stretta alleanza con quei di Siena, e con Enrico
fratello del re di Spagna (allora il senato di Roma era nemico
di Carlo) mandarono in Alemagna per aver Corradino, e si
adoperarono perchè molte terre si ribellassero a Carlo nel re-
gno, e nella Sicilia. Spedirono a Corradino cento mila fiorini,
quantunque egli non contasse che sedici anni. Partì Corradi-
676 IISFERNO
no contro il voler della madre eh' era figlia del duca d'Au-
stria, e passò in Italia. — Quando giunse a Verona aveva dieci
mila soldati della Germania, e ne scelse soli tremila e cin-
quecento, e rimandogli altri tutti. Vide Pavia, Genova, Pisa,
Siena, e finalmente Roma, ed in ogni dove fu ricevuto, come
imperatore, con tutta magnificenza. Carlo pure, lasciata To-
scana, giunse in Puglia per farsi incontro a Corradino, il
quale, passata Roma, progrediva con molto esercito di te-
deschi ed italiani, accompagnato da Enrico con ottocento sol-
dati spagnuoli. Non tenne la strada della Campania, perchè
avea sentito che il passo di Ceperano era ben difeso. Tenne
invece la strada fra i monti dell'Abruzzo, e della Valle Cella, e
senza resistenza alcuna giunse ai piano di«s. Valentino nella
contrada di Tagliacozzo. Carlo ebbe avviso dell'arrivo di Cor-
radino, e partì dall'assedio di Luceria, e con gran corsa ar-
rivò all'Aquila, ed assicuratasi la parte che si lasciava alle
spalle, a traverso di monti comparve coli' esercito a Corradino
nella detta pianura, con soli tremila uomini. Il fiume divideva
i due eserciti.
Ma il vecchio francese Alardo buono e prudente, che
tornava di Terra Santa, ed era in que' giorni arrivato in
Puglia, scorgendo il poco esercito di Carlo, gli disse, che
se voleva vincere doveva usare più di arte che di armi. Carlo
molto fidando nel vecchio gli lasciò la totale condotta della
battaglia. Alardo divise le truppe di Carlo in tre schiere: della
prima fece duce Enrico di Cosenza, gigante, cui fece indos-
sare le vesti, e le insegne di Carlo, e guidare i provenzali, i
lombardi, i toscani, i campani. Diede la seconda schiera a
Guillelmo Ordando composta di francesi, mettendo i proven-
zali a guardare che Corradino non passasse il fiume impune-
mente. Al re Carlo poi ordinò di scegliere il fiore della nobil-
CANTO XXVIII. 677
là, e di porsi in un' imboscata dentro una valletta di dietro di
un colle con ottocento valorosissimi guerrieri. Alardo stette
con Carlo. — Anche Corradino divise in tre schiere l'esercito
suo, Tuna di tedeschi guidati da lui, e dal duca d'Austria
composta di molti conti, e baroni; la seconda composta d'i-
taliani guidata dal conte Galvagno; la terza di spagnuoli gui-
data da Enrico. Così pieno di speranza, tentò passare il fiume
con cinquemila soldati: e gli spagnuoli di Corradino ad onta
di fortissima resistenza lo passarono. Allora Corradino, lieto
del superato ostacolo, volle pel primo co' suoi, e coi bravi
spagnuoli assalire la schiera de' provenzali che fu messa in fu-
ga, ed uccise il duca di Cosenza che fingeva la persona di Car-
lo. Persuaso che fosse morto il re, più feroce assalì la schiera
de' francesi ed italiani, che si mise totalmente in fuga abban-
donando sul campo armi e bagaglio, mentre i tedeschi invece
d' inseguirli , si sbandarono da varie parti , occupandosi di spo-
gliare e di rapire.
Carlo, ed Alardo sopra di un monticello indicavano
a Guido di Monforte la fuga, e la strage delle due schie-
re, e lutti, meno il vecchio, sentivano al cuore dolore e
vergogna, e fremevano per correre in aiuto; ma il prudente
Alardo li riteneva, e gridava che aspettassero ancora, perchè
nella sicurezza che i germani avari, e rapaci si sarebbero di
più abbandonati alla preda, più facilmente li avrebbero op-
pressi. Ed arrivò il momento, ed Alardo gridò — uscite, ora
è tempo — e quel grido bastò, perchè quasi fulmini sortis-
sero i soldati di Carlo. E tanto fu subitanea la sortita, che
Corradino li (enne per propri soldati, e non si oppose; accor-
tosi Carlo del di lui errore si restrinse co' suoi, e si precipitò
sulla piccola difesa di Corradino. Breve, ed aspro fu Io scon-
tro, perchè i pochi di Corradino erano faticati, né potevano
678 INFERRO
soccorrersi da quelli che si erano sparsi, e qeindi sempre più
assottigliavasi secondo che ingrossavano quelli di Carlo.
Così fu distrutta la difesa di Corradi no, il quale vista cam-
biata la faccia della fortuna sì mise in fuga insieme col duca
d'Austria ed altri conti. Alardo, ad onta della fuga di Corre-
dino, gridava, che non si cessasse dal combattere uniti, che
si perseguitassero i nemici senza posa, giacché le genti sparse
di Corradino potevano raccogliersi, ed aver tese insidie in qual-
che luogo. Salutare consiglio! Enrico di fatto che aveva inse-
guita co' suoi spagnuoli la schiera de' provenzali , e degl' italia-
ni, e nulla sapeva della fuga di Corradino, raccolti i suoi torna-
va sul campo , e teneva Carlo per Corradino ; ma fattosi vicino,
e scoperto Terrore, sorpreso bensì, ma non i sgomenta lo in
tanto periglio, si mise sulle difese. Carlo non credette attac-
care la pugna con soldati lassi e per non perdere l'ottenuto
vantaggio. Quasi per un'ora l' una schiera stette immobile con-
tro dell'altra. Ma l'astuto Alardo usò lo strattagemma di fug-
gire con pochi de' più scelti , allontanandosi molto del campo.
Gli spagnuoli corsero ad inseguirli. Carlo allora assalì gli spa-
gnuoli e tedeschi, sciolti e divisi, ed Alardo sempre più in*
grossando la schiera di Carlo, rianimò la battaglia. Gli Spa-
gnuoli bene armati di ferro non temevano le spade francesi;
ma i francesi più snelli schivarono i loro colpi pesanti, e pre-
sero in ultimo il partito di trascinarli giù dai cavalli, ed otten-
nero allora la vittoria. Molti perirono dall'una e l'altra parte.
Enrico fuggì con pochi a Monte Cassino , e fu accolto onorevol-
mente dall'abbate di quel luogo. Carlo per consiglio di Alardo
restò sul campo sino a notte alta, onde raccogliere i suoi, e
completare la vittoria. Questo fatto d'armi ebbe luogo nella vi-
gilia di s. Bartolomeo li 24 agosto dell'anno 1267. Carlo in
quel luogo fece erigere un abbazia magnifica in suffragio delle
CANTO XXVIII. 679
anime degli estinti in battaglia, e per monumento duraturo di
sua gloria, quale abbazia ebbe nome di Vittoria. Non restava
che la sola guerra coi pisani ; ma il fratello di Carlo, Lodo-
vico re di Francia ordinò, che si conciliasse coi nemici alla
sola condizione di proteggere le truppe in mare nel passaggio
per Barbe ri a, e per trasportare viveri e bagaglio dalla Sar-
degna, come fu. Gonfio Carlo per tante vittorie fissò nell'a-
nimo d' invadere l' impero di Costantinopoli, ma la mortegli
troncò ogni progetto. Della morte di Corradino si parlerà nel
canto XX del Purgatorio.
E la da Tagliacozzo ove l vecchio Alardo che mostrò
quanto sia vantaggiosa la senile prudenza vinse sanz arme
Alardo non vinse senz'armi, ma sibbene più coir ingegno
che colle armi. Dante con tal espressione intende significare,
che la vittoria fu tolta dalle mani nemiche, non tanto per le
armi di Carlo, quanto pei consigli del vecchio Alardo. — E
qual — qualunque mostrasse suo membro forato punto, tra-
passato e guai mozzo troncato, tagliato sarebbe nulla sarebbe
niente da equar da uguagliare, parificare al modo sozzo della
bolgia nona alle piaghe della nona bolgia, nella quale di conti-
nuo son feriti, tagliati e mozzi i dannati scismatici. E questa
•è pena proporzionata ai loro delitti, perchè divisero i cuori
uniti, e guastarono le armoniche menti per ragione di fede,
di amicizia, di civiltà, di parentela, e spinsero gli uomini agli
scandali, agli odii, alle ferite, alla guerra, alle morti. Nulla è
più acuto e penetrante della lingua che arriva all'anima, al
cuore de' creduli, e li lacera, e li divide.
Già veggio seconda parte generale. — Circa Tanno 600
nacque Maometto saraceno. Egli tolse moltissimi dalla fede
cattolica, e sparse la sua credenza in molte parli dell'Arabia.
Sergio monaco, che seguiva l'errore di Neslorio, scacciato dal
680 INFERNO
convento, giunto in Arabia, fece conoscenza con Maometto, e
lo istruì nell'antico, e nuovo Testamento. — Mortogli il pa-
dre, Maometto povero restò sotto tutela e cura di uno zio,
com' egli ne assicura nell'alcorano dicendo — mi disse Iddio,
fosti orfano, e ti accolsi: eri povero, e ti arricchii. — Maometto
naturalmente astuto, coli' acquisto della scienza si alzò a tanta
audacia, che pensò di sollevarsi al trono degli arabi. Ma es-
sendo senz'armi scelse di fingersi profeta, e col mezzo della
religione vincere coloro, che non avrebbe potuto sottomettere
colla forza. A questo fine seguiva i dettami di Sergio, che te-
neva nascosto presso di sé, dicendo che tutto ciò gli era noto
per ispirazione dell'arcangelo Gabriele, e con arti ingegnose
e con frodi ottenne il principato de' suoi seguaci: fingeva di
essere di continuo in oraziooi; vestiva abito da monaco, e
perchè gì' infedeli oravano verso occidente, ed i cristiani verso
oriente, insegnò agli arabi di pregare verso il mezzodì, co-
stume che dura anche adesso. Neil' orare confessano un Dio
solo, mandato loro, come fu mandato Cristo a noi, e Mosè ai
giudei. Fra le molte leggi che dettò, vi è quella, che almeno
una volta l'anno si facesse il viaggio della Mecca, dove ora tro-
vasi il proprio maraviglioso sepolcro. Confessava essere stato
Cristo un gran profeta, ma eh' egli era un profeta maggiore,
giacché prima della creazioue, il nome di Maometto era al co-
spetto di Dio, e dieci angeli ministravano a lui. Pose per prin-
cipio che non si potesse disputare sulla fede, e trucidarsi gli
oppositori , e con questo mezzo fece trucidare tutti gli scien-
ziati, affinchè non palesassero tale errore, ne vegia non si
pertugia botte non si fora già per perdere mezul la mezza
parte del suo fondo o lulla parte di esso fondo che sta di qua
e di là del mezule; lulla quasi piccola luna, come culla , pic-
cola cuna come io vidi uno Maometto fesso dal mento in sue
CANTO XXVIII. 581
dove se trulla cioè, che dalla bocca al deretano era ludo spac-
cato. Fu vaso di molta nequizia che a piena bocca vomitò,
come dice Orazio, le minusa gì' intestini pendean tra le gam-
be penzolavano fra le gambe: la corada il cuore, e fegato
pareva eran scoperti , e l tristo sacco lo stomaco , o ventre che
fa merda di quel che si trangugia che converte in isterco
quanto s'ingozza. Lo stomaco, quasi caldaia, cuoce il cibo, e
la più cotta parte trasmette agl'intestini. Con ciò Dante vuol
esprimere che ogni dottrina di Maometto entrata nel di lui a-
nimo produsse un errore peggiore, che sporcò, ed infettò
gran parte del mondo. Costui per amicarsi la moltitudine la-
sciva (le sette si fondano sempre in cose disoneste) permet-
teva che si prendessero tante mogli o concubine , quante se
ne volevano, in disprezzo della legge di Cristo e dell'evange-
lo, contro la filosofia de' romani e de' greci. Chi osserverà
la mia legge, diceva egli, godrà nel paradiso degli amplessi
delle vergini e di tutte le altre delizie.
Guardommi mentre che lui veder tutto m attacco men-
tre era intento e fisso a guardarlo e s aperse el pedo con le
mani per vomitare l'apostema che da lungo tempo covava
nel petto or vedi come tutto mi dilacco vedi come mi spacco
sino alle anche, perchè dilaccare vale spartire le lacche, le co-
sce vedi come stopiato come storpiato, guasto e Manometto
cattivo nocchiero, che condusse a naufragio la Chiesa di Dio.
Ali sen va piangendo dinanzi a me Ali fu lo zio paterno
di Maometto, ed uno de' principali fautori e fondatori della
setta fesso nel volto dal mento al ciuffetto avente tutta la fac-
cia pel lungo divisa, tutti gli altri che tu vedi qui nella nona
bolgia fuor seminatoi' di scandoli e di scisma colla loro lin-
gua velenosa vivi finché vissero nel mondo e poi son fessi
spaccati più o meno secondo la maggiore, o minore pravità
682 INPERNO
dello scisma. Finge Dante, che i scismatici sempre corrano per
la bolgia, ed un demonio stia nel centro, e colla spada ferisca
tutti che gli passan dinanzi. La ferita ricevuta si rimargina in
ciascuno prima di ripassare, e ripassando la riapre. E nel
mondo i scismatici corrono di continuo, seminando discor-
die, istigati dal demonio, che sempre move la lingua pene-
trante e venefica.
Un diavol e qua dentro che n accisma un diavolo squar-
cia remitendo ciascun di questa risma di questi dannati , che
vengon uno dopo l'altro, come i fogli di una risma di carta.
La risma è un ammasso di fogli composta ordinariamente di
venticinque quinterni, di dodici fogli l' uno si crudelmente al
taglio de la spada niun ferro è più acuto e crudele della lin-
gua maledica, quando havera volta la dolente strada dopo
aver fatto il giro della valle dolorosa pero che le ferule son ri-
chiuse purché le ferite siano rimarginate prima di ripassare
dinanzi al demonio prima eh altri dei dannati la rivada vada
di nuovo, ritorni dinanzi alla spada del demonio.
Ma chi se tu che nsu lo scoglio muse chi sei tu che os-
servi dal ponte le ferite del ferro diabolico? forse per indu-
giar d ire a la pena stai forse per indugiare a metterti sotto
la pena? che giudicata in su le tue accuse tue colpe si l mio
Maestro rispose ne morte il giunse ancora Virgilio rispose
a Maometto, questi non è scismatico, e non è morto ancora ne
colpa il mena ancor mortai sotto la spada" del diavolo. Ma
che va dunque facendo nella bolgia de' scismatici? Risponde
Virgilio a me che morto son ossia son nel numero de' dannati
all'Inferno convien menarlo per lo Inferno qua giù di grado
in grado bisogna che lo guidi di cerchio in cerchio per dare
lui esper lentia piena per dargli cognizione di questo, e de-
gli altri castighi infernali. Ed aggiunge — Felice quei che da
canto xxvin. 683
sventure altrui. — Ad esser cauto impara — confermandolo
col dire inoltre e questo e ver cosi com io ti parlo ed io lo so
per esperienza. — più fuor di cento ossia molti che si stavan
nel fosso pel quale prima andavano a riguardarmi per ma-
raviglia a guardarmi con istupore, perchè vivente e non pu-
nito quando ludiron da Virgilio obliando il martiro ferma-
ronsi di correre al castigo. I seminatori di discordie talvolta
alla voce del sapiente tralasciano il vizio sul riflesso della im-
mancabile pena, e ciò avverrebbe a molti, quando leggessero
questo canto. — Maometto udendo, che Dante era vivo, e che
dovea tornare al mondo, gli dice, che avverta un suo amico
di guardarsi da un vicino. — E per meglio intendere il dis-
corso di Maometto sappi che:
Nel pontificato di Bonifacio Vili circa il 1300 sorse in
Lombardia uno scisma, che avrebbe fatto gran male, se
non si fosse troncato quasi nel nascere. Ne era autore fra
Dolcino di Novara. Nacque nel contado di Prato, sotto al
castello Romagnano , presso del fiume Licida. Fanciullo an-
cora si portò a Vercelli, ed ivi fu nutrito nella Chiesa di
s. Agnese presso la porta del fiume Savino, in cui si sca-
rica il fiume Licida, dal prete Augusto, che lo fece istrui-
re nella grammatica dal professore Ston. Dolcino si mo-
strò subito di acutissimo ingegno e lo scolaro il più dili-
gente, e più caro. Ma l'indole prava nascosta sotto buona
apparenza non istette molto celata: era egli di piccola statura,
di faccia ridente, civile e rispettoso con tutti; ma in ultimo
rubò al prete suo protettore non piccola somma; ed avendo il
derubato somma fiducia in Dolcino, come spesso accade, so-
spettò in altri l'autore del furto, e specialmente nel domestico
Patra. Questi mal soffrendo la imputazione tanto ingiusta,
prese Dolcino in disparte, e colla minaccia di privata tortura
• 684 INFERNO
lo fece confessare il furto e voleva trascinarlo al castigo dello
zio. Ma il prete Augusto lo negò per non addivenire irregola-
re, e non pertanto Dolcino spaventato fuggì dal suo protetto-
re, e si fermò in Trento sui confini d'Italia. Ivi, in que' monti,
fra genti rozze e credule cominciò a fondare la sua setta, ve-
stendo abito di povero fraticello, predicando esser egli un A-
postolo, e tutto doversi mettere in comunione coi nostri simili
comprensivamente l'uso delle donne, senza distinzione dei
gradi di parentela neppur di madre e di figlia. Il vescovo di
Trento sentì con orrore tanta nefandità, e lo fece scacciare da
quei monti, ne' quali aveva già approfondite massime tanto
orrende. Dolcino andò errando in altre montagne lombarde,
traendosi dietro molti seguaci, scegliendo luoghi difficili, ben
difesi, e ne' quali la fuga fosse sempre facile e sicura. Si fer-
mò qualche tempo ne' monti di Brescia, Bergamo, Como, e
Milano. Finalmente scacciato da tutti i luoghi, tornò alla pa-
tria, e fissò la vita ne'monti tra Novara, e Vercelli, doVe lo
seguirono tre mila robusti giovani tra nobili e ricchi citta-
dini. Né è a maravigliarsi, perchè l'opinione, o la fede di
Dulcino secondava le più vergognose voluttà e perchè il capo
setta eradi acuto ingegno, e dotato di soave e seducente elo-
quenza, che vinceva qualunque l'udiva. Avendo avuta notizia
che contro di lui si stava preparando fiera guerra, cominciò
a fortificare il monte, che finora ritiene il nome di Gazaro,
ed il luogo abitato Triverio, trasportando vettovaglie ed altri
oggetti di necessità, che in tutta fretta potè rinvenire. I nova-
resi, e quei di Vercelli cinsero il monte di formale assedio con
macchine ed altri guerreschi strumenti: si aggiunsero agli
assedianti molti crocesegnati di Terra Santa , tornando da Gal-
lia Cisalpina, e Transalpina, da Vienna, dalla Provenza, dal-
la Francia. Anche le donne aiutarono la guerra, e sommini-
capo xxviu. 685
strarono cinque baliste in quell'assedio lungo, aspro eduris-
simo. Gli assediati si difendevano con ostinazione, ma la fame
che vince ogni fortezza, e che sempre più cresceva cominciò
a spaventarli: si erano mangiate fino le pelli ed i cuoi. Alcuni
provvidero alla loro salvezza, tornando alla verità, ed arren-
dendosi, ma l'assedio durò per un anno ed un giorno, e lo
scisma per doppio tempo. Finalmente Dole ino, e sua moglie
Margherita di Trento furono presi insieme con altri, e stretti
in carcere.
Istruito da sommi maestri non volle mai ricredersi del
primo errore, e convertirsi; perlocchè fu condannato, e tor-
mentato con tanaglie roventi, che gli laceravano le carni fino
all'osso, e così crudelmente straziato fu condotto per tutte le
strade, e vicoli della città. Fra tanti e tali tormenti, si dice,
che mai non cambiasse faccia, se non una volta sola nel bru-
ciargli il naso, perchè strinse alcun poco le spalle, come le
strinse nel lacerargli le parti virili presso la porta della città
nomata porta dipinta, dove trasse un sospiro. Potrebbe te-
nersi per martire se la pena costituisse la gloria del martirio.
Nel tempo del tormento esortava la sua Margherita, quantun-
que lontana, ad essere costante. Dessa imbevuta dalla mede-
sima dottrina, non si dipartì mai dal precetto maritale, e più
di lui pertinace, stette più ferma nell'errore, avuto riguardo
alla debolezza del sesso. Molti nobili la chiesero in consorte,
sì per la somma bellezza, sì per la ricchezza, ma essa non
volle mai piegarsi, e perciò in pari pena con Dolcino suo, dal
ferro e fuoco lacerata, con imperturbabile ardire lo segui
nell'Inferno. Il maestro Romualdo da Bergamo fu medico di
Dolcino, il cui nipote mi andava spesso contando i portenti
di quest'uomo singolare tu che forse vedrai il sol di breve
che fra poco tornerai al mondo de' viventi, dove splende il
686 INFERNO
sole or di a fra Dolein dunque dirai a fra Dolcioo che s armi
che si premunisca, e fortifichi si di vivande di vettovaglie che
stretta di neve al giunger dell' inverno non rechi la vittoria
al Novarese non dia lui prigioniero ai novaresi eh altrimenti
non saria leve acquistar operando diversamente qui presto
verrà sogli non vuol qui tosto seguitarmi Maometto predice
in tal modo a Dolcino la morte vicina. Maometto fu ucciso da
veleno, essendo ancor giovane. Manometto mi disse està pa-
rola da dire a Dolcino per parte sua poiché stese dopo che
levò / un pie per girsene per partirsi, e lo distese in terra
indi a partirsi. Dante finge, che Maometto dicesse questa pa-
rola a piede alzato, per mostrare la fretta de) castigo. Dolcino
nacque nel 1256, e viveva al tempo della visione di Dante.
Un altro terza parte generale. — Pietro da Medicina fu
altro pessimo seminatore di scandali, che insegnò l'arte la
più infame. Eccone il modo. Sapeva p. e. che il Malatesta di
Rimino cercava stringere parentela con Guido di Ravenna, e
Pietro avrebbe trovato come per caso un domestico del Mala-
testa chiedendogli con effusione di cuore — come sta il mio
signore? E dopo molti complimenti infine avrebbe concluso —
gli dirai che mi mandi un suo fido col quale aprirmi come farei
con lui sopra cose da non penetrarsi da nessun suddito. — Giun-
to il messo gli avrebbe detto — o mio carissimo, di malavo-
glia lo dirò, perchè sarebbe del dover mio tacere; ma l'af-
fetto sincero in verso del mio signore Malatesta, non vuole
che io taccia più oltre. La cosa è in questa guisa: si guardi
da quel di Ravenna, altrimenti gli succederanno guai. — Ri-
mandava il nunzio così imbeccato, ed altrettanto faceva eoo
Guido di Ravenna persuadendolo a guardarsi da Malatesta di
Rimino. Così l'uno insospettito dell'altro a poco a poco si
toglieva dai trattati, e faceva carico all'altro della mancanza,
capo xxviii. 687
e ciascuno diceva che Pielro aveva detta la verità, e lutti due
mandavano regali a Pietro ora di cavalli superbi, ora di og-
getti preziosi. Così erano in apparenza amici, ma in cuore vera-
mente nemici, un altro Pietro da Medicina che forata uvea
la gola perchè nella gola formasi la voce di cui servi vasi co-
stui per seminar sospetti, e dissensioni e tronco il naso fin
sotto le ciglia fino alla fronte simbolo dell'onore^ non awa
ma che un orecchia solarla natura diede all' uomo due orec-
chie ed una lingua sola perchè udisse il doppio di quel che
parlasse: mise per freno della lingua una siepe di denti e due
labbri, ristato a riguardar per meraviglia fermato a guar-
darmi con i stupore, perchè vivente, e senza pena con altri
che rimasero più di cento apri la canna eh era di fuor d o-
gni parte vermiglia tutta sanguinante per la riportata ferita
anzi gli altri dinanzi agli altri.
Poi quel Pietro mi disse o tu cui colpa non condanna o
Dante non condannato per colpa come io fui e cui io vidi in
su terra latina in Medicina sua patria, castello fra Bologna,
ed Imoja se troppa simiglianza non m inganna se non isba-
glio, mi sembra averti veduto in mia patria.
Medicina è un grosso castello, e buona piazza tra Bolo-
gna ed Imola, che una volta ebbe un forte, in cui regnarono
a lungo nobili e potenti personaggi detti capitani di Medici-
na, e della cui stirpe ora niuno rimane. Alla casa di Pietro
molte volte andò l'autor nostro, rimembrati ricordati de Pier
da Medicina usa del cognome tratto dalla patria, come costu-
mavasi allora sa mai torni a veder lo dolze piano il piano di
Lombardia, e Romagna veramente dolce, e soave che decli-
na da Vercelli a Marcabò. La città di Vercelli è all'estremità
di Lombardia, e Marcabò quasi alla foce del Po. Marcabò è
castello, che edificarono i veneziani su quel di Ravenna presso
688 INFERNO
le foci del Po, per avere quel posto in loro potere, onde le
cose tutte che si trasportavano dal mare in Po, fossero solio
degli occhi loro. Roberto da Polenta avendolo conquistato, lo
rovesciò dai fondamenti dopo un aspra battaglia, ed una to-
tale disfatta de' veneziani presso Ferrara nel 1308. Così Pie-
tro vuol dire — se ti avvenga di vedere le terre di Vercelli
fino a Ravenna — perchè era solilo tendere le sue reti ai si-
gnori di Lombardia, e di Romagnar
Malalestino di Rimino, che Dante chiama Mastino nuovo,
ordinò un congresso nel castello la Cattolica, chiamandovi due
spettabili cittadini di Fano, i quali giunsero in una nave per
la via di mare; ma arrivati vicino al monte Focara, furono
precipitati nel mare, e soffocati da quelli stessi che li avevano
trasportati e fa saper ai due miglior di Fano ai due più illu-
stri fanesi. Fano è città nel littorale dell' Adriatico, distante
da Rimino trenta miglia a messer Guido ser Guido del Casaro
ed anco ad Agnoletto Agnoletto da Cagnano — ambidue si-
gnori di detta città gittati saran fuor di lor vascello saranno
gittati in mare, e privati di vita e macerati presso ala Catto-
lica. La Cattolica è castello o terra, oggi assai deserta , presso
al mare tra Rimini e Pesaro per tradimento d' un tiranno
fello di Malatestino feroce. E questo ardire di Dante, d' infa-
mare un tiranno tanto apertamente, tanto a lui vicino, tanto
potente, e vivente, sa di eroismo se l antiveder qui none
vano se i dannati possono conoscere il futuro.
Nettunno Dio de) mare non vide mai si gran fallo sul ma re
ne da Pirati non da corsari , assassini di mare ne tra gente ar-
gotica gente greca così nomata dalla città d' Argo. Giasone gre-
co pel primo in Argo tentò una spedizione navale per la conqui-
sta del vello d'oro , e condusse Medea, e tradì Isipile tra l isola
di Cipri , e di Maiolica quasi di ca — in tutto il mondo non fu
canto xxvm. 689
commessa maggior scelleratezza nel mare, benché in Sicilia
vicina a Cipro fossero pirati crudeli, che a lungo infestarono
quelle parti, e che furono poi distrutti dal gran Pompeo. Ma
Sesto di lui figlio usò invece dei pirati per occupare la Sicilia,
e per sostenere molte e terribili battaglie contro di Augusto
Quello tradUor perchè contro il diritto delle genti violò la fe-
de degli ambasciatori che vede pur con luna occhio: Malate-
stino era monocolo, e quando taluno gli diceva, signore, voi
m'intendete, rispondeva — Dio volesse che vedessi così be-
ne!— ed egli vedeva più con un occhio, che gli altri con due
al pari di Annibale. Filippo padre di Alessandro aveva un oc-
chio solo, e fu di molta astuzia ed ingegno, ma di fede po-
chissima. In senso morale può interpretarsi questo passo così:
ha due occhi in volto, l'uno alle celesti, 1' altro volto alle cose
terrestri; costui perduto 1' occhio del cielo, rimase l'occhio
terreno e tiene la terra Rimino che tale equi meco in questa
bolgia che vorebbe esser digiuno di vederlo Curio romano non
vorrebbe mai aver visto Rimino , perchè non sarebbe qui dan-
nato farà venirli li chiamerà a parlamento seco e sotto tale
onesta apparenza farà si opererà che voto ne preco farà lor
mesterò al vento dtFocaraFocaraèalto monte presso la Cat-
tolica sopra il mare, dove sogliono accadere tempeste, e nau*
fragii, e perciò i naviganti fan voti e preci , e passò in prover-
bio Dio ti guardi dal vento focarese — Dante ricerca notizie
da Pietro di quel gran scismatico antico, di cui fece inciden-
talmente menzione, volendo parlar di Rimino, dimostrami e
dichiara chi e colui de la veduta amara che amaramente
vide Rimino se voi che porti novella di te su se brami, che
porti di te novella nel mondo. Quel Pietro allor porse le mani
alla mascella di un suo compagno. L'autore chiama Curio
compagno di Pietro vissuto 1300 anni prima, ma solo nella
Ramraldi — Voi. ì. A4
690 INFERNO
colpa e nella pena e la bocca gli aperse per mostrare la qua-
lità del castigo gridando questi e desso non favella questi è
colui di cui tu cerchi e non favella perchè senza lingua.
Curio romano fu un oratore eloquentissimo, tribuno della
plebe al tempo della guerra civile. Espulso dalla patria, perchè
eccitava gli animi contro di Cesare corse a Rimino, e si pre-
sentò a Cesare stesso, come scrive Lucano, e trovandolo sem-
pre dubbioso e titubante, con eloquente discorso lo eccitò a
mover guerra alla patria dicendo — Mentre dubbiose oscillano
le parti — anco di forze incerte, e senza guida — V indugio
rompi , che pur sempre nocque — tempo frappor a chi d'opra-
re è pronto. — Il consiglio dato a Cesare fu cagione di sua dan-
nazione, questi scacciato dal senato, e dai nobili che favori-
vano le parti di Pompeo somerse tolse il dubitar in Cesare
affermando accertando che l fornito che Y uomo preparato
sempre sofferse sempre si pregiudicò nell' attendere nel ritar-
dare con danno. Il ritardo ritorce il danno contro il ritarda-
tore. Dante fece menzione di Curio, perchè si strappò volon-
tariamente la lingua, avendola altrui venduta. Curio fu il pri-
mo sostenitore di libertà , ma corrotto dai doni, e dall'oro di
Cesare si cambiò in di lui smaccato fautore. Virgilio nel sesto
dell' Eneide dice di lui — costui vendette la patria ecc. e Lu-
cano nel terzo — altri comprarono, questi vendette Roma,
o quanto Curio che fu eloquentissimo, e la eloquenza pareva
ereditaria nella casa de' Curii, e furono successivamente tre
Curii oratori, dei quali il padre disse tante disoneste cose di
Cesare, che non permette il pudore rammentarle, che fu cosi
ardito a dire tanto eloquente mi paria sbigotito mi parca
spaventato, atterrito con la lingua tagliata nella strozza può
intendersi moralmente che costui, se la tagliasse volontaria-
mente per essersi venduto ai grandi e potenti, e perchè la
CANTO XX Vili. 691
vergogna gì' impediva di favellare. Curio alla sua volta fu fe-
rito e lacerato, imperocché mandato da Cesare, e giunto in
Africa, soggiogò Baro, che per Pompeo reggeva una provin-
cia, e si gonfiò di tal vittoria; ma fu colto e sconfitto dal re
Giuba, e perdette P esercito. Potendo fuggire volle piuttosto
morire co' suoi, e si cacciò nel folto della mischia, e fu tru-
cidato lasciando il corpo suo insepolto, pasto d' uccelli al dire
di Cesare, e come scrive Lucano. Plinio dice di Curio, che nien-
te altro ebbe di proprio fuori della discordia cittadina.
Et un quarta parte generale. — Mosca degli liberti di Fio-
renza nobile guerriero, che, nel consiglio Ghibellino in Fio-
renza, in cui trovavansi gli Ubèrti, i Lamberti, gli Amidei, e
molti altri , persuase di trucidare il giovane Buondelmonle il
quale aveva tradita una donzella degli Amidei a lui impalma-
ta, e sposata un altra dei Donali. I vecchi del congresso ten-
tarono dissuadere guardando al fine, ma il Mosca ripeteva il
proverbio — cosa falla capo ha, — e con altri compagni si
pose all' agguato, e trucidò il Buondelmonle, per lo che nac-
que quel grand* odio di parte, che fu cagione della cacciata
de'Ghibellini da Fiorenza.
E lunch avea l una e l altra man mozza castigo do-
vutogli , perchè non solo colla lingua cerilo al sangue, ma colla
mano lo versò, e quel sangue fece nascere la guerra civile
levando i moncarin le monche braccia pei* l aria fosca per
Paria oscura, come sogliono fare i poveri per movere a com-
passione si che l sangue facea la faccia sozza perchè di fre-
sco mozzato, ed il sangue bagnava lui, e gli altri di sua par-
te, e moralmente la di lui fama, perchè d'altronde fu sem-
pre probo e valente come nel canto VI. grido ricordate an-
cho del Mosca cioè di lui resti ai posteri memoria che disse
lasso che sventuratamente disse capo ha cosa facta cosà fatta
692 INFERNO
capo ha che fu mal sente per la gente tosca perchè per la
morte d'un solo si sollevò tutta Toscana, e venner discordie,
e guerre civili. Fiorenza capitale commossa che sia, si com-
movono anche le altre città dipendenti et io gli aggiunsi e mor-
te di tua schiatta non solo fosti mal seme per la Toscana, ma
in ispecie della tua famiglia per eh egli accumulando duol con
duolo dolore a dolore, dolore del castigo, e dolore dei detti
di Dante sen gio si allontanò, fuggì cogli altri come persona
trista e matta egli era stato una volta lieto della floridezza
degli liberti propria famiglia, ma dopo il fatale consiglio fu
tristo, e tenuto per pazzo, come al canto XVI del Paradiso.
Ma io rimasi a riguardar lo stuolo a mirare gli altri e
vidi cosa tale che io avrei paura di contarla solo sanza più
prova col solo testimonio di mia voce se non che conscientia
m assicura la mia coscienza mi fa tranquillo la buona com-
pagnia che franchegia e mi fa ardito sotto l osbergo di sen-
tirsi pura dalla certezza di essere pura. L' ultimo scisma-
tico , che Dante descrive , fu un inglese, o come altri vogliono
di Guascogna — Bertrando del Bornio, — destinato alla cu-
stodia di Giovanni figlio di Arrigo II.
Giovanni fu soprannomato il giovane. Nel mentre questi
educavasi alla corte di Francia accadde, che un nobilechiese
al re di Francia una grazia, che il re negò fermamente di ac-
cordare, ed il petente si partì umilialo e confuso. 11 re com-
preso da dispiacenza si volse ai circostanti e disse. — Vi è
forse al mondo cosa più molesta di chieder grazie, e non ot-
tenerla? allora Giovanni — certamente, o sire, il negare deve
essere molesto ad animo grande — Il re maravigliato di tal
risposta di un giovanetto, lo lodò, assicurando che non poteva
mancare che un giorno egli non fosse stato magnanimo, cui
fecero eco gli astanti. Richiamalo pertanto quel nobile, il re gli
capo xxvni. 693
accordò la grazia dimandata. Preso Bertrando dall'amore di
quel Giovanni fece allora proponimento di vivere, e morire
con lui. Giovanni cresciuto in età fu il più liberale e magni-
fico di tutti , e tutto largamente accordava, non sapendo negare
alcuna grazia; perlocchè Enrico di lui padre credette affidar-
gli una parte di regno. Ma per la sua liberalità in breve di-
venne povero; ed il padre altra parte ne accordò, ma nep-
pur questa bastando, prendeva prestiti enormi, ed era debi-
tore di quasi lutti i sudditi suoi. Bertrando invece di frenarlo
sfacciatamente loda vaio, eccitandolo a maggiore larghezza,
per cui si rese odioso al padre, che gli venne incontro con un
esercito. Assediato in Altoforte, Giovanni un dì sortì, e pu-
gnando valorosamente, riportò una ferita da una balista. Por-
tato dentro fra suoi, giudicandosi mortale la ferita, gli fu sug-
gerito disporre delle cose sue prima di morire. — Ma di che
debbo disporre, disse il moriente, se non ho nulla? — Allora
certo Bardoro, che gli aveva prestati cento mila scudi d'oro
e piangeva, soggiunse. — Ed io, o sire, che mai farò? — Gio-
vanni sospirando replicò. — Tu solo mi sforzi a far testamen-
to— si chiamò un notaro, e fra le altre disposizioni dettò un
legalo singolarissimo. — Lascio l'anima mia al diavolo se il
padre mio non paga i debiti miei fino all'ultimo soldo. —
Spirò tosto dopo, ed il castello si arrese al padre, e Bertrando
fu fatto prigioniero. Chiamatolo Arrigo alla sua presenza, gli
disse — Bertrando, spesso dicesti non avere adoprata che metà
di tua prudenza, ma ora ti farà forza usarla intera. — E Ber-
trando all'incontro. — Sire, morto Giovanni, morirono con
lui la mia prudenza, il mio ingegno, il mio sapere. — Com-
mosso Arrigo a tale risposta gli perdonò, e quando amiche-
volmente lo riprendeva di non avere ripreso Giovanni, rispon-
deva — noi vidi mai errare una volta. — Rientralo in sé stesso
694 INFERRO
Enrico pianse molto la morte del figlio suo, quale Davide per
la morte di Assalonne, i vidi certo et anche par die il veggia
tanto fisamente osservai un busto un torso andar sanza capo
perchè staccato dal buslo si come gli altri della trista greggia
quantunque colla testa staccata andava insieme cogli altri e
tenea l capo tronco la testa staccata dal busto peso pendolo,
pendente per le chiome pei capelli a guisa di lanterna. Chi
porta lanterna vede pel lume che vi si contiene, e del pari
costui vedeva cogli occhi della testa che aveva in mani et quel
mirava noi cioè me vivente, e Virgilio e* diceva oi me oh Dio
qual pena! facia di se della testa lucerna lume, candeliere,
lanterna et eran due in uno et uno in due doppio per la lin-
gua, e per la mente parlando, e pensando tanto il tronco
quanto la testa divisa, come esser può quel sa che ci governa
Dio solo che ci governa sa, come ciò avvenga.
Levo il braccio alto con tutta la testa perchè Bertrando
slava in fondo alla bolgia, e Dante sul ponte quando diritto
fue appiè del ponte per più facilmente udire le parole, die fuor
che furono tali tu che spirando tu che ancor vi vomì veden-
do i morti i castighi dei dannati or vedi la pena molesta la
testa troncata vedi s alcuna e grande come questa se alcuna
è maggiore o simile a questa, sappi eh io son Beltram del
Bornio quelli che diedi a re Giovanni i mal conforti Gio-
vanni, secondo Svetonfo, fu un altro Tito Vespasiano, amore
e gioia del genere umano, libéralissimo, placidissimo, di ac-
coglienze dolcissime: visse al pari di Tito, e morì in guerra,
come fu detto. Gli successe Riccardo valorosissimo, che o-
però gesta stupende nella presa di Acon perche tu porti per-
chè tu rechi nel mondo de me vere novelle più vera storia io
feci l padre e l figlio in se ribelli nemici fra loro.
Abbiamo dal libro dei re, che David ebbe un figlio prì-
CANTO XXVIII. 695
mogenito Amon, preso d'amore per sua sorella Tamar, bel-
lissima fra le donne di Gerusalemme, e moriva per lei. Con-
sigliato dagli amici si finse malato, e David padre mandavagli
Tamar ad assisterlo. Amone, allontanati i domestici, e chiusa
la porta in segreta stanza forzò Tamar repugnante: ma com-
pito l'incesto, convertì P amore in odio, e fece scacciarla ver-
gognosamente. Tamar partendo, piangendo, e lamentandosi,
incontrò Assalonne fratello di lei uterino, cui palesò il forzato
incesto, e Podio che lo seguì. Sarai vendicata le rispose, e
per due anni covò nascostamente la vendetta. Ed in luogo da
città lontano invitò un giorno il padre e tutti i fratelli, e con*
giunti. David ricusò intervenire e mandò per la scusa Amon,
e figli suoi. In sul finir del convito Amon si era alquanto per
le bevande alterato, ed i sicari, a certo segno, si slanciarono
sopra lui, e lo trucidarono per ordine di Assalonne. Ciò fatto
fuggirono, e con essi lo stesso Assalonne nella Siria, dove stan-
ziarono tre anni. Finalmente Gioabbo condottiero dell'esercito
di David mettendosi mediatore riconciliò Assalonne col padre
suo, ma stette due anni senza vedere la faccia di David. Tanto
poi pregò, tanto pianse che, vinto il padre, in ultimo ammise
il figlio al bacio di pace. Aspirando al dominio cercava Assa-
lonne con adulazioni, lusinghe, e promesse di conciliarsi il
cuore de' sudditi; ed ottenuto permesso dal padre, sotto pre-
testo di sciogliere certo voto, si allontanò, sollevando tutto
lsraello contro di David, facendosi chiamare già re, e corrup-
pe Achitòfel uno de' primi amici di David. Il grido di ribel-
lione giunse alle orecchie del padre, il quale si allontanò da
Gerusalemme in abito miserabile colla testa nascosta, ed a
piedi nudi piangendo insieme con chi seguiva la scellerag-
gine del figlio, e pregando Iddio a render vano l'empio con-
sìglio. Ascese la sommità di un monte, e gli venne dietro Citisi
696 INFERRO
che David pregò a non seguirlo, ma piuttosto tornasse io Ge-
rusalemme, e si unisse ad Assalonne fingendosi di lui servo,
e tentasse rompere le suggestioni di Achitòfel, e tutto gli rife-
risse. E così fu fatto. Entrato in Gerusalemme Assalonne con-
vocò un consiglio de' Magnati, ed Achitòfel suggerì, eh' entras-
se fra le mogli lasciate dal padre, affinchè Israel lo ciò udendo
insieme col padre lo eleggesse re, s' ebbe il letto comune col |
genitore: e si alzò una tenda in luogo eminente, e pubblica-
mente Assalonne stette colle dieci mogli del padre. Achitòfel
tenevasi per consigliere ispirato da Dio, e dietro i di lui sug-
gerimenti Assalonne adunati dodici mila armati doveva assa-
lire il padre stanco, e vituperato in quella notte stessa, per-
chè assediato il re, i cittadini spaventati gli avrebbero detto.
— Tu cerchi un uomo, eccolo, e tutto il popolo sarà in pace —
Piacque ai congregati il consiglio, e non pertanto Assalonne
volle prima interrogar Clusi, il quale rispose. — Tu conosce-
sti il padre coraggiosissimo: egli ha seco valorosi guerrieri:
ei freme come orsa perduti i figli, io penserei invece, che a-
dunate tutte le armi cTIsraello ti scagliassi su d'esso, cercan-
dolo in ogni luogo si nascondesse, e trovatolo distruggere il
ricovero fino air ultima pietra. Piacque più Clusi, che Achi-
tòfel; ed il primo avvisò David, che quella notte non istesse
a campo nel deserto, ma si allontanasse oltre il Giordano. A-
chitofel, il cui consiglio fu sprezzato, preso da ira e furore
giunto in sua casa si appese ad un laccio, mentre Assalonne
con grande esercito, movendo contro del padre, passò il Gior-
dano, e pose gli accampamenti in Galaad. David divise il suo
esercito in tre parti, ed un terzo affidò a Gioabbo, e le altre
parli a due altri duci. Egli restò in città, raccomandando che
in ogni evento si salvasse sempre la vita del suo diletto Assa-
lonne. Il combattimento maggiore fu nel bosco d'Efraim:cad-
CANTO XXVIII. 697
doro venti mila di Assalonne» e la fuga si rese universale. As-
salonne stesso, fuggendo sopra di un mulo, passò sotto i ra-
mi di una quercia, ed i folti capelli si attorsero al ramo più
basso, tenendolo penzolone finché il mulo gli scappò di sotto.
Gioabbo sovraggiunse, e con tre colpi di lancia l'uccise. Pal-
pitava ancora quando arrivarono altri, che in vendetta di a-
vere sfacciatamente forzate le mogli del padre lo crivellarono
di ferite. Gioabbo frenò l'inseguimento, perche doveva, per
ordine di David, perdonare alla moltitudine. Fu il corpo di
Assalonne gettato in una fossa, e coperto da pietre che so-
pra vi si gittarono. 11 padre intanto aspettava l'esito della guer-
ra, e saputa la morte del figlio fu per morire di dolore. — As-
salonne figlio mio, figlio mio Assalonne, andava continuamente
gridando. Così convertì la vittoria in lutto, sebbene Gioabbo
gli facesse rimprovero del pianto e del lamento. Achitòfel non
fé più d Assalonne, e di David non seminò più dissensioni
fra Assalonne e David con malvaggi punzelli con prave sug-
gestioni. Bella similitudine da re padre a re padre, da figlio
re a re figlio, da consigi ier malvagio a malvagio consigliere!
Assalonne bellissimo venne a guerra col padre David per sug-
gestioni di Achitòfel; Giovanni placidissimo venne a guerra
con Arrigo padre per consiglio di Bertrando. Come fu pari nei
figli la colpa, pari ancora la pena. Assalonne trafitto da colpi
di lancia fu pianto amaramente dal padre; Giovanni ferito in
un assedio fu lungamente pianto da Arrigo: l'uno e l'altro
figlio autori di ribellione. Achitòfel va in ordine con Bertran-
do, e porta la tronca sua testa nelle mani. Ancor io porto par-
•
tito il mio cerebro basso diviso e separato il mio cervello
dal suo principio dal cuore rimasto nel tronco e nel petto
perch io partii cosi giunte persone padre e figlio, e perciò
cosi si osserva in me il contra peso cosi ricevo il concambio.
697 INFERNO
Avverti che Dante non prende lo scisma in senso stretto come
ne' sacri canoni, ma largamente, tenendo per scisma ogni di-
visione, ed ogni scandalo.
CANTO XXIX.
TESTO MODERNO
La molta gente, e le diverse piaghe
Avean le luci mie sì inebriate,
Che dello stare a piangere eran vaghe. 3
Ma Virgilio mi disse: che pur guate?
Perchè la vista tua pur si soffolge
Laggiù tra l'ombre triste smozzicate? G
Tu non hai fatto si all'altre bolge:
Pensa , se tu annoverar le credi,
Che miglia ventiduo la valle volge; 9
E già la luna è sotto i nostri piedi :
Lo tempo è poco ornai che n'è concesso;
E altro è da veder, che tu non vedi. 12
Se tu avessi, rispos'io appresso.
Atteso alla cagion perch'io guardava,
Forse m'avresti ancor lo star dimesso. 15
Parte sen già, e io retro gli andava,
Lo Duca, già facendo la risposta,
E soggiungendo: dentro a quella cava, 18
Dov'io teneva gli occhi sì a posta,
Credo uno spirto del mio sangue pianga
La colpa che laggiù cotanto costa. 21
Allor disse il Maestro: non si franga
Lo tuo pensier da qui innanzi sovr'ello;
Attendi ad altro; e quei là si rimanga; 24
700 INFERMO
Ch'io vidi lui a pie del ponticello
Mostrarti, e minacciar forte col dito,
E udii nominar Ceri del Bello. 27
Tu eri allor sì del tutto impedito
Sovra colui che già tenne Alta forte,
Che non guardasti in là, sì fu partito. 50
0 Duca mio! la violenta morte,
Che non gli è vendicata ancor, diss'io,
Per alcun che dell'onta sia consorte, 33
Fece lui disdegnoso; onde sen gio
Senza parlarmi, sì com'io stimo:
E in ciò m'ha fatto egli a sé più pio. 36
Così parlammo insino al luogo primo,
Che dello scoglio l'altra valle mostra,
Se più lume vi fosse, tutto ad imo/ 39
Quando noi fummo in sull'ultima chiostra
Di Malebolge, sì che i suoi conversi
Potean parere alla veduta nostra, 42
Lamenti saettaron me diversi,
Che di pietà ferrati aven gli strali:
Ond'io gli orecchi colle man copersi. 45
Qual dolor fora, se degli spedali
Di Valdichiana tra il luglio e il settembre ,
E di Maremma e di Sardigna i mali 48
Fossero in una fossa tutti insembre;
Tal era quivi, e tal puzzo n'usciva,
Qual suole uscir dalle marcite membro. 51
Noi discendemmo in su l'ultima riva
Del lungo scoglio, pur da man sinistra ,
Ed allor fu la mia vista più viva 54
Giù ver lo fondo, dove la ministra
CANTO XXIX. 7()1
Dell'alto Sire, infallibil giustizia,
Punisce i falsator che qui registra. 57
Non credo che a veder maggior tristizia
Fosse in Egina il popol tutto infermo,
Quando fu Paer sì pien di malizia, 60
Che gli animali infino al picciol vermo
Cascaron tutti, e poi le genti antiche,
Secondo che i poeti hanno per fermo, 63
Si ristorar di seme di formiche;
Ch'era a veder per quella oscura valle
Languir gli spirti per diverse biche. 66
Qual sovra il ventre, e qual sovra le spalle
L' un dell'altro giacea ; e qual carpone
Si trasmutava per lo tristo calle. 69
Passo passo andavam senza sermone,
Guardando ed ascoltando gli ammalati
Che non potean levar le lor persone. 72
Io vidi duo sedere a sé appoggiati,
Come a scaldar s'appoggia tegghia a tegghia,
Dal capo ai pie di schianze maculati: 75
E non vidi giammai menare stregghia
A ragazzo aspettato dal signorso,
Né a colui che mal volentier vegghia, 78
Come ciascun menava spesso il morso
Dell' unghie sovra sé per la gran rabbia
Del pizzicor, che non ha più soccorso. 81*
E sì traevan giù l'unghie la scabbia,
Come coltel di scardova le scaglie,
0 d'altro pesce che più larghe l' abbia. 84
0 tu, che colle dita ti dismaglie,
Cominciò il Duca mio a un di loro,
702 INFERNO
E che fai d'esse tal volta tanaglie, 87
Dimmi, s' alcun Latino è tra costoro,
Che son qui ne' entro, se l'unghia Ubasti
Eternalmente a cotesto lavoro. 90
Latin sem noi, che tu vedi sì guasti,
Qui ambodue, rispose l'un piangendo:
Ma tu chi sei, che di noi dimandasti? 93
E il Duca disse: io son un, che discendo
Con questo vivo giù di balzo in balzo,
E di mostrar l'Inferno a lui intendo. 9G
AH or si ruppe lo comun rincalzo,
E tremando ciascuno a me si volse
Con altri che l'udiron di rimbalzo. 99
Lo buon Maestro a me tutto s' accolse
Dicendo: di' a lor ciò che tu vuoli.
E io incominciai, poscia ch'ei volse: 102
Se la vostra memoria non s'imboli
Nel primo mondo dell'umane menti,
Ma s'ella viva sotto molti soli, 105
Ditemi chi voi siete, e di che genti:
La vostra sconcia e fastidiosa pena
Di palesarvi a me non vi spaventi. 103
Io fui d'Arezzo, e Alberto da Siena,
Rispose l'un, mi fé' mettere al fuoco:
Ma quel per ch'io morii qui non mi mena. 1 1 1
Ver è, ch'io dissi a lui parlando a giuoco:
Io mi saprei levar per l'aere a volo:
E quei, ch'avea vaghezza e senno poco, 1 14
Volle ch'io gli mostrassi l'arte; e solo
Perch'io noi feci Dedalo, mi fece
Ardere a tal, che l'avea- per figliuolo. 1 17
CANTO XXIX. 705
Ma nell'ultima bolgia delle di eco
Me per l'alchimia , che nel mondo usai ,
Dannò Minos, a cui fallir non lece. 120
E io dissi al Poeta: or fu giammai
Gente sì vana, come la Sanese?
Certo non la Francesca sì d'assai. 123
Onde l'altro lebbroso, che m'intese,
Rispose al detto mio: Tranne lo Stricca,
Che seppe far le temperate spese ; 1 26
E Niccolò, che la costuma ricca
Del garofano prima discoperse
Neil* orto , dove tal seme s' appicca ; 1 29
E tranne la brigata, in che disperse
Caccia d'Ascian la vigna e la gran fronda;
E l'Abbagliato il suo senno profferse. 132
Ma perchè sappi chi sì ti seconda
Contra i Sanesi, aguzza ver me l'occhio,
Sì che la faccia mia ben ti risponda; 135
Sì vedrai, ch'io son l'ombra di Cappocchio,
Che falsai li metalli con alchimia,
E ten dee ricordar, se ben t'adocchio,
Com'io fui di natura buona scimia. 139
COMMENTO DI BENVENUTO
Pena de' falsari puniti nella decima bolgia. Il canto può
dividersi in quattro parti generali : nella prima — seguito della
materia precedente ricordando un altro scismatico di sua
schiatta : nella seconda castigo de' falsari quando noi fum-
mo ecc. nella terza — alchimisti , e menzione di due, che fu-
rono al suo tempo passo passo ecc. nella quarta — digressioni
ed imprecazione contro Siena et io dissi ecc.
704 INFERNO
Continuando il canto precedente, dice, ch'era così a-
strattonel considerare la moltipliche di que'castighi , che non
sapeva allontanarsene.
La molta gente de' scismatici e le diverse piaghe le di-
verse'ferite avean si inebriate le mie luci avean così colpiti
gli occhi miei che eran vaghe dello stare a piangere quanto
più ne vedeva, tanto più sentiva pietà, e piangeva; ma Vir-
gilio lo tolse da tal fissazione ma Vigilio mi disse che più
guardi? perchè vuoi proseguire a mirar que' tormenti ? per-
che la vista tua pur si sofolge la giù perchè si ferma nel fondo
di quella bolgia tra le ombre triste ismozicate? fra que* sci-
smalici rotti , e mozzati nelle membra? tu non hai fatto si al-
l altre bolge non facesti altrettanto nelle altre. Ma perchè Dante
avrebbe potuto rispondergli che appunto fermavasi perchè
erano castighi più strani e nuovi, Virgilio tronca la rispo-
sta aggiungendo pensa che la valle la nona bolgia volge mi-
glia ventiduo ha un circuito Al ventidue miglia. Pretendono al-
cuni, che Dante con ciò avvisi, che ogni bolgia sia sempre di
grandezza doppia di quella che segue, ma non so quanto regga
la pretesa e già la luna e sotto inostri piedi ossia è vicino il
mezzogiorno. Così è chiaro che stettero nelF Inferno due dì,
due notti, e metà del terzo giorno. É noto che ne9 pleniluni
la luna sta sull'orizzonte al far della sera, e nello zenit a
mezza notte, e che per conseguenza si trova al mezzodì sus-
seguente nel nadir, eh' è quanto dire sotto i nostri piedi.
Dante aveva già detto che nella notte precedente la luna era
tonda, o piena, lo tempo e poco ornai che ne comesso po-
tendo stare nelT Inferno soltanto per l' altra metà del giorno,
e per la notte intera che segue o metaforicamente — la mate-
ria è lunga, ed il tempo è breve e altro e da veder che tu non
vedi altri vizi restano a descriversi ed altri castighi.
CANTO XXIX. 70R
Risposto da presso dopo Virgilio forse m avresti ancor
dimesso lo star forse m'avresti concesso di stare di più se tu
avessi atteso a la ragion per eh io guardava. Dante non si
rammentò, che Virgilio gli conosceva i pensieri anche più oc-
culti /o duca Virgiliosen già parte frattanto, e qui parte non
è nome, ma avverbio, ed è volgare fiorentino, come se avesse
detto — Virgilio era sempre sulle mosse quando gli rispon-
deva io gli andava dreto già facendo la risposta dicendo
il motivo, che là mi tratteneva: credo che uno spirto del mio
sangue pianga qualcuno degli Alighieri sia tormentato per
la colpa di essere stalo scismatico die tanto costa la giù che
si castiga tanto gravemente in quel fondo dentro a quella
cava in quella nona bolgia dove io teneva or gli occhi intel-
lettuali si a posta tanto fissi con tanto studio con tanto inte-
ressamento. Dante non la perdonò al proprio sangue nel dire
e palesare il vero; pensa duhque se avrà risparmiatigli altri.
aliar disse l maestro Virgilio che m' insegnava lo tuo pensier
non se franga non si rompa, o non si affatichi da inanzi
sovrdlo non perdere il tempo per questo attendi ad altro
ad altra materia et ei tasi rimagna rimanga al castigo chi se
lo meritò chi vidi lui a pie del ponticello presso il ponte della
nona bolgia in compagnia di Bertrando mostrarti e minacciar
forte col dito come costumano quelli che minacciano altrui
e udii nomar Gerì del Bello costui , fratello di Cione del Bello
degli Alighieri fu infesto e scismatico, ed ucciso da uno
de' Sacchetti. Come seminatore di discordie niuno di sua fa-
miglia si prese pensiero della vendetta della uccisione, acca-
duta già da trent' anni. Ma finalmente quel Cione, insieme coi
nipoti di Gerì, la compiè ammazzando uno de* Sacchetti sulla
porta della propria casa. Datrte noi vide perchè Virgilio ag-
giunge tu eri aliar si del tutto impedito tanto intento e fisso
RaMBALDI — Voi. 1. 45
706 INFERNO
altrove, che non vedevi altra cosa sovra colui cioè sopra Ber-
trando del Bornio che già tenne AUaforte castello d' Inghilterra
che non guardasti in la si fu partito e per verità Dante ebbe
singolare astrazione, come si disse, se gli sfuggì Gerio, che
pareva doversi nominare: Io pone Dante dopo Bel tran do per
riguardo di parentela. —
Dissio o Duca mio o Virgilio (a violenta morte che non
gli e ancor vendicata per alcuni che sia consorte dell onta
la sua uccisione, che non fu ancor punita da alcun parente,
e quindi neppure da me. E qui pretendono alcuni, che Dante
ne faccia emenda coir opera presente, locchè non può am-
mettersi, perchè nel 1300, epoca in cui cominciò questo su-
blime lavoro, non era per anche accaduta fece lui disdegnoso
di cercar me come avevano fatto gli altri spiriti onde sen già
sanza parlarmi si partì senza dirmi parola e fatto m ha a se
esser più pio perciò più mi dolgo, e più ho pietà, essendo
debito de' parenti lavare gl'insulti, che soffersero. Tutti gli uo-
mini naturalmente inclinano a vendicarsi, ma i fiorentini vi
sono sopra gli altri propensi, come mostrarono in quel tempo
contro la Romana Chiesa, suscitando ribellioni'nelle varie parti
d' Italia. Ecco il perchè Dante finge, che Gerio spirito fioren-
tino, sdegnoso si allontanasse muto. Eppure è più bello il
perdonare, potendo, le offese, perchè l'atto allora è ma-
gnanimo, come fece Cesare in ogni incontro, del quale si par-
lerà nel canto VI del Paradiso, cosi parlammo di detta ma-
teria infin al luogo primo fino al principio della riva, ebe
divide la nona dalla decima bolgia che qual luogo primo mo-
stra l altra valle la decima ed ultima da lo scoglio dal ponte.
Parlarono, togliendosi dal ponte nono finché giunsero al de-
cimo, se più lumi vi fosse tutto ad imo dal decimo ponte, a
cui eran giunti avrebbero potuto vedere ogni cosa nel fondo
CANTO XXIX. 707
della valle, se vi fosse stato maggior luce, essendo la decima
bolgia oscurissima, perchè in essa sono puniti i falsari.
Quando noi fummmo seconda parte generale — Dante
imagina, che i falsari siano presi da vari malori , o di languore ,
o di lebbra, o d' idropisia, o 'di etisia, o di furore, ma tutti
corrotti nella carne, perchè nel mohdo furono corrotti nella
mente. Emana quindi da quel luogo un insoffribile puzzo. I
falsari sono corrompitori di arte e natura nel modo stesso
dell'epidemia, che attacca non solo i vicini, ma ben anche i
lontani, infettando persino l'aria che circonda. — Come poi
sono innumerabili le frodi e le falsità, così in questo luogo
sono innumerabili le piaghe ed i mali che affliggono i dannali.
lamenti diversi lor vari ed alti che quali lamenti avevan li
strali le saette, o dardi ferrati di pietà pungenti a pietà e
compassione ferrati in quanto al par del ferro avrebbero fe-
rito ed impietosito il cuore il più duro saetlaron me mi col-
pirono quando noi fummo in su l ultima chiostra nel ponte
dell' ultima bolgia di malabolge nome proprio dell' ultima
chiostra poi perchè il chiostro chiude i frati all' esercizio di
pazienza, e questa i dannati a soffrire il castigo si che suoi
conversiì falsari così chiamati per segui ria mela fora del chio-
stro potean parere alla veduta nostra poteano mostrarsi a
noi ondio copersi gli orecchi colle mani per non udire quel
frastuono. Se il dolore di tre luoghi pestilenziali si raccogliesse
in un luogo solo, non uguaglierebbe quello della decima
bolgia, il dolor era tal tanto forte qual fora se delli spe-
dai (U Val di Chiana è questa una valle paludosa, d'acqua
fracida e morta in Toscana fra Clusi, Arezzo, e Cortona nel
contado di Siena. In prossimità di delta valle era l'ospitale di
Altopasso. tra l luglio e l settembre tempo in cui le malattie
più infieriscono in que' luoghi, cimali de Maremma tanto
708 INFERNO
maremma di Toscana, quanto maremma romana e di Sardi-
gna in tal tempo anche in Sardegna ammalano molti. L'aria
corrotta per la corruzione dell'acqua, ed i venti meridionali
caldissimi producono ogni genere di malattie. La Sardegna poi
ha maggiore pestilenza ne' lidi, che nell'interno fosser tutti
insembre insieme, in una fossa, non uguagli crebbero il do-
lore della bolgia decima, e tal puzza n usciva tanto insoffri-
bile qual suol venir de le memore marcide dalle membra ul-
cerate e fracide. noi discendemo in su l ultima riva andam-
mo fino a pie del ponte, per cosi meglio distinguere i falsari
dannali di lungo il scoglio in linea retta del ponte pur da
man sinistra perchè nell'Inferno sempre si va alla sinistra,
essendo quella la parte dei vizi, et allora la vista mia fu più
viva fu più capace a distinguere giù per lo fondo della bolgia
la ove la giustizia infallibile divina ministra del alio sire
ministra di Dio punisce i falsatori che registra castiga i fal-
sari prima registrati da Minos.
I puniti in questa bolgia avevano i mali di Egina nel tem-
po della peste descritta da Ovidio nel settimo delle Maggiori.
Quando in Grecia Minos si mosse contro gli ateniesi per la
morte di Àndrogeo, regnava Eaco padre di Pilleo, e zio di A-
chille nella città di Egina. Allora una crudelissima peste su-
scitata dallo sdegno di Giunone, opprimeva quella città. 1 venti
australi, che vi soffiano per quattro mesi continui avevano
corrotta l'aria, e molti serpentelli volanti l'avvelenavano. La
peste prima invase gli uccelli, i cani, i buoi, indi i cavalli: i
lupi non ardivano toccare i cadaveri. Poi attaccò i contadini,
ed entrò in ultimo nella citta. Morivano gli eginesi quasi arsi, %
perchè la loro faccia appariva rossa, infiammata, né vi era
medico ristoro a tale ardenza; i farmachi apprestati, pareva
che crescessero il male. Per mancanza di pioggia correvano
CANTO XXIX. 709
ai fonti, ai pozzi, ai fiumi, ma prima estinguevasi la vita di
quello che la sete: fuggivano dal letto come da fornace, e si
mettevano carpone o boccone per terra, ma indarno. Lascia-
vano deserte le abitazioni per lusinga di luogo migliore, ma
lo trovavano più infesto. La terra era coperta di cadaveri, co-
me la è delle ghiande sbattute dalle quercie, e tanta era la
moltitudine de' morti, che non potevano seppellirsi, sebbene
moltissimi si bruciassero ne' roghi. Eaco spaventato pregava
Giove, o gli rendesse i suoi, o lo facesse co'suoi morire, e
pregava sotto di una gran quercia consacrata a Giove, e sulla
quale correvano formiche in lunga fila, portando grani ed
altro pel cibo invernale. Maravigliato Eaco del prodigioso nu-
mero di quelle formiche, pregava Giove a ridargli altrettanti
cittadini. — Giunta la notte il re tornò a vedere in sogno la
stessa quercia e le stesse formiche, e pareva che la quercia
con volontario molo scuotesse le formiche, le quali giunto al
suolo risorgessero, e si drizzassero sui piedi , prendendo nuova
forma e colore. Colpito dal sogno, e svegliato trovò egli dav-
vero uomini venuti da quelle formiche, che lo salutarono per
re. Egli divise la città al nuovo popolo e chiamò i suoi sudditi
mirmidoni, perchè in greco mirmidon suona come in italiano
— formica. — Questa è una favola, che in sé contiene molte
verità. É vero storicamente della peste, che votò la città di a-
bitanti. Anche nel 1348 la peste di Oriente rovinò tante schiat-
te e tante città, chela distruzione giunse fino all'Occidente,
ed in ispecial modo colse la Sicilia e la Sardegna, che di dieci
persone ne morirono nove. Altra fiera peste apparve nel 1562;
poi un'altra contraddistinta dall'attacco speciale agl'inguini,
stante la corruzione dell'aria. Si finge per lo più la peste ec-
citata dallo sdegno di Giunone, perchè questa è Dea dell'aria.
Che il re avesse chiesto di morire, vista l'orribile strage de'
712 I2IFERK0
dare per far pranzi. Ed èssi si scaldano ai fornelli, e sudano
maculati di schianze macchiati di croste dal capo al pie per
tutto il corpo, e non vidi già mai menare streghia non vidi
mai usare là streggbia si con tanta prestezza da ragazzo as-
pettato dal suo signore il mozzo di stalla mena più presto la
stregghia quando il padrone aspetta il cavallo o da colui che
mal volentieri veglia o dal servo che ha voglia d' andar a
dormire come ciascun menava spesso il morso — de l un-
ghie sopra se come ciascun furiosamente qui grattavasi , e
quasi mordevasi per la gran rabbia del pizzicar pel gran pru-
rito che non a più soccorso se non nelP unghie. Bella simili-
tudine quantunque tratta da oggetti vili ed abbietti! Il povero
mozzo stregghia il cavallo per nettarlo dalla sporcizia della
pelle; l'alchimista tenta purgare il metallo, e perciò il filosofo
dice, che il piombo per V alchimia è argento lebbroso. I me-
talli differiscono fra loro per forme accidentali , e non per so-
stanziali, giacché tutti si producono dall'argento vivo e dallo
zolfo. La natura tende a produrre metalli perfetti , perchè a-
giscecon un solo fine, ma in fatto produce tutt' altro che per-
fezione, e ciò è fuori dell'intenzione di natura. Nella forma-
zione p. e. dell'oro, concorre lo zolfo rosso e l'argento vivo
purificato: due metalli quindi sono i soli perfetti, Toro e
l'argento, e questi sono prodotti secondo la intenzione della
natura: gli altri lo sono per corruzione in parte, e quindi
falsi ed imperfetti. Se l'alchimista cerca di sanare tal corru-
zione, rimediando allo zolfo, all'argento vivo, calcinandoli,
distillandoli, od in altro modo, non commette colpa. Il tenta-
tivo si opera con ceri' acqua, e succhi d'erbe; ma l'effetto
pare, che non sia possibile, perchè niun alchimista ancora
l'ottenne, e li vediam tutti miserabili. Non so, se alcun antico
l'ottennesso; fra i moderni niuno certamente può menare tal
CANTO XXIX. 713
vanto. Trattandosi poi d'Inferno morale, gli alchimisti ebbero
sempre le loro pene/ perchè sempre lavorarono indarno, gua-
dagnando solo stenti, e miserie e l unghie traevansi le scabie
giuìe croste come coltello trae le scaglie da scar dova lascar-
dova è pesce di valle, bianco, grosso, corto, che ha molte
squamine e spine, fra i pesci di valle il più sano o d altro
pesce che labbia pia larghe p. e. la raina che presso alcuni
nomasi scarpa.
E l duca mio comincio Virgilio cominciò a dire a luti
di laro o tu che ti scagli che ti strappi le squamine o croste
non tre dita colle unghie e che fai talvolta tanaglia de se e
dell'unghie fai come tanaglie dimmi s alcun latino e tra co-
storo se alcun italiano è fra costoro, che si grattano che son
qui entro qui dentro. E lo scongiura dicendo se l unghia ti
basti eternalmente a cotesto lavoro sembra piacere grattarsi
a chi ne ha prurito, e quindi si captiva cosi la di lui benevo-
lenza, lun rispuose piangendo noi che tu vedi si guasti qui
rispose lo spirito interrogato versando lagrime: noi che tu
vedi così corrotti dai mali siam ambedui latini siamo tutti due
italiani ma tu chi se che di noi dimandasti? sei tu forse ita-
liano? e l duca disse io sono un che discendo con questo vivo
sono un morto, che una volta tenni questa strada, ed ora gui-
do un vivo per questi luoghi infernali di balzo in balzo di
cerchio in cerchio che intendo dimostrar l'Inferno a lui non
vengo per istruirlo nell'alchimia, ma per mostrargli invece i
castighi degli alchimisti, e perchè impari così a guardarsi
dalle vostre operazioni, allor si ruppe lo cornuti rincalzo al-
lora si tolsero dall'appoggio reciproco per guardar Dante cia-
scun si volse a me tremando perchè non potevano sostenersi
senza appoggio con gli altri che ludiron di rimbalzo con
quelli ai quali non si era parlato, ma spinti dalla novità ma-
714 INFERNO
ravigliosa , che un vivente fosse disceso all' Inferno, lo bon Ma-
estro s accorse di noi dicendo di a lor do clic tu vuoti Vir-
gilio mi si accostò dicendo, chiedi quanto brami et io comin-
ciai a dire poscia eh ei si volse a darmi licenza ditemi chi
voi siete e di che gente di qual nazione, e patria se la vostra
memoria non s involi de la natura humana se non manchi
memoria di voi su nel mondo nel primo mondo de' viventi
ma s ella viva sotto molti soli augurando che viva lungamente,
e cosìcaptivandosi benevolenza: la vostra pena sconcia et fa-
stidiosa non vi spaventi di apalesarvi a mi ed era veramente
schifoso aver sot t'occhio uno scabbioso, scorticato, sangui-
nente, che mali di tal fatta deformano in modo da non rico-
noscere tante volte i più conosciuti. Allegoricamente gli alchi-
misti si vergognano di farsi conoscere, lavorano di nascosto,
e non si scoprono che ai compagni. In Siena al tempo di Dante
visse messer Griffolino d'Arezzo gran naturalista, ed alchimi-
sta. Strinse amicizia con Albaro tenuto qual figlio dal Vesco-
vo di Siena, dal quale con astuzia spremeva denaro, e doni.
Prometteva a quel semplice e stolto mari e mondi, e fra le
altre che volendo poteva volare per l'aria a suo piacere. Al-
lora crebbero i doni e le preghiere di Albaro, messo in desio
di volare esso pure; ma Griffolino lo giocava, sempre dila-
zionando, finche deluso ed ingannato se ne lagnò col Ve-
scovo, il quale ordinò la più severa inquisizione contro Grif-
folino imputandolo di arte magica, quantunque non la cono-
s cesse, e sotto questo titolo lo fece bruciar vivo, rispose l un
Griffolino io fui d Arezzo. Questa città produsse spesso uo-
mini di acuto ingegno et Albero da Siena città che all' oppo-
sto d' Arezzo produce spesso uomini stolli mi fé metter al fuo-
co mi fece bruciar vivo; ma quel perch io mori ma l'arte
magica non mi mena non mi condusse a questa pena, ver e
CANTO XXIX. 715
eh io dissi a lui parlando a gioco ad Albaro scherzando, e
prendendomi spasso della stoltezza del Sanese i mi saprei le-
var per l aere a volo potrei, volendo, alzarmi per l'aria e
quei Albaro eh avea vaghezza e senno poco molta smania e
niente d'ingegno volle eh io gli mostrassi larte di volare
e mi fece ardere a tal dal vescovo di Siena che l avea per fi-
glio che tenea Albaro per figlio, e forse non lo era, solo per-
eh io non lo feci Dedalo per lo stolto motivo, che io noi feci
volare. Dedalo artefice ingegnosissimo, si dice, che volasse
insieme col figlio Icaro quando venne da Creta in Italia, co-
me fu detto nel canto XVII. ma Minos giudice dell'Inferno a
cui faller non lice che niuno può ingannare, figurando egli
la coscienza damno per l alchimia che usai nel mondo nel
ultima bolgia de le dieci mi condannò come alchimista in que-
sta ultima bolgia fra i falsari.
Io dissi quarta parte generale, et io io Dante considerando
alla stoltezza di quell'Alban) di Siena, edel vescovo, che non
ebbe vergogna di trascinare alle fiamme un suo simile per uno
scherzo, di cui piuttosto dovea ridere dissi al poeta a Virgi-
lio or fu già mai gente si vana come la Sanese? vi fu mai
popolo più stolto del sanese? certo non la Francesca si assai
i francesi vanissimi non arrivano a tanto. I francesi fino ab
antiquo si dissero i più vani del mondo da Giulio Cesare e da
Celso: oggi poi lo accerta il fatto, perchè ad ogni ora inven-
tano foggie e maniere di vestire, e quindi non fa maraviglia
se mancano di una propria. Portano al collo una catena, un
cinto al braccio, la punta alle scarpe, l'abito corto sopra il de-
retano, e pudendi, e coprono invece la faccia col cappuccio.
Mi sdegno quindi scorgendo gì' italiani nobili e plebei che fan
di tutto per seguire le loro vestigia, e menan vanto di balbet-
tare frase francese, affermando, che niun' altra lingua è più
716 INPERNO
bella, lo che è falso, essendo quella bastarda della lingua Ita*
liana come insegna esperienza. Invece di cavaliere dicono che-
valier con corrotta dizione, e non sapendo dir signore pronun-
ciano sir , e così d' altri ecc. volendo esprimere linguaggio vol-
gare Io dicono romano, ed il volgare loro chiamano Romanzo.
Vergognino gl'italiani piegarsi a quegF ignobili! Dante a ra-
gione paragonò i sanesi ai francesi, perchè i primi venner
da questi a testimonianza di Giovanni Inglese nel suo Policrate.
— I galli sennoni fabbricarono Siena lasciandovi i più vecchi,
e più deboli di loro. Conservarono a lungo la somiglianza
de' lineamenti, del colore, e dei costumi; ma la lunghezza del
tempo, la diversa posizione e località, il conversar coi vicini,
la mescolanza di sangue , la maniera di vita in gran parte li
scambiò. — Per altro il detto di Giovanni non mi persuade,
perchè Siena non è tanto antica, e Tito Livio, od altro storico
antico non ne fa menzione. Ritengo pertanto, che Giovanni in-
glese abbia sbagliato tra Siena, e Senogallia; imperocché i gua-
sconi, e non i galli sennoni fabbricarono Senogallia nel lito-
rale dell'Adriatico, che prima nomossi Seno, come attesta Li-
vio, allorché racconta, che Claudio Nerone console venendo in
aiuto di Livio Sali natore suo collega con un esercito contro di
Asdrubale giunse a Seno, poscia debellò Asdrubale presso al
fiume Metauro, distante circa sedici miglia da Senogallia onde
/ altro lebbroso alchimista chemintese che mi udì parlare della
vanità de'sanesi — Mastro Capocchio fiorentino, uomo adatto
a tutte cose , specialmente a cambiar metalli , e che secondo al-
cuni, fu bruciato vivo in Siena. Dante lo pone con GrifTolino
perchè simile nell'arte, nella colpa, e nella pena rispose al
detto mio Dante fa raccontare un'altra vanità sanese per giu-
stificare maggiormente la sua riprovazione.
CANTO XXIX. 717
In Siena, ai tempi odierni fu istituita una stoltissima
società, che volle nomarsi società nobile, e corteggiana,
ma che il volgo diceva — spenderizia — Dodici giovani
ricchissimi si misero in testa di far cose da far maravi-
gliare gran parte di mondo. Ciascuno depositò dieciotto mi-
la fiorini d' oro, e così formossi un cumulo di duecento
sedici mila fiorini. Fu prima legge, che qualunque socio
spendesse per proprio esclusivo conto la più piccola som-
ma, come indegno fosse tosto scacciato da tanto liberale
sodalizio. Costrutto un palazzo, in cui ciascun socio aveva
camera splendidissima, preziose suppellettili si adunavano
i soci due volte al mese per sontuosissimi pranzi, e lietis-
sime cene. Ogni convitto era ornato di tre servizi di tavola,
ed il primo spettava ai camerieri inservienti al convito, e tutti
gli ornati, vasellami, coltelli dorati, o d'argento si gettavano
dopo il convito dalla finestra: il secondo servigio delle vivande
si consumava: si conservava però il terzo servigio per vini
esteri, per confetture singolari, e per quanto era fuori degli
usi comuni. Dovevano i soci tutti stare attenti ali1 arrivo di
qualche distinto personaggio, e condurlo in gran pompa al
palazzo sociale e trattarlo non solo per cibi , ma anche ma-
gnificamente per doni. Tale pazza istituzione non durò che
dieci mesi , giacché il cumulo presto si esaurì , ed i soci resi
miserabili divennero la favola e lo scherno del mondo. Com-
poste in proposito due canzoni l' una sulle delizie, l'altra sulle
calamità de' soci, passarono esse di bocca in bocca e qualche
socio si ridusse all'ospitale. Dante pure amò di perpetuare la
memoria di tanta stoltezza. — Mastro Capocchio gli rispose
scongiurandolo contro i sanesi tranne eccetto me e dello Seric-
ea che seppe far le temperate spese parlando ironicamente e
Niccolo eccetto Niccolò altro sanese socio efie primo disco-
718 INFERNO
perse che primo scoprì , trovò la costuma ricca del garofano.
Alcuni dicono, che costui si facesse da un domestico monda-
re il garofano. Altri vogliono che inventasse certa maniera di
fare il rosto con aromi preziosi, e specialmente collo scelto ga-
rofano, locchè fu detto dal volgo — la costuma ricca — Altri che
facesse arrostire capponi, fagiani ed altri scelti volatili sulle
brace del garofano ardente; e questa interpretazione è più
probabile, perchè allora la spesa era grave. Si conta pure che
alcuni facessero bollire i fiorini nel sapore, e dopo averli te-
nuti in bocca alcun poco, li cacciassero sulla via. nell orto
dove tal seme s appicca cioè nella città di Siena dove la go-
losità, seminata che sia, pullula, e germoglia tranne la briga-
ta eccettuata la brigata in che nella quale Caccia nome pro-
prio d Ascian nobile castello donde vennero questi Caccia
disperse la vigna e la gran fronda aveva costui bella e ma-
gnifica possidenza che vendette e consunse in quella paz-
za brigata eproferse propalò, manifestò il suo senno abba-
gliato che per miseria impazzì, quando prima erasi tenuto
per prudente e savio, aguzza l occhio intellettuale ver me
verso di me si che la faccia mia ben ti risponda sicché pos-
sa raffigurarmi si vedrai eh i son l orqbra di Capocchio — che
falsai li metalli con l'alchimia costui usò dell' alchimia in
cattiva parte, perchè dice — falsai— perche sappi chi si ti
seconda onde tu conosca chi è teco daccordo contro Siena e
ti dei ricordar se ben ti adocchio e devi rammentarti , se non
prendo equivoco. In un venerdì santo costui dentro di un chio-
stro pi nge vasi in un unghia, e con maraviglioso artificio la
passione di N. S. Gesù Cristo. Sorpreso da Dante, tosto colla
lingua cancellò quanto con tanto ingegno ed artificio aveva
fatto; del che Dante lo sgridò, essendo il lavoro maraviglioso
al pari di colui , che scrisse la intera Iliade in una noce che io
CANTO XXIX. 719
fui de natura bona scimia contraffacendo il tulio, come la
scimia. Conobbe finamente carattere, costumi, azioni e fa-
coltà degli altri uomini, e sapeva contraffarli.
CANTO XXX.
TK8TO MODERNO
Nel tempo che Giunone era crucciata
Per Semele contra il sangue tebano,
Come mostrò già una e altra fiata; 3
Marnante divenne tanto insano,
Che veggendo la moglie co' duo figli
Venir carcata di ciascuna mano, 6
Gridò: tendiam le reti, sì ch'io pigli
La lionessa e i lioncini al varco:
E poi distese i dispietati artigli , 9
Prendendo l'un, eh* avea nome Learco,
E rotollo , e percosselo ad un sasso ;
E quella s'annegò con l'altro incarco. li
E quando la fortuna volse in basso
L'altezza de'Troian che tutto ardiva,
Sì che insieme col regno il re fu casso; 15
Ecuba trista misera e cattiva,
Poscia che vide Polissena morta,
E del suo Polidoro, in su la riva 18
Del mar, si fu la dolorosa accorta,
Forsennata latrò, sì come cane;
Tanto il dolor le fé' la mente torta. 21
Ma né di Tebe furie né Troiane
Si vider mai in alcun tanto crude,
Nel punger bestie, non che membra umane, 2*
CANTO XXX. . 751
Quanl'io vidi in due ombre smorte e nude,
Che mordendo correvan di quel modo,
Che il porco quando del porcil si schiude. 27
L'una giunse a Capocchio, ed in sul nodo
Del collo Passati nò, sì che tirando,
Grattar gli fece il ventre al fondo sodo. 30
E ]' Areti n, che rimase tremando,
Mi disse: quel folletto è Gianni Schicchi,
E va rabbioso altrui cosi conciando. 33
Oh, diss'io lui, se l'altro non ti ficchi
Li denti addosso, non ti sia fatica
A dir chi è, pria che di qui si spicchi. 36
Ed egli a me: queir è l'anima antica
Di Mirra scellerata, che divenne
Fuor del diritto amore al padre amica. 39
Questa a peccar con esso così venne,
Falsificando sé in altrui forma,
Come l'altro, che in là sen va, sostenne, 42
Per guadagnar la donna della torma,
Falsificare in sé Buoso Donati,
Testando, e dando al testamento norma. 45
E poi che i duo rabbiosi fur passati,
Sovra i quali io avea l'occhio tenuto,
Rivolsilo a guardar gli altri mal nati. 48
lo vidi un fatto a guisa di liuto,
Pur ch'egli avesse avuto l'anguinaia
Tronca dal lato, che l'uomo ha forcuto. 51
La grave idropisia, che sì dispaia
Le membra con l'umor che mal converte,
Che il viso non risponde alla ventraia, 54
Faceva lui tener le labbra aperte,
Kambaldi - Voi* 1. 46
722 INFERNO
Come T etico fa , che per la sete
L'un verso il mento e l'altro in su ri verte. 57
0 voi, che senza alcuna pena siete
(E non so io perchè) nel mondo gramo ,
Di ss' egli a noi, guardale e attendete 60
Alla miseria del maestro Adamo:
Io ebbi, vivo, assai di quel ch'io volli ,
Ed ora, lasso I un gocciol d'acqua bramo. 63
Li ruscelletti, che de' verdi colli
Del Casentin discendon giuso in Arno,
Facendo i lor canali e freddi e molli , 66
Sempre mi stanno innanzi, e non indarno;
Che l'imagine lor via più m'asciuga,
Che il male ond' io nel volto mi discarno. 69
La rigida giustizia, che mi fruga,
Traggo cagion del luogo ov'io peccai,
A metter più i miei sospiri in fuga. 72
Ivi è Romena, là, dov'io falsai
La lega suggellata del Battista,
Perch' io il corpo, suso arso lasciai. 75
Ma s'io vedessi qui l'anima trista
Di Guido, o d'Alessandro, o di lor frate,
Per Fonte Branda non darei la vista. 78
Dentro c'è l'una già, se l'arrabbiate
Ombre che vanno intorno dicon vero:
Ma che mi vai, eh' ho le membra legate? 81
S'io fossi pur di tanto ancor leggiero,
Ch'io potessi io cent'anni andare un'oncia,
Io sarei messo già per lo sentiero, 84
Cercando lui tra questa gente sconcia,
Con tutto ch'ella volge undici miglia,
CANTO XXX. 723
E men d'un mezzo di traverso non ci ha. 87
lo son per lor tra sì fatta famiglia:
Ei m'indussero a battere i fiorini,
Che avevan tre carati di mondiglia. 90
E io a lui: chi son li duo tapini,
Che fuman come man bagnata il verno,
Giacendo stretti a' tuoi destri confini? 95
Qui li trovai, e poi volta non dierno,
Rispose, quando piovvi in questo greppo,
E non credo che deano in sempiterno. 96
L' una è la falsa che accusò Giuseppo:
L'altro è il falso Sinon Greco da Troia:
Per febbre acuta gittan tanto leppo. 99
E l'uri di lor che si recò a noia
Forse d'esser nomato sì oscuro,
Col pugno gli percosse l'epa croia. 102
Quella sonò, come fosse un tamburo:
E mastro Adamo gli percosse il volto
Col braccio suo, che non parve men duro, 105
Dicendo a lui: ancor che mi sia tolto
Lo muover, per le membra, che son gravi,
Ho io il braccio a tal mestier disciolto. 108
Ond'ei rispose: quando tu andavi
Al foco, non l'avei tu così presto:
Ma sì e più l'avei quando coniavi. Ili
E l'idropico: tu di' ver di questo:
Ma tu non fosti sì ver testimonio
Là , 've dei ver fosti a Troia richiesto. 114
S'io dissi falso, e tu falsasti il conio,
Disse Sinone: e son qui per un fallo,
E tu per più che alcuno altro dimonk). 117
i
724 INFERNO
Ricorditi, spergiuro, del cavallo,
Rispose quei, ch'aveva enfiala l'epa,
E sieli reo, che tutto il mondo sallo. 120
A te sia rea la sete onde ti crepa ,
Disse il Greco, la lingua, e l'acqua marcia
Che il ventre innanzi gli occhi ti si t'assiepa. 123
Allora il monetier: cosi si squarcia
La bocca tua per dir mal come suole;
Che s'io ho sete, e umor mi ri n fa rei a, 126
Tu hai l'arsura, e il capo che ti duole,
E per leccar lo specchio di Narcisso,
Non vorresti a invitar molte parole. 129
Ad ascoltarli er'io del tutto fisso,
Quando il Maestro mi disse: or pur mira,
Che per poco è, che teco non mi risso. 152
Quando io il sentii a me parlar con ira,
Volsimi verso lui con tal vergogna,
Che ancor per la memoria mi si gira. 135
E qual è quei, che suo dannaggio sogna,
Che sognando disidera sognare,
Sì che quel eh' è, come non fosse, agogna; 158
Tal mi fec'io, non potendo parlare,
Che disiava scusarmi , e scusava
Me tuttavia, e noi mi credea fare. 141
Maggior difetto men vergogna lava,
Disse il Maestro, che il tuo non è stato:
Però d'ogni tristizia ti disgrava: 144
E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,
Se più avvien, che fortuna t'accoglia
Dove sien genti in simigliante piato;
Che voler ciò udire è bassa voglia. 148
CANTO XXX. 725
COMMENTO DI BENVENUTO
Seguita il castigo de' falsari. In tre parti generali dividesi
il canto. Nella prima — falsari della propria persona, antichi
e moderni, puniti col furore: nella seconda — falsatori di mo-
neta, che son puniti coir idropisia io vidi un ecc. nella terza
— falsatori in parole — puniti colla febbre et io a lui ecc.
Agenore re di Tiro ebbe una figlia — Europa — che Giove
rapì, e per cui il padre mandò il figlio Cadmo a corcarla in
ogni luogo, e senza di lei, proibendogli, di tornare alla pa-
tria. Cadmo, trovati compagni, né credendo decoroso inse-
guire una donna, giunse per mare in Grecia, ed ivi cercò
per sé, e compagni un soggiorno. Interrogato l'oracolo di
Apollo Delfico ebbe in responso — di seguire il Bove — e la
provincia si chiamò Beozia. Superate alcune guerre coi lace-
demoni, e con altri vicini, fabbricò Tebe, da cui fu gridato
re. Felice del suo esilio, chiaro per le gesta, e più chiaro per
la invenzione delle lettere, volendo rendersi più noto per la
prole, sposò Ermione distinta per bellezza e nobiltà, dalla
quale ebbe quattro figlie belle, e decorose come la madre,
quali diede in moglie a quattro incliti principi, e delle quali
vide i nipoti. Chi poteva essere più beato di lui? Eppure, la
umana di lui felicità si cambiò prestissimo nelle maggiori
sciagure. La prima figlia Semele amata da Giove, per aver
macchiato il talamo di Giunone, pregnante, e colta in adul-
terio fu arsa viva, come nel canto XXI del Paradiso. La se-
conda Auctonoe ebbe dal marito Aristeo un figlio Ateone appas-
sionato per la caccia, e che fu sbranato dai cani, e cambiato
in cervo, come si disse al canto XIII. La terza Agave partorì
al marito Esione un figlio Penteo che resse Tebe: ma la ma-
dre colle sorelle, contro il divieto, volle penetrare ne' sagri-
726 INFERRO
liei di Bacco e per errore uccise il proprio figlio sotto aspetto
di cignale. La verità storica credo in ciò consistesse, che Pen-
teo avesse proibito alle donne 1' uso del vino, come fu un tem-
po proibito alle matrone romane, e così sprezzasse i sagrifici
di Bacco; le donne invase dal furore del Dio crudelmente lo
lacerassero a morte. La quarta Ino sposò Atamante che in Tebe
aveva i riguardi di re. Fu questi preso da furore, ed incon-
trandola moglie, cheavea in braccio i due figli, parvegli che
fosse una leonessa che stringesse due leoncini. Si slanciò so-
pra uno di essi — Learco — ed afferratolo, e sbattendolo so-
pra di un sasso, lo sfracellò. Ino paventando della stessa sorte
per sé, e per l' altro figlio — Meli certa — fuggì da quel furente
e si affogò col figlio nel mare Atamante genero di Cadmo
divenne tanto insano furente che vegiendo la moglie andar
varcata da ciascuna mano con due figli sempre in istato di fu-
rore grido vedendola accarezzarli tendiam le reti si eh io pi-
gli la lionessa Ino che in quel momento gli sembrò una li emes-
sa et i leoncin ed i figli al varco al passo, e in così dire et poi
distese gli spietati artigli le mani spietate prendendo l un fi-
glio eh avea nome Learco e rotollo e lo aggirò qual fionda,
sbattendolo in un sasso e quella Ino anego con l altro carco
affogò , precipitatasi in mare insieme coir altro figlio Nelicerta.
Ino fu cangiata in Dio marino, e chiamata Leucotoe e Meli-
certa parimenti cangiato in Dio del mare sotto nome di Pale-
mone. Il furore di Atamante viene accertato da gravi storici.
E non sono inoli' anni, che in Padova un certo tale invaso da
furore trucidò consorte, figli ed un intera famiglia. Dante
inette il furor di Atamante nel tempo che Junone era crucciata
sdegnata contro l sangue Tcbano contro il sangue di Cadmo
che fabbricò Tebe per Semele per l' adulterio di Se mele; im-
perocché le mogli odiano per Io più le amiche de' loro ma-
capo xxx. 727
riti, e Giunone moglie di Giove di mala voglia soffriva i rap-
porti del marito con Semele figlia di Cadmo, e si vendicò nel
furor di Marnante come mastro una et un altra fiata due volte
mostrò T odio suo contro il sangue di Cadmo, cioè in Semele
che fece fulminare, ed in Atamante, che fece infuriare.
Ecuba moglie di Priamo potentissimo re di Troja poteva
tenersi per la più felice delle donne, madre di tanti ed incliti
figli, e regina del più florido regno; ma cambiata fortuna di-
venne la più sventurata di tutti, e perfino del consorte. Oltre
infatti i disastri dell'assedio decenne, oltre la morte di tutti i
suoi figli, la presa della città, e P incendio della regia, vide
sotto i propri occhi scannarsi il marito da Pirro che poco pri-
ma aveva trafitto Polite sugli occhi di ambidue, e la bellissi-
ma figlia Polissena trascinata sulla tomba di Achille vittima
immolata dalla mano di Pirro ancora bagnata del sangue del
marito, e del figlio. Ed il figlio del grande Ettore — Astianat-
te — sbattersi e schiacciarsi in un sasso, e fumare distrutte
le ultime reliquie d'Uione; essa cui poco prima servivano
cinquanta nuore, or trista, or sola, or sprezzata, or derelitta,
senza rifugio o cura di servo, o conforto di amico. Fra tante
calamità si risovvenne del figlio Polidoro, che Priamo aveva
spedito al genero Polinestore di Tracia, con mucchi d'oro, per
riparo a sé, ed ai figli nel caso di sventura; e scorse la Tracia
per trovarlo, e sperava di stringerlo fra le braccia materne;
ma fu certo che l'avarizia dello genero l'aveva fatto uccidere
a tradimento lasciandolo insepolto sulla spiaggia marina. Que-
st' ultimo colpo la vinse, e la rese furente, e come cane rab-
bioso latrava e correva pei campi, scomposta le vesti ed il
crine, e lorda di polvere e di fango, finché estenuata, spos-
sata, consunta spirò. — Vollero alcuni che Ecuba fosse menata
schiava con Cassandra ed Andromaca, e pazza terminasse la
7?8 INFERNO
lunga vita fiaccata da tante sventure Ecuba trista per la morte
de' suoi tutti misera degna di pietà capava tratta in servila
da Ulisse forsenata per rabbia, e disperazione latra sicome
cane con questa espressione accenna l' allegoria della favola,
perchè non divenne cane, come finsero i poeti, ma qual cane
rabbioso lacerava coli' unghie , e mordeva , e sbranava tanto il
dolor li fé la inente torta il dolor tanto la trasse di senno po-
scia che vide Polissena morta avendo per questa, che più di
ogni altra amava, sentito maggior dolore, come si ha da Ovidio
nel X delle Maggiori , e presso Seneca — e dopo che la dolo-
rosa madre se fu accorta del so Pollidoro del suo figliuoletto
in su la riva del mare ucciso a tradimento sul lido del mare
di Tracia. Ovidio però dice, eh' Ecuba venendo al lido per
lavare il corpo di Polissena, trovò la salma di Polidoro git-
tate dall' onde sul lido stesso, ed allora quel mare sarebbe
di Troja.
Polinestor che ancise Polidoro e tanto avvenne ad Ecuba
quando la fortuna volse in basso l altezza dei trojani che
tutto ardiva quando la sorte condusse a ruina l'alta superbia
troiana si che il re insieme fu casso col regno spesso, rove-
sciato il soglio e spento il re, rimane intero il regno, come
avvenne di Tarquinio superbo scacciato da Roma; ma qui re,
regia, regno e progenie del re, tutti spenti; ma ne furie di
Tebe come la predetta di Atamante, che uccise moglie e figli,
e dei due fratelli Eteocle e Polinice ne troiane come di Ecu-
ba, o Cassandra di lei figlia sevider mai in alcun tanto crude
tanto crudeli non punger bestie non che membra fiumane la
carne umana, come più molle e di più delicata tessitura, sente
il dolore maggiormente delle bestie, ma queste non possono
alleviar il dolore coir ajuto della mano, come fa V uomo. Il
toro, cui pongasi sotto la coda uno spino, o vespa diviene
CANTO XXX. 729
furente , e muggisce, e corre forsennato per molte miglia al dir
di Virgilio: rugge ed infuria il leone preso da febbre, il ci-
gnale ferito, l'orsa pei figli rapiti; ma non vi è furore che u-
guagli quello dell' uomo quando vidi in due ombre smorte
nude l'anima divisa dalla carne dicesi nuda e pallida, come
diconsi pallidi i luoghi dei morti che quali ombre correan
mordendo qualunque incontravano di chel modo furioso alfa
maniera che l porco corre mordendo qualunque oggetto in-
contri quando se schiude del porcile fatto libero, ed in pro-
prio potere morde, e lacera il bambino nella cuna, perpetuo
dolore della madre. Ma se Marnante fu crudo verso la con-
sorte, ed i figli, ciò fece per errore , e per ignoranza. Se Ecuba
divenne rabbiosa, lo divenne per giuste cagioni di sventure,
di offese, d'insulti crudeli; i puniti in questo luogo all' in-
contro volontariamente, ed avvertitamente senza cagione in-
furiarono, ed incrudelirono.
Luna un' ombra giunse a Capocchio alchimista con le
sanne coi denti in sul nodo del collo si che girandolo fece
grattar il ventre al fondo sodo lo scalfì nel collo, e gli fece
scalfire il ventre per terra, e così dove quello da prima si stac-
cava soltanto le croste, l' altro gli staccò la carne dall' osso
e l aretino mastro Griffolino d' Arezzo altro alchimista che ri-
mase tremando perchè toltagli la compagnia di Capocchio
non aveva più appoggio sedendo temeva, che un altro spirito
gli facesse Io stesso giuoco mi disse quel foletto quel furente
prosuntuoso e Vanni Schicchi di costui si parlerà in appresso
e va rabbioso altrui cosi conciando mordendo, e lacerando
gli altri, oh dissio lui all' aretino non ti sia fatica a dire chi
e l altro il compagno pria che da qui se spicchi prima che
si allontani da questo luogo se l altro non ti ficchi li denti
adosso come l' altro fece al compagno Ino.
730 INFERIVO
Secondo Ovidio Ciniro fu re di Pafo nelK isola di Cipro.
Poteva dirsi felice, se non avesse mai avuta prole. Ma una fi-
glia— Mirra — fu presa d'amore incestuoso per lui. Ardeva
neir interno: lottava tra il molcerlo o l'estinguerlo. — Gli a-
nimali si uniscono, diceva ella, non curando i legami del san-
gue: molte nazioni permettono le unioni fra più stretti con-
giunti. — Cosi cresceva la passione, e chiamava beate le don-
ne cui cran leciti tali connubi. Poi si scagliava contro le bar-
bare leggi che vietavano quanto concedeva natura. Rientrata
in sé stessa inorridiva, e tentava allontanarsi, fuggire; ma
l'amore le rammentava i baci del padre: ed all'opposto il
pudore le faceva conoscere, che sarebbe l'adultera del padre,
la sorella del figlio, la madre del fratello. Molti principila
chiesero in moglie e Ciniro la interrogava, e la consigliava
nella scelta , ma essa non rispondeva: allora per determinarla
la baciava, la carrozzava con maggior caldo di affetto. Co-
stretta finalmente rispose — volere un marito che somigliasse
al padre — e Ciniro non comprendendola raddoppiava le ca-
rezze e le lodi. Giunta la notte, né potendo aver pace afferrò
un lungo cinto, e sospendendolo ad una trave se lo adattava al
collo per appiccarsi per la gola, quando una vecchia nutrice
che la sorvegliava corse, e gridando — ferma, Mirra, ferma-
le strappò il laccio dal collo, e piangendo la scongiurò a dire
il motivo di tanta disperazione. Mirra , fissi gli occhi al suolo
non rispondeva; ma quando la nutrice aggiunse, che la ma-
dre, ed il padre l'amavano tanto, al nome di Ciniro mise un
alto sospiro, che se non chiarì, destò sospetto nella vecchia
servente, la quale insistè, e pregò tanto che presa da forsen-
nato dolore Mirra soggiunse — o madre felice con tale mari-
to! — Stupefatta, atterrita la nutrice, molto disse, mollo tentò
per dissuadere la incestuosa, che sempre più si fermava nel-
CANTO XXX. 751
l'idea o di morire , o di conseguire l'oggetto amato. Celebra-
rsi intanto la festa di Cerere, e per rispetto alla Dea, le
mogli dovevano astenersi dal contatto d' uomo pel corso di
nove notti. La madre di Mirra scelse di venerare la Dea. Al-
lora la maliziosa nutrice offerse a Ciniro una fanciulla bellis-
sima, degna dell'amor suo. Richiesta della età, rispose — ha
l'età della tua Mirra. — Fra l'oscurità della notte introdusse
Mirra nella camera del padre. Tremava insieme, e godeva essa
che il padre ignaro le dicesse esortandola: non temere figlia
mia: e padre lo chiamava essa pure con voce contraffatta. Al-
fine concepì del padre. E la notte seguente, e le altre dopo tor-
nò a lui coli' inganno di prima. Ma negato si accresce il desio,
e Ciniro volendo ad ogni costo conoscere la sconosciuta prese
improvvisamente una face, e seppe nel tempo stesso della fi-
glia e dell' incesto. Neil' impeto primo snudò la spada, ma Mir-
ra fuggi, e disparve fra l'ombre. É questa vera istoria, meno la
fine, giacché si racconta, che Mirra fuggendo giunta in Arabia,
fu convertita in un albero, che produce mirra. Ovidio prega a
non credere il fatlo, od almeno che la pena tenne dietro alla
colpa. Per orrore finge, che la luna, e le altre stelle si oscu-
rassero nell'atto che Mirra entrava nel letto paterno, et etti
Griffolino a me disse quel anima antica essendo antichissi-
ma tal scelleraggine de Mirra scelerata figlia di Ciniro redi
Cipro , che divenne amica al padre fuor del dritto amor fuori
dell'amore, che natura pose tra padre e figlia.
Ora Griffolino fa confronto di Mirra con Vanni Schicchi.
*
— Bosio de'Donati di Fiorenza quantunque nobile, e d'illu-
stre casato, pure fu simile agli altri nobili del tempo suo, o
col mezzo di furti aveva molto arricchito il suo censo. Venuto
a morte, il morso della coscienza gli fece far testamento, nel
quale ordinò pingui legati a favore di molti, perlocchè il fi-
732 INFERNO
glio Simone credendosi enormemente gravato, subornò Vanni
Schicchi dei Cavalcanti, il quale entrò nel letto di Bosio, e
fece un testamento in opposto all' altro. Vanni molto somi-
gl iava a Bosio. In primis, ed a titolo di legato lasciò a sé slesso
una celebre cavalla, della quale niun'altra più bella trovavasi
in Toscana: aveva un prezzo di mille fiorini. Del resto il te-
stamento fu secondo i concerti presi col detto Simone, il quale
si trovò in esso istituito erede universale senza alcun peso di
legati. Dice Griffolino questa venne a peccar con esso Mirra
si finse altra fanciulla per suggerimento della vecchia nutrice
come l altro Vanni Schicchi sen va la furente sostenne assun-
se falsificar in se Boso Donati la cui persona fìnse testando
nel far un nuovo testamento et dando al testamento norma
forma diversa da quella datagli prima da Bosio per guada-
gnar la donna della turma la cavalla più bella della razza;
quasi dica: per tanto vii prezzo commise iniqua frode. Non fece
così Plaudina moglie di Traiano imperatore, la quale, morto
il marito, subornò un tale, eh' entrò nel letto del morto, ed
istituì erede dell' Impero quell'Adriano che tanto amava. Tanto
scrive Elio Lampridio.
Poiché i due seconda parte generale rivolsimi a riguar-
dar gli altri amalati gli altri falsari di monete ivi puniti poi-
ché i due rabbiosi Mirra e Schicchi furenti sopra cui io havea
l'occhio tenuto l'occhio intellettuale for passati si allontana-
rono, io vidi un facto e guisa di lento con faccia scarna,
collo sottile, gran ventre ed enfiato pur eh elli avesse l an-
guinaia trunca troncata da lato da una parte del corpo che
i omo e forcuto si sarebbe preso per un liuto, se non avesse
avuto il distintivo nella parte nella quale l'uomo s'inforca, fa
grave idropisi che rende l'uomo grave, e difficile a moversi
che dispaia separa , slega le membra con l omor con l' umore
CANTO XXX. 733
putrefatto, e corrotto c/re, mal converte che altera in tal modo
che l viso non risponde a la ventraia che la faccia piccola ,
ed estenuata non corrisponde al ventre gonfio ed obeso fa-
eia tener le labra apeite per la sete. Allegoricamente anche
il falsario di monete è idropico, perchè nascosto in luoghi
sotterranei quanto più falsifica, tanto più brama falsificare co-
me l etico fa che tiene le labbra aperte che riverte l un lab-
bro verso l mento all' ingiù / altro labbro in inverso il naso
pei* la sete: l'etisia è febbre occulta , che a poco a poco va e-
siccando, e consumando il corpo senza che l' uomo se ne ac-
corga. Etica si chiama ancora la filosofia morale, ma qui non
è presa in tale significato, quei disseti queir uno e non so io
perche non sapeva che Dante vivo andasse per l'Inferno sotto
la guida di Virgilio o voi che senza alcuna pena sete nel mon-
do gramo nell'Inferno, e specialmente in questa bolgia di spi-
riti tristi, ed infermi guardate e attendete vedete, e contem-
plate alla miseria del maestro Adamo.
Il maestro Adamo prova la sua miseria con due argo-
menti che gli crescono la pena, l'uno, perchè in vita ebbe i
comodi suoi, l'altro perchè ebbe a preferenza degli altri di
che sedare la sete.
Io ebbi vivo vivente nel mondo assai più del bisogno, o
molto di quel eh io volli e vivea nell' abbondanza di cibi , e di
bevanda con quei conti nel Casentino et ora lasso ed or misero
un goeciol d adequa bramo. Così si verifica quel detto nessun
maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nelle miserie.
Quello che maggiormente desiderava lo aveva dinanzi agli oc-
chi senza poterlo toccare li ruscelletti che discendati giuso in
Arno fiume di Toscana da verdi colli del Casentin è il Ca-
sentino un contado tra Fiorenza ed Arezzo in quel tempo de1
conti Guido per dote di Gualdrada, secondo quanto fu detto
734 INFERITO
al canto XVI. L'Arno divide il Casentino, e raccoglie tulle le
acque cadenti qua e là da quei monti facendo i lor eanali
freddi e molli cadendo da netti sassi scorrono per piccoli
canali freddi, e limpidi sempre mi stanno inanzi agli oc-
chi e non indarno non senza perchè, giacché mi aumentano
la sete che l imagine loro la loro vista vie più mi asciuga
più mi esicca ed inaridisce che l mal d idropisia di quello
che l'idropisia und io nel volto mi discarno per la quale ho
il volto scamato. La sete non è pena tanto cruda nell'idropi-
co, come lo è quella di vedere freschi ruscelli, e non poter
bere. Dante prese tale Gnzione da Lucano , che scrive così.
— Nella Spagna citeriore Petreio ed Afranio ambasciatori di
Pompeo furono assediati in aridissimo ed alto monte, che a-
veva alle falde un fiume d'acqua limpidissima. Essi, arsi dalla
sete, scorgevano l'acqua senza poterla toccare, ed erano più
tormentati da tal vista di quello che se fossero stati nella Li-
bia. Provavano il tormento di Tantalo la rigida giustizia di-
vina che ne fruga che cerca, e scopre traggecagion del loca
ove peccai trae motivo dal Casentino a metter più i miei su-
spiri in fuga ad allontanare il compimento de' miei desideri.
Romena bellissima terra del Casentino in cui avean do-
minio i conti Guido è posta vicino ad Arno la dove falsai la
lega sugelata improntata, coniata colla figura del Battista
lo stesso che dire, dove falsai i fiorini in cui è coniata V ima-
gine di s. Giovanni Battista patrono di Fiorenza. Scrìve Ari-
stotile che prima dell' invenzione della moneta si faceva uso
della permuta delle cose, grano con vino, vino con olio, e
cosi di tuli' altro, e tal modo di contrattazione si conserva an-
cora fra barbare nazioni. Ma perchè riusciva universalmente
incomodo, non potendosi gli oggetti permutabili trasportare
di lontano, s' inventò di trovar cosa che avesse in sé molto
CANTO XXX. 735
pregio nell'atto stesso che fosse comoda al trasporto, e che
servisse alPacquisto di altra , di cui si difettava , e si trovò nel-
l'oro e nell'argento, perfetti metalli, pregevoli, di poco peso,
ridotti a forma facilmente portabile. E perchè in ogni contratto
non si sarebbe potuto pesar la moneta, vi si scolpì un segno
che indicasse peso, e pregio. S. Giovanni Battista è il segno di
Fiorenza, s. Marco è il segno de' veneziani. Costui falsificò i
fiorini di Toscana, e perciò dice lasciai il corpo arso su fui
bruciato nella città di Fiorenza. Ma non darei la vista non
cederei al diletto di vederli per Fonte Branda per le acque di
Fonte Branda; — Fonte amenissimo nella bella città di Siena,
e nella graziosissima Piazza. — Non cambierei questa vista
con quella bibita* io vedessi qui in questa bolgia l anima tri-
sta di Guido o di Alessandro o di lor frate tre fratelli conti
di Romena, Guido, Alessandro, ed Àghinolfo; essendo sollievo
ai miseri aver compagni nelle pene, e specialmente coloro,
che vi spinsero alla colpa. I una è l'anima di Alessandro den-
tro già dell'Inferno, perchè traditor de' parenti, come nel
canto XXX11. Alessandro peraltro, posto nel ghiaccio in detto
canto, non fu de' conti Guido di Romena, ma de' conti Alberti
se l arrotiate ombre gli spirili furenti che vanno intorno
Mirra, Schicchi dicon vero perchè corrono sempre, e pos-
sono vederli, e darne notizia, ma gl'idropici si movono a
stento, ma che mi vale che mi giova che ho le membra legate
oppresse da infermità, che m'impediscono ogni moto, ogni
passo, io saria già messo per lo sentiero io sarei già corso
s io fossi pur anchor leggiero di tanto eh io potessi in cen-
t anni andar un uncia il giorno naturale è di molte parti :
l'oncia è la duodecima parte del momento. Ma Dante non parla
di misura di tempo e di luogo; l'oncia di Fiorenza è la lun-
ghezza del pollice — se io potessi in cent'anni girare un dito
736 IFNERNO
di terra cercando lui cercando il predetto conte ira questa
gente sconcia tra questi falsari. E se fosse stato anemie più leg-
gero, e veloce del vento, siccome non poteva sortire della bol-
gia sua, gli era impossibile trovare il conte in bolgia diversa
castigato con tutto che la volge undici miglia sebbene abbia
un circuito di undici miglia, e cioè metà meno della prece-
dente e non gira men d un miglio di traverso se in cent'anni
non si allontanasse che un dito, anche nel traverso impieghe-
rebbe infinità di tempo io son per lor tra si fatta famiglia
fra questi idropici deformati, ei m indusseno sotto speranza
di guadagno e di premio a batter li fiorini falsi eh avean
tre carati di mondiglia tre carati di lega: il fiorino di giusto
peso, e lega ha ventun carati d'oro.
Et io a lui terza parte generale —falsari in parole, et io
a lui dissi chi son li due tapini que' due meschini, infelici
che fuman corno man bagnata il verno —jacendo stretti ai
tuoi destri confini? Giacevano uno presso l'altro, oppressi
dalla stessa infermità, perchè colpevoli dello slesso falso —
quell'Adamo rispuose quando piovvi in questo greppo grep-
pio in volgar fiorentino nomasi un vaso vile, rotto, per usi
domestici, e che si destina alla bevanda, o all' esca de' polli
— metaforicamente allorché caddi in questa bolgia e poi volta
non detono più non si mossero e non credo che dieno in sem-
piterno perchè le pene dell'Inferno sono eterne luna e la
falsa che accuso Josepho
Giacobbe ebbe dodici figli, dai quali discesero dodici
tribù (T Israello , e fra questi il più illustre fu Giuseppe,
undecime nato da Rachele, carissimo alla madre cui tol-
se la vergogna di sterilità, carissimo al padre al disopra
degli altri , anche perchè caro alla madre , ma più per-
chè lo aveva generato in vecchiaia, e pel maraviglioso in gè-
* CANTO XXX. 737
gno del fanciullo. Più caro al padre, era più invidiato dai fra-
telli, tanto più che liberamente li accusava, e perchè i di lui
sogni presagivano la loro schiavitù, ed a lui gloria ed impe-
ro. Mandato un giorno ai fratelli, che guardavano l' armento
in un deserto lontano, fu da essi venduto a' mercatanti che
passavano per V Egitto, per la vile moneta di trenta denari.
Portato in Egitto fu di nuovo venduto all' eunuco del re Fara-
one per nome Putifarre, duce dell' esercito , e maestro delle
milizie; e tosto venne in favore de) padrone, che lo creò reg-
gente di sua casa e famiglia. La moglie di Putifarre, bellissi-
ma, arse di sfrenata libidine per Giuseppe di soavi modi, e
giovane assai più del marito; ma invano essa pregò. Allora af-
ferratolo pel mantello, tentava avvicinarlo per forza: fuggì Giu-
seppe lasciando il mantello alla lasciva delusa, che convertì l'a-
more in odio implacabile, e porse lamento al marito, che Giu-
seppe aveva tentato violentarla. Putifarre geloso e quindi cru-
dele lo fece porre in carcere duro, dove però fu ajutato dalla
grazia del cielo. 11 custode ammirando la umiltà e pazienza del
detenuto lo scelse a sorvegliar gli altri tutti. E scorsi due anni,
il re Faraone avea fatti due sogni — vide sette vacche pingui*,
e sette vacche consunte. — Gli auguri e sapienti non sape-
vano trarne gli eventi; ma perchè il coppiere del re era stato
compagno di prigione, e Giuseppe gli aveva interpretato il
sogno di sua liberazione, raccontò al re che lo stesso Giuseppe
meglio de' suoi maghi gli avrebbe i sogni interpretato. Con-
dotto dinanzi al re francamente disse che il sogno prediceva
— sette anni di abbondanza, e sette di carestia; doversi
quindi nell' abbondanza provvedere alla fame futura. Persu-
aso il re dello spirito profetico di Giuseppe lo creò conserva-
tore del regno con pieni poteri, chiamandolo salvatore, e dan-
dogli in moglie bella e ricca egiziana. Giuseppe provvido,
IUmraldi — Voi. 1. 47
738 INFERNO
conservò immensa quantità di biade nell'abbondanza, ripar-
tendone i deposili per tutto il regno; e vennero gli anni di
carestia, e la fame si fece sentire pur anche nella casa di Gia-
cobbe, che nell'anno secondo di penuria mandò in Egitto
quattro figli, i quali adorarono il proprio fratello senza cono-
scerlo, e che allora contava trentasette anni. Giuseppe però
li ravvisò, e per intimorirli finse di prenderli per esplo-
ratori e per spie, e volle tenere Simone in ostaggio per-
chè, dato ad essi il grano richiesto, e posto in un sacco il
prezzo, tornassero col piccolo fratello — Beniamino — deli-
zia e conforto del vecchio padre. Quel vecchio air annunzio e
del carcere di Simone, e dell' inchiesta di Beniamino rinno-
vellò la memoria del perduto Giuseppe, che credette da fiere
divorato, e non voleva in modo alcuno piegarsi. Ma lo vinse
la fame, ed ornai tutte consunte le biade, mandò Beniamino
eoi fratelli, e prezzo raddoppiato. Allora Giuseppe, messo Si-
mone in libertà, tutti chiamò a lauto banchetto, ricercandoli
dello stato del padre: poi fece lor dare il frumento, e riporre
nuovamente di nascosto il denaro ne' sacchi, ed in quello di
Beniamino una coppa d' argento maravigliosamente lavorata.
E mentre che ignari tornavano esultanti verso del padre, fu-
rono arrestati come ladri , e ricondotti a Giuseppe , e per la
coppa d'argento si confessavano rei , e degni di schiavitù. Giu-
seppe invece diceva di lasciar liberi gli altri tutti fuori di Be-
niamino solo imputabile di furto, quando Giuda si offerse in
iscambio piangendo, ed affermando, che il padre sarebbe
morto di dolore, se il diletto fanciullo non gli fosse stato re-
stituito. Non potendo allora Giuseppe resistere alla piena degli
affetti , allontanati gli arbitri, e rimasto solo cogli undici fra-
telli, fra il pianto e singulti gridò. — lo sono Giuseppe, il
fratel vostro Giuseppe. — Esultarono per gioia nel primo mo-
CANTO XXX. 759
mento, ma tosto si avvilirono ricordando le antiche offese,
Giuseppe li rassicurò del perdono; ingiunse loro di condurre
il padre in Egitto ne'cinque'anni che ancor restavandi fame,
dando ricchi doni per lui. Giacobbe giubilante rivide il dilet-
tissimo suo Giuseppe, che lo incontrò per lungo cammino, ed
in mezzo a lagrime» e sospriri provò quel contento che può
sentirsi, ma non descriversi. Lo presentò al re, il quale or-
dinò che abitar dovesse la più bella parte di Egitto, e sopra-
visse diecisette anni, e fu portato al sepolcro in Ebron sulle
spalle de' figli suoi, dove riposavano le ceneri d'Isacco e di
Àbramo. Giuseppe visse felicemente cento e dieci anni. I altro
e lo falso Sinon greco di Troia che tanto seppe mentire ed
ingannare. Questi duo gittan tanto lepo tanto ardente calo-
re ( — da lepryn — greca voce che suona fetore ardente) la
prima ardendo d'amore per Giuseppe mentì accusando, que-
sti ardendo d'odio contro i troiani, li distrusse con inganno.
Elun di lor Sinone greco che si reco a noia ad infa-
mia — forse d esser nomato si obscuro così vilmente infamato
li pei'cosse la pancia il ventre gonfio ed obeso, avendo Adamo
il ventre come botte quella suono come fosse un tamburo per-
chè tesa e piena di vento, e l maestro Adamo li percosse et
volto col braccio suo che non parve men duro è anzi più in-
giurioso percuotere con tutto il braccio il volto, parte più no-
bile dell' uomo, di quello che pungere il ventre, sentina di
sordidezze dicendo a lui io ho il braccio sciolto a tal mesterò
alla vendetta ancor chelme sia tolto lo mover per le mem-
bra che sono grave le membra oppresse dall' idrope. L' ira può
invero crescere il vigore, sei morienti per ira e vendetta le
tante volte par che risorgano. Scrive Livio che un romano
nella battaglia di Canne, avendo le mani tronche, coi denti
nel suo furore deformò la faccia al nemico, che voleva spo-
740 INFERNO
gliarlo, ond ei Sinone respose quando tu andavi al foco fal-
sator di moneta non l avevi tu si presto perchè ave vi il brac-
cio stretto da fune ma si sibbene più o men l avevi quando tu
coniavi le false monete. Avesti bene le braccia sciolte a co-
niar false monete, ma ti furon legate quando ti menarono al
fuoco. Adamo in riscontro gli rinfaccia l' inganno per coi
cadde Troia.
Abbiamo da Virgilio che Enea raccontò così a Didone
P eccidio di Troia. Stanchi , e rotti i greci dal lungo assedio,
e disperando vittoria , fecero costruire un ima ne cavallo di
legno per onore di Pallade, dicendo che servir dovea a pla-
care lo sdegno della Dea contro di essi; ma invece chiusero
nel di lui ventre i più scelti guerrieri, e fingendo di abbando-
nare T assedio, approdarono air isola diTenedo, e quivi stet-
tero in agguato. Credettero i troiani la partenza dei greci e
spalancate le porte, tutti correvano a vedere gli abbandonati
accampamenti. E nacquero diverse opinioni, che dentro Troia
fosse introdotto il cavallo, o che fosse bruciato o gittato nel
mare. In questo mentre alcuni pastori trascinavano un giovane
a mani legate al dorso, e questi era greco — Sinone , — che
astutamente erasi fatto prendere ; perchè colla frode voleva
mettere Troia in mano de' greci. Sinone piangendo diceva —
ahi me misero, qual terra, qual mare vorrà accogliermi, quale
rifugio mi resta, se in odio ai greci, i troiani cercano la
morte mia? — Sorpresi a tal lagno, lo esortavano a palesare
chi fosse, e cosa andava ivi facendo/ Allora Sinone, quasi ri-
fatto, soggiunse — o Priamo, sommo re, io ti dirò il vero:
son greco, e se la sorte mi rese sventurato, mai non potrà ren-
dermi menzognero. Non so, se a te arrivasse fama di Pala-
mede, che i greci fecero morire innocente sotto prelesto di
fellonia, perchè opinava non doversi far guerra a Troia. Ora
CANTO XXX. 741
lo piangono morto: io fui suo compagno e parente: mandato
a lui dal povero mio padre mentre era fanciullo ancora» io
pure ebbi qualche nome ed onore; ma morto Palamede, tra-
scinava la vita tra il pianto e l'affanno perla indegna perdita
del mio secondo padre. Stolto, non poteva tacere, e minac-
ciava vendetta se fossi vincitore tornato in Argo: così mi con-
citai Todio di tutti. Ulisse fraudolento, primo autore della
morte di Palamede, sempre mi tenne d* occhio cercando colpe
non mie per imputarmele. Ma perchè proseguo ? Posso forse
esservi gradito, se odiate i greci tutti ad un modo? Vendica-
tevi sopra di me, che così brama Ulisse, Agamennone, Mene-
lao, i quali vi pagheranno la mia morte ad altissimo prezzo.
1 troiani resi più avidi di sapere, più lo esortavano a par-
lare, e Sinone quasi tremando così proseguì — 1 greci stan-
chi della guerra, e del lungo assedio, fissarono di abbando-
nar questi luoghi, e di tornarsene alle patrie loro, e fosse
piaciuto al cielo, che ciò avessero compiuto. Una fiera tem-
pesta di mare li trattenne, dopo aver condotta a fine questa
grand-opera. E spaventati mandarono l'augure Euripilo ad
Apollo perchè ottenesse nel responso la regola di loro con-
dotta. Ecco il responso. — 0 greci , placaste i venti immolando
una vergine al primo arrivo sulle terre troiane: col sangue
ancora placate gli Dei pel ritorno. — Ognuno fra i greci cre-
deva, o temeva di essere la vittima; ma Ulisse, tenendo per
mano Calcante, fra il popolo ad alta voce cercava la vittima
in Sinone. L'augure tacque per quindici dì, ma finalmente,
stretto da Ulisse, rispose, che io doveva essere immolato. II
sagrifizio di me solo salvare gli altri dal timore, e dai peri-
coli. Giunto il giorno fatale , già pendeva la scure sopra il mio
capo, quando, quasi ispirato, giunsi a spezzare le mie cate
ne; ruppi il mio carcere, e fuggii per valli paludose nell'orci-
742 INFERNO
bre della notte, e così mi tolsi alla morte. Aspettava che si al-
lontanassero, ma senza più lusinga di rivedere la patria, i fi-
gli, il canuto genitore, che forse i greoi tormenteranno io
vendetta della mia fuga. Per le quali cose, prego te, o inclito
re, che per gli Dei celesti, e per la fede, se par regna qua io
terra, mi usi pietà per tali e tante sventure. Commossi i tro-
jani, Priamo stesso comandò si sciogliesse, e consolandolo,
gli disse. — Qualunque tu sia, poni i greci in oblio, e sarai
de' nostri in sicurtà; ma perchè i greci costrussero un cavallo
di mole così smisurata?
Sinone alzò le sciolte mani al cielo, e chiamando gli Dei
jn testimonio, comecché sciolto da ogni rapporto di patria,
così narrò- — I greci posero ogni speranza di vittoria nel-
r aiuto di Pallade, ma perchè Tempio Diomede, ed Ulisse
fraudolento rapirono il Palladio, scanpati i sacerdoti , cbe
custodivano la rocca, da quel momento la Dea troncò loro ogni
speranza. Calcante allora palesò lo sdegno della Dea, e doversi
tornare alla patria, perchè giammai coli' armi non si sarebbe
vinta Troia, se prima non si fosse placata la offesa divinità.
A riparo dell'ingiuria e per placare la Dea costrussero il ca-
vallo; e ritorneranno quando men vel pensate. Calcante poi
suggerì che il cavallo fosse così smisurato, affinchè non po-
tesse introdursi per le porte dentro Troia, e così non proteg-
gesse la città. Aggiungeva Calcante, che se voi aveste violato
il dono a Pallade, cadrebbe la più grande sventura sul regno
di Priamo, quale augurio si rivolga sopra di lui e de' suoi.
Se poi introduceste il cavallo dentro le mura, Troia sarebbe
vincitrice e porterebbe nella Grecia la più alta sventura. Tutto
fu creduto, ed i troiani presi alle di lui lagrime furono sog-
giogati, mentre non ne furono capaci Diomede, Achille, dieci
anni di guerra e mille navi. Rotte le mura trascinarono in città
CANTO XXX. 743
il fatale cavallo, e lo collocarono nel sacro tempio di Pallade.
Ma giunta la notte, e quando tutti lieti erano immersi nel son-
no, i greci tornarono da Tenedo, ed a certo segno Sinone a-
perse il cavallo, dal quale scesero Ulisse, Menelao, e Pirro,
ed altri molti , i quali trucidarono i custodi del tempio , ed a-
perte le porte della città, intromisero i compagni, e tutto l'e-
sercito greco. Insieme uniti invasero la città dormiente, e
struggendo col ferro e col fuoco, e rese schiave le persone,
la rovesciarono dai fondamenti.
Questo lungo racconto serve a mostrare se non altro, che
i greci più coir ingegno, che colle armi vinsero Troia. Lici-
tone poeta greco scrive, che dagli schiavi troiani si ricercava
se maggiori danni avessero ricevuti da Ulisse o da Aiace, ed
essi rispondevano, che giustamente le armi di Achille furono
aggiudicate ad Ulisse. Omero per tanti secoli prima di Virgi-
lio aveva fatta menzione del cavallo votato a Pallade Minerva.
Altri ritenendo il fatto per vero aggiungono che la porta, per
cui fu introdotto, chiamasi la porta del cavallo, come per si-
mile motivo altra porta si chiama del leone. Io per altro non
credo nulla, e mi sembra tutto allegoricamente voler signifi-
care che i greci nel ventre di Minerva vinsero yenere volut-
tuosa, e lidoprico disse a Sinone tu di ver di testo non posso
negare di aver falsificata moneta , ed essere stato bruciato
vivo ma tu non fosti si vero testimonio ove fosti richiesto a
Troia del vero e replicò Sinone tu falsasti il conio della mo-
neta s io dissi l falso contro i miei nemici. — Dice Virgilio —
chi cercherà nei nemici il valore piuttostochè l'astuzia? Ma
l' altro io son qui per un fallo per un delitto di falso e tu per
più che niun altro demonio, ma tu commettesti più delitti
che io falsassi fiorini, quei che avea infiata lepa Maestro A-
damo rispuose spergiuro perchè Sinone aveva giurato di dire
744 INFERNO
la verità ricorditi del cavallo che fingesti , non già che lo fab-
bricasse, imperocché secondo Omero lo costruisse l'ingegno-
sissimo Speo, come nel IX dell' Odissea e sappia reo che tutto
il mondo sallo giacché è noto al mondo intero, disse l greco
Si none e a te sia reo sia infamia la sete onde te creppa la
lingua la lingua per mancanza di umore si fende e l acqua
marcia Tumore corrotto, putrido, che hai nel ventre che si
tassepa al ventre che col ventre gonfio ti fa impedimento a-
gli occhi sì, che non puoi vedere le altre membra, e l monitiero
Adamo rispose la bocca tua cosi si squartia si apre tanto sfre-
nata per tuo male per tuo danno come sole come fosti sempre
solito a parlar male né sapresti dir nulla di buono, perchè hai
in te quanto rimproveri altrui che tu hai l arsura la febbre ar-
dente e l capo che ti duole per detta febbre, s i ho sete che noi
nego et humor me refaccia e l'umor putrefatto mi gonfia il ven-
tre, tu però non sei senza febbre, e quindi hai sete tu puree!
non voresti a nvitar molte parole non ti faresti molto pre-
gare per lecar lo spechio di Narciso per avere un po' d'ac-
qua di fonte in cui si specchiò Narciso.
Io era tutto fisso ad ascoltarli anche il saggio si diletta
sentire le contese eloquenti, e molti sono eloquenti nel sarca-
smo, che sono inettissimi fuord'esso. quando l maestro disse
or pur mira ma come mai ascolti le ingiurie di costoro? che
per poco echio teco non mi risso manca poco che io non m' in-
quieti con te. volsimi verso lui con tal vergogna tanto grande
— che ancora per la memoria mi s aggira che mi pare an-
cor di provarla, quando l senti a me parlar contra in faccia
del saggio più cresce la vergogna dell' errore tal mi fec io non
potendo parlare tanto era confuso qual — si fa — quei che so
dannaggio sogna che sogna il suo danno cAe sognando desi-
deva sognarsi che agogna sì che desidera ardentemente che
cauto xxx. 745
quello che fu sogno, sia sogno quel come non fosse che non
fosse realtà, che disiava scusarme — e scusava tutta via senza
dir parole, colla vergogna apparsa nel viso e noi me credea
fare senza a v vedermene, el maestro disse men vergogna ma-
ior defecto lava che l tuo non e stato men vergogna lava mag-
gior difetto che non è stato il tuo e pero ti sgrava d ogni tri-
stieia deponi ogni dispiacere. Il saggio si emenda al primo
rimprovero, e fa ragione eh io ti sia sempre a lato e pensa
che ti sia sempre a fianco se mai avien che fortuna t acco-
glia che ti metta la sorte, o r occasione ove si agente insemi-
nante piato ove sia gente in somigliante litigio che voler do
udir e bassa voglia eh' è viltà d'animo piacersi di tali cose.
CANTO XXXI
TESTO MODERNO
Una medesma lingua pria mi morse,
Sì che mi tinse l'una e l'altra guancia,
E poi la medicina mi riporse. 3
Così od1 io che soleva la lancia
D'Achille, e del suo padre esser cagione
Prima di trista e poi di buona mancia. 6
Noi demmo il dosso al misero vallone,
Su per la ripa che il cinge dintorno,
Attraversando senza alcun sermone. 9
Qui era men che notte e men che giorno ,
Sì che il viso m'andava innanzi poco:
Ma io sentii sonare un alto corno, 12
Tanto ch'avrebbe ogni tuon fatto fioco,
Che, contra sé la sua via seguitando,
Dirizzò gli occhi miei tutti ad un loco. 15
Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perde la santa gesta ,
Non sonò sì terribilmente Orlando. \$
Poco portai in là alta la testa,
Che mi parve veder molte alte torri;
Ond'io: Maestro, di', che terra è questa? 21
Ed egli a me: però che tu trascorri
Per le tenebre troppo dalla lungi
Avvien che poi nel maginare aborri. 24
CANTO XXX. 747
Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
Quanto il senso s'inganna di lontano:
Però alquanto più te stesso pungi. 27
Poi caramente mi prese per mano,
E disse: pria che noi siam più avanti,
A ciò che il fatto men ti paia strano., 30
Sappi che non son torri , ma giganti ,
E son nel pozzo intorno dalla ripa
Dall'ombelico in giuso tutti quanti, 33
Come quando la nebbia si dissipa,
Lo sguardo a poco a poco raffigura
Ciò che cela il valor che l'aere stipa; 36
Così, forando l'aura grossa e scura,
Più e più appressando in ver la sponda,
Fuggémi errore, e giungémi paura. 39
Però che come in su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
Così la proda, che il pozzo circonda, 42
Torreggia van di mezza la persona
Gli orribili giganti, cui minaccia
Giove dal cielo ancora, quando tuona. 45
E io scorgeva già d' alcun la faccia ,
Le spalle e il petto, e del ventre gran parte,
E per le coste giù ambo le braccia. 48
Natura certo, quando lasciò l'arte
Di sì fatti animali, assai fé' bene,
Per tor cotali esecutori a Marte. 51
E s' ella d' elefanti e di balene
Non si pentì, chi guarda sottilmente,
Più giusta e più discreta la ne tiene: 54
Che dove l'argomento della mente
748 INFERNO
S'aggiunge al mal volere e alla possa,
Nessun riparo vi può far la gente. 37
La faccia sua mi parea lunga e grossa,
Come la pina di San Pietro a Roma;
E a sua proporzion erari l' altr' ossa. 60
Sì che la ripa, ch'era perizoma
Dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
Di sopra, che di giungere alla chioma 63
Tre Frison s'averian dato mal vanto;
Però ch'io ne vedea trenta gran palmi
Dal luogo in giù , dov' uom s' affibbia il manto. 66
Rafel mai amech zabi almi,
Cominciò a gridar la fiera bocca,
Cui non si convenien più dolci salmi. 69
E il Duca mio ver lui: anima sciocca,
Tienti col corno, e con quel ti disfoga,
Quand' ira o altra passion ti tocca. 72
Cercati al collo, e troverai la soga
Che il tien legato, o anima confusa,
E vedi lui che il gran petto ti doga. 75
Poi disse a me: egli stesso s'accusa;
Questi è Nembrotto, per lo cui mal coto
Pure un linguaggio nel mondo non s'usa. 78
Lasciamlo stare, e non parliamo a voto:
Che così è a lui ciascun linguaggio,
Come il suo ad altrui, che a nullo è noto. 81
Facemmo adunque più lungo viaggio
Volti a sinistra; e al trar d'un balestro
Trovammo l'altro assai più fiero e maggio. 84
A cinger lui, qual che fosse il maestro,
Non so io dir; ma ei tenea succinto
CANTO XXXI. 749
Dinanzi l'altro, e dietro il braccio destro, 87
D'una catena, che il teneva avvinto
Dal collo in giù, sì che in su lo scoperto
Si ravvolgeva infino al giro quinto. 90
Questo superbo volle essere sperto
Di sua potenza contra il sommo Giove ,
Disse il mio Duca, ond'egli ha cotal merto. 93
Fialte ha nome, e fece le gran pruove,
Quando i giganti fer paura a i Dei:
Le braccia ch'ei menò, giammai non muove. 96
E io a lui: s'esser puote, io vorrei
Che dello smisurato Briareo
Esperienza avesser gli occhi miei. 99
Ond'ei rispose: tu vedrai Anteo
Presso di qui, che parla, ed è disciolto,
Che ne porrà nel fondo d'ogni reo. 102
Quel che tu vuoi veder, più là è molto,
Ed è legato e fatto come questo,
Salvo che più feroce par nel volto; 105
Non fu tremuoto già tanto rubesto,
Che scotesse una torre così forte,
Come Fialte a scuotersi fu presto. 108
Allor temetti più che mai la morte;
E non v'era mestier più che la dotta,
S' io non avessi viste le ritorte. 1 1 1
Noi procedemmo più avanti allotta,
E venimmo ad Anteo, che ben cinqu'alle,
Senza la testa, uscia fuor della grotta. 114
0 tu, che nella fortunata valle,
Che fece Scipion di gloria ereda,
Quando Annibal co' suoi diede le spalle, 117
750 INFERNO
Recasti già mille lion per preda,
E che, se fossi stato all'alta guerra
De9 tuoi fratelli» ancor par ch'ei si creda , 120
Che avrebber vinto i figli della terra;
Mettine giuso (e non ten venga schifo)
Dove Cocito la freddura serra: 123
Non ci far ire a Tizio, né a Tifo:
Questi può dar di quel che qui si brama :
Però ti china, e non torcer lo grifo. 126
Ancor ti può nel mondo render fama;
Ch'ei vive, e lunga vita ancora aspetta,
Se innanzi tempo grazia a sé noi chiama. 129
Così disse il Maestro: e quegli in fretta
Le man distese, e prese il Duca mio,
Ond' Ercole senti già grande stretta. 132
Virgilio, quando prender si sentio,
Disse a me: fatti in qua, sì ch'io ti prenda:
Poi fece si, eh' un fascio er' egli e io. 135
Qual pare a riguardar la Carisenda
Sotto il chinato, quand'un nuvol vada
So vr' essa sì, ch'ella in contrario penda ; 138
Tal parve Anteo a me che stava a bada
Di vederlo chinare, e fu tale ora
Ch' io avrei voluto ir per altra strada : ut
Ma lievemente al fondo, che divora
Lucifero con Giuda, ci posò;
Né sì chinato lì fece dimora,
E com' albero in nave si levò. 145
CANTO XXXI. 781
COMMENTO DI BENVENUTO
Trattasi del terzo, ed ultimo cerchio generale dell' Infer-
no in cui si punisce ii tradimento, che rompe i vincoli di na-
tura e di fede. Il canto si divide in quattro parti generali:
— nella prima — descrizione de' giganti che stanno come a
corona del pozzo: nella seconda — descrizione di un famoso
gigante antico et io surgea ecc. nella terza altro gigante fa-
moso facemmo ecc. nella quarta— descrizione di altro gigante
che porta Virgilio e Dante nel pozzo noi procedendo ecc.
Una medesima lingua di Virgilio pria mi morse mi ri-
prese si che me tinse l una e l altra guancia mi colorò la
faccia di rossore, e vergogna e poi me respose la medicina
perchè disse come alla fine del Canto precedente maggior di-
fecto meri vergogna lava men vergogna lava maggior diffetto
che non è stato il tuo. Quasi tutti i poeti dicono che la lancia
di Achille ebbe la maravigliosa proprietà, che quando con
essa si feriva non poteva guarire la piaga, se la lancia non fe-
riva di nuovo. E quando i greci mossero all'assedio di Troia,
Achilie fu mandato a cercar viveri da Telafo re della Mesia, re-
gione fertilissima di biade al dire di Seneca. Telafo si mosse
ostilmente contro d'Achilie che lo feri di un colpo creduta
insanabile. Il ferito interrogò l'oracolo, ed ebbe in responso,
che tornasse contro ad Achille, e si facesse di nuovo ferire
colla lancia medesima ; tocche fatto, ricuperò la salute. La lan-
cia di Achille figura il poter de' regnanti: ricevendo da essi
un offesa, bisogna tosto chieder loro grazia e perdono come
se foste l'offensore. Telafo ferito da Achille non poteva vendU
carsi, e viver sicuro; fu quindi costretto di tornare a lui, e
supplicarlo, che lo restituisse nel regno. La seconda ferita fu
più crudele della prima, perchè pregare un nemico da cui sì
752 INFERNO
è ricevuta un offesa, sa di eroismo. Plinio ritiene che sotto la
figura della lancia di Achille si esprima la natura del ferro,
giacché sappiamo che negli empiastri per cicatrizzare le pia-
ghe si adopera la ruggine del ferro. Achille istruito da du-
rone nell'arte medica riferisce sanarsi le ferite immettendovi
ferro. I cacciatori piantano un ferro nelle carni, perchè la pre-
da si maceri al lume di luna. I cisposi risanano per le esala-
zioni del ferro nelle fucine, così od io dai poeti che la lancia di
Achille o del suo patte Peleo solea esser cagion prima di trir
sta mancia di tristo dono e poi di bene pria di ferita, poi di
rimedio.
Noi demmo il dosso al misero vallone volgemmo il
tergo alla decima bolgia attraversando piegando al pozzo de'
traditori super la riva che l cinge d intorno per la riva che
lo circonda senz alcun sermone senza discorso e meditando
la materia seguente eh ivi era men che nocte e men che giorno
era il crepuscolo, o dubbia luce, che tiene il mezzo fra il gior-
no, e la notte: cosi Dante non aveva potuto scorgere da lon-
tano, ma soltanto udire siche l viso la vista intellettuale m an-
dava innanzi un pocof ma io senti sonare un altro corno.
Questo corno figura la voce alta de' superbi , che si fan sentire
di lontano tanto che arebbeogni tuon facto fioco ogni tuono
per grande che fosse sarebbe stato a questo inferiore. Era il
corno di Nembroth, il primo gigante superbo, che presunse
contro Dio che qual suono dirizzo gli occhi miei della mia
contemplazione tutti a un loco a quello da cui veniva tal suo-
no seguitando la sua via contrase nella stessa direzione sua,
ma di contro a lui. —
Dopo la miseranda sconfitta sofferta da Carlo Magno per
la perfidia di Gamaleone in Roncisvalle, Orlando che potè fug-
gire, colla voce del corno adunò circa qento dispersi cristiani.
CANTO XXXI. 753
coi quali, e colla guida di un prigioniero, per mezzo de' bo-
schi, raggiunse il re Maurizio che fuggiva, e l'uccise: i cento
suoi compagni tutti in quel fatto perirono, ma egli, quantun-
que coperto di ferite, scappò. Belligaudo fratello, e Carlo ave-
vano frattanto superate le cime de9 monti, ignari di quanto e-
rasi operato di dietro ad essi. Orlando per tante ferite senti-
vasi venir meno , e cadde dal cavallo: allora cavò la spada dal
fodero, e perchè non cadesse nelle mani de' Saraceni, tentò
spezzarla in un sasso; ma prima si spezzò il sasso che il ferro.
Sorpreso delP evento, si sovvenne del corno, e pensò di dar-
gli fiato nell'idea, che qualche cristiano fuggente, ricono-
scendo tal voce, gli si avvicinasse, e portigli gli ultimi uffici,
ricevesse in dono la -spada e cavallo, giurando di persegui-
tare con essi i nemici. Con tanta forza soffiò nel corno, che si
spaccò per mezzo, e le vene, ed i nervi del collo si ruppero.
Ma non pertanto volle Iddio, che la qualunque voce uscita,
giungesse all'orecchie di Carlo, che aveva poste le tende in
luogo otto miglia distante da Orlando. Era sul punto di seguirla,
quando Gamalo lo assicurò che solo per motivo di caccia Or-
lando suonava il corno, e quindi non poteva egli correre pe-
ricolo alcuno. Accorse bensì Baldovino, ma non potè rinvenire
acqua per Orlando, che ardentemente la chiedeva: e suppli-
cando a Dio, e dopo molte devote preci, Orlando rese l'anima
al Creatore, e conseguì la palma del martirio. Di lui si parlerà
nel Paradiso canto XVIII. Baldovino montò il cavallo di Orlando
per non cadere nelle mani de' nemici , e raggiunse le tende di
Carlo, non sono si teiHbilmente col suo corno dopo la dolo-
rosa rotta la miseranda sconfitta quando Carlo Magno perde
la santa gesta l'eletto esercito de' cristiani per frode di Cama-
leone. Non così soffiava Orlando, come ora soffia Nembroth,
che suonò terribilmente il corno nelle pianure di Sennaarcon-
Rambaldi — Voi. 1. 43
754 INFERNO
tro Dio. Orlando pure, se vogliasi prestar fede ai racconti favo-
losi de' francesi , suonò terribilmente contro gP infedeli in Ron-
cisvalle.
Poco portai in la volta la testa verso del suono che mi
parve veder molte alte torre l'alta torre figura la superbia:
credette scorgere una città ond io: Maestro il perchè chiesi a
Virgilio di che terra e questa? Virgilio mi rispose awien che
tu abborri bisogna che tu sbagli nell imaginare poi perche
trascorri nelle tenebre troppo da lungi tu vai troppo avanti
all'oscuro, e senza prima aver chiaramente, e da vicino ve-
duto tu vedrai ben quanto il senso s inganna da lontano ve-
drai come si prendono abbagli guardando da lungi , e si prende
un albero per un uomo, e Dante prendeva un gigante per una
torre se tu la ti congiungi se ti avvicini al luogo; pero te pungi
alquanto più affretta il passo per più presto accertartene, poi
Virgilio poscia caramente mi prese per mano con dolcezza mi
prese per la mano e disse sappi che non son torri ma giganti
simili per grandezza a torri prima che noi siam più avanti
prima d'esser loro sopra, te ne avverto acciò che l facto men
ti paia stranio perchè non ti faccia sorpresa quando in realtà
li vedrai. Questi giganti figurano i superbi regnanti, che pre-
sumono contro Dio; e si fingono coi piedi di serpente, che
mangino la terra, e cerchino la terra, e non pertanto alzino
le lunghe mani sino al cielo, come superiormente fu esposto
al canto Vili , e XIV. Nel fine del Purgatorio Dante chiama il su-
perbo re di Francia — gigante — e son tutti quanti in del pozzo
dentarne da la ripa sono tutti sull' orlo del pozzo per custo-
dia o guardia dallo ombelico ingiuso dall'ombelico giù nel
pozzo, e dall'ombelico in su fuori del pozzo.
Errorfugiamimx si tolse l'equivoco e paura cresceami
perchè poco avea da temere dalle torri, ma mollo dai giganti
CANTO XXXI. 785
terribili cosi forando l aria grossa e scura penetrando l'oc-
chio mio per queir aria densa ed oscura appressando più
e più in ver la sponda più sempre avvicinandomi all' or-
lo dèi pozzo, cosi cóme lo sguardo la vista refigura proo-
de per vera figura ciò che l vapóre o le nuvole stipa chiù*
de cela nasconde quando là nebbia si disfa si scioglie,
e si disperde dal sole. La nebbia, che fa di giorno notte
toglie a noi il vero aspetto delle cose, del pari che le te*
nebre di quel luogo toglievano a Dante la vista de' gigan-
ti. Cessata, o dissipata la nebbia a poco a poco, si distin-
gue più chiaramente l' oggetto in prima mal visto, del pari
che Dante avvicinandosi sempre più distingueva gli orribili gi-
ganti, poiché li oribili giganti cui minaccia Jove ancora
quando tuona dal Celo. Ed i giganti furono infatti fulminati
da Dio, il quale rompe ogni superbia. Il fulmine poi reca spa-
vento ai re, ed alle potenze quanto sono più in alto, comeab-
biam dalle storie di Augusto, di cui niuno fu più potente nel
mondo: appena udiva un tuono o scorgeva un lampo, chiù*
devasi nella più nascosta camera, e si copriva colle coltri. Cosi
Nerone, così Caligola, e tanti altri. Ottimamente l'autor
nostro ci dice, che Giove quando tuona minaccia i giganti,
perchè moralmente li avvisa della ruina de' superbi. Così Na~
bucdonnosor, il quale da superbissimo eh' era, fu ridotto a
pascersi d'erba ne' boschi e nelle caverne, e come a nostri
di il re di Persia, che vide la ruina propria, e di tutti i nu-
merosi suoi figli, torreggiano a guisa di torri circondano cosi
la proda che il pozzo circonda la delta , che circonda il poz-
zo di mezza la persona dall'ombelico in su cosi comeMon-
teregion castello nel contado di Sien?, sei miglia distante
dalla città, nella strada che conduce a Fiorenza, circondato da
spesse torri, s incorona di torri in su la cerchia tónda.
756 INFERMO
Io seconda parte generale, io scorgea già dal ventre ve-
deva, un non so che sul ventre sopra d alcun sopra il ventre
di Nembroth e per le caste giù ambo le braccia il gigante a-
veva le braccia legate giù stese e pendenti, natura eerto fé
assai bene bene, e provvidamente fece quando lascio larte
di si facti animali quando più non produsse animali cosi
terribili. Se è vero, una volta furono i giganti, ma ora più
non si trovano come sembra che Dante dir voglia. E storica-
mente parlando furono i giganti , come leggiamo nelle storie
ebraiche, greche e romane, e cioè Saul, Ercole, Anteo, e molti
altri, ed assicurano, che i giganti possedettero un giorno
Y Inghilterra. Ma sembra che natura abbia a poco a poco sce-
mata la grandezza delle forme, come ha diminuito il corso
della vita. Fisicamente parlando è impossibile che non sia na-
ta, non nasca, e non sia per nascere qualche eccezione alle
regole ordinarie di propagazione della specie, ed abbiamo e-
sperienza di tali eccezioni, non di un individuo, ma di na-
zioni intere: i Frigioni in Germania sondi figura gigantesca,
i romani in Italia piccoli. Poeticamente parlando, ed anche
moralmente, Iddio eh' è natura naturante, permise una volta
per le colpe umane, che fossero i giganti, cioè che i potenti
superbi governassero il mondo; ma dopo non si videro di
tanta smisurata mole, e sono scorsi molti secoli senza un Ne-
rone, ed un Ciro. Furono anche appresso giganti, ma non
tanto immani, ed in questo senso, credo che abbia parlato
Dante per torre tali esequtori a Marte per togliere cioè le ca-
gioni di guerre, e di spargimento di sangue umano.
E ehi guarda sottilmente la a chi guarda ben dentro
ne tiene più giusta e più discreta tiene la natura più discre-
ta e giusta s ella non se pente de JElephanti e de Balena se tut-
tavia produce gli smisurati elefanti, nati fatti per la guerra,
CANTO XXXI. 757
forti, armati di sanne e di proboscide, capaci dì portare sul
dosso una torre con dodici armati. Ma P uomo dotato d' in-
telligenza e di ragione li doma, li guida, e li costringe ad
obbedire, come si ha dalle storie delle guerre romane, e spe-
cialmente dalle puniche. Un romano stretto dalla proboscide
di un elefante se ne liberò colla spada. Altro forzalo da An-
nibale a combattere con un elefante, lo vinse; ma Annibale lo
fece ammazzare dicendo, che non meritava di vivere chi avea
presunto far guerra con una bestia tanto terribile, o piuttosto
fu P invidia di tanto valore, che strappò ad Annibale la sen-
tenza di morte. Ma quando un sommo potere si unisce con
prava volontà nell'uomo, chi è, se non Dio, che possa vin-
cerlo ? che la gente il genere umano nessun riparo se può far
niun rimedio può usare dove l argomento de la mente la ra-
gione dell' uomo si aggiunge al mal volere depravato et alla
possa ed al sommo potere. Per giungere ad un fine secondo
Aristotile sono indispensabili tre estremi — volere — sapere —
e potere. — Boezio pretende che bastino due soltanto.
In Roma esisteva un tempio nomato Pantheon, che si pre-
tende essere stato il palazzo di Alessandro imperatore, ora
chiamato santa Maria della Rotonda. In detto tempio, era una
sommità di bronzo dorato, che fu trasportata sulla chiesa di
s. Pietro , perchè coperta da tavole di bronzo dorato, feren-
dola i raggi del sole, pareva in lontananza una montagna
d' oro, la cui bellezza anche adesso in parte si veder La fac-
cia sua di Nembroth me parve lunga e grossa come la pina
di s. Pietro a Roma. Il confronto non è che per grandezza ,
mentre la pina è splendida e bella, quando la faccia del gi-
gante era brutta, e terribile. I altre osse le altre membra eratk,
a sua proportione corrispondevano alla faccia. La parte dal-
Pombilico insù era maggiore di tre grandi uomini posti l'uno
758 INFERNO
sulP altro si che le ripa che era perizoma perizoma, voce
greca, che propriamente vale, vestimento che dalla cintura
discende alle ginocchia. Abbiamo dalla Genesi , che i primi
parenti usarono di perizoma per coprire le parti di vergogna
dopo il peccato ne mostrava ben tanto di sopra fuori del
pozzo che tre Fregioni s avrebber dato mal vanto da giun-
gere alla coma non sarebbero bastati tre Frigioni l'uno sul-
l'altro per arrivare dal mezzo ai capelli, ed i Frigioni sono
i più alti fra gli alemanni, per occhio ne vedea trenta gran
palmi dal loco in giù ove l omo affìbia il manto dal sommo
del petto all' ombilico.
La fera bocca del feroce Nembroth cui non si convenia
più dolci psalmi che non poteva dir in modo a lui più pro-
prio incomincio a gridare così Raphel may amech zabi almi
parole che non hanno significato: ma posto ancora che ne
avessero, come alcuni interpreti si sforzano trovarlo, nulla si-
gnificherebbero se non a mostrare, che il costui linguaggio
non era intelligibile ad alcuno, essendo, per la di lui super-
bia, venuta la confusione in tutte le lingue. Questa è la mente
di Dante.
El duca ver lui disse a lui anima sdoca balordo tienti
al corno con cui ti fai sentire e con quel te sfoga giacché non
sai parlare quando ira o altra passione quando lo sdegno, o
furore ti tocca V invadono. Finge Dante, che i giganti siano
legati, per insegnare che i superbi potenti quantunque sem-
brino più liberi degli altri, pure sono schiavi, dipendenti , e
costretti da occulte ed interne catene. In questo senso Dio-
gene chiamava Alessandro Megno il servo de' suoi sudditi ,
perchè pieno di quei vizi, che Diogene aveva vinti colla virtù.
La loro libertà è cinta da catene d' oro, mentre le catene della
libertà de' sudditi sono diverse, cercati al collo e troverai la
CANTO XXXI. 7B9
soga la corda cheltien ligato non è forse verità storica, che
Alessandro vincitore di tante nazioni era vinto da un bicchiere
di vino, e da un piccolo sdegno? o anima confusai perche
prima cagione della confusione delle lingue e vedi lui lo stesso
corno che l gran petto te doga che il gran petto ti copre. Nem-
broth ebbe membra robustissime, esercitate agli stenti della
caccia: fu il primo che si mostrò potente fra gli uomini, e fu
la prima origine di regno in Babilonia; da lui le prime guer-
re; da lui la prima tirannia nel mondo. Egli tentò la torre di
Babele, che sarebbe giunta al cielo, quando Iddio non avesse
rotta quella superbia. Si parlerà di ciò nel Purgatorio canto
XII. vedrai Nembroth a piende gran lavoro. Indi Virgilio mi
disse e lui stesso 8 accusa dal linguaggio che usa, fa conoscere
chi è questi e Nembroth — per lo cui mal coto pel cui per-
verso pensiero, o conto pur un linguaggio nel mondo non
8 usa prima di lui gli uomini parlavano lo stesso linguaggio,
ma dopo si divise in molti e diversi nella costruzione di quella
torre lascialo stare perchè nulla ei comprende , come noi nulla
di lui comprendiamo e non parliamo a voto indarno che cia-
scuno linguaggio e cosi a lui tanto male intelligibile come l suo
linguaggio ad altrui — eh a nullo e noto non è conosciuto
da alcuno.
Facemmo adunche terza parte generale — Volti alla si-
nistra alla qual parte sempre si volta nell' Inferno dunche fa-
cemmo più lungo viaggio perchè andavamo a contemplare i
giganti de' gentili o pagani, et al trarre d un balestro al tiro
di una freccia trovammo l altro Efialte assai più fiero e ma-
gno più feroce, e maggiore di membra di Nembroth. Questi
temendo il diluvio tentò di farsi una torre alta al cielo, ma
Efialte tentò invadere il cielo sovrapponendo monte a monte,
come scrive Ovidio nelle Maggiori, ed altri poeti greci. Ome-
760 INFERNO
ro nell'XI dell'Odissea racconta che Ulisse, sceso all'Inferno,
vide due fratelli di smisurata grandezza, uno Otho, o l'altro
Efialte, che la terra partorì, e nutrì cosi smisurati. Erano luo-
ghi nove canne, e furono posti fra gli Dei immortali. Impre-
sero di sovrapporre il monte Ossa al monte Olimpo, ed avreb-
bero compiuta la loro impresa, se fossero giunti a matura età;
ma prima che loro spuntasse la lanugine Apollo li distrusse.
Omero chiama uno di costoro uguale agli Dei, perchè molti
lo tenevano, ed egli stesso credevasi tale: chiama l'altro glo-
rioso, perchè la superbia forma la loro gloria. La terra li nu-
trì, ossia non ebber cura che di cose terrene: sovrapposero
monte a monte, ossia potere sopra potere, per insultare il
cielo, come fecero molti re dell' Assiria secondo la Sacra Scrit-
tura. Lo stesso Giulio Cesare in Africa diceva ai suoi nemici,
che i romani avevano tali legioni da poter far guerra al cielo.
Dice inoltre Omero, che Apollo li distrusse prima, che giun-
gessero a matura età, per avvertire i potenti superbi che an-
che nel fiore di loro potenza possono essere fulminati. Efialte
aveva V un braccio legato davanti, e Y altro di dietro, io non
so dir quel che fosse il maestro a cinger lui loccbè equivale
a dire che fu Dio ma ei Efialte tenea el braccio destro socinto *
legato dietro a tergo e l altro sinistro dinanzi. Quando tutte
due le mani fossero state legate od unite non era facile lo scio-
gliersi e liberarsi, duna catena avvinto stretto dal collo in
giù. Nembroth aveva una corda, e questi una catena, perchè
lo descrisse più grande, e più feroce si che l scoperto la parte
del corpo scoperta dall' ombelico in su se revolge in su lo
girone quinto aveva la catena a cinque giri nella parte che si
vedeva fuori del pozzo. Mi disse Virgilio questi Efialte superbo
— volle esser experto volle far prova di sua potenza eh9 era
poca o nulla contr el summo Jove contro il sommo Dio dei
i
CANTO XXXI. 761
pagani, celebrato nella rocca del Campidoglio di Roma, detto
Giove ottimo massimo, come le mille volte in Tito Livio si
legge ond elli ha cotal merito cotal pena, d'essere cioè in tal
modo incatenato. Fialte ha nome e fece le gran prove ado-
prò tutto il poter suo quando i giganti fecer paura ai Dei,
nella guerra contro degli Dei. Tutto ciò può intendersi poeti-
camente , e secondo Ovidio un Dio si nascose sotto forma di
un lione, l'altro di una tigre. Si può intendere storicamen-
te, imperocché Titano fratello di Saturno, avendo Giove
scacciato il padre Saturno dal regno di Creta, mosse guerra
a Giove, che alfine riuscì vittorioso. Si può anche prendere
allegoricamente per paura ai Dei volle far quanto poteva, —
perciò le braccia che l meno già mai non move.
Io dissi a Virgilio vorrei che gli occhi miei vorrei vedere
avesser experientia del (smisurato Briareo lo smisurato Bri-
areo. Dicesi, che costui crescesse molti palmi ogni giorno, al-
legoricamente di potere, e di superbia. Ne parla Dante nel
Purgatorio canto XII dove dice — vedea Briareo ecc. e quindi
lo passo di volo, ond ei rispose tu vedrai Anteo non è tempo
di vedere Briareo, che poi vedremo; ora bisogna vedere An-
teo senza del quale non possiamo compiere il nostro viaggio.
presso di qui poco lungi di qua che parla ed e disciolto che
non parla confusamente come Nembroth, e che non è inca-
tenato come Efialte che ne porrà nel fondo dogni reo nel
centro dell1 Inferno dove sono puniti i traditori. Come Dante
aveva trovato Chirone fra i centauri, ora trova Anteo fra i gi-
ganti. Lo mette senza catene perchè presunse contro gli uo-
mini, e non contro Dio, sebbene il suo nome deboti l' oppo-
sto Anti vale contro Theos vale Dio. Storicamente Anteo fu un
gigante grandissimo e formidabile nell'Africa, che forzava
i passeggieri in modo strano, ciotè dovevano prima lottare con
763 INFERNO
lui, e quando li aveva superati, li decapitava, ed appendeva
le recise teste sulla soglia di sua abitazione. I poeti immagi-
narono, che bastava, toccasse la terra per rimettersi nelle
forze che avea perduto combattendo, e quando Ercole venne
a lottare con lui, accortosi di questo, lo alzò in aria, e lo sof-
focò stringendolo fortemente fra le braccia. Allegoricamente
poi Anteo era invincibile nelle proprie terre, del pari che An-
nibale africano. 1 romani al contrario erano vincibili in Italia
ma insuperabili in terra straniera. Secondo Fulgenzio, Anteo
è simbolo di libidine, che acquista forza dalla terra, e dalla
carne. Dicesi, ch'egli regnasse nella caldissima Libia. Ercole
ali1 opposto uomo forte e sapiente toglie dalla terra la car-
nale concupiscenza, ossia Anteo, e lo solleva, e lo estingue.
Dice Seneca di lui — prostese Anteo nelle libiche arene — e
lo chiama — heroum eleos — gloria degli uomini forti — quel-
lo che tu vuoi vedere Briareo e molto più la più lontano di
qui et ee ligato con cinque giri di catena facto come questi
così immane salvo che e più feroce pur nel volto perchè più
audace.
Non fue terremoto già tanto robusto violento, e forte che
scottesse una torre cosi forte come a scoter si fu presto. La
similitudine di gigante a torre è propri issi ma, giacché la torre
che non si move al furiare dei venti di tempeste, o di forza
umana, si scuote, e rovesciasi dal terremoto, così il gigante
qual torre cadde una volta colpito da un fulmine allora ti-
metti più che mai la morte da quel gigante et non m era tne-
stier più che la dotta non era necessario che il gigante mi
percuotesse, perchè sarei morto al solo suo moversi, ovvero
la dotta il timore, giacché dottare suona temere, era bastante
ad annientarmi, s io non avessi viste le ritorte i ceppi, le ca-
•
tene da cui era stretto. Non eh uovo, che i tiranni superbi ab-
cìnto xxxi. 763
biano spenti gli nomini virtuosi — Alessandro Calistene —
Nerone Seneca — Caracalla Papiniano. — r
Noi quarta ed ultima parte, noi procedemmo più avanti
alotta andammo più avanti nella contemplazione et venimmo
ad Anteo che usciva fuor de la grotta fuori del pozzo ben
cinque qlle alla è misura di Fiandra come la caftna di Fio-
renza senza la testa dal petto all'ombilico era di tanta gran-
dezza. Sostengono alcuni, che l'uomo non può eccedere l'al-
tezza di sette piedi, e eh' Ercole stette dentro questa misura;
pure sotto di Augusto si trovarono due uomini di dodici piedi
di lunghezza. Si vuole, che s. Cristofaro fosse di dodici piedi»
o canne. Sant' Agostino, nella Città di Dio, dice di aver visto
nelle terre, dove regnò Anteo , un dente di un gigante, dal quale
si fecero più di cento denti nostrali. Che dirò di Golia, di Fer-
rautte, e di altri?
Bel discorso di Virgilio ad Anteo che persuade a portarli.
Per renderselo benevolo accenna le di lui vittorie su quella
terra in cui Scipione acquistò la massima gloria. Publio Cor-
nelio Scipione cognominato l'Africano fu guerriero romano
che non ebbe uguali in valore e fortuna. Estesamente si dirà
di lui nel Paradiso canto VI. Giovane di 24 anni, nella se-
conda guerra Punica, quando Annibale cartaginese per otto
anni sosteneva battaglie gloriose contro i romani, ottenne dal
senato di trasportare l'esercito nelle Spagne, ove i due Sci-
pioni, padre e zio avevano perduto l'esercito in soli trenta
giorni. E quella parte di Spagna con maravigliosa fortezza fu
da lui interamente in quattro anni ricuperata , disfatti quattro
eserciti all'inimico, e ridotta l'intera Spagna sotto il giogo
romano. Tornato a Roma, di consenso del senato, a traverso
della Sicilia passò in Africa. Messo piede a terra piatitogli ac-
campamenti ne' regni di Anteo, che poi cambiaron nome ne'
7©4 1KFE1R0
campi Cornei ii. Per l'arrivo di Scipione l'Africa latta s'inti-
morì, e specialmente Cartagine, la quale si mise in armi, ed
alle vedette, giacché per cinquantanni, non aveva vedale,
se non tumultuariamente, le armi romane. Allora poi aveva
sugli occhi Scipione, terribile guerriero, ed essa mancava di
un capo che potesse stargli a fronte, fuor di Asd rubale figlio
di Gisgone, che Scipione aveva scacciato dalle Spagne. Pro-
speri furono i primi successi di Scipione, e sopraggiunse Mas-
sinissa magnanimo, e ricchissimo principe, con un pugno di
giovani, il quale spogliato del regno di Numidia da Si face,
chiese soccorso al duce romano. Fu accolto Massinissa da Sci-
pione con ogni larghezza di bontà, e gli crebbe speranza di
tornare al suo soglio. La sola speranza de' Cartaginesi era al-
lora in Asdrubale ed in Siface genero di Asdrubale, avendo
sposata Sofonisba la più bella fra le donne. Essi fecero allean-
za in difesa di Cartagine. Scipione portò tutte le armi all'as-
sedio di Utica, e lo inseguì Asdrubale con tre mila soldati, e
Siface con dieci mila cavalli, e cinquanta mila fanti: posero i
loro accampamenti non molto lontani da quelli del nemico.
Passato l'inverno, Scipione diede ordine a Massinissa, ed a
Lelio suo carissimo amico e compagno di dar fuoco in tempo
di notte agli accampamenti del re Siface, eh' erano di stuoia,
e di canne. I soldati del re ritennero che l'incendio fosse stato
casuale, ed accorrevano inermi, e mezzo addormentati nel
mentre che i romani facevano d'essi tremenda strage. Anche
i Cartaginesi ritenendo l'incendio accidentale correvano ad
estinguerlo, ed incontravano i nemici che li scannavano quali
pecore. Allora sortì anche Scipione, il quale corse agli accam-
pamenti cartaginesi , e vi appiccò fuoco. Così in pochi mo-
menti gli aceampamenti di Cartagine e di Siface furono in-
cendiati, ed in una notte consunti. Asdrubale con parte del'
CANTO XXXI. 765
disfatto esercito fuggì: perirono quaranta mila uomini: furo-
no prigionieri cinque mila, e più: presi sei elefanti. Àsdru-
bale tornato a Cartagine raggranellò un esercito nuovo: Siface
fece altrettanto» e si riunì allo suocero: di nuovo si cominciò
la guerra , Massinissa trovandosi sempre con Scipione, e coi
romani. Ma in ultimo Siface si raccolse nella Numidia, quan-
tunque Massinissa, e Lelio per ordine di Scipione lo inseguis-
sero per quindici giorni.
Intanto il duce romano, parte colla forza, e parte col
timore conquistò varie puniche terre, e portò le sue legio-
ni vieino a Cartagine quindici miglia. Siface mosso dalle
lagrime di Sofonisba, e dalle preghiere di Asdrubale ri-
parava la guerra; ma accesa zuffa con Massinissa e con Le-
lio, uccisogli sotto il cavallo, cadde, e fatto prigioniero fu a
Lelio condotto. Caduto il re, fu breve e facile la vittoria: re-
starono sul campo cinque mila uomini , e molti fuggirono a
Cirta capitale della Numidia. Massinissa esultando della pri-
gionia del re, e pel regno ricuperato, pregò Lelio, che gli
permettesse di correre prestamente a Cirta coi cavalli, e col
re prigioniero, e Cirta, aperte le porte, gli si diede sponta-
neamente. Messe guardie alle porte, corse alla regia, e gli
venne incontro la bellissima Sofonisba che versando lagrime
e sospiri, lo scongiurava a torla delle mani de' romani, e di
lei facesse quanto voleva, come preda di guerra. Era Sofoni-
sba chiara per sangue, florida di età, bellissima fra tutte. Si
commosse Massinissa non tanto alle preghiere, quanto alla
bellezza di lei, ed infiammandosi di smisurato amore, le diede
fede di sposo, e prima che giungessero Scipione e Lelio, le
fu marito vivente ancora Siface ch'era stato condotto a Sci-
pione. Lelio sovraggiunto , e scoperta tanta enormità, cercò
di strapparla a Mas si russa, ma da questi pregato, rimise il
766 INFERRO
giudizio a Scipione, che chiamò a sé Massi n issa , ed ora gra-
ve, ora dolce lo ammoni facendogli conoscere che le interne
voluttà erano più atroci degli esterni nemici. Massi n issa op-
presso dal rammarico e dalla vergogna mandò un veleno a
So fon isbà, perchè in tal modo si liberasse dalla schiavitù ro-
mana, come aveva promesso, ed ella lo bebbe intrepidamen-
te, e così ferocemente spirò. Siface condotto da Lelio a Roma
fu sepolto in carcere oscuro.
I Cartaginesi vedendo che l'Africa ardeva sotto Scipione,
come l'Italia aveva arso sotto di Annibale , morta la speranza
di ogni altra risorsa, decretarono in senato di richiamare An-
nibale dall'Italia, perchè soccorresse all'estrema angustia della
patria. Annibale stupefatto dalle gesta di Scipione in Africa tro-
vavasi allora nelF angolo estremo dell' Italia orientale ; Magone
di lui fratello nell'estremo dell'Italia occidentale, ossia nella
Liguria. Annibale obbediente, piangendo, anzi ruggendo qual
leone tornò alla patria. Caricò l' esercito suo sulle navi , nel
diciasettesimo anno dopo il suo ingresso in Italia, tornò tri*
sto, volgendo sempre gli occhi all' Italia e sospirando che gli
fosse caduta di bocca, ed incolpando sé stesso per gli sprez-
zati consigli di Maerbale, angosciato che fra tante vittorie non
avesse avuto cuore d' invadere Roma, quando Scipione, gio-
vane ancora , ebbe l' ardire di assaltare Cartagine nel momento
eh' egli faceva strage de' romani in Italia. Il conflitto di Roma,
e Cartagine faceva slare sospeso, ed ansio il mondo intero,
perchè erano in armi, e pronte alla sfida le due più potenti na-
zioni del mondo. Appena i due capitani furono vicini, Anni-
bale, o per suo moto d' animo, o per ordine della patria ad*
dimandò a Scipione un abboccamento, e l' ottenne. Vennero
ambedue in una pianura seco menando l' interprete, e col-
l' esercito da ambo le parti sotto le armi. Al primo scontrarsi,
CANTO XXXI. 767
r un T altro attoniti per mutua ammirazione si tacquero.
Annibale per primo ruppe ii silenzio, ed in modo grave e
sentenzioso persuadeva la pace a Scipione, mostrandogli il
facile cambiamento della fortuna coli1 esempio di sé stesso, e
di altri capitani; e quanto la pace gli sarebbe più sicura e
gloriosa, rompendo ogni dissidio ed ostilità. Lodando poi le
di lui gesta gloriose, lo pregava a mettere un limite alla feli-
cità, prima che la fortuna gli mutasse la faccia, e mentre era
nel fiore di fama deponesse le armi infino allora invincibili.
Scipione, udito Annibale tanto bene e saviamente consigliare,
rispose aspramente, non persuaso che Annibale parlasse in
buona fede di pace, ma lo facesse per timore di guerra. Disse
che era certo, che l' arrivo di Annibale invece di accrescere
avrebbe turbata la speranza della pace , sottraendo molte con-
dizioni, e non offrendo ai romani se non ciò, che loro toglie-
re non potea: scasando i romani, ed accusando i Cartaginesi,
che nella prima e seconda guerra avevano offerte le cagioni
de' mali. Ch' egli sapeva bene di essere mortale, e che le
cose tutte, che doveva operare, erano soggette alla fortuna;
ma che le operava col favore degli Dei , ed otterrebbe lieto
fine della guerra, perchè giustamente intrapresa. Concluse,
che non sarebbe mai per ricusare la pace a lui che la cercava
in Italia, ma che non poteva accettarla o negarla senza che
la patria ne fosse prima avvertita: che tale procedere era scu-
sabile in lui, dacché per chiederla era stato forzato Annibale
di tornare alla patria e non poteva avere buon animo nel di-
mandarla. Infine non gli piacere i patti, e le condizioni. Così
rotta ogni speranza di accordo Annibale, e Scipione tornaro-
no ai loro accampamenti, V uno e l' altro affermando essere
necessario, che il giorno dopo, prima del cadere del sole, sì
sapesse se Roma o Cartagine avrebbe l' impero del mondo;
768 INFERNO
e nel dì seguente, al dir di Floro, vennero in campo i duee-
serciti.
L' impero romano non ebbe un giorno di maggiore im-
portanza di questo, quantunque avesse prima, ed abbia io
seguito combattuto con fortissimi nemici, ma non mai eoo
tante forze, con tanti odi, con tanti stratagemmi, con tanta
intelligenza, con tant' arte, con tanto furore di vendetta. Fu-
rono disposte le schiere con sagacità dall' una parte, e dal-
l'altra, perchè niuno dei duci lasciò di fare quanto mai si po-
teva in tanto difficile, e decisivo momento. Annibale pose in
fronte ottanta elefanti , che non aveva mai prima avuti in tal
numero agguerriti: V uno e l'altro duce era alla testa de' suoi,
rammentando i colti allori, e le recenti vittorie sui nemici
che avevano a fronte. Scipione più lieto parlava a suoi , e loro
diceva, che quella non era guerra di pericolo, ma guerra che
preparava il ritorno alla patria colla vittoria. Dato il segno,
T uno e P altro esercito compì quanto poteva col ferro, colla
lingua, coir ingegno. Guardando alle conseguenze, questa
battaglia fu non solo grande, ma massima. Quarantamila ne-
mici uccisi: gli altri pratici de' sentieri e de' nascondigli scap-
parono: presi dodici elefanti. Ed i romani pure insanguinarono
la loro vittoria con dieci mila, che rimasero sul campo. Lo stes-
so Annibale, esaurita ogni possa, con un pugno de9 suoi si al-
lontanò dal campo, e giunto a Cartagine, convocato il senato
si confessò vinto, non in quella battaglia, ma in guerra. I Car-
taginesi per consiglio di Annibale mandarono ambasciatori
per chieder pace a Scipione ; ma desso insieme coi soldati pia
desiderava la ruina di Cartagine; e nulla di meno riflettendo
alla fatica, ed al tempo necessari all' assedio di una città tanto
potente; prevedendo che i nuovi consoli Tito Claudio, e Cor
nel io Lentulo, i quali tentavano di succedergli, gli rapissero
CANTO XXXI. 769
il frutto di tante vittorie, piegò l'animo alla pace. Ecco le
condizioni sancite dal senato romano — Cartagine vivesse colle
leggi romane — desse tutte le navi rostrate — fuori di dieci
elefanti, tutti gli altri agguerriti si consegnassero — gl'indo-
miti si educassero — niuna guerra si facesse o movesse sen-
za ordine del popolo romano — ogni anno si pagassero per
tributo due mila talenti. — Fu questa la pace data ai Cartagi-
nesi P anno 17 dopo averla incominciata: fra la prima guerra
punica, e la seconda scorsero ventotto anni. Scipione dinanzi
a Cartagine fece abbruciare quel naviglio cartaginese che fu
tanto terribile ai litorali e fu gran dolore pei cittadini, quasi
bruciasse con quello tutta Cartagine. Si dice, che le navi fos-
sero cinquanta. Scipione fermata pace in terra, ed in mare,
tornò in Sicilia, e passando per le città d'Italia onorato e
festeggiato si restituì a Roma, e col trionfo il più magnifico
che fosse mai stato, ascese al Campidoglio.
Otu Anteo cherecasti già conducesti vivente mille lioni
In Africa trovasi gran quantità di leoni più feroci degli altri al
dir di Plinio: allegoricamente intenderai, che Anteo aveva vinti
mille nemici feroci nella fortunata valle de] Bracada presso li-
tica, qual valle fu sempre fortunata per la gente Cornelia, ma
fatale a Cartagine, imperocché Scipione Africano la rese tribu-
taria, e Scipione minore la rovesciò che fede Scipio hereda
cioè signore, giacché erede è quasi padrone di gloria quan-
do Annibal con i suoi diede le spalle — et ancora perche si
credea parla dubitativamente per temprare alcun poco l'adula-
zione eh arrebber vinto i figli de la terra i giganti tuoi fra-
telli avrebber vinta la pugna cogli Dei se fosse stalo allatta
guerra A^l ciò è chiaro, che Anteo non fu al tempo degli altri
giganti fulminato da Giove in Flegra de tuoi fratelli chiama
fratelli di Anteo i giganti che furono molto prima , perchè nati
IUmbaldi — Voi. 1. 4U
770 INFERNO
dalla stessa madre cioè dalla terra. — Tal modo di dire serve
a rendersi benevolo ogni superbo, paragonandolo a un Dio, co-
me Alessandro che si gloriava di essere chiamato figlio di Gio-
ve dal lato di madre, mettine giù portaci al ghiaccio del poz-
zo dove Oocito la freddura serra dove il freddo indura il lago,
che chiamasi Oocito. Omero nell'XI dell'Odissea finge, chelJ-
lisse vedesse nell'Inferno Tizio steso per terra, e due avol-
toi rodergli il fegato in pena di aver tentata Latona. Tizio mo-
ralmente parlando è un lussurioso, che spinto da libidine non
si trattenne per alcun riguardo né divino , né umano, come Ne,
rone, che furente di lussuria stuprò la sorella , una congiunta,
una vestale, e prese in moglie una meretrice. Quindi finsero
i poeti, che l'avoltoio divori continuamente il di lui fegato,
perchè nel fegato è la sede della lussuria, ed il fegato divo-
rato rinasce, cioè sfogata una libidine, altra si cerca. Ovidio
scrive in proposito cosi di Tizio il fegato inconsunto — sem-
pre di nuovo rinascendo , mai — non pere, per poter spesso
perire — e non ti vegna schifo non avere a sprezzo , con ciò
insegnando, che i superbi ancora debbono onorare i poeti, che
possono dar loro fama non ci far gire a Titio ne a Tipheo trop-
po grandi e poderosi. Di Tizio si disse; di Tifeo si parlerà nel
canto Vili del Paradiso, questi Dante eh' è meco può dar di
quel che fi brama può darù fama. Dante fingendo che i giganti
cerchino fama, parla del mondo de' viventi, in cui i superbi la
cercano sebbene con arti pessime, come Alessandro che oe
aveva brama insaziabile pero ti china piegati per portarne e
non torcer lo griffo non torcere il muso ancor ti può render
fama nel mondo eccone il come che l vive e longa vita a-
spetta ancora Dante sembra essere stato profeta di sé stesso,
imperocché dopo la gran visione visse ventun anni, se grazia
divina ne chiama a se anzi tempo secondo il corso naturale
CANTO XXXI. 771
dovrebbe ancor molto vivere se Dio per la sua grazia noi chiami
a sé. Anteo avido di fama distese le mani in fretta non aspet-
tando di essere pregato di pia e prese l duca mio Virgilio ond
Hercole senti già grande stretta quando lottò come si disse.
L'autore con arte somma ricorda Ercole nemico di Anteo; ma
Ercole fu buono, di forme atletiche, di somma forza, di va-
lore indomito, che si novera fra gli Dei, e non fra costoro.
Ed in Africa vinse non solo il robustissimo Anteo, ma nelle
Spagne superò il formidabile Gerione, e nell'Egitto il crude-
lissimo Busiride. — Insomma domò i mostri della terra in
ogni luogo, uomini fossero, o fossero fiere, e per ogni sorta
di virtù procedette al suo fine. Ecco la ragione, per cui finsero
i poeti, eh' egli discendesse all'Inferno per ispegnere i vizi, e
che abbia portato sulle spalle il cielo in quanto che resistette
alla di lui influenza. Esistettero anche altri col nome di Er-
cole secondo Tullio — della Natura degli Dei, e s. Agostino
nel XVIII della Città di Dio, e perciò è difficile scegliere fra
tanti. Virgilio disse fati in qua eh io ti prenda nelle braccia
nel modo stesso con cui Anteo preso Io aveva quando prender
si sentio da queir Anteo poi feci si eh un fascio era elli et io
poi mi strinse contro di sé.
In Bologna, nel luogo chiamato porta ravegnana, è una
piazza, nella quale s'alzano due torri, l'una delle quali altis-
sima, nomata torre degli Asinelli, l'altra vicina ed inclinata
quasi per cadere chiamasi torre de' Garisendi. — Ora se al-
cuno, nel tempo in cui le nubi girano sopra la Garisenda si
metta in opposto a guardar detta torre, gli parrà che gli ca-
schi addosso.
Parmi tal a me che stava a bada che aspettando guar-
dava divederlo chinar qual per la Garisenda torre così chia-
mata dai Garisendi nobili di Bologna a riguardar sotto l chi-
772 INFERNO
nato sotto la pendenza quando un nubilo vada sopr essa si
che ella torre penda incontro nel modo che la Garisenda pen-
dente sembra cadere sopra chi la guarda, eppure non cade,
così Anteo curvato com'essa sopra Dante che lo guardava,
gli sembrava che cadesse sopra lui, eppure non cadeva. La
similitudine era anche più propria al tempo di Dante, essendo
allora la Garisenda più alta di quello che ora è, avendola io
gran parte mozza Giovanni di Olegio de' Visconti di Milano,
che qual gigante feroce e superbo ivi esercitò la tirannide.
Dante fece la osservazione sulla torre Garisenda, quando an-
cor giovane studiava all'università di Bologna, e fu talora
e fu allora eh io arrei voluto ire per altra strada piuttosto
che fra le braccia di questo gigante ma ce poso ci depose leve-
mente dolcemente, perchè Virgilio lo aveva asperso dell'olio
dell'adulazione, e si offerse più mansueto di Caronte, di Fle-
gia, di Nesso, e di Gerione al fundo che divora Lucifero con
Juda nel centro del pozzo ove sta fisso Lucifero che divora
Giuda, come si dirà nell'ultimo canto: ne si chinato li fece di-
mora e non si fermò in quel luogo, ma tosto partì e si levo si
alzò dritto come arboro in nave si alza e si drizza. Similitu-
dine propria, perchè Anteo era grande, alto tanto, quanto un
albero di nave.
^.
CANTO XXXII
TESTO MODERNO
S'io avessi le rime e aspre e chiocce,
Come si converebbe al tristo baco,
Sovra il qual pontan tutte l'altre rocce, 3
lo premerei di mio concetto il suco
Più pienamente; ma perch'io non l'abbo,
Non senza tema a dicer mi conduco. 6
Che non è impresa da pigliare a gabbo,
Descriver fondo a tutto l'universo,
Né da lingua che chiami mamma o babbo. 9
Ma quelle donne aiutino il mio verso,
Ch'aiutaro Anfione a ehiuder Tebe,
Sì che dal fatto il dir non sia diverso. 12
Oh sovra tutte mal creata plebe, '
Che stai nel loco onde parlare è duro!
Me' foste state qui pecore o zebe! 1 5
Come noi fummo giù nel pozzo scuro
Sotto i pie del gigante, assai più bassi,
Ed io mirava ancora all'alto muro, 18
Dicere udimmi: guarda come passi;
Fa sì, che tu non calchi con le piante
Le teste de'fratei miseri lassi. 21
Perch'io mi volsi, e vidimi davante,
E sotto i piedi un lago, che per gelo
Avea di vetro e non d'acqua sembiante. 24
77 K INFERNO
Nod face al corso suo sì grosso velo
Di verno la Da noia in Austericch ,
Né il Tanai là sotto il freddo cielo, 27
Com'era quivi: che se Taberniccb
Vi fosse su caduto, o Pietrapana ,
Non avria pur dall'orlo fatto cricch. 30
E come a gracidar si sta la rana
Col muso fuor dell'acqua, quando sogna
Di spigolar sovente la villana: 33
Livide insin là dove appar vergogna,
Eran l'ombre dolenti nella ghiaccia,
Mettendo i denti in nota di cicogna. 36
Ognuna in già tenea volta la faccia:
Da bocca il freddo, e dagli occhi il cor tristo
Tra lor testimonianza si procaccia. 39
Quand'io ebbi d'intorno alquanto visto,
Volsimi ai piedi e vidi due sì stretti,
Che il pel del capo aveano insieme misto. 42
Ditemi voi, che sì stringete i petti,
Diss'io, chi siete? e quei piegar li colli;
E poi ch'ebber li visi a me eretti, 45
Gli occhi lor ch'eran pria pur dentro molli,
Gocciar su per le labbra, e il gelo strinse
Le lagrime tra essi, e riserrolli. 48
Legno con legno mai spranga non cinse
Forte così: ond'ei, come duo becchi ,
Cozzaro insieme, tanta ira li vinse. SI
E un, che avea perduti ambo gli orecchi
Per la freddura, pur col viso in giue,
Disse: perchè cotanto in noi ti specchi? 54
Se vuoi saper chi son cotesti due,
CANTO XXXI I. 778
La valle, onde Bisenzio si dichina,
Del padre loro Alberto e di lor fue. 57
D'un corpo uscirò: e tutta la Caina
Potrai cercare, e non troverai ombra
Degna più d' esser fitta in gelatina : 60
Non quelli, a cui fu rotto il petto e l'ombra
Con esso un colpo per la man d'Artù,
Non Focaccia; non questi, che m'ingombra 63
Col capo si, ch'io non veggio oltre più,
E fu nomato Sassol Mascheroni;
Se Tosco sei , ben sai ornai chi fu. 66
E perchè non mi metti in più sermoni,
Sappi ch'io fui il Camicion de' Pazzi,
Ed aspetto Carlin che mi scagioni. 69
Poscia vid'io mille visi cagnazzi
Fatti per freddo; onde mi vien ribrezzo,
E verrà sempre, de' gelati guazzi. 72
E mentre che andavamo in ver lo mezzo,
Al quale ogni gravezza si rauna,
E io tremava nell'eterno rezzo: 75
Se voler fu, o destino, o fortuna,
Non so; ma passeggiando tra le leste,
Forte percossi il pie nel viso ad una. 78
Piangendo mi sgridò: perchè mi peste?
Se tu non vieni a crescer la vendetta
Di Mont' Aperti, perchè mi moleste? 81
E io: Maestro mio, or qui m'aspetta,
Sì eh' io esca d' un dubbio per costui :
Poi mi farai, quantunque vorrai, fretta. 84
Lo duca stette; e io dissi a colui
Che bestemmiava duramente ancora*
776 INFERNO
Qual sei tu, che così rampogni altrui? 87
Or Hi, chi sei, che vai per l' Antenore
Percotendo, rispose, altrui le gote,
Sì, che se vivo fossi, troppo fora? 90
Vivo son'io, e caro esser ti può te,
Fu mia risposta, se domandi fama,
Ch'io metta il nome tuo tra l'altre note. 93
Ed egli a me: del contrario ho io brama:
Levati quinci, e non mi dar più lagna;
Che mal sai lusingar per questa lama. 96
Allor lo presi per la cuticagna,
E dissi: ei converrà, che tu ti nomi,
0 che capei qui su non ti rimagna: 99
Ond'egli a me: perchè tu mi dischiomi,
Né ti dirò ch'io sia, né mostrerolti,
Se mille fiate in sul capo mi tomi. 1 02
Io avea già i capelli in mano avvolti ,
E tratti glien avea più d'una ciocca,
Latrando lui con gli occhi in giù raccolti; 105
Quando un altro gridò: che hai tu, Bocca?
Non ti basta sonar con le mascelle,
Se tu non latri? qual dia voi ti tocca? 108
Ornai, diss'io, non vo'che tu favelle,
Malvagio traditor; ch'alia tua onta
Io porterò di te vere novelle. 1 1 1
Va via, rispose, e ciò che tu vuoi, conta:
Ma non tacer, se di qua entro eschi,
Di quel ch'ebbe or così la lingua pronta. 114
Ei piange qui l'argento de' Franceschi:
lo vidi, potrai dir, quel da Duera
Là dove i peccatori stanno freschi. 117
CANTO XXXII. 777
Se fossi dimandato altri chi v'era,
Tu hai da lato quel di Beccaria,
Di cui segò Fiorenza la gorgiera. 120
Gianni del Soldanier credo che sia
Più là con Ganellone e Tribaldello,
Ch'aprì Faenza quando si dormia. 123
Noi eravapi partiti già da elio,
Ch'io vidi duo ghiacciati in una buca
Sì, che l'un capo all'altro era cappello: 126
E come il pan per fame si manduca,
Così '1 sovran li denti all'altro pose
La 've il cervel s'aggiunge con la nuca. 129
Non altrimenti Tideo si rose
Le tempie a Menalippo per disdegno,
Che quei faceva il teschio e l'altre cose. 132
0 tu, che mostri per sì bestiai segno
Odio sovra colui che tu ti mangi,
Dimmi il perchè, diss'io, per tal convegno: 135
Che se tu a ragion di lui ti piangi,
Sapiendo chi voi siete, e la sua pecca,
Nel mondo suso ancor io te ne cangi ,
Se quella con ch'io parlo non si secca. 139
COMMENTO DI BENVENUTO
Pena de' traditori. In quattro parti generali dividesi il can-
to. Nella prima — pena de' traditori de' parenti — nella se-
conda— descrizione di molti traditori quando ebbi ecc. nella
terza — seconda specie di traditori della patria poscia vid-
d io ecc. nella quarta — due traditori, che tradirono il loro
comune noi eravamo ecc.
Io promerei esprimerei elsuco il senso, la sentenza del
778 INFERNO
mio concepto dalla materia che vado a descrivere più piena-
mente più perfettamente * io avessi le rime aspre e chiocce
forti , rigide come si converebbe al tristo buco alla descri-
zione di questo pozzo, e di quanto in esso si contiene sopra
lo qual buco pontan tutte l altre rocce tendendo tutti i gravi
al centro della terra, ma mi conduco a dicere pur azzardo
trattare non sanza tema non senza timore in materia tanto
incognita perche non labbo perchè non ho il potere alla ma-
teria conveniente, che describer fondo a tutto l universo non
e impresa da pigliare a gabbo che descrivere il fondo del-
l'universo non è argomento da trattarsi con leggerezza ne da
assumersi da lingua che chiami mamma o babbo con lingua
da bambino: ma quelle donne aiutino le nove muse che nel
principio invocai lo mio verso i miei carmi , ossia la tratta-
zione di questa materia. Le muse possono tanto, se per esse
Anfione raccolse, ed unì popoli vaganti, e dispersi come le
fiere, e li chiuse in città a trar vita tranquilla e beata che a-
iutar Anphione a chiuder Tebe Anfione successe a Cadmo nel
regno di Tebe, e ridusse gli uomini ancora rozzi e selvaggi a
vivere civilmente sotto di un re, e col freno di religione. I
poeti finsero quindi che al suono della lira costruisse la città
di Tebe, come dissero di Orfeo. Orazio lo chiama — fabbri-
catore di Tebe. — E se Anfione potè colla sua eloquenza otte-
nere la costruzione di Tebe, potrà Dante coi carmi descrivere
quest'orrido luogo. Tebe una volta era piena di malvagi, di
parricidi. I poeti poi invocano sempre al principio del lavoro,
così Virgilio nell'Eneide , così Stazio nella Tebaide si che dal
facto al dir non sia diverso sicché il discorso non disarmo-
nizzi colla materia.
O sopra tutti mal creata plebe o traditori infaustamente
nati che sta nel loco dannati nel lago gelato dell' Inferno ove
CANTO XXXII. 779
parlar e duro essendo duro descrivere le pene di costoro
meio fossi slati qui meglio era che foste stati nel mondo pe-
coro o zebe pecore o capre , che non sareste ora in questo
supplizio. Cosi disse Gesù Cristo di Giuda , che lo tradì — me-
glio che non fosse mai nato. — E qui Dante finge ascoltare
una voce udimmi dicere guarda come passi guarda di anda-
re con precauzione per la strada, essendo piena di ghiaccio
lubrico va si va in modo che tu non calchi con le pianterei
piedi le teste de fr atei miseri lapsi le teste degl' infelici qui
dannati. Tal voce era di Camisone fiorentino, che conosceva
Dante e lo avvertiva di non calcare coi piedi il capo de9 suoi
fratelli; e sarebbe stato inumano premere co' piedi la testa
de' compatrioti giacenti nel ghiaccio come noi fummo giù
nel pozzo scuro anzi più scuro di ogni luogo infernale sotto
i pie del gigante Anteo assai più bassi molto più al basso et
io mirava ancor allatto muro alle mura del pozzo, ossia guar-
dando in su non per anche avendo rivolti gli occhi al ghiac-
cio. I traditori sono stretti dentro durissimo ghiaccio. La pas-
sione di amore, 1' amore di carità son figurati dal fuoco lieve,
puro, e*che tende sempre in alto; al contrario il tradimento,
eh9 ò freddo e grave si punisce nel ghiaccio che si forma
dalle acque che scolano dall'Inferno, per significare che ogni
amore, ed umanità viene ad estinguersi nel freddo cuore del
traditore, e che questa ò la colpa più grave del mondo. Cosi
il tradimento è diametralmente opposto alla carità, all'amore,
alla pietà, perch io mi volsi alla predetta voce , e vidimi da-
vanti dinanzi agli occhi e sotto ipie un loco stretto di ghiac-
cie chavea sembiante apparenza di vedrò e non daqua per
gelo sembrava piuttosto vetro che ghiaccio, la Danoia il fiume
Danubio, che nasce in Germania dalle alpi sveve, il più grande
de' fiumi occidentali, e corre verso settentrione entrando in
780 INFERNO
mare non fece si grosso velo tanto alto ghiaccio , che chiama
velo perchè trasparente, e diafano, o perchè nasconde il suo
corso in Austerich, ossia nella parte di Alemagna nomata
Austria ne Tanai fiume nell'estremo settentrione, che divide
l'Asia dall'Europa, e nasce dai monti rifei, dov' è oggi Tana
freddissima terra frequentata dai mercatanti la sotto l freddo
celo la fredda costellazione, sotto tramontana, dove il ghiac-
cio cambiasi in cristallo com era qui come era nel pozzo e
nel lago, che se Tabernich monte altissimo di Scbiavonia
o Petrapana montagna la più alta di Toscana, che una volta
chiamavasì Pietra-piana come si ha da Tito Livio, vicina a
Pietra Santa, non lontana da Lucca ne' confini di Toscana vi
fosse caduto su sopra tal ghiaccio non avria dal orlo facto
un cric quel piccolo strepito, che fa il ghiaccio quando mi-
naccia rottura , o quel suono del sasso lanciato sul ghiaccio.
Questa è voce tratta dal suono stesso, come tintinabulo, dal
orlo dall' estremità.
Stanno i traditori dentro del ghiaccio con tutto il corpo,
tenendo fuori il capo, stridendo coi denti , nel modo della rana
che sta sott' acqua tenendo fuori il muso, e gracidando, e l om-
bre dolenti de' traditori, essendo in luogo eh' è base di ogni
dolore eran nel ghiaccio mettendo i denti in nota di Cico-
gna pel troppo freddo battendo i denti come la cicogna om-
bre livide pallide la dove appar vergogna nel volto, dove si
mostra la vergogna come la rana si sta a gracidar — fuor
del acqua col muso in tempo di estate quando la villa-
na sogna di spigolar sogna di raccoglier spiche sovente
spesso. Come la rana va gracidando senza sortire dalla palu-
de, così qui il traditore stride, battendo i denti, senza sor-
tire dal lago gelato ognuna ciascuna in giù tenea volta la
facia costume de* traditori di guardare per terra, invece di
CANTO XXXI 1. 781
alzar gli occhi in viso altrui: il freddo se procaccia si pro-
cura testimonianza da la bocca dal battere i denti si argo-
menta T eccesso del freddo e lo cor tristo la tristezza del cuore
ha un testimonio dagli occhi V abbassare gli occhi al suolo
indica un cuor tristo tra lor.
Quando io seconda parte generale volsimi a piedi per-
chè la voce movea da uno spirito eh' era sotto i miei piedi
quando io ebbi visto alquanto d'intorno dopo avere guardato
alquanto dintorno al pozzo e vidi due si stretti che l pel del
capo havieno misto insieme erano così stretti che i loro ca-
pelli erano frammisti ed indistinti. Né credere che fossero
così uniti per amore, ma invece lo erano per fiero odio, es-
sendosi a vicenda uccisi con mutua ferita, dissio voi che si
strigliele i petti (coperto, ed equivoco modo di parlare) di-
temi chi sete chi siete voi? e quei ambidue insieme piegamo
i colli alzarono la faccia già volta al ghiaccio e poiché ebbero
li visi a me eretti gli occhi loro eh erano pria pur dentro
molli pel pianto ; ma le lagrime non avean modo di uscire
perchè il freddo teneva stretti gli occhi, e ghiacciati, e l' ti-
more giungendo ad essi si congelava esso pure gocciar giù
per le labbra fecero scorrere lagrime per le labbra, ed apri-
rono gli occhi per veder Dante; e l gelo strinse le lacrime tra
essi fra gli occhi e riserrolli e di nuovo li chiuse. Pare che
voglia significare, che i traditori, sebbene qualche volta mo-
strino di voler aprir gli occhi della mente, pure li richiudano
prestamente, ed il loro cuore più s' indura. Ecco perchè uo-
mini i più crudeli si videro piangere come donnicciuole. Non
isparse forse lagrime il crudelissimo Nerone per la morte della
madre Agrippina? spranga di legno odi ferro mai non cinse
legno con legno cosi forte come per gelo erano strette e chiu-
se le palpebre degli occhi di costoro ondei il perchè essi due
782 INFERNO
cacciar on insieme a vicenda si urlarono colle fronti come dm
bricchi come due becchi, perchè invidiosissimi tantirali
vinse tanto erano trasportati dall' ira per cupidigia di regno.
Dante imita Stazio, che detesta i due fratelli tebani , de' quali
si parlerà più avanti , e che si uccisero pel regno di Tebe, sda-
mando — dove volgete gli sdegni, o miseri? o male concordi,
o divisi da troppa cupidigia! — molto più a ragione Dante
imprecava a questi che si uccisero, contendendo per pochi
sterili sassi: risposero alla dimanda non con parole, ma eoo
gesti, di essersi a vicenda trucidati.
Et un traditore cheavea perdite ambo le orecchie per la
fr edura essendo le estremità prima ad essere mortificate dal
freddo , e presso Roma i peregrini, non avvezzi al freddo, per-
dono or le estremità delle dita, or delle mani, or de' piedi pur
eoi viso in giù perchè non alzò la faccia come avean fatto
que'due fratelli disse perchè cotanto in noi ti specchi? per-
chè tanto ti fissi in noi?
L' uno chiamavasi Napoleone, e l'altro Alessandro, ambi-
due figli del conte Alberto degli Alberti, che vennero alle mani
per contese ereditarie, ed a vicenda si uccisero, se vuoi sa-
per chi son cotesti due fratelli , tei dirò in breve, la valle onde
Bisenzo se dechina Bisenzo torrente che vien dai monti di To-
scana e scorre presso il bellissimo castello di Prato tra Fio-
renza e Pistoia, e si scarica in Arno sei miglia lontano da Fio-
renza fo del padre loro Alberto e di lor loro appartenne per
paterna eredità: isti uscirò dun corpo furono fratelli germani.
Dante riparte il pozzo in quattro luoghi di castigo: e nella pri-
ma si trovano i traditori del proprio sangue, detto Caina da
Caino, che primo, per invidia, uccise suo fratello Abele e tutta
Caina potrai cercare — e non troverai un olirà anima pia
CANTO XXXII. 783
traditrice più degna d esser fida in gelatina nel freddo acu-
tissimo del ghiaccio.
Scrive Gualtiero inglese nella Cronaca Britannica (autore
che mescola il vero al falso per esaltare la patria sua) nella
seguente maniera. — Arturo, chiarissimo re di Occidente»
morto il padre nomato Uter-Pendagron , di quindici anni, ebbe
tanta felicità di ridurre Y isola Britannica a nuovo e miglior
costume, e vinti i Sassoni, che la infestavano, soggiogò tutte
le isole circonvicine. Tornato nell'isola, vi dimorò tredici anni,
e sistemò la famiglia sua. Non ammetteva a convito i nobili
invitati, se non vestivano le armi. Vinse la Norvegia, e la Dacia.
Passando nelle Gallie, interamente le soggiogò in nove anni.
Ridottosi finalmente nelP isola e per non marcire nell'ozio, ne-
gli ultimi anni suoi, per consiglio di Merlino, ordinava tavo-
le, che gl'inglesi chiamavano rotonde, alle quali invitava i
più distinti per armi, ed i più chiari per virtù, ai quali pre-
scrisse le seguenti leggi — portassero sempre le armi — di-
fendessero i deboli — non violassero le donne, o facessero
ingiurie ad alcuno — non si offendessero a vicenda — pre-
gassero per la salute dell'anima — esponessero la loro vita
per l'onore — per niun motivo tradissero la fede — avesse-
ro, e serbassero culto religioso — insomma vivessero virtuo-
samente. Arturo richiesto dai romani di tributo superbamente
lo negò, e nelle Gallie ottenne vittoria sopra Lucio console
romano che avea seco molti re orientali, di Grecia, di Fri-
gia, di Creta, ed altri molti. Ma come mai sognò costui tali
cose, sapendosi anche dai più ignari di storie, che al tempo
di Arturo Roma era nella massima decadenza, e l'impero ro-
mano da vari secoli era stato trasportato da Costantino in Co-
stantinopoli, e Roma stessa occupata dai Goti, e dai barbari?
Come potè vincere Lucio- console romano, ed i tanti re che
784 INFERNO
aveva seco, quali re non furono assoggettati neppure quando
Roma era in fiore? Prosegue nel racconto cosi. — Si prepa-
rava frattanto la ruina d'Arturo, e quando era per entrare io
Italia, e si avvicinava alle alpi, Modretodi lui figlio di concu-
bina, cui Arturo aveva affidato il governo del regno, giovane
pronto ad ogni scelleratezza, furente per cupidigia di regno,
tentò gli animi de' soldati con doni e promesse, ed aiutato
dagli amici comprò stipendiari, municipi, e negando i vi-
veri al padre, sparse voce eh' egli era morto, e ciò che su-
pera ogni credenza, spento ogni ribrezzo, carnalmente co-
nobbe la regina Guamkumera, la più bella delle donne inglesi.
Arturo avvisato di tante scelleraggini, mosse contro del figlio
quelle armi, che aveva preparate contro il nemico, ed incon-
trò il perfido figlio, e dopo aspro combattimento lo pose in
fuga. Il traditore fuggì nella città di Vintonia, o Guattonia,ed
Arturo non potendo perdonare la ingratitudine, e la morte di
tanti suoi cari vi pose l'assedio. Modredo allora, volendo vin-
cere, o morire, esortati i suoi con larghe, e giurate promes-
se, sortì contro del padre. Si accese guerra tanto feroce, che
quasi tutti i soldati di Arturo restarono sul campo. Arturo in
mezzo alla strage, scorgendo il figlio non molto lungi, spento
ogni affetto di padre, con l'impeto giovanile si scagliò sopra
di lui, e gli trapassò coli' asta il petto; ma non impunemente
giacché Modredo convulso per la mortai ferita , raccolto il re-
sto di sue forze, trasse la spada, e vibrò tal colpo sul capo
del padre non difeso dall'elmo, che gli arrivò nel cervello. Frat-
tanto il cavallo nel trasportare Arturo cavò l'asta dal petto del
moribondo, e tanto allargò la ferita, che, si dice, che il sole
nel tramonto trapassasse il corpo co' raggi suoi. Così quel
parricida finì la vita, e le temerarie speranze. Arturo simil-
mente, sentendo approssimarsi il suo fine, comandò, che il
CANTO XXXII. 785
corpo fosse trasportato nell'isola di Avalona, ed ivi cessan-
do di vivere, lasciò il regno a suo cognato Costantino, o co-
me altri vogliono, suo nipote, l'anno 542. Così la gloria di
Arturo fu troncata dal tradimento del figlio, non quella non
troverai quell'ombra troppo perfida a cui fu rotto lo pedo e
l ombra perchè la ferita opposta al sole, quando si strappò
la lancia, lasciò passare, comesi disse, la luce con esso colpo
di lancia per la man d Artu. Arturo fu aspettato lungo tempo
dagl'inglesi, perchè la di lui morte fu ad arte nascosta dal
successore, ed Arturo in quella terribile strage mancò in mo-
do, che pochi lo seppero, e fu sepolto senza alcuna pompa.
Ecco perchè lo sciocco volgo aspetta sempre il suo re.
Nel 1300 nella citta di Pistoia era fiorentissima la casa
de'Cancellieri, composta di tre fratelli, uno de' quali aveva un
figlio scelleratissimo— Focaccia. — Il padre di lui, nella stagio-
ne d'inverno, giocandosi alle palle di neve, bastonò un nipoti-
no di fratello, perchè il fanciullo aveva senza ragione percosso
altro fanciullo. Ma il nipote bastonato dallo zio dopo vari gior-
ni, fingendo di voler parlare all'orecchio dello zio, gli menò
un solennissimo schiaffo in vendetta. Si dolse il padre del fan-
ciullo per l'atto temerario, e lo mandò all'offeso zio, perchè
prendesse sopra di lui qualunque soddisfazione; lo zio rise,
e tornò il figlio al padre, dandogli un bacio. Ma Focaccia a-
spettando il fanciullo sulla porta, lo trascinò nella stalla, e
colla spada gli tagliò la mano sulla greppia del cavallo; e non
contento del barbaro martirio del fanciullo, corse alla casa do-
ve erasi rifugiato, e lo scannò. Per tanto eccesso sorse in quella
casa fiera inimicizia, e la parte di Bianchi e Neri, che tanto
afflisse Fiorenza, e molte provincie d'Italia. Dante fu della
parte bianca, e per questo ebbe l'esiglio, e non volle quindi
dimenticare Focaccia, che accese quel fuoco, che non si estin-
Kambaldi — Vo/. 1. 50
786 INFERNO
se se non colla più grande effusione di sangue, non Focaccia
barbaro traditore di un congiunto. —
Non questi non troverai costui che m ingombra m' impe-
disce col capo perchè aveva la testa avanti di lui chio non veg-
gio oltre più non posso vedere più in là e fui nomalo Sasso!
Mascheroni fu della famiglia deToschi di Fiorenza, e per cre-
dila di un fratello proditoriamente ammazzò V unico di lui fi-
glio. Fu chiuso in una botte, e condotto per tutta la città di
Fiorenza, indi decapitato. Se Modredo fu parricida lo spinse
cupidigia di regno; se Focaccia incrudeli, lo eccitò la ven-
detta di un insulto impunito; ma questi vilmente operò per te-
nue eredità se Tosco sei ben sai ornai chi fu si può interpre-
tare in due modi — se sei fiorentino devi sapere chi fu — ov-
vero se fu uno della razza de' Toschi lo devi conoscere.
Uberto Camisone uno de' Pazzi di Valdarno — uccise pro-
ditoriamente un suo parente, sappi chio fui Camiscion de
pazzi re et nomine e ciò ti dico perche non metti in più ser-
moni so bene cosa cerchi da me. Non richiesto nominai altri
traditori, per iscusarmi come tuo parente. Nel 1302 quando i
fiorentini insieme coi lucchesi trovavansi all'assedio di Pistoia
allora in potere della parte bianca, Carlino de' Pazzi conse-
gnò il castello del piano in Valdarno, nel prendere il qual ca-
stello furono uccisi un fratello del padre ed un parente, la
detto castello di più erano chiusi alcuni de' più chiari esuli
Ghibellini, ed alcuni de' Bianchi, che sostenevano la guerra
in Valdarno, per cui i fiorentini furono costretti di allontanarsi
dall'assedio di Pistoia. E tosto nel giugno misero l'assedio
a detto castello, che durò 28 giorni. In fine per tradimento
del detto Carlino l'ottennero, e molti esuli fiorentini furono
in esso presi od uccisi. Dopo corsero a Mughetto contro gli
Ubaldini, i quali coi Ghibellini e coi Bianchi si eran ribellati
CANTO XXXII. 787
a Fiorenza, e devastarono i loro beni al di qua, ed aldi là del-
l'Alpi. Dante fa menzione di costui, non perchè celebre, ma
perchè fu cagione de' mali degli esuli Bianchi, della qual
parte era esso pure e aspecto Carlino che mi scusi che copra
la mia infamia. 11 malvagio par che trovi sollievo ne9 compa-
gni della colpa. Parla di tempo futuro, perchè Carlino non a-
veva ancora commesso il tradimento nel 1300» ed ancora vi-
veva.
Poscia vid io terza parte generale — seconda specie
de' traditori, della patria, del comune e di parte poscia vidio
mille visi cagnacci molte faccie canine facti per freddo per-
chè non sembravano più umani. E sono i traditori peggio
di cani, che fedeli al padrone combattono per lui, ma questi
invece di combattere per la patria, la vendettero onde mi vien
ribrezzo mi viene un brivido e verrà sempre di gelali ghiacci
quando li ricorderò; essendo proprio dell'uomo virtuoso pro-
var brividi a racconti di opere crudeli, e non so se fu volerò
destino o fortuna che questo traditore mi venne in mente
ma passeggiando fra le teste girando fra le teste de' traditori,
che avevano il capo fuori del ghiaccio forte percusse il pie nel
volto a una e veramente gli fece una profonda ferita per mezzo
della penna che ha eternala la di lui infamia mentre che anda-
vam ver lo mezzo verso del centro et io tremava nell eterno
rezzo nella rigidità e freddezza dell'odio. E per intelligenza
qui bisogna richiamare alla memoria la sconfitta , che ebbero
i fiorentini dai sanesi, allorché, sotto pretesto di soccorrere
Montalcino, fecero orribile strage e la massima delle prede.
Oltre la strage degli uomini si perdettero sessanta mila bestie
che portavano viveri, e le altre cose necessarie a munire il ca-
stello, e mantenere l'esercito. La strage avvenne vicino a Mon-
teaperto per opera di ser Bocca degli Abbati, il quale, accesa
788 INFERNO
la zuffa, tagliò colla propria spada la mano a Giacomo del Na-
caca de' Pazzi portatore della bandiera militare de' fiorentini.
Ecco perchè Dante lo percosse nel capo e lo lacerò colla penna
— Bocca percosso piangendo mi grido perche mi pesti mi
calpesti? salvo s tu non veni a crescere la vendecta di Monte
aperto a crescermi infamia pel tradimento di Mon tea per to, do-
ve fu tanta strage de' miei concittadini, che l'acqua del fiume
Albiasi tinse in rosso. Se vieni per questo hai ragione; se no
perche mi molesti? -- ondio dissi — o Maestro mio o Vir-
gilio or che m aspecta Virgilio precedendo sempre camminava
si eh io esea dun dubbio per costui perchè costui spontanea-
mente si chiamò reo della strage di Monteaperto poi mi farai
quantunche vorrai fretta poi partiremo con quella prestezza
che vuoi: lo duca stette Virgilio si fermò et io dissi a colui a
Bocca che biastemava duramente ancora quale se tu che si
rampogni altrui? ma chi sei tu che vai accusando altrui?
Bocca sdegnato rimproverò a Dante la temerità or tu chi se
che vai per Vantenora per questo luogo gelato, che nomasi
Antenora da Antenore Troiano, che tradì la patria , abbando-
nandola ai nemici i quali col ferro e col fuoco la rovesciarono
dai fondamenti: scannati prima i bambini e le donne, trassero
gli altri in ischiavitù, e la nazione fu spersa pel mondo, fatta
la favola de' poeti; percotendo altrui le gote col piede, alto
conixxmtXxoso che se fosse vivo troppo fora troppo sarebbe on-
toso ed intollerabile mia risposta fu io son vivo. Fu la sola
mia risposta — non tradii la patria, non son dannato, ma vi-
vente ancora venni per conoscere le vostre pene e riferirle nel
mondo e caro esser ti può se domandi fama che io metta l
nome tuo tra l altre note che io ponga il tuo nome fra gli al-
tri degni di hma.etelliame rispose io ho brama del contra-
rio che ogni memoria del tradimento ricade sul traditore; te-
CANTO XXXI I. 789
vati quinci vattene e non mi dar più lagna non mi dar più
molestia che mal sai lusingar per questa lama per questo
ghiaccio, per questa laguna, ovvero sei un cattivo persuasore
de' traditori: e dici il vero, perchè non è la maniera di persua-
derli promettendo loro fama, aliar lo presi per lacoligna pei
capelli della nuca — e dissi el converrà che tu ti nomi che
dica il tuo nome o che capei qui su non ti rimagna q uanto non
ottenni pregandoti, Y otterrò colla forza. Così insegna doversi
forzare i traditori a palesare il tradimento anche col mezzo
del tormento, ornielli a me replicò non diro chio mi sia per-
che tu mi dischiomi non mi paleserò ad onta che mi strappi i
capelli, e mi peli ne mostrerotti né paleserò chi io mi sia con
nessun indizio, ed ecco perchè non volle alzare il viso se mille
fiate sul capo mi tomi anche saltando mille volte sul capo mio
a far ludibrio di me colle mani, e coi piedi. I traditori per lo
più reggono ai tormenti.
Io avea già i capelli in mano avolti e tirato li ne a-
veapiu duna ciocca latrando lui gridando come cane che
latra con gli occhi in giù raccolti anzi più abbassando la testa
per non farsi conoscere quando un altro grido che hai tu
Bocca? nome proprio non ti basta sonar con le mascelle
per lo stridore dei denti cagionato dal freddo se tu non latri
come cane? qual diavol te tocca? qual altra pena ti arriva
oltre del ghiaccio? Udito il nome diss io o malvagio tradì-
tor ornai non vuo che tu favelli perchè ho saputo quanto
voleva che la tua onta la tua infamia a tuo dispetto io por-
talo di te vera novella Bocca non potendo più nascondersi,
palesò in vendetta il traditore, che lo avea scoperto, diss elli
travia Bocca disse, partiti, non minacciarmi e do che tu voli
conta di' pur di me ciò che vuoi di peggio, ma non tacer di
quei eh ebbe cosi la lingua prompta e che mi palesò, perchè
790 INFERNO
se io fiorentino tradii la patria, esso lombardo tradì la parte
insieme colla patria $0 tu di qua esci se avvenga, come ti de-
sidero, di escire di qua , e Dio te lo accordi , ovvero se tu fug-
ga dalle mani de' traditori.
Nel tempo in cui Carlo I venne in Italia contro Manfredi,
Uberto Pallavicino cognato di Manfredi coi Cremaschi, e col-
l'aiuto di altri Lombardi confederali, si preparava alla difesa
del passaggio con tremila cavalli tedeschi e lombardi, affin-
chè Guido di Monforte che guidava le truppe di Cario per
terra ed il bagaglio non potesse passare. Ma Sosio Dova-
ria per denaro tanto si adoprò, perchè l' esercito di Manfredi
non impedisse il passaggio all'armata di Carlo, che alfine l'ot-
tenne. I cremonesi perciò distrussero tutte le case dei Dovario.
e l piange qui l argento de Franceschi imperocché la moglie
di Carla era in compagnia di Guido di Monforte, e portava
seco gran denaro, col quale vinse ed infamò Bosio. E Bosio
pagò il fio del tradimento anche in vita, perchè poco dopo
fu scacciato da Cremona, e fuggì in un suo castello — Roterà—
col molto denaro male acquistato, ed ivi, addivenuto pazzo,
fu lungo tempo rigorosamente custodito, finché in ultimo scap-
pò, e vecchio, esule, mendico finì sua vita, odialo dai Guelfi
cui era nemico, dai Ghibellini perchè aveva fallo retrocedere
il marchese Uberto da Cremona, ed aveva aiutato il marche-
se d'Este Azzone li nel debellare Ezzelino, come si dirà nel
canto IX del Paradiso potrai dir tornato al mondo, d'onde
sei venuto i vidi quel da Duera ser Bosio da Duaria la dove
i peccatori i traditori stanno freschi nel ghiaccio.
Nell'anno 1258 essendo stati scacciati i Guelfi e Ghibellini
da Fiorenza la prima volta nel mese di luglio, il popolo fiorenti-
no nel mese di settembre fece prendere l'abbate di ValleOmbro-
sa, che si chiamò Tesoro de' nobili di Beccaria, padroni di Pa-
CANTO XXXII. 791
via, imputandogli che proditoriamente tentava d'introdurre i
Ghibellini in Fiorenza. Dopo molti tormenti fu costretto a con-
fessare il preteso delitto, e nella piazza di s. Apollinare lo deca-
pitarono, perlocchè Fiorenza fu scomunicata, e molti fioren-
tini passando per Lombardia furono scannati dagli stessi pa-
vesi. Dice Bocca se fossi addimandato altri chi vera altro
traditore tu hai a lato quel di Beccheria di cui Fiorenza se-
go la gorgiera al quale Fiorenza tagliò la testa, e nulla gli
valse la chierica. Sostengono molti, che quell'abbate era inno-
cente, e che per quel assassinio ì fiorentini ebbero poi la di-
sfatta di Monteaperlo. Nomina Dante l'abbate di Pavia, fra
i traditori della patria, perchè poteva dirsi fiorentino, e per
ragione di domicilio, e perchè era in Fiorenza beneficiato.
Nel tempo in cui i frati Gaudenti ebbero il regimerò la po-
desteria di Fiorenza, gli liberti, i Lamberti , ed altri Ghibellini
in sorsero contro i reggitori del popolo, perlocchè tutta la pò-
polazione fu sotto le armi , e si adunò in via larga di s. Trinità.
Giovanni Soldanieri nobile, quantunque ghibellino, e di fami-
glia ghibellina si fece capo del popolo coli' idea di montare
un grado più sublime, non guardando al fine, che fu la di-
struzione della parte ghibellina. Guidati dal detto Giovanni,
i Ghibellini dopo lungo conflitto furono costretti di uscire di
città, come altrove fu detto. Joanni del Soldanier antica fa-
miglia di Fiorenza credo che sia più la più avanti.
Carlo Magno (secondo Turpino arcivescovo di Reims
che scrisse in tanto barbaro stile) ricuperata la Spagna dal-
le mani de' saraceni, ritornando per le Gallie, fu ospital-
mente accolto co' suoi soldati a Pamplona. In quel tempo
due re saraceni, Marsilio, e Belligardo fratelli, erano pres-
so di Cesare Augusto, a cui lo stesso Carlo per mezzo di
Gamelone aveva dato ordine che prendessero il battesimo.
792 INFERNO
e pagassero il tributo. Questi mandarono gran do dì a Carlo ri-
spondendo, che avrebbero fatto quanto loro si comandava;
ma corruppero con denaro lo stesso Gamelone, perchè tra-
disse Carlo, e lo facesse cadere in loro mani. Carlo pertanto
ingannato dal suggerimento di Gamelone, preparavasi a ve-
nir nelle Gallie dove dovevansi trovare t due re baltezzandi,
e comandò ad Orlando suo nipote conte di Cremona, e ad 0-
liviero conte di Danzica, che coi migliori soldati, e con venti
mila cristiani stessero a retroguardo in Roncisvalle, finché e-
gli passasse col restante dell'esercito i porli cesarei. Ma nel
mentre che Carlo passava, i predetti re, che per due giorni
erano stati nascosti per suggerimento di Gamelone, e si era-
no posti in agguato ne' boschi , primamente con ventimila bar-
bari pregerò a tergo Tarmala de' cristiani rimasta al retroguar-
do. I cristiani superiori di numero e di valore facilmente li
respinsero e li sconfissero. Ma oh dolore! Altri trenta mila
saraceni freschi e riposati si slanciarono sugli altri già stan-
chi e lassi, e de'qualr fecero tanta strage, che de* venti mila
niuno scappò, chi mozzato, chi ferito, chi lacerato, chi scan-
nato, di tutti insomma fatto ludibrio, e spettacolo miserando.
Orlando fuggì, come si disse nel canto antecedente. Carlo
nel luogo stesso, conosciuto il tradimento di Gamelone, co-
mandò che si legasse a quattro cavalli, e fosse squartato, per-
chè nel modo, che ebbe l'animo diviso, così lo fosse anche
il di lui corpo. Fece lo stesso Tulio Ostilio di Mezio Suffezio
re degli Albani per tradimento tentato contro l'esercito roma-
no con Ganelone con Gamelone.
Bocca nomina un altro traditore della parte, e della pa-
tria. Tribaldello fu de' Zambrani nobili di Faenza, al cui tempo
i Ghibellini di Bologna, i Lambertacci, scacciati dalla patria ivi
si ridussero. In detta città allora regnava la parte ghibellina.
CANTO XXXII. 793
Alcuni de' Lambertacci rubarono due maiali a Tribaldello, il
quale se ne lagnò molte volte, e non potendo ottenerne ara-
menda, giurò vendicarsene. Avvisò i bolognesi nemici de'
Lambertacci di trovarsi in vicinanza di Faenza, e con astuzia
li introdusse fra l'ombre della notte, senza che alcuno lo sa-
pesse, o se ne accorgesse; perlocché i Lambertacci colti all'im-
pensata, fuggirono nudi dal letto, colle mogli e figli, dis-
persi in varie parti d'Italia, e Tribaldello che quantunque
nobile era bastardo che apri Faenza quando si dormia ai
bolognesi antichi nemici. Quindi è venuto fra noi il ditte rio,
vedendo qualcuno di brutta faccia, — sembra colui che ha
tradito Faenza. — 11 traditore per premio ottenne di essere
fatto condottiero di alcune armi del comune di Bologna, ma
non fruì a lungo dal suo tradimento, perchè fu trucidalo dopo
poco tempo nella strage de' francesi presso Forlì dal conte
Guido di Monte feltro, come fu detto.
Noi eravam quarta ed ultima parte — Dante tratta di
due traditori, l'uno de' quali tradì la parte, e la patria, e fu
tradito da un altro. L'uno il conte Ugolino di Pisa; l'altro l'ar-
civescovo Ruggeri degli Ubaldini. Finge l'autore, che il detto
conte coi denti crudelmente roda il cranio dell'arcivescovo
a tergo, perchè l'arcivescovo lo fece crudelmente morir di fa-
me in una torre coi figli, come si vedrà nel canto seguente.
noi eravam partiti da elio da quel Bocca eh io vidi due ghiac-
ciati in una buca in una buca del ghiaccio si che l un capo
ali altro era capello il conte Ugolino tenea il capo sopra del
capo dell'arcivescovo, e lo copriva come capello e l sovrano
il conte eh' era sopra pose li denti al altro sul cranio del-
l'arcivescovo la ove l cervello s agiunge con la nuca nell'oc-
cipite. 11 cervello dà il senso e moto a tutto il corpo, e quindi
per tutta la lunghezza del corpo tramanda di sua sostanza per
794 INFERNO
mezzo della midolla bianca, che chiamasi nuca, qual midolla
si allunga pel collo e pel dorso dirigendo il movimento a tutte
le parti per mezzo de' nervi, che nascono da lei. si come l pan
per fame se manduca come per fame l'uomo mangia avida-
mente il pane onde sedarla, costui rodeva il cervello all'al-
tro per saziare l'appetito di vendetta.
Scrive Stazio nel secondo della Tebaide, che due tebani
Tideo Calidonio, e Polinice, esuli ambidue, generi di Adrasto
che regnava in Argo, tennero consiglio col re di ricuperare
da Eteocle il regno di Tebe, qual regno Polinice avea lasciato
al fratello sotto giurato patto di riaverlo dopo un anno. Fu deli-
berato che prima si adoperassero i prieghi poi le armi. Tideo
bello di corpo, grande di animo, forte ed audace assunse l'in-
carico, e giunto a Tebe parlò con aspra maniera ad Eteocle,
perchè cedesse al fratello lo scettro. Cui Eteocle. — 0 furi-
bondo, non ti rimprovero la tua demenza, perchè sei man-
dato dal re: la plebe si avvezzò al mio giogo, né soffrirebbe
che io cedessi il regno così in breve ad altrui. — E Tideo — lo
cederai, voglia o non voglia — e si precipitò fra la turba che
lo avea seguito. Eteocle, ad inseguirlo, mandò cinquanta scelti
guerrieri perchè lo trucidassero in qualunque luogo lo aves-
ser trovato, e gli tesero di fatto insidie lungi da Tebe. Ma Ti-
deo tutti li uccise, tranne uno solo che riferì l'avvenuto. Né li
maravigliare, perchè favorirono la vittoria il luogo eminente, a
tergo un monte, un braccio invincibile. Bensì mi sorprende che
al pari di Omero e Stazio si mandino ambasciatori ai re i fu-
ribondi, ed a Tebe andasse solo Tideo. Enea spediva invece
cento oratori al re latino. — Posto l'assedio a Tebe, Giocasta
la più misera fra le donne, in abito dimesso, penetrò nel cam-
po nemico in cerca del figlio Polinice, ed ora con preghi, or
con minaccie lo indusse ad entrare in Tebe, e di persona a chie-
CANTO XXXII. 795
dcre il regno al fratello,Jl quale, ricusandolo, avrebbe resa
più giusta per Polinice la guerra. Già era per cedere il figlio
alla madre, ed Adrasto acconsentiva, quando Tideo ancor caldo
per ira. — Me piuttosto mandate, gridava, che sperimentai
la fede di Eteocle colle ferite che ancora ho aperte nel petto. —
Dov' era allora la madre che prega per pace? 0 troppo dolce
Polinice! se al costei pianto sei per deporre le armi credi
forse che odiandoti, allorché ti avesse fra le mani ti lasce-
rebbe tornare al campo? Prima darebbe fiori quest'asta. — In
questo mentre i tebani sortirono di città, e si attaccò la più
fiera e sanguinosa battaglia che mai si fosse operata. Tideo
facea prodigi di valore. Si era fatto all' intorno un monte di e-
stinli, e pareva che la guerra si facesse contro lui solo. Ave-
va già lo scudo pieno di saette nemiche, era tutto cosperso di
sangue e di sudore, quando Menalippo di nascosto lo ferì
coli' asta mortalmente, e le grida, e la gioia dei compagni del
feritore palesarono lui che tremava. Gli amici di Tideo lo tra-
scinarono fuori del campo a forza , perchè diceva non volere
per metà morire; ma sentendosi mancare. — 0 compagni,
disse, non vi curate del mio feretro, perchè odio il corpo che
non seppe secondare l'animo mio; ma piuttosto pensate a
vendicarmi. — Va Ipomedonte, va Partenopeo, va Capaneo,
andate tutti, e portatemi il teschio di Menalippo. — Capaneo
lo vendicò portando il corpo di Menalippo ferito mortalmente e
penzolone sulla spalla sinistra: lo presentò a Tideo, che quasi
rinato si alzò, e sul troncato capo di Menalippo infisse i denti,
e gli ruppe il cervello, suggendolo insieme col sangue, senza
che i compagni fossero capaci di strapparglielo. — Polinice,
aperto il più grave lamento per la morte di Tideo, tentava
trafiggersi colla spada, ma fu impedito da Adrasto, e dai com-
pagni, e meglio sarebbe stato, che lo avessero allora lasciato
796 INFERNO
morire, non altramente similmente Video si rose le tempie a
Menalippo per disdegno perchè fu ucciso da un vile che qui
il conte facea rodeva il teschio il cranio e le altre cose. Ne
aveva Tideo tanto motivo, perchè ferito in campo da un ne-
mico, che pel gius delle genti aveva ragione di farlo; ma il
conte Ugolino fu condannato a morir per fame con tradimento
di un amico sul quale fidava, diss io o tu che mostri odio peg-
giore de\V ira sopra colui che tu ti mangi persi bestiai segno
contro ogni senso umano dimme l perche la cagione per tal
convegno per tale vendetta eh io ancora te ne cangi che io
lo propali suso nel mondo de' viventi sappiendo io chi voi sete
ambidue la sua pecca equal peccato commise se tu piangi di
lui che a ragion se cerchi a buon dritto vendetta se quella con
eh i parlo non si secchi se la lingua non mi manchi — modo
di giuramento — Dante mantenne la parola egregiamente.
CANTO XXXIII.
TESTO MODERNO
La bocca sollevò dal fiero pasto
Quel pecca tor, forbendola a' capelli
Del capo, ch'egli avea diretro guasto. 3
Poi cominciò: tu vuoi, ch'io rinnovelli
Disperato dolor che il cor mi preme,
Già pur pensando, pria ch'io ne favelli. 6
Ma se le mie parole esser den seme,
Che frutti infamia al traditor ch'io rodo,
Parlare e lagrimar mi vedrai insieme. 9
lo non so chi tu sie, né per che modo
Venuto sei quaggiù; ma Fiorentino
Mi sembri veramente quand'io t'odo. 12
Tu dei saper ch'io fui il conte Ugolino,
E questi l'Arcivescovo Ruggieri:
Or ti dirò perch'io son tal vicino. 15
Che per l'effetto de' suoi mal pensieri,
Fidandomi di lui io fossi preso
E poscia morto, dir non è mestieri: 18
Però quel che non puoi avere inteso,
Cioè come la morte mia fu cruda,
Udirai, e saprai se m'ha offeso. 21
Breve pertugio dentro dalla muda,
La qual per me ha il titol della fame,
E in che conviene ancor ch'altri si chiuda, 24
798 INFERNO
M'avea mostrato per lo suo forame
Più lune già, quand'io feci il mal sonno ,
Che del futuro mi squarciò il velame. 27
Questi pareva a me maestro e donno,
Cacciando il lupo e i lupicini al monte,
Perchè i Pisan veder Lucca non ponno. 30
Con cagne magre, studiose e conte,
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
S'avea messi dinanzi dalla fronte. 35
In picciol corso mi pareano stanchi
Lo padre e i figli, e con l'agute scane
Mi parea lor veder fender li fianchi. 56
Quando fui desto innanzi la dimane,
Pianger sentii fra il sonno i miei figliuoli,
Ch'erano meco, e dimandar del pane. 59
Ben sei crudel, se tu già non ti duoli ,
Pensando ciò che al mio cor s'annunziava :
E se non piangi, di che pianger suoli? 42
Già eran desti, e Torà s'appressava
Che il cibo ne soleva essere addotto,
E per suo sogno ciascun dubitava. 45
E io sentii chiavar V uscio di sotto
Air orribile torre, onde guardai
Nel viso a' miei figliuoi senza far motto. 48
lo non piangeva: sì dentro impietrai:
Piangevan elli ; e Anselmuccio mio
Disse: tu guardi sì, padre, che hai? 51
Però non lagrimai, nò rispos'io
Tutto quel giorno, né la notte appresso,
Infin che l'altro Sol nel mondo uscio. 54
Come un poco di raggio si fu messo
CANTO XXXIII. 799
Nel doloroso carcere, e io scorsi
Per quattro visi il mio aspetto stesso;
Ambo le mani per dolor mi morsi:
E quei pensando ch'io il fessi per voglia
Di manicar, di subito levorsi, 60
E disser: padre, assai ci fia men doglia,
Se tu mangi di noi; tu ne vestisti
Queste misere carni, e tu le spoglia. 03
Quetaimi allor, per non farli più tristi:
* Quel dì e l'altro stemmo tutti muti:
Ahi dura terra, perchè non t'apristi? 66
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
Dicendo: padre mio, che non m'aiuti? 69
Quivi morì: e come tu mi vedi ,
Vid'io cascar li tre ad uno ad uno,
Tra il quinto dì e il sesto: ond'io mi diedi 72
Già cieco a brancolar sovra ciascuno,
E tre di li chiamai, poi ch'ei fur morti:
Poscia, più che il dolor, potè il digiuno. 75
Quand'ebbe detto ciò, con gli occhi torti
Riprese il teschio misero co' denti,
Che furo all'osso, come d'un can, forti. 78
Ahi Pisa, vituperio delle genti
Del bel paese là dove il sì suona;
Poi che i vicini a te punir son lenti, 81
Movasi la Capraia e la Gorgona,
E faccian siepe ad Arno in su la foce,
Sì ch'egli anneghi in te ogni persona. 84
Che se il Conte Ugolino aveva voce
D'aver tradita te delle castella,
800 INFERNO
Non dovei la i figliuoi porre a tal croce. 87
Innocenti facea l'età novella,
Novella Tebe, Ugaccione e il Brigata,
E gli altri duo, che il canto suso appella. 90
Noi passamm' oltre, dove la gelala
Ruvidamente un'altra gente fascia,
Non volta in giù, ma tutta riversata. 93
Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
E il duol, che trova in su gli occhi ri n toppo,
Si volve in entro a far crescer l'ambascia: 96
Che le lacrime prime fanno groppo,.
E, sì come visiere di cristallo,
Riempion sotto il ciglio tutto il coppo. 99
E avvegna cbe, sì come d'un callo,
Per la freddura ciascun sentimento
Cessato avesse del mio viso stallo, 102
Già mi parea sentire alquanto vento;
Perch'io: Maestro mio, questo chi move? ~
Non è quaggiuso ogni vapore spento? 105
Ond' egli a me: avaccio sarai, dove
Di ciò ti farà l'occhio la risposta,
Veggendo la cagion che il fiato piove. 108
E un de' tristi della fredda crosta
Gridò a noi : o anime crudeli
Tanto , che data v' è F ultima posta , 1 1 1
Levatemi dal viso i duri veli,
Sì ch'io sfoghi il dolor che il cor m'impregna
Un poco pria, che il pianto si raggeli. 1 14
Per ch'io a lui: se vuoi ch'io ti sovvegoa,
Dimmi chi fosti; e, s'io non ti disbrigo,
Al fondo della ghiaccia ir mi convegna. 117
CANTO XXXIII. 801
Rispose: adunque io son Frate Alberico,
Io son quel delle frutte del mal orto,
Che qui riprendo dattero per fico. ! 20
Oh , dissi lui, or se' tu ancor morto?
Ed egli a me: come il mio corpo stea
Nel mondo su, nulla scienza porto. 125
Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
Che spesse volte4' anima ci cade
Innanzi eh' Atropos mossa le dea. 126
E perchè tu più volenlier mi rade
Le invetriate lagrime dal volto,
Sappi che tosto che 1' anima trade, 129
Come fec' io, il corpo suo l'è tolto
Da un dimonio, che poscia il governa
Mentre che il tempo suo tutto sia volto. 132
Ella ruina in sì fatta cisterna ;
E forse pare ancor lo corpo suso
Dell' ombra che di qua dietro mi verna. 155
Tu il dèi saper, se tu vien pur mo giuso:
Egli è ser Branca d' Oria, e son pili anni
Poscia passati, eh' ei fu sì racchiuso. 158
T credo, dissi a lui, che tu m' inganni:
Che Branca d' Oria non morì unquanche
E mangia e bee e dorme e veste panni. 141
Nel fosso su, diss'ei, di Malebranche,
Là dove bolle la tenace pece,
Non era giunto ancora Michel Zanche, 144
Che questi lasciò un diavolo in sua vece
Nel corpo suo, e d' un suo prossimano,
Che il tradimento insieme con lui fece.
Ma distendi oramai in qua la mano, 148
Rambaldi - Voi. 1. 31
802 INFERNO
Aprimi gli occhi; e io non glieli apersi,
E cortesia fu lui esser villano. 150
Ahi Genovesi, uomini diversi
D'ogni costume, e pien d'ogni magagna,
Perchè non siete voi del mondo spersi? 153
Che col peggiore spirto di Romagna
Trovai un tal di voi, che per sua opra
In anima in Oocito già si bagna,
E in corpo par vivo ancor di sopra. 157
COMMENTO DI BENVENUTO
Il canto può dividersi in tre parti generali: nella prima —
racconto del conte Ugolino; nella seconda — imprecazione a
Pisa, che tollerò la scelleratezza usata al conte Ugolino ahi Pi-
sa ecc. nella terza — terza specie di traditori degli amici, e
congiunti — spirito moderno traditore, che palesa altro mo-
derno noi passammo ecc.
Quel peccatore quel conte traditore sullevo la bocca alzò
la bocca dal capo dell'altro, altrimenti, mangiando, non a-
vrebbe potuto speditamente parlare sullevo e non se levo per
ragione del senso dal fiero pasto dal cibo ferino, inumano,
l'uomo non mangiando dell' uomo, tranne le fiere che si di-
vorano fra loro forbendo la bocca a capelli tergendola coi
capelli de/ capo dell' arcivescovo chelli avea de reto guasto
coi denti, poi comintio a dirmi tu vuoti eh i rinovelli che
nuovamente racconti disperato dolor che l cor mi preme m\
lacera con acerbo strazio non meno che io faccia coi denti il
cervello di costui già pur pensando pria eh i ne favelli al solo
pensarvi. Ma parlar e lagrimar vedrai insieme unendomi con
te se le mie parole esser den seme che fructi infamia al tra-
ditor chio rodo se il mio dire a lui dove frullar la infamia.
CANTO XXXIII. 803
io non so chi tu sie ne perche mo venuto sequa giù ed è ma-
ravigli oso che tu ancor vivo sia disceso all' Inferno, e sia per
tornare illeso da ogni castigo al mondo de* viventi: non so se
corporalmente o spiritualmente venisti; solo, od in compa-
gina ma fiorentino mi sembri veramente quando io t odo ma
mi sembri di Fiorenza quando ti ascolto parlare. E lo aveva
udito quando vituperava Bocca, minacciandogli perpetua in-
famia— mi sembri fiorentino — mio vicino, e più volentieri
udirai e riferirai le crudeltà de' pisani , e specialmente degli
Ubaldini. —
Tu dei saper eh io fui conte Ugolino signore di Pisa e que-
sto e l arcivescovo Rugiero degli Ubaldini, arcivescovo di Pisa.
or ti diro perch io son tal vicino nel tumulto popolare esso
conte fu assalito e preso per opera del detto Ruggiero dir
nonèmestier non è necessario dirli eh io fossi preso e morto
poscia per lo facto del suo mal pensare imperocché condusse
ad effetto il suo malvagio divisamente. — Nell'anno 1298 era
nata fiera discordia nella citta di Pisa. Era capo del partito
guelfo il giudice Nino di Gallura degli Scotìi, ed era capo della
parte guelfa il conte Ugolino de'Gherardesehi. L'arcivescovo
Ruggiero degli Ubaldini, Lanfranchi, Gualandi, e Sismondi
erano Ghibellini, ed il conte Ugolino per ottener solo il do-
minio della citta si unì coli' arcivescovo e tradì Nino figlio di
una sua sorella, comandando che fosse scacciato da Pisa.
Nino trovandosi più debole, con vari de' suoi si ricovròin un
castello di sua ragione facendo lega coi fiorentini, e con quei
di Lucca. Anche il conte Ugolino erasi allontanato per non es-
sere testimonio dell' espulsione di Nino, ma tosto dopo tornò
pago e lieto dentro Pisa : si dice ancora, che facesse avvele-
nare il conte Anselmo di Capraja suo compagno per non a-
verlo a parte del dominio. Solo padrone di Pisa, ordinò, che
804 INFERNO
nel suo giorno natalizio si facessero feste, si dessero doti, e
preparò sontuoso banchetto. Passeggiando con Marco Lom-
bardo uomo assennato e prudente gli dimandò cosa pensasse
del suo modo di dominio? E quel Marco quasi ispirato — Voi
sarete ricambiato dell' amicizia peggiore di qualunque altro
signore d' Italia — ma perchè ? gli richiese il conte spaven-
tato. — Perchè nulla vi manca fuori dello sdegno di Dio — e
tutto ciò si verificò; imperocché l'arcivescovo nel quale tutto
fidava, propose di scacciarlo e di rovinarlo. E persuase al
popolo, che il conte voleva tradir Pisa dando i castelli ai fio-
rentini e lucchesi; ed il popolo lo assalì nel palazzo pubblico,
egli uccise un figlio naturale ed un nipote, veramente for-
tunati, perchè non furono a parte di una morte assai più mi-
seranda, ch'era agli altri serbata. Dopo lieve resistenza il
conte si arrese, e fu trascinato in carcere con due suoi figli,
e due nipoti. Gli Obriachi, i Guatani, ed altre nobili famiglie
guelfe furono esiliate — è dunque certo che il conte Ugolino
tradì congiunti, patria, e città, e che un traditore fu tradito
da un altro. Per tal evento la parte guelfa in Toscana restò
molto abbattuta dalle forze degli Aretini, e dal potere di ser
Giacomo di Aragona. Il conte Ugolino coi figli e nipoti fa dun-
que posto nella torre, sopra la piazza, e vicino al palazzo
degli Anziani. Chiusa la porta della stessa torre, le chiavi fu-
rono gettate nell' Arno, ed essendo ai carcerati tolto ogni cibo,
in breve tutti per fame morirono. Il conte dice a Dante che
tralasciava tal parte di sua storia, quale doveva certamente
essergli nota, e piuttosto amava narrargli l'altra parte, che
gli era occulta, cioè il modo di sua miserissima morte poi udi-
rai quello che non pò avere inteso da altri cioè come la morte
mia fu cruda crudele e saprai se m a offeso e conoscerai il
perchè io abbia ragione di trattarlo così.
CANTO XXXI u. 805
Breve pertugio piccol foro a traverso il quale penetrava
il chiarore dell' aurora m avea mostrato già più lume cioè,
mi faceva conoscere che già sorgeva il giorno — alcuni testi
hanno — più lune — ed allora vorrebbe dire, che già passa-
rono vari mesi ; ma ciò non può stare, perchè, a verità sto-
rica, il conte non istette in questa torre che pochi giorni per
lo forame per una bombardiera dentro da la muda nella torre
che allora chiamavasi — aurea muta — e cangiò nome in muda
la qual per me ha il tilolde la fame e dopo Ugolino fu chia-
mata la torre della fame in che conviene ancor eh altrui si
chiuda in cui forse altri saran chiusi e moriranno. Il con-
te in così dire vaticinava , ed era verosimile che altri fos-
se ivi chiuso, ed in tal modo punito, quando feci l mal
sogno quel sogno, che mi presagì il futuro che del futuro
mi squarcio il velame. Stante il sopraddetto parrebbe, che
Dante facesse credere il sogno avvenuto, quando il conte
era nella torre, eppure il sogno fu prima, quando anco-
ra tenea il dominio di Pisa, ed anzi nel maggior auge di suo
potere — sognò di essere alla caccia in un monte vicino a Pi-
sa, e che avesse preso un lupo coi piccoli figli, ed i cani dei
cacciatori afferrassero il lupo, ed i lupicini, e crudelmente
tutti divorassero, questi V arcivescovo pareva a me maestro
e donno capo e direttore della caccia, ed i pisani lo ave-
vano creata lor capitano e duce cacciando il lupo cioè il
tiranno, secóndo quel detto — questi lupi regnano in ogni
citlà e lupicini figli del conte tiranno, tirannetti di trista o-
rigine. Ricercalo un venditore di lupi di un lupo buono, rispo-
se — son tutti lupi — al monte presso al monte, che trovasi
fra Lucca, e Pisa, oggi detto monto s. Giuliano perche i pisan
non ponno veder Lucca che pur è vicina dicci miglia, ovvero
perchè spesso spogliata e guasta dai pisani secondo quel dit-
806 INFERNO
terio — buona terra è Lucca, ma Pisa la pilucca — con cagne
magre studiose e conte tali cagne figurano la fame e la sete, e
gli altri stenti, e miserie, che in breve colsero quegli sventu-
rati. L' arcivescovo s uvea messi Gualandi, Sismondi, e Lan-
franchi principali case Ghibelline di Pisa dinanzi de la fronte
fautori ed esecutori del progetto di esterminio: lo padre e li
figli il conte coi figli e nipoti mi parien stanchi inpiccol
corso da nou poter fuggire V ira dei cani e mi parca veder
fender li fianchi loro con l acute sanne saune, o denti delle
cagne. S' è vero, che il conte sognasse in tal modo, fu il so-
gno maraviglioso; e se non fu vero, l'immaginazione di Dante
lavorò molto bene, e molto convenientemente.
Sentii i miei figli eh erano meco che dormivano insieme
con me pianger tra l sonno e dimandar del pane — quando
fui desto nanzi la domane svegliato nell'ora mattutina, al-
lorché si sogliono fare i sogni più veri; come questo sogno, o
vero o finto, purtroppo si avverò. Qui rompe il racconto per
l'eccesso di dolore, e chiama Dante a commiserazione ben
se crudel se tu già non ti dote — pensa mo ciò che al mio cor
s annunziava saresti una fiera, se non ti sentissi commosso
alla barbaHe che in tal sogno mi si presagiva or se non pian-
gi e di che pianger suoli e quale sarà il racconto che ti farà
versar lagrime, se questo non è? già eran desti i miei figli e
l ora s appressava V ora terza che l cibo soleva esser adducto
ora in cui solevamo mangiare prima d'esser chiusi nella torre,
o Torà in cui anche nella torre solevano gettarci un pezzo di
pane — soltanto dopo l'arrivo del conte di Montefellro creato
capitano de' pisani, ogni cibo mancò al conte racchiuso e per
mo sogno ciascuno dubitava avendo ciascuno de' figli fatto
un sogno poco dissimile da quello del padre, io senti chia
var l uscio di sotto allorribil torre con chiavi che gittaronsi
CANTO XXXIII. 807
in Arno ond io guardai nel viso a miei figli sanza far motto
noi stemmo fermi e muli, io nonpiangea non potea piangere
si dentro impetrai il cuore divenne duro, impietrilo pian
gevan elli più teneri et Anselmuccio mio nome di uno de' fi-
gli disse tu guardi si padre che hai ? perchè mi guardi in lai
mode; cosa hai padre mio? pero non lagrimai ad onta di ciò
non versai una lagrima ne rispuos io tutto quel giorno ne la
notte appresso per un giorno intero in fin che l altro sol uscio
nel mondo fino al sorgere dell' altro sole.
Nel secondo giorno guardando i figli divenni rabbio-
so ambo le mani per dolor mi morsi come un raggio un
poco di lume se fu messo nel doloroso career pel foro e
io scorsi io vidi il mio aspecto stesso per quattro visi il
mio volto sulle quattro faccie de* miei figli , non tanto per
somiglianza di forma» come di patimenti, e di emanazio-
ne e quei i figli miei pensando che il fessi per voglia di
manicar per rabbia di fame, più che per forza di dolo-
re di subito levorsi balzarono in piedi e disser padre assai
ci fia men doglia se tu mangi di noi a noi sarà minor pena
se tu mangi di nostre carni tu ne vestisti queste misere carni,
e tu le spoglia tali parole avrebbero commosso un marmo, né
io posso ripeterle senza versare altre lagrime! Quetami aliar
perchè al par di me non si rendessero disperati per non farli
più tristi: quel di e l altro stemmo tutti muti impietriti dal
dolore ahi dura terra perclie non t apristi? perchè, o terra,
in tanto orrore non t' apristi a gridare vendetta da Dio contro
dell' autore di tanti mali ! E fu negato anche il cibo spiritua-
le, quantunque richiesto colla più ardente insistenza, poiché
noi fummo al quarto di venuti Gaddo mi si gitto disteso a
pie dicendo padre mio che non m aiuti?ia prima signore di
tanti che nutrivi, perchè ora mi lasci per fame morire? quivi
808 INFERNO
mori dinanzi agli occhi miei, poi vidio cascar li tre gli altri
tre fratelli del morto ad uno ad uno per più lungo e più crudo
dolore trai quinto di e l sesto come turni vedi come tu vedi
me, che parlo teco, così vidi quei Ire morirmi dinanzi, un dopo
l'altro. Padre infelice! ondio già cieco reso cieco da tanta
angoscia mi diedi a brancolar sopra ciascuno palpandoli, per
più esser certo della terribilità dell' evento e due di li chiamai
come fuor morti il conte visse quindi otto giorni senza nutri-
mento di sorla alcuna; posciache l digiuno la fame potè più che
l dolore la fame estinse me, che non aveva pututo estinguere il
dolore, quando ebbe detto ciò con gli occhi torti infiammati da
ira riprese prese di nuovo il teschio misero il cranio dell' arci-
vescovo con denti con tanto furore tritandolo che furo a osso
come d un can forti quali denti stettero forti al Tosso del cranio
come quelli di un cane.
Ahi Pisa seconda parte generale ahi esclamazione di do-
lore Pisa vitupero delle genti infamia d'Italia del bel paese per-
chè niuna parte del mondo è più bella dell' Italia la dovei si
sona generalmente gì' Italiani usano affermando il — si — i
tedeschi — ya — i francesi — ovy — ed alcuni — hoc — i pie-
montesi—o] — si può tenere anche altra interpretazione del
bel paese della Toscana, amenissima parte d' Italia la dove l si
suona nella quale iUt più spesso, ed in modo singolare si pro-
nuncia, movami la Capraia e la Gorgona due scogli nel mare
di Pisa verso la Sardegna e facciati siepe ad arno insù la foce
chiudano la foce d'Arno dove si scarica in mare, sicché l'acqua
gonfiando si eh egli aneghi in te ogni persona affoghi i tuoi
cittadini, e lasci te palude perche i vicini i fiorentini, i luchesi
a te punir son lenti son pigri, e tardi a farne vendetta. La ven-
detta tarda per Dante si avverò a giorni nostri , imperocché Pisa
antichissima e potentissima una volta in mare ed in terra si è
CANTO XXXIII. 809
ridotta al più basso e misero stato per opera de9 fiorentini, seb •
bene anche prima della morte di Ugolino, la insolenza pisana
fosse stata scornala, e la loro libertà conculcata dai genovesi.
Così da vincitrice passò ad esser vinta. Fortuna in tal modo ro-
vescia le mondane cose, e compiuto il lor corso, marciscono,
Pisa floridissima si trovava in auge di potere, prima che Firenze
fosse fondata. Non è già solo pel conte Ugolino traditore, che
Dante si slancia con tale imprecazione contro Pisa, ma sì vero
per la morte barbara de' figli innocenti, che non dovevi i figli
porre a tal croce al tormento della fame se il conte Ugolino
aveva voce aveva nome di traditore d aver tradite le Castella.
Il conte Ugolino de' conti Gherardeschi, avuta la signoria di
Pisa, e per meglio assodarla, diede in moglie una propria fi-
glia al conte Guido di Baltifolle della parte guelfa. E perchè ciò
non movesse a sospetto, ne diede altra al conte Aldobrandino
di santa Flora di opposta parte. Per dote alle figlie assegnò vari
castelli nel contado di Pisa, a Guido il castello di Ri paf ratta
sotto custodia de' lucchesi; ad Aldobrandino il Castello Si ve-
roni sotto custodia de' fiorentini. I Ghibellini, a suggerimento
dell'arcivescovo, s' insospettirono, e fecero di lui quanto fu
detto. I età novella la tenera età facea loro inocenti cioè Ugoc-
cioriy e l Brigata due figli del conte Ugolino non per anche no*
minati e gli altri due gli altri due figli che l canto suso appella
Gaddo ed Anselmuccio nominati sopra, due figli o due ni*
poti, tutti in linguaggio di civile diritto chiamandosi figli, sep-
pure, come alcuni sostengono, non furono tutti figli. E quan-
tunque nei delitti di slato, o di lesa maestà si comprendano i
figli ancora, ciò però riguarda soltanto la pena civile, e non mai
la criminale, e quindi è giusta la imprecazione di Dante contro
Pisa che, a precauzione, avrebbe potuto esigliarli , o relegarli ,
o deportarli in qualche isola di Sardegna o Corsica, ma non
810 INFERNO
mai punirli di morte per fame, novella Tebe Pisa che sei al-
tra Tebe fabbricata da Cadmo coi serpenti, e eh' ebbe guerre
civili e fraterne fin dall'origine sua.
Poi passammo olire terza parte generale. Seconda specie
di traditori d' amici , e commensali, la ove la gelata il ghiaccio
fascia un altra gente altri traditori ruidamente con rigidezza
non volta in giù come la predetta ma tutta r over saia costo-
ro sono sdraiati per terra colla faccia volta all' insù per es-
sere più tormentati dal freddo, lo pianto spesso lor pianger
non lassa non lascia loro versar lagrime, che il duol il do-
lore che trova rintoppo trova ostacolo in sugli occhi stretti
dal ghiaccio se volge in dreto a far crescer l ambascia ac-
cresce l' intensione del dolore al pari del fumo, che, non ascen-
dendo pel camino, retrocede con molestia insoffribile chele
lagrime prime fanno groppo congelandosi e riempion tutto
il coppo la concavità dogli occhi sotto el ciglio si come vi-
siere di cristallo come se le occhiaie fosser vetro o cristallo.
Al misero è sollievo piangere, e Virgilio scrive — che nel versa-
re le lagrime si versa anche il dolore — e già mi paria sentir
alquanto vento avvicinandosi al luogo dove si formava atwe-
gnacche ciascun sentimento avesse cessato stallo avesse per-
duto T esser suo dal mio viso nella mia faccia per la freddura
pel freddo st come dun callo come avviene nei calli, cheson
durezza morta di cute e di carne, perche io dissi maestro mio
che move questo? Sinché dissi, o Virgilio, qual è la cagione
di questo vento? non e qua giù ogni vapor expento non è
spenta ogni cagione di vento? Il vento si produce dal secco
vapore alzato dal sole; ed in quel centro non poteva ascendere
vapore, e quindi soffiar vento, ond elli a me Virgilio disse
avaccio sarem dove tosto saremo in luogo dove l occhio tuo
ti farà la risposta di ciò vedrai cogli occhi tuoi la cagion
CANTO XXX1I1. 811
che fiato piove l'origine del vento. Quanto ingegno di Dante
in questa finzione! Lo spirito santo soffiando nel fuoco dell'a-
more e di carità degli uomini, viene somigliato all'austro; ma
lucifero avendo lo spirito freddo dell'odio si assomiglia all'a-
quilone, e così indura e ghiaccia ogni ardore di carità, e di
amore.
E un de tristi della fredda crosta crosta del ghiaccio
grido a noi — o anime crudeli tanto che v e data l ultima
postao traditori tanto crudeli che meritaste la più grave pena
levatemi dal viso i duri veli toglietemi il ghiaccio delle la-
grime indurite sugli occhi miei si eh io sfoghi il duol versi
il dolore che l cor m impregna che mi gonfia il cuore un poco
pria che l pianto si r agi eli tenue refrigerio, perchè il soffio
del freddissimo vento avrebbe tosto gelate di nuovo quelle la-
grime! Questi traditori, se per un momento aprono il cuore
a pietà, l'odio tosto lo richiude.
Io gli dissi dinne chi se se tu voli eh i ti sovegna e giuro
e se io non ti disbrigo che se non ti levo quel velo dagli oc-
chi in fondo della ghiaccia ir mi convegna voglio essere dan-
nato al fondo del ghiaccio. Lo spirito assicurato rispuose a-
dunque io son frate Alberigo. Fu questi di Faenza, uno de'
nobili e potenti Manfredi, che tennero spesso il dominio di
quella città. Fu un religioso de' gaudenti. E nella stessa casa
in Faenza esistevano contemporaneamente tre fratelli, Albe-
rigo suddetto, Albcrgetto, e Manfredo. Manfredo giovane au-
dace nell'anno 1286, per cupidigia di regno tese insidie al
fratello Alberigo, e dopo fiera contesa di parole, Manfredo
diede al fratello Alberigo un potentissimo schiaffo. Più freddo
Alberigo dissimulò qualche tempo le ingiurie, e Manfredo cre-
dette che l' avesse dimenticata , e tentò riconciliarsi , ripetendo
continuamente che bisognava perdonare ad un impeto di gio-
812 INFERNO
venti). Si finse la pace: ed Alberigo preparò un convito, cai
intervenne Manfredo con un piccolo suo figlio; e terminatoli
convito con molta letizia, Alberigo ordinò che si portassero le
frutta. E sortirono improvvisamente armati nascosti dietro ad
una cortina, i quali crudelmente trucidarono Manfredo, ed il
figlio suo, mentre Alberigo rideva, e compiacevasi dello spet-
tacolo. Costui imitò Assalonne, che dissimulò qualche tempo
un' ingiuria, e fece trucidare sulla mensa il fratello. Ma Albe-
rigo non fu peggiore, perchè Assalonne riconciliato col padre,
tentò dopo rapirgli il regno, io so n quel da le f ruota del mal
orto chiama Faenza mal orto, perchè altra volta produsse frutti
tanto pessimi. Altri ritengono, che veramente il convito si pre-
parasse in un orto, che qui riprendo dattero per figo per se-
guire la metafora: secondo altro testo — rapprendo — rendo,
pago dattero per fico.
Quando Dante ciò scriveva, Alberigo era ancora in vita,
e perciò o diss io lui or se tu ancor morto? e risponde Al-
berigo nulla scienza porto non ho alcuna notizia come l mio
corpo sia su nel mondo. Ne' traditori spesso accade, che l'a-
nima vada all'Inferno, ed il diavolo regga il corpo ancora vi-
vente nel mondo, e tultociò è in certo modo vero, imperoc-
ché secondo Dante, quando l'uomo tradisce, il diavolo s'im-
possessa della di lui anima, che tosto passa all'Inferno, per-
chè il traditore non si penta, e muoia ostinato. Giuda simil-
mente tradì alla mensa, ed il diavolo impossessandosi di lui
lo fece esclamare!/ mio peccato è troppo grande per meritare
perdono — e quindi anche Alberigo dice colai vantaggio ha
questa Tolomea tale prerogativa.
Abbiamo dal libro de' Maccabei, che dopo Alessandro
fiorirono in Gerusalemme tre fratelli distinti per virtù, Giu-
da Maccabeo, Gionata, e Simeone, i quali successivamente
CANTO XXXIII. 813
ottennero il sommo sacerdozio, divennero i principali cam-
pioni d'Israello, ciascuno valentissimo in armi, e sosten-
nero felicemente molte guerre per la patria, per la giusti-
zia, per la libertà contro molti re e nazioni barbare. Ma Si-
meone dilatò maggiormente la gloria del popol suo e purgò
la terra di Giuda, e la governò in pace: rassicurò i re umili,
e sterminò gP iniqui, e malvagi. Crebbe maggiormente il
suo nome per la rinnovazione dell' alleanza cci romani, dai
quali fu raccomandato ai re ed ai popoli d'Oriente. Già vecchio
godeva di tutta pace quando ricevette l' esterminio da chi meno
temeva. Tolomeo dal Bobo di lui genero, ricchissimo, eletto
duce nel campo di Gerico spinto dall'empia cupidigia di regno
pensò al tradimento di Simeone, e de' figli. Mentre Simeone
visitava la città di Giuda insieme a Mattatia e Giuda, ed arri-
vava a Gerico, Tolomeo li ricevette in modo regio, e li trattò a
lautissimo banchetto, ivi nascosti uomini armati. Dopo avere
Simeone i e figli mangiato e bevuto, Tolomeo si slanciò cogli
sgherri sulla mensa , e trucidò Simeone ed i figli , e spedì messi
ad Antioco nella Siria per aiuti, ed occupò Gerusalemme, e
mandò armati a Gazara perchè scannassero Gionata. Ma que-
sti avuta notizia della morte del padre, e fratelli, prevedendo
altrettanto a suo danno, tutti fece uccidere gli armati spediti
da Tolomeo. Alberigo dice, che la suaTolomea ha questa pre-
rogativa che spesse volte l'anima ci cade spesso, perchè i
traditori di rado si emendano avanti che Atropos morso le
dia prima di morire naturalmente. Atropo si ha per l' ultimo
fine della vita.
E sappi che tosto che l anima ir ade come fecio quando
alla mensa scannai Manfredo, ed il figlio il corpo suo He tolto
da un demonio che poscia il governa il diavolo s' impossessa
del corpo mentre che l tempo suo tutto sia volto per tutto il
814 INFERNO
tempo che gli era predestinato. E ciò ti dico poi che tu più
volontieri mi rada mi tolga bellamente le invetriate la-
grime dal volto le lagrime gelate dagli occhi. Ella tal anima
ruina in si facta cisterna in questo pozzo di ghiaccio. La
mensa tradita aggrava il delitto per la tradita ospitalità.
Alberigo scopre un altro traditore moderno, che sta dopo
di lui e l corpo dell ombra che di retro mi verna si strin-
ge nel ghiaccio forse parea ancor suso forse vive ancora nel
mondo. Era questi Branca genovese del casato Doria, genero
di ser Michele Zanche, il quale dopo la morte del re Enzio,
ebbe il giudicato della Sardegna detto Logodoro. Questi ac-
cise a mensa Michele suo suocero per torgli le ricchezze. In
Idei saper se tu vien pur mo giuso, devi sapere , se dico il
vero, tu che da poco vieni dal mondo etti e ser Branca dO-
ria e son più anni poscia passati che fu qui richiuso son
già scorsi molt'anni, dacché la di lui anima fu chiusa in que-
sto ghiaccio, mentre il corpo vive ancora nel mondo. — lo
dissi ad Alberigo io credo che tu m inganni che Branca d 0-
ria non mori unquanche perchè e mangia e beve e dorme
e veste panni cose tutte che i morti non fanno. Risponde Al-
berigo non era ancor giunto nel fosso su don Michel Zanche
non era ancor giunto nelle bolgia quinta de' barattieri la dove
bolle la tenace pece così prima di cadere nella pece, cadde
nelle braccia di Branca che questi Branca lascio il diavol sua
vece lasciò il diavolo nel corpo invece dell' anima ed un suo
prossimano, piuttosto un complice, uno spurio, che aiutò
Branca ad uccider Michele che l tradimento insieme con lui
fece. I genovesi sono generalmente avidi ed avari , ma non
per tanto hanno nome di valentissimi nel mondo. Fu della
detta famiglia un Lampa, uomo di grande animo che nel men-
tre guerreggiava in mare e stava sulla poppa contro i Venezia-
CANTO XXXIII. 815
ni e suo figlio valorosamente combatteva nella prora, colpito
nel petto da una freccia, cadde moribondo, di che furono
spaventati i compagni. Ma Lampa nell'ardore della pugna,
dimentico del figlio, e pensando soltanto alla patria ed alla
gloria, accorse sul luogo, e sgridando gli spaventati, coman-
dò che il figlio si gettasse in mare, esclamando — mai in terra
avrebbe avuto così magnifico sepolcro —e ravvivata la pugna
con maggior furore, ne sortì vincitore come Torquato romano,
che uccise il figlio dopo vinta la battaglia. Ma Branca, prima
del parricidio, si dubita che fosse dannato air Inferno; e Dante
lo finge con ragione, imperocché dal momento, in cui l' uomo
fissò di commettere un delitto, peccò veramente al cospetto
di Dio, e quindi l'atto esterno non aggiunge all' interna de-
liberazione.—In ultimo Alberigo chiede l'adempimento della
promessa ; ma distendi oggi mai in qua la mano verso la fac-
cia mia aprimi gli occhi Dante però et io non glieli apersi
non glieli aperse, ed ecco perchè mancò al giuramento corte-
sia fu lui esser vilano significando in tal modo , che ninna
misericordia si deve sentire per un uomo tanto crudele, e
niuna fede si ha da mantenere ad un traditore.
Ahi genovesi homini diversi dogai costume! lontani da
tutti gli altri uomini per costume, per cupidigia, per tenacità.
Niuno in Italia vive più miseramente di loro, sebbene all'e-
sterno appaiano splendidi e magnìfici e pieni dogai maga-
gna pieni di ogni vizio perche non siete voi dal mondo spersi !
tolti da quel mondo, per cui errate ne' mari, esponendovi a
pericoli , ed a morti per possederlo. Non maravigliarti se Dante
irrompe in due acerbe invettive contro Pisa, e contro Genova.
Queste due città una volta traspadane , ebbero , secondo
Giustino, abitatori bellicosi — , i quali inquietarono molto
il popolo romano. Audaci erano, e Virgilio li dice — avvezzi
816 INFERNO
a dure guerre, agli stenti, alle rapine — Livio del pari scri-
ve— i ladrocini i dei Liguri — che perchè l anima sua in Corifa
si bagna V anima sua prima ancora della morie naturale si
tormenta nel ghiaccio per sua opera pel nero tradimento, et
in corpo par vivo ancor di sopra nel mondo de' viventi col
peggior spirto di Romagna con frate Alberigo che fece scan-
nare un fratello, ed un piccolo nipote a mensa per ispirito di
vendetta , e con questo Branca, che di propria mano , e per cu-
pidigia di ricchezze uccise lo suocero a mensa. Ambidue mac-
chiati di sangue parricida si lavano in Cocito. Altro Branca della
stessa famiglia, ma spurio, uccise un proprio fratello in Sar-
degna per rapirgli la signoria di que' luoghi, per quanto mi
fu detto da genovesi degni di fede.
CANTO XXXIV
TK.VTO MODERNO
Vexilla Regia prodeunt Inferni
Verso di noi: però dinanzi mira,
Disse il Maestro mio, se tu il discerni. 3
Come quando una grossa nebbia spira,
0 quando l'emisperio nostro annotta,
Par da lungi un mulin che al vento gira; 6
Veder mi parve un tal dificio allotta:
Poi per lo vento mi ristrinsi retro
Al Duca mio, che non v'era altra grotta. 9
Già era (e con paura il metto in metro)
Là, dove l'ombre tutte eran coverte,
E trasparean come festuca in vetro. 12
Altre stanno a giacere, aJtre stanno erte,
Quella col capo, e quella con le piante;
Altra, com' arco, il volto ai piedi inverte. 15
Quando noi fummo fatti tanto avante,
Che al mio Maestro piacque di mostrarmi
La creatura ch'ebbe il bel sembiante, 18
Dinanzi mi si tolse, e fé' restarmi,
Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco,
Ove convien che di fortezza l'armi. 21
Com' io divenni allor gelato e fioco,
Noi dimandar, Lettor, ch'io non lo scrivo,
Però ch'ogni parlar sarebbe poco. 24
R AMBA L DI - Voi. 1. 58
818 INFERNO
lo non morii, e non rimasi- vivo ;
Pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,
Qual io divenni, d'uno e d'altro privo. 57
Lo imperaci or del doloroso regno
Da mezzo il petto uscia fuor della ghiaccia;
E più con un gigante io mi convegno, 50
Che i giganti non fan con le sue braccia:
Pensa oggimai qua n t'esser dee quel lutto
Che a così fatta parte si confaccia. 53
S'ei fu sì bel, com'egli è ora brutto,
E contro il suo Fattore alzò le ciglia ,
Ben dee da lui procedere ogni lutto. 36
0 quanto parve a me gran meraviglia.
Quando vidi tre facce alla sua testa!
L'una dinanzi, e quella era vermiglia; 39
L'altre eran due, che s'aggiungeano a questa
Sovr'esso il mezzo di ciascuna spalla,
E si giungeano al luogo della crosta. 45
E la destra parea tra bianca e gialla;
La sinistra a vedere era tal, quali
Vengon di là, ove il Nilo s'avvalla. 45
Sotto ciascuna uscivan duo grandi ali,
Quanto si conveniva a tanto uccello:
Vele di mar non vid' io mai colali. 48
Non avean penne, ma di vipistrello
Era lor modo: e quelle svolazzava
Sì, che tre ventici movean da èlio. 51
Quindi Cocito tutto s' aggelava:
Con sei occhi piangeva, e per tre menti
Gocciava il pianto e sanguinosa bava. 54
Da ogni bocca dirompea co' denti
CANTO XXXIV. 819
Un peccatore, a guisa di maciulla,
Si che tre ne facea così dolenti. T>7
A quel dinanzi il mordere era nulla
Verso il graffiar, che talvolta la schiena
Rimanea della pelle tutta brulla. 60
Quell'anima lassù, ch'ha maggior pena,
Disse il Maestro, è Giuda Scariotto,
Che il capo ha dentro, e fuor le gambe mena. 63
Degli altri duo che hanno il capo di sotto,
Quei, che pende dal nero ceffo, è Bruto;
Vedi come si storce, e non fa motto: 66
E l'altro è Cassio, che par sì membruto.
Ma la notte risorge: ed oramai
É da partir, che lutto avcm veduto. 69
Come a lui piacque, il collo gli avvighiai;
Ed ei prese di tempo e loco poste:
E quando Tale furo aperte assai/ . 72
Appigliò sé alle vellute coste.
Di vello in vello giù discese poscia
Tra il folto pelo e le gelate croste. 75
Quando noi fummo là, dove la coscia
Si volge appunto in sul grosso dell'anche,
Lo duca con fatica e con angoscia 78
Volse la testa ov'ello avea le zanche,
E aggrappossi al pel, come uom che sale,
Sì che in Inferno io credea tornare anche. 81
Attienti ben , che per cotali scale,
Disse il Maestro ansando com'uom lasso,
Conviensi dipartir da tanto male. 84
Poi uscì fuor per lo foro d' un sasso,
E pose me in su Torlo a sedere:
820 INFERMO
Appresso porse a me l'accorto passo. 87
Io levai gli occhi, e credetti vedere
Lucifero com'io l'avea lasciato,
E vidigli le gambe in su tenere. 90
E s'io divenni allora travagliato
La gente grossa il pensi , che non vede
Qual era il punto, ch'io avea passato. 95
Levati su, disse il Maestro, in piede:
La via è lunga, e il cammino è malvagio,
E già il Sole a mezza terza riede. %
Non era camminata di palagio
Là ov'eravam: ma naturai burella,
Ch'avea mal suolo, e di lume disagio. 99
Prima eh' io dell'abisso mi divella ,
Maestro mio, diss'io quando fu' dritto,
A trarmi d'erro un poco mi favella. 102
Ov'è la ghiaccia? e questi com'è fitto
Sì sottosopra? e come in sì poc' ora
Da sera a mane ha fatto il Sol tragitto ? 105
Ed egli a me: tu immagini ancora
D'esser di là dal centro, ov'io mi presi
Al pel del vermo reo che il mondo fora. 108
Di là fosti cotanto, quant'io scesi:
Quando mi volsi, tu passasti il punto,
Al qual si traggon d'ogni parte i pesi : 111
E sei or sotto l'emisperio giunto,
Ch'è contrapposto a quel, che la gran secca
Coverchia, e sotto il cui colmo consanto 114
Fu l'uom che nacque e visse senza pecca:
Tu hai i piedi in su picciola spera ,
Che l'altra faccia fa della Giudecca. 117
CANTO XXXIV. 821
Qui è di man, quando di là è sera:
E questi che ne fé' scala col pelo,
Fitto è ancor, sì come prima era. 120
Da questa parte cadde giù dal Cielo:
E la terra che pria di qua si sporse,
Per paura di lui fé9 del mar velo, 123
E venne airemisperio nostro: e forse
Per fuggir lui lasciò qui il luogo voto
Quella, che appar di qua, e su ricorse. 126
Luogo è laggiù da Belzebù rimoto
Tanto, quanto la tomba si distende,
Che non per vista, ma per suono è noto 129
D'un ruscelletto, che quivi discende
Per la buca d'un sasso, ch'egli ha roso
Col corso ch'egli avvolge, e poco pende. 152
Lo duca e io per quel cammino ascoso
Entrammo a ritornar nel chiaro mondo:
E senza cura aver d'alcun riposo, 139
Salimmo su, ei primo ed io secondo,
Tanto ch'io vidi delle cose belle,
Che porta il Ciel, per un pertugio tondo:
E quindi uscimmo a riveder le stelle. 139
COMMENTO DI BENVENUTO
Dante in quest'ultimo canto tratta di una quarta specie
di traditori, e del loro castigo. Tradirono essi i loro padroni,
o benefattori. In tre parti generali dividesi il canto. — nella
prima — castigo in genere di costoro — nella seconda — de-
scrizione di Lucifero, e di tre traditori puniti o quanto ecc.
nella terza ed ultima — descrizione dell' uscita dall' Inferno
ma la nocte ecc.
822 INFERNO
E l maestro mio disse Vexilla le insegne , ossia le ali di Lu-
cifero, che sembravano ampie vele di nave e sortivano, e si mo-
stravano di lontano, ed offrivansi alla nostra vista verso di noi
perciò Virgilio dinanzi mira guarda dinanzi a le se tu il di-
scerni il re di quelle insegne, veder mi parve un tal dificio
allora come pare da lungi un molin9 che lo vento gira quan-
do una grossa nebia spira mi parve di vedere un molino a ven-
to fra r aria scura o quando l emisferio nostro anocta quando
si fa notte nel nostro emisfero superiore o naturalmente, o per
mezzo di nubi. Similitudine adatta; imperocché il molino a
Vento ha le pale che si movono, e si aggirano con molta velo-
cità, al pari di Lucifero che moveva con celerità le molte, ed
ampie sue ali, per cui soffiava gran vento, poi per lo vento
fortissimo me ristrinsi retro al mio duca di dietro a Virgilio
che non gli era altra grotta mancando altro luogo in cui ri-
pararmi, già era la dove l ombre erano tutte coperte per mag-
gior pena avendo più gravemente peccato e traspareano co-
me festuca in vetro i traditori più vili di festuca mostra vansi
nel ghiaccio trasparente che tutti li copriva e con paura il
metto in metro la mente ab borrisce, o trema la mano nella
descrizione, altre stanno a giacere altre stan erte e di que-
ste ultime quella col capo col capo in su e quella con le piante
col capo in giù, e piantata altra reverte l volto al pie volta
la faccia al piede come arco ma tutte sotto del ghiaccio, es-
sendo tutte perdute affatto nel tradimento.
Dinanzi mi si tolse Virgilio mi si tolse davanti per dar-
mi luogo a vedere quando noi fummo facti tanto avanti es-
sendoci molto accostali alle insegne eh al mio maestro piac-
que di mostrarmi la creatura eh ebbe el bel sembiante Luci-
fero, che fu la più bella delle creature e fé restar me z n\\ fece
fermare dicendo ecco Dite ecco Plutone re dell'inferno, per
C/.NTO XXXIV. 823
cui questo luogo e chiamato Dite ecco el loco il centro dell' In-
ferno — onde convien che di fortezza t armi: ecco P ultimo
de' mali, cui arrivano lutti i colpevoli; perciò sii forte, lecior
non dimandar coni io divenni allor gelato e fiocho perdendo
forza e voce eh io non lo scrivo — perche — ogni parlar sa-
rebbe poco — io non mori perchè ancora son vivo et non ri-
masi vivo giacché perdetti i sensi e l'intelletto, olector pensa
per te stesso ornai qual io divenni privo privato d uno et al-
tro cioè della morte e della vita se hai fiore de ingegno se hai
sentimento ed intelletto. Il diavolo non è tanto orribile , come
suona la lettera, ma Dante lo considera per la parte dell'ef-
fetto, e bisogna per ottenere lo scopo, che lo dipinga in tal
modo. Il volgo è persuaso, che ciascuno nell'atto di morire
sia costretto di vedere il diavolo, locchè è ridicolo, quando
non s'intenda, che il demonio, mettendo avanti al moriente
tutte le passate colpe, tenti ridurlo alla disperazione; ma il
diavolo non è né piccolo, né grande, non brutto, non bello.
L imperador del doloroso regno V imperatore dell' inferno
di mezzo pedo uscia fuor de la ghiaccia dal mezzo in su
sopra, e dal mezzo in giù nel centro del pozzo. Le braccia di
Lucifero erano tanto maggiori di un gigante, quanto un gi-
gante era maggiore dello stesso Dante, e più mi convegno io
con un gigante io Dante ho maggiore rapporto alla grandezza
di. un gigante che i giganti non fanno che i giganti non l'ab-
biano con le sue braccia Dante accorda a quell'imperatore
lunghe braccia secondo quel detto di Ovidio. — Non sai che
lunghe hanno i re le braccia? — Questo imperatore poi le
stende su tutti i re della terra, ed in ogni parte del mondo,
da oriente in occidente. Vedi ornai quanto esser dee quel tutto
il resto del corpo chea si facta parte a tali braccia si confac-
cia si conformi, o proporzioni, ogni lucto ogni pianto deve
Mi ttFfiRftO
ben proceder da lui s ei fu si tetto com elio e ora bruito quan-
to era stato bello prima della caduta, tanto era brutto, pri-
vato della divina grazia che prima aveva: alzo le ciglia insu-
perbì contrael so fortore contro del suo creatore, che dal
nulla lo aveva innalzato a tanta perfezione.
O quanto seconda parte generale o quanto parve a mi
gran maraviglia quando vidi tre facete a la stia testa Dante
ingegnosamente finge , che Lucifero abbia tre diverse leste per
dinotar la differenza e distanza tra Dio ed il demonio. In
Dio è il sommo bene, e nel demonio il sommo male. In Dio
il sommo amore, nel demonio l'odio sommo. In Dio som-
ma sapienza, nel demonio somma ignoranza: in Dio luce,
nel demonio tenebre: in Dio verità, nel demonio menzogna: io
Dio vita, nel demonio morte senza morte. Da Dio procede ogni
gaudio, dal demonio ogni tristezza. Dio altissimo ne' cieli, il
demonio bassissimo nel fondo di un pozzo. Dio clemenlissimo,
e misericordiosissimo perdona; costui crudelissimo sempre
odia ed insevisce. Da tali attributi Dante ne scelse tre. Essendo
Dio trino ed uno, in cui è sommo potere , sommo amore, som-
ma sapienza; così nel demonio somma impotenza , sommo o-
dio, somma ignoranza. La prima impotenza nel demonio si mo-
stra dal non potere operare che il male, ed il suo potere ha ori-
gine dalla slessa impotenza. Se difatto il demonio potesse vera-
mente operare il male, sarebbe più potente di Dio che non può
fare il male. L'odio si palesa dal conoscere che il diavolo odia
coloro, che lo amano, e lo servono. La di lui ignoranza si ma-
nifesta per sé: la prudenza è la prima delle virtù, ed è base
di sapienza; ma il demonio none prudente;anzi all'opposto;
dunque per necessità ignorante: il diavolo è maligno, ma la
malignità opponendosi alla prudenza non può essere, secon-
do Aristotile, fondamento di sapienza. Delle tre leste luna di-
CANTO XXXIV. 82ÌJ
nanzi cioè quella di mezzo era vermiglia perchè la mancan-
za di potere lo infiamma e lo cruccia, le altre eran due che
s aggiungeano a questa erano attaccate 1' una a destra l'altra
a sinistra sopr esso il mezzo di ciascuna spalla spalle tanto
grandi, che nel mezzo potevano contenere una leste e si giun-
geano al loco de la cresta si eongiungeano a quella di mezzo
eh' era più alta quale cresta e la testa paria tra bianca e
gialla pallida, che nella pallidezza si figura F invidia, e l'o-
dio la sinistra era tal a veder qual Etiopi vengon di la on-
de il Nilo s avalla la testa dalla sinistra spalla era nera come
un etiope. Il Nilo passa per F Etiopia, per F Egitto, per FA-
frica. La faccia nera figura F ignoranza, come somigliante alle
tenebre, sotto ciascuna uscivan due grand ali dunque avea
sei ali, che figurano le ispirazioni ed istigazioni, colle quali
scorre il mondo tutto quante si convenia a tanto uccello a
così grande animale, che ha bisogno di grandi, e molte ali
per volare, e di forti ugne per rapire e trasportare: vele di
mare io non vidi mai cotali. Non è vela, che faccia correr
nave, come le ali fan correr il diavolo pel mondo amaro: e
non è vela che tragga nave a tanti scogli, a tanti naufragi,
come le ali del diavolo spingono F uomo, nave fragile , insta-
bile, che finalmente va a sommergersi negli abissi e non a-
vean penne — ma de ve$pistrello era lor modo erano le ali
cartilaginose come ha il pipistrello.
Il pipistrello*, o nottola, è così chiamato perchè vola la
notte, ed è quasi sorcio volante: ha la testa di sorcio, ma
più allungata, a guisa del muso del cane: qualche volta
mostra fino a quattro orecchie: ha i denti lunghetti, e con
voce esile imita il latrato del cane, piuttosto che lo stridìo
del sorcio: un pelo biondo scuro gli copre il corpo tutto:
le ali membranacee hanno un piccolo dito all' estremità,
826 INFERMO
col quale si attacca alle pareti : la coda è larga , ed essa
pure membranacea , ed ha la figura di due piedi con cin-
que diti, con unghiette acute, che pianta nel muro, e si
sostiene con esse. Non si posa come gli altri animali, ma sta
appeso ai muri fra l'ombre, e presceglie le caverne umide
ed oscure. Trova il suo cibo nelle mosche e zanzare, che ac-
chiappa anche la notte. Così questo piccolo uccello partecipa
pel furto alcun poco del sorcio, del cane alcun poco per cru-
deltà, e non ha stato come gli altri animali, e si ciba sol-
tanto di corruzione: è rapace, ed invece di piume è coperto
di pelo. Il pipistrello traditore, cui si tolsero le penne, fu
mandato nelle tenebre dall'aquila, secondo la favola di Esopo;
e non ardisce quindi di prodursi alla luce. Lucifero che tradì
il suo Signore Iddio, e fu scacciato dal cielo, privato di glo-
ria e di luce, cadde nelle tenebre eterne dell' Inferno, e doq
vola che di notte, ossia non tenta che nascostamente. Tutti
gli uccelli odiano, e perseguitano il pipistrello , come gli an-
gioli celesti perseguitano Lucifero e quelle in suso alzava
contro del cielo, e contro Dio si che tre venti si partia da
elio perchè aveva tre paia d'ali, colle quali, agitandole, cre-
scea la rigidezza del ghiaccio quindi Oocito tutto si gelava
soffiando aquilone l'acqua si agghiaccia, così Lucifero che
avea detto — porrò mia sede neir aquilone — stringeva il
cuore de' traditori, con sei occhi piangeva versava lagrime da
sei occhi e per tormento ghiocciava al petto sanguinosa ba-
va versava bava per ira e per odio, lacerando crudelmente
tre spirili, ed il sangue di questi dannati scorrendo giù pel
mento, rendeva la bava di Lucifero sanguigna.
Lucifero dirompea un peccator con i denti da ogni bocca
aveva in ciascuna bocca un dannato, che rompea a guisa di
maciulla maciulla è queir islromento di legno, diviso in due
CANTO XXXIV. 827
o Ire solchi, ne'quali innestandosi altro legno, rompe la canepa
o il lino. Dicesi volgarmente grama — si che tre ne facea do-
lenti cosi tormentava in tal modo i tre dannati, a quello dinan-
zi il morder era nulla verso l graffiar il morder di Lucifero
era niente in confronto della lacerazione delle unghie che tal-
volta la schiena rimanea de la pelle tutta brulla la schiena
era spogliata di tutta la pelle. — Disse Virgilio quell anima la
su eh a maggior pena nel mezzo della bocca di Lucifero, ossia
nella bocca della testa di mezzo e Juda Scariot così nomato
dal luogo che l corpo a dentro dentro la bocca e fuor le gam-
be mena fuori della bocca. Costui tradì N. Signore G. Cristo,
da cui aveva avute tante eccellenti prerogative, tradì il Salva-
tore, eh* era Dio e Uomo. Virgilio nomina gli altri due, e
cioè Bruto e Cassio, che tradirono Giulio Cesare.
Marco Bruto, e Caio Cassio dopo la morte di Cesare fug-
girono da Roma, ed occuparono la Siria e la Macedonia, Pro-
vincie loro date dallo stesso Cesare. Augusto successo a Ce-
sare, dopo avere soggiogato Antonio presso Modena, fece alle-
anza con lui, onde meglio, e più facilmente vendicare sugli
altri la morte di Cesare. Gli eserciti si scontrarono in Tessa-
glia: si combatteva con tanto furore, che qualche volta un e-
sercito sembrava vinto, ed era vincitore. Ma la fortuna fu se-
conda ad Augusto per un doppio errore de* nemici. Mentre
Cassio stringeva la zuffa contro di Antonio per forzarlo a re-
trocedere, parve che P ombra di Cesare gli venisse incontro,
e si scagliasse contro di lui (forse il timore glielo pingeva)
sicché atterrito si diede alla fuga. Indi invase il campo di Au-
gusto, penetrò nella tenda, e vibrò molti colpi di pugnale nel
letto, credendo che Augusto ivi fosse malato, laddove eragià
in battaglia; ma anche gli accampamenti di Cassio si erano
penetrati, e presi , e Cassio scorgendo i suoi venire al soccor-
$28 INFERNO
so credette che scappassero, ed egli pure si mise a correre
verso del monte, e la polvere, lo strepito, la notte vicina noo
gli permisero di accertarsi del vero. Spedì allora un esplora-
tore, che per tradimento non tornò, e Cassio, ritenendo tutto
perduto, colla propria spada si trafisse, pagando in tal modo
la pena del parricidio, in un momento in cui i suoi soldati
erano per anche da un lato vincitori. Bruto poi avendo per-
duto il coraggio, sapula la morte di Cassio, dopo una fuga
precipitosa, ottenne, a forza di preci, che il compagno Stra-
tone T uccidesse. Antonio fece bruciare con tutti gli onori il
di lui corpo ed il di lui manto; ma Augusto al dir di Svelo-
nio, servendosi della prosperità della vittoria fece staccare
dal corpo la testa di Bruto, e la spedì a Roma, perchè fosse
appesa sotto la statua di Giulio Cesare. Interrogato, se dove-
vansi sepellire i nemici i più distinti, rispose sdegnato, che
ne lasciava la cura agli uccelli.
Ma perchè conosca anche meglio la loro colpa senti quanto
ci lasciò scritto Svetonio. Sessanta senatori fecero segreta con-
giura contro di Cesare, i cui capi furono Marco Bruto, Decio
Bruto, e Caio Cassio, e fu ucciso Cesare nella Curia di Pom-
peo presso del Tarpeo. Cimbro lo prese per la toga, e Cassio
gli piantò il pugnale nella gola; ma Cesare strappando il pu-
gnale al feritore, gli trapassò un braccio, e cadde: tentando
rialzarsi, sentì arrivargli altro colpo, che i medici ritennero
pel più mortale. Allora Cesare vedendosi in mezzo a' pugnali,
e solo, e senza aiuto, e senz'armi, si mise colla destra la toga
sul volto, e colla sinistra sul petto, raddoppiando i lembi, e
senza metter lamento, si lasciò d'ogni parte ferire, e spirò.
In tal modo il vincitore di tutte le nazioni del mondo, fu vinto
da ventitré proditorie ferite. Fu deciso dai congiurati di get-
tarne la salma insanguinala nel Tevere, confiscati i beni, di-
I'
CANTO XXXIV. 829
chiarati irriti e nulli gli alti fin là sanciti. Ma la enormità del
delitto, lo spavento del console Marco Antonio, la pallidezza
di Lepido maestro de' cavalieri s'impressero nell'animo de*
congiurati, e tutti cercarono salvezza nella fuga. Cesare con
ogni magnificenza, e con regia pompa fu posto sul rogo, e
sepolto in campo Marzio. Le ceneri raccolte in una colonna
di marmo numidico alta venti piedi, e sopra incise le parole
— al padre della patria. — Accanto a tal colonna venne poi il
costume de' sacrifizi per Cesare, e per lungo tempo fu ascritto
nel novero degli Dei, non solo per autorità de' principi, ma
anche per credenza popolare, al pari di Romolo primo fon-
datore di Roma. Ninno de' congiurati sopravvisse tre anni, e
niuno morì di morte naturale, ma tutti per diverse vicende,
e quasi per divina vendetta, perirono, chi per naufragio, chi
in guerra, chi per suicidio col ferro stesso, che aveva Cesare
trafitto. In tal modo la morte indegnissima di Cesare fu invisa
agli uomini ed al cielo, degli altri due eh hanno elcapo di
sotto e perciò hanno i piedi e le gambe nella bocca di Luci-
fero, e la testa pendente in fuori quello che pende dal nero
ceffo e Bruto dalla nera bocca della testa sinistra. Dante non
precisa di qual Bruto parli, per lasciarlo interpretare da altri.
A me sembra Decio Bruto, che fu il più ingrato, e sconoscente.
Sempre con Cesare nelle guerre civili , e nelle Gallie, e per lui
Cesare prese Marsiglia: sempre lo teneva a fianco come figlio.
Svetonio, ad accrescere la enormità del tradimento, lasciò
scritto, che molti de'feritori di Cesare erano stati da lui nomi-
nati nel testamento tutori de'figli, se mai Cesare avuti ne aves-
se. Altri erano sostituiti a Bruto. Il testamento era stato scritto
da lui pochi mesi prima della morte. — Potrebbe anche riferirsi
a Marco Bruto, che fu sempre infesto a Cesare, come genero
di Catone. Cesare conosceva la di lui avversione, eppure, eie-
830 INFERNO
mente com' era, non se n' era mai vendicato. Cesare fu di a-
nimo grande, di sommo ingegno, al dir di Tullio, e di Luca-
no, vedi come si torce e non fa motto non metter lamento né
tormenti indica fortezza: l altro pendente dalla bocca a destra
e Cassio Caio Cassio distinto dall' altro Caio egualmente con-
giurato, e dello parmense che par si membruto era di corpo
atletico. Dante però afferma, che Cesare fu degno di tal morte,
perchè colui, che asperse la patria ed il mondo di sangue ci-
vile, doveva del proprio sangue bagnare la terra. — Cesare
aveva desiderato tal modo di morte. Poco prima di tanto ec-
cidio, nata contesa in una cena qual fosse il miglior modo di
morire, Cesare prescelse la morte tostana ed inaspettata. Nel-
l'ordinario discorso soleva dire — esser troppo vissuto, ma
non quanto bastava alla gloria.
Nota, o lettore, la disposizione di questa città. Il re, o
l'imperatore sta in mezzo delle città, e qui lucifero sia nel
centro. Intorno al re i magnati , i principi , i nobili : presso Lu-
cifero i primi traditori. Gli armati circondano il regio palazzo,
le porte della regia, ed intorno al lago stanno i giganti forti
e smisurati quai satelliti, e difensori di Lucifero, cui trasci-
nano i dannati. Nelle città, e per le diverse strade abitano ar-
tisti, mercatanti, e tutte le diverse classi cittadine; e dentro
Dite trovansi, e per tutti ì cerchi dell'Inferno — fra n dolenti,
e violenti. — Ne' subborghi i rozzi , i vili, e gì' ignoti: e fuori
di questa città forte e murata stanno gl'incontinenti. Un fiu-
me per lo più bagna le mura delle città, e sovra d'esso si en-
tra: e qui é Acheronte che si passa per entrare nell'Inferno
che contiene le genti del mondo intero. Vivono lontani dalle
città i guerrieri, i filosofi, gli eremiti, gli amanti di solitudi-
ne, e qui stanno fuori di città in prato erboso; ed ameno gli
uomini illustri, i poeti, i filosofi separati dalle turbe popolari.
CANTO XXXIV. 831
Ma la mete terza ed ultima parte ma la nocte risurge
disse Virgilio, e siccome al venir dalla notte scendemmo al-
l' Inferno et ora mai e da partir che tutto avem veduto tutti i
luoghi, e tutti i tormenti dei dannati nell'Inferno, come a lui
piacque il collo gli avinghiai abbracciai Virgilio nel collo et
ex prese di tempo colse il momento e luoco e poste il luogo,
ola parte del corpo di Lucifero et appoggiossi alle vellute co-
ste perchè aveva una corta lana invece di piume quando l ali
furono aperte assai e si discese poscia giù di velo in velo
gradatamente a poco a poco tra il folto pelo delle ali pelose
e le gelate coste ed il rigido ghiaccio, lo duca volse la testa
ov elli avea le anche Virgilio volse il capo dove prima avea
le coscie con fatica e con angoscia quando noi fummo la
dove la coscia se volge appunto in sul grosso delie anche
sulle natiche e aggrappossi al vello al pelo dell'ali denso e
corto com un che sale come uno che monti si che in Inferno
io credea tornar anche. A più chiara dimostrazione di que-
sto passo che sembra oscuro, fingi che la terra sia forata
nel mezzo , o nel centro , e che il foro la traversi dall' ih
no all' altro emisfero, e fingi pure, che qualcuno getti un
sasso in detto foro, qual sasso arrivi fino al centro della
terra : il sasso si fermerebbe nel centro per la ragion na-
turale che ogni grave tende al centro, e per moversi dal cen-
tro sarebbe necessario che ascendesse, locchè per natura è im-
possibile. Dante discese fino al centro della terra. Non voleva
retrocedere per non ribattere la stessa strada, e bramando pas-
sare oltre il centro ad un altro emisfero gli era forza ascen-
dere disse l maestro ansando come lasso attenti bene Virgi-
lio affannoso disse : tienti ben forte colle mani convensi dipar*
tir da tanto male per cotali scale non vi è altro modo che
questo per sortir dall' Inferno.
832 INFERNO
Poi Virgilio usci fuor dun sasso per un foro rispondente
al centro, nel quale cadde Lucifero come si vedrà e puosemi
in sul orlo nell'orlo di quel foro a sedere per polere trar fiato
appresso porse a mei accorto passo indi Virgilio mi si ac-
costò, anzi si pose accanto a me a sedere, levai gli occhi e cre-
detti veder Lucifero come l avea lascialo Dante Io aveva la-
sciato col capo in su e vidi tener le gambe in su e lo vidi
stare in opposta posizione, del che rimasi stupefatto es iodi-
venni allora travagliato la gente grossa il pensi grossa , o
ignorante, cui sembra impossibile quanto è chiaro al filosofo:
e doveva esser così quando volevasi passare il centro che non
vide quale e quello punto eh io avea lascialo che non vide
mai, e non conosce il centro della terra, che io avea oltrepas-
sato. Disse allora Virgilio levati su in piedi alzati, che non
si deve più star qui la via e longa abbiamo tanto cammino
da fare quanto passa dal centro all'emisfero e l cammino e
malvagio è difficilissimo, dovendo salire, contro del centro
di gravità, ossia volgere improvvisamente a virtù e già il sole
a mezza terza rìede e già il sole comincia a nascere nell'al-
tro emisfero, non era camminala da Palagio non era strada
né facile, né amena, nò ornata ove n andava ma naturale
burella oscure! ta per natura, ed angusta eh avea mal solo che
aveva un piano incerto e di lume disagio poco o nulla di
luce.
Diss' io quando dricto fui Maestro mio favellami un
poco a trarmi derro Virgilio, toglimi il dubbio, nel quale mi
perdo — prima che dall abisso mi divella prima che mi
diparta dall'Inferno, ov e la ghiaccia io non veggo più il poz-
zo del ghiaccio e questi Lucifero com e fleto si sotto sopra e
come l sole ha fatto tragetto come Lucifero è capovolto , e co-
me il sole ha fatto passaggio da sera a mane dall'occaso al-
CANTO XXXIV. 833
l'orlo, o dalla notte al giorno? in si pack ora in così breve
tempo? E Virgilio rispose tu imagini esser ancor di la dal
contro ov io mi presi al pel del verino rio credi di essere an-
cora di là dal centro nel luogo dove io mi attaccai al pelo di
Lucifero che l mondo fora. Ma non è così, perchè di la dal
contro fosti cotanto quanto io scesi tu fosti cotanto lontano
dal centro, quanto è lontano la nostra discesa dal centro stes-
so; e quando mi volsi quando volsi la testa dove aveva i piedi
tu passasti il punto tu passasti il centro al qual si traggon
d ogni parte i pesi a cui lutti i gravi tendono, e se or giunto
sotto V emisperio sei giunto in opposto all' emisfero superiore
che coperchia la gran secca che copre la terra scoperta e sotto
il cui colmo e sotto il colmo dell' emisfero lomo che nacque
e visse senza pecca il nostro Signor Gesù Cristo, il solo sen-
za peccato fra gli uomini fu consumpto fu crocefisso, finché
esclamò — consumatum est — Cristo patì, mori, e fu sepolto
in Gerusalemme, che dicesi essere nel punto il più alto della
nostra sfera.
Tu ai li piedi in su piccola spera tu premi coi piedi po-
ca arena circolare, sulla quale è il monte del Purgatorio , quale
arena è piccola rispetto alla nostra superiore che l altra par-
te fa della Giudecca nella parte opposta a quel monte è la Giu-
dea, giacché il Purgatorio ò in diretta opposizione a Gerusa-
lemme, che chiamasi Giudecca. Può anche dirsi e meglio, che
Dante per Giudecca intende l'ultima parte del ghiaccio, così
nomandola da Giuda traditore, ed opposta a quel sasso, cui
erano giunti. E questa sembra la mente di Dante, tanto più
che non avea ancor dato nome alla quarta regione del ghiac-
cio, come aveva fatto delle altre tre — Caina , Antenorea , e Pto-
lomea. — L'una o l'altra interpretazione conduce allo stesso
senso.
Uamdaldi — Voi. 1. 53
856 INFERNO
i corpi bellissimi celesti per un pertuso tondo per un foro
angusto rotondo e quindi per tal foro nscimo a riveder le
stelle giungemmo air emisfero inferiore al sorger dell' aurora
come si dirà nel canto primo del Purgatorio. Dante con som-
ma celerità si allontanò dalle tenebre, e con letizia esultante
arrivò allo splendor delle stelle, cui sia concesso a noi pure
di arrivare da quel Dio che è luce, vita, via, e verità ne' se-
coli de' secoli — Amen. —
NOTA DEL TRADUTTORE
Ne* versi 28 e SO di questo Canto Dante pone nel centro del mon-
do un nocciuolo di ghiaccio invece del fuoco centrale de' geologici in
seguito confutato.
Ne' versi 109, 110 e 111 mostra evidentemente di aver conosciu-
ta la gran verità dell' attrazione terrestre» cioè che tutti i gravi ten-
dono al centro.
Ne' versi 124, 125 e 126 parla degli antipodi e di altri emisferi
Unto tempo prima della scoperta di Colombo e Vespuccio.
INDICE
Vita ed opere di Benvenuto Pag. i
Proemiali" di Benvenuto • . • 5
Prima Cantica dell'Inferno 19
ARGOMENTI DI GASPARO GOZZI
CANTO I.
Mentre fra l' ombre d' una selva oscura
Dante smarrito in suo pensier s' attrista ,
E all'erto colle di salir procura ;
Temer lo fa di tre fere la vista :
Ma Virgilio v'accorre, e gli promette
Altro viaggio, onde speranza acquista;
E per nuovo cnmmin seco si mette. • 23
CANTO II.
S'arresta» e teme dell'aspro viaggio.
Chiede a Virgilio, s'ei sarà possente
A sostenerlo , e gli risponde il Saggio :
Che dal più puro cielo e più lucente
Beatrice scesa , che cotanto l' ama ,
Lo manda a lui : di nuovo egli acconsente ,
E più s' accende dello andar la brama. • 60
840 INDICE
CANTO 111.
All' uscio , cbe rinchiude eterna doglia ,
Giunge il Poeta, e teine in sull'entrata :
Ma il buon Virgilio dell'andar l'invoglia,
E vede genie su nel mondo stala
Senza lode, né biasimo, e la barca
Per Acheronte da Caron guidata ;
E come il peccator in essa varca. • #4
CANTO IV.
Nel primo cerchio, che l'abisso fascia ,
Trova il Poeta quelle anime oneste,
Che non ebber batlesmo, e n'hanno ambascia.
L'ombre famose non liete e non meste
D' Omero e Orazio , d' Ovidio e Lucano
Vanno incontro a Virgilio, e vien fra queste
Accolto Dante, né l'augurio è vano. . ioc
CANTO V.
Olire sen vanno i due Poeti , dove
Minos assegna il loco della pena
All'alme ree, ch'ivi discendon nuove.
Quivi un orribil turbo intomo mena
Miseri spirli, cui lussuria cinse
Quassù nel mondo in sì forte catena ,
Che mala voglia in lor ragione estinse. • 140
CANTO VI.
Grandine grossa, e neve, e acqua tinta
Nel terzo cerchio si riversa sopra
Gente, che qui dalla gola fu vinta.
Né basta cbe tal noia vi ricopra
L' anime ree ; ma Cerbero le offende
Forte latrando , e le tre bocche adopra ,
E coli' unghie e co' denti scuoia e fende. , jc5
INDICE 841
CANTO VII.
Taglia le voci oell' orrenda strozza
Virgilio a Pluto, onde i Poeti Tanno
Nel quarto cerchio, ch'altre anime ingozza.
Prodighi e avari quivi lor pene hanno
Portando pesi , e con percosse dare
L' aspro gastigo più aspro si fanno.
Poi d' Ira e Accidia veggon le lordure. » 185
CANTO Vili.
Con Flegiàs tra le fangose genti
Vanno i Poeti , allacciasi alla barca
L'ombra orgogliosa di Filippo Argenti.
Da se la scaccia il buon Virgilio , e varca ;
Ma giunto a Dite, trova sii le porte
Schiera di spiriti rei, che d'ira carca
Negagli il passo a queir eterna morte. . • 304
CANTO IX.
Quando pensosi per entrar si stanno ,
Veggon tre Furie, alla cui fera testa
Per capelli serpenti cerchio fanno.
E mentre fuggon la vista molesta
Del capo di Medusa , un messo Eterno
Dal ciel disceso con ira e tempesta
Apre lor la città del buio inferno » 326
CANTO X.
Dante nell' internai capa lacuna
Desia parlar a qualche alma macchiata
Dell* eresia , che fra l' arche le aduna.
E poco sta , che vede Farinata
Ritto levarsi, e seco lui favella,
Che gli predice sua vita cambiata ,
E dell'esilio suo gli dà novella. • 948
*U2 INDICE
CANTO XI.
Per lo gran puzzo , cbe V abisso gitla ,
Traggonsi dietro ad uoa pietra dura ,
In coi l'eterna morte è d'uno scritta.
Narra Virgilio, che nell'ombra oscura
De' tre cercbi di sotto hanno lor pena
La Violenza , la Fraude e V Usura :
Di questa a Dante dà contezza piena. * 271
CANTO X4I.
Del settimo girone a guardia stanno
Nesso , Cbirone e Folo y alle cui membra I
D'uoni quelle dei cavallo unite vanno.
Costor nel sangue ove a giacer s' assembra
La mala compagnia de' violenti ,
Ferisocm , s' uno dagli altri si smembra ,
Ed esce più che tu , ciel , non consenti. • *$$
CANTO XIII.
Gittano sangue gli squarciati rami
D' un empio bosco , dove fan lor nido
Le Arpie che pascon quelle foglie infami.
Però Dante s' avvede al sangue e al grido , I
Che in tronchi e sterpi gli uomini cambiati,
Formano selva in queir iniquo lido ;
E altri son da cagne lacerati. • 319
CANTO XIV.
Di sotto a* piedi rena ardente cuoce,
E fiamma accesa si versa di sopra 1
Cd' a' violenti in questo giron nuoce.
Chi contro a Dio e a natura s' adopra
E contro all'arte, ivi non ha difésa ,
Che sotto il salvi , o dall' alto il ricopra.
Sì a vendetta di Dio non vai contesa. , 344
INDICE 845
CANTO XV.
In quell'eterne e disperate angosce
Dante cammina, e fra molti l'aspetto
Di Brunetto Latini riconosce*
Come a maestro suo laggiù rispetto
Ancor gli mostra; e molto parla e chiede.
Quegli risponde , e fa veder dispetto
Dell'esilio di Dante, ch'ei prevede. • 506
£3
CANTO XVI.
Tre grandi alme al Poeta fan richiesta
Della sua patria: a quelle esso risponde
Così che io esse maraviglia desta.
Poi con Virgilio giunto ove deli' onde
S* ode il romor, que.tti una fune cala
Per cenno, e tosto al cenno corrispondo
Gerione, e all' insà dispiega l'ala • 389
CANTO XVII.
Poiché del cerchio settimo fu chiara
La condizion, che quelle anime pone
lo fiamma sempre sì nova ed amara :
S' adatta n sulle spalle a Gerione
Li due Poeti; egli all'ottavo varca,
B giunto colaggiù le lor persone
D' una stagliata rocca al pie discarca. « 409
CANTO XVIII.
Chi tragge alle sue voglie, od alle altrui,
.Femmina con inganno , ha qui la pena
Sotto le sferze de1 peccali sui.
Più oltre poi gli adulatori mena
Lor colpa al fondo d' una fossa lorda
D'alta immondezza, e (al (cecia ripiena,
Che col parlar fallace ben s'accorda. • 420
844 INDICE
CANTO XIX.
O Simon Mago , o miseri seguaci ,
Che patteggiaste per vili tesori
Di sagre cose, sì foste rapaci;
La terza bolgia a voi serba que' fori
Dove ficcate giuso il capo , e il foco
Succia le gambe che appaioo di fuori ,
Né per luogo guizzar tramutai! loco. » 451
CANTO XX.
Dove le reni son , volta ha la feccia
Giù nel!' inferno chi quassù nel mondo
Cose avvenire di predir procaccia.
Cammina indietro in quello oscuro fondo ,
Sendogli tolto di vedere il passo
Io altro modo per lo vallon tondo ,
Che dietro al terzo subito è il più basso* « 474
CANTO XXI.
Bolle di pece nella bolgia quinta
Un ampio lago, in cui gente s' attuffa
Dalli dimoni ivi portata e spinta.
L'anime, che nel mondo feoer truffa,
Son quivi conce, e gli spiriti felli
Fan con uncini e raffi orribil zuffa.
Perchè non sia chi fuor tragga i capelli. « 4%
CANTO XXII.
Mentre di so e altrui narra le colpe
Un tratto fuori della pece a forza ,
B dice com' ei fu maligna volpe :
Ogni dimonio a mal fargli si sforza;
Ma egli due ne inganna finalmente ,
Sicché fra lor la rabbia si rinforza ,
E va nel lago la coppia dolente. , 5J6
INDICE 845
CANTO XXIII.
A passo a passo per la bolgia sesta
Degl'ipocriti vao l'anime vinte,
Gai novo peso ed eterno molesta,
Cappe di fuori a color d'oro tinte,
Ma piombo dentro gravan loro il dosso
E il capo, sì ch'esssr vorrieno estinte,
Pria che sì fatto incarco avere addosso. » 536
CANTO XXIV.
Già per lo dosso scosceso e dirotto
D' un aspro sasso , dalla bolgia sesta
Sceodon li due Poeti più di sotto.
Di Gianni Facci lo caso gli arresta ,
Ch'ivi co' ladri fra le serpi giace ,
E cener fitto di nuovo si desta ,
E conosciuto sue colpe non tace. » 550
CANTO XXV.
Ecco di serpi cinto si marti ra
Caco ladron con quelli della setta ,
Che costaggiù de' suoi furti sospira.
E più ferisce divina vendetta ;
Ch' or no v* uomo ed or fera divenuta
Costà sen va la gente maladetta ,
E spesso ì* un nell'altro si tramuta. • 584
CANTO XXVI.
Chi fraudolento altrui porge consiglio
Là giù sen vola nella fossa ottava ,
A cui fiamma novella dà di piglio :
E il fascia sì , che d' essa non si cava
Eternamente; ed ogni fiamma un prende;
Salvo che insieme nella fiera cava
Ulisse e Diomede un foco accende. » 607
846 INDICE
CANTO XXVII.
D'un' altra fiamma coperto e vestito
Guido di Montefeltro fuor parole
filanda, cbe fanno ad ascollare i avi io.
E narra quelle colpe, onde si duole
Sì trasformalo, e come altrui non giova
Chieder perdon di quel che far poi vuole.
Chi così fa perdon da Dio non trova. • 651
CANTO XXV 111.
Rotti e forati da spada celeste
Van per la nona bolgia peccatori ,
Che qui scandali han mossi , e scisoie deste.
Bertram dal Bornio fra gli altri esce fuori ,
E il capo suo spiccato alza con mano ,
E a* due Poeti racconta gli errori ,
Ond* è dal busto il suo capo lontano. » 661
CANTO XXIX.
Della decima bolgia il grembo abbraccia
I falsatori ribaldi alchimisti ,
Che fecero a' metalli mutar faccia.
Quivi stan giù li sciagurati artisti
Dolenti e gravi sì , cbe ognun s* accascia
Per qualche infermità, che gli fa tristi ;
E traggon guai con dolorosa ambascia. • 6W
CANTO XXX.
Correndo sempre per gli eterni piani
Color, cbe finser sé altra persona,
Mordonsi a guisa di bramosi cani.
E chi falsò monete vi ragiona
Per sete a pena: e acuta febbre preme
Chi per falso parlar danno cagiona i
Ed hanno zuffa di parole insieme. • 730
INDICE 847
CANTO XXXI.
L'empio gigante, per cui le favelle
Furon divise, e FTalte, che prove
Fece contro a gli Dei , fatto ribelle ,
Ritrovar) quivi , e Anteo , cui già di Giove
Lo figlio accise, si Io strinse allora.
Questi i Poeti giuso cala , dove
Lucifero con Giuda fa dimora. • 74 G
CANTO XXXII.
Un lago tutto quivi entro s'agghiaccia,
Dove dal freddo i traditor trafitti
Lividi e mesti in giù volgon la faccia.
Il Bocca traditor fra que' confitti
Nel gelo Uce, onde a' capelli il prende
Dante, e lo scrolla, ed un degli altri afflitti
Lui manifesta, e Dante lo riprende* • 775
CANTO XXXIII.
Dell'inimico teschio empia pastura
Conte Ugolino giù fa nella ghiaccia;
E narra il modo di sua morte dura.
Poi ver la Tolommea lo pie s' avaccia
De' due Poeti, e nella fredda crosta
Frate Alberigo a favellar s' affaccia ,
Che Dante prega , e nulla n' ha risposta. » 707
CANTO XXXIV.
L' imperador del doloroso regno
Con l'ali sue fa il vento, onde si desta
Il gel , che serve ivi a divino sdegno.
Li due Poeti , che la gente mesta
Tutta han veduta, dell' angiol ribelle
Scala si fanno ripida e molesta .
Ed escon quindi a riveder le stelle. • 817
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